Discography Ranking: Deftones

Sapete cosa vi dico? Koi No Yokan è l’album più bello dei Deftones. L’ho rielaborato, osservato con distacco e poi ripreso per giungere a questa conclusione che comunque reputo minore rispetto a ciò che va oltre la cornice che la inquadra. Perché il termine di paragone non è solo quel White Pony che posso dire di aver vissuto e sviscerato dal momento della sua pubblicazione, ma anche tutto l’alternative in circolazione, con particolare riferimento a quello prodotto dai coetanei di Chino e compagni. 

Ai tempi del cavallino bianco, i Deftones erano una band on the way up anche in Europa, e uno dei gruppi di cui condividevi impressioni ed entusiasmo nei gruppi-chat di Napster, e di cui per mesi cercavi la videocassetta della diretta di TMC2 dal concerto all’Independent Days (un evento davvero memorabile, soprattutto per chi già allora aveva la nausea quando MTV passava Red Hot Chili Peppers e Muse). Chi non era ancorato al solo grunge duro e puro o presunto tale, o a robe brit più e meno commerciali, ai Deftones una chance l’aveva data, ma alla fine quei CD finivano a fianco a quelli di gente più sbarazzina come Korn, Rage Against the Machine o magari Faith No More, che con tutto il rispetto hanno fatto breccia più sugli adolescenti che su un pubblico già più adultescente. Qualcuno più audace li provava ad avvicinare al sacro binomio ToolNine Inch Nails, ma quanto prodotto dai ragazzi di Sacramento, nonostante White Pony o il giusto ripescaggio di Around the Fur dalla melma nu-metal, in fin dei conti non bastava ad elevarli a tanto. Maynard e Trent avevano fatto di meglio, e lo avevano fatto più volte: non c’era partita, non scherziamo.

Koi No Yokan ha modificato lo status della band e quindi il posizionamento nelle gerarchie di chi magari li ha conosciuti pure al momento giusto, ma non li ha mai fatti salire sull’altare dei favoriti in assoluto. E ci è riuscito in anni in cui pressoché chiunque era già attivo all’epoca dell’esordio di Adrenaline (1995) risulta ridicolo, merita la pensione o è scomparso dai radar quando non si è già dato alla reunion celebrativa. Di quella generazione di campioni d’incassi, i Deftones sono la miglior band ancora attiva, questa è la verità, e un disco heavy come questo, in cui ogni canzone si tuffa in una successiva ancora più bella ce l’hanno in pochissimi anche nei gloriosi anni Novanta, altroché!

imagesHanno saputo sopravvivere alla tragedia di Chi Cheng scegliendo il miglior bassista possibile per una configurazione 2.0 della band che fosse sia fedele allo stile, sia in grado di illuminare il vicolo cieco che aveva preso il songwriting, passando da un capitolo di transizione come Diamond Eyes per uscirne e arrivare al nuovo stadio, quello del clamoroso colpo di coda e capolavoro assoluto che ormai non era più logico attendersi. Il disco l’abbiamo già recensito in passato, non c’è bisogno di farlo di nuovo, al massimo vorremmo aggiungere qualche punticino in più a quel voto che pur essendo alto, quasi grida vendetta: questo è metal sensibile.

Semmai c’è un discorso più socio-musicale che andrebbe affrontato, ma che è difficile da rendere generico visto che non tutti si saranno riconosciuti nel profilo dell’ascoltatore dei Deftones tracciato poco sopra. Koi No Yokan è il pezzo che mancava per rendere questo gruppo qualcosa di più e contemporaneamente svincolarlo una volta per tutte dalla sola associazione a una stagione dell’alternative metal che tanto alternative non era e in cui i Deftones stavano davvero stretti. Chiaro che non è tra noi che siamo a qui a parlarne che dobbiamo rivalutare Moreno e soci, ma pensate a tutte le monografie e alle pagine sulla band di Sacramento che ci sono in Rete, non è ora di aggiornarle per dire a tutti quanto grande è stata questa storia? Molti over 30 non avranno neanche avuto modo di ascoltarlo quest’ultimo disco. Pensate a loro che potrebbero non sapere mai che i Deftones poi alla fine sono tornati più grandi di prima, e che non li farebbero vergognare di ascoltare metal nel percorso A/R casa-posto di lavoro.

images-1Di seguito e con le regole che ormai conoscete, ecco il nostro Discography Ranking. Abbiamo scelto di non includere B Sides & Rarities (2005), ovvero la classica raccolta di odds and sods fatta di cover e materiale raro. Le interpretazioni di altri artisti riflettono il background molto eighties di Moreno (Smiths, Duran Duran, Sade, The Cure, Cocteau Twins), mentre le versioni acustiche di brani ormai già stranoti non aggiungono assolutamente nulla di rilevante al resto della vicenda. Tristissima poi la cover di Simple Man dei Lynyrd Skynyrd: certe cose sarebbe meglio lasciarle inedite.

 

 

images-4Saturday Night Wrist (2006). Un parto travagliato che rappresenta il punto più basso toccato in carriera. Se il precedente omonimo conteneva ancora qualche buon episodio, qui si salvano giusto un paio di brani che comunque sfigurano rispetto a quanto fatto in precedenza. SNW è pervaso da stanchezza sia nelle composizioni che nei tentativi mal riusciti di innovazione, soprattutto per quanto riguarda le basi elettroniche di Frank Delgado, che aggiungono nulla di interessante al pacchetto sonoro. Tuttavia chi ne esce più distrutto è certamente Stephen Carpenter, incapace sia di rinnovare il suono del suo strumento sia di tirare fuori un riff degno del suo nome. A questo punto della vicenda c’è chi invoca lo scioglimento, e chi auspica che Moreno si concentri nel side project Team Sleep

Key Tracks: Hole in the Heart

deftones2Deftones (2003). Dopo un capolavoro già ovunque riconosciuto, tutti aspettano un altro colpo grosso, che però non arriva. I ragazzotti di Sacramento provano a mischiare le carte in tavola con un lavoro testardo e per lunghi tratti poco ispirato, probabilmente anche a causa delle tormentate vicende personali dei protagonisti. Si salvano pochi brani – su tutti Minerva e Hexagram – ma almeno metà album non convince affatto, soprattutto a causa di un Moreno poco in forma e di riff monocorde che sembrano riciclati di canzone in canzone e lontani anni luce dalla freschezza trasudata nei capitoli precedenti. Il tutto è condito e mascherato da suoni cupi e malsani, su cui però raramente è costruita una melodia degna di essere ascoltata di nuovo. Primo stop di una carriera sin qui impeccabile, ingigantito dall’esser stato partorito dopo un monolite, e comunque quando il resto del nu-metal è già pressoché tutto sepolto.

Key Tracks: Minerva; Deathblow; Hexagram

adrenaline_deftonesAdrenaline (1995). Sono gli anni dell’ascesa del nu-metal, del crossover e della genesi del post grunge. È allora che fanno comparsa i Deftones con Adrenaline, ovvero un pugno in faccia carico di tutte le (poche) cose buone che riserverà il nuovo metal di quegli anni. Intensità emotiva a livelli altissimi, stacchi improvvisi, ritmi sofisticati, riff rabbiosi e le melodie di Moreno – vero punto di forza dell’album – sospese a metà tra sospiri e urla di inusitata violenza. Ecco come è cominciata la carriera di uno dei gruppi più peculiari del metallo buono degli anni Duemila.

Key Tracks: 7 Words; Lifter; Bored

gore deftonesGore (2016). Non ci è chiaro quale aspetto delle sue undici canzoni possa aver creato le tensioni – reali o romanzate per dare qualcosa da scrivere ai giornalisti – fra Stephen Carpenter e il resto della band, perché tutto si può dire tranne che questo non sia un disco 100% Deftones, sotto ogni punto di vista. Anzi, il rubicondo chitarrista è più che mai sugli scudi, tanto che non puoi fare a meno di notare quanto si sia dato da fare per tentare pattern ed effetti in grado di dare figosità alle canzoni che altrimenti diciamocelo, sono sempre quelle. A fronte di una discografia che al momento della sua uscita conta otto full lenght in studio, fra cui almeno due ascrivibili alla categoria “capolavoro”, si può tranquillamente accettare di avere un nuovo capitolo che non ti sconvolge la vita di ascoltatore, ma che consolida con ulteriore quantità il tracciato e la poetica della band. Tanto poi va a finire che ci si affeziona anche agli album discreti…

Key Tracks: Acid Hologram; Doomed User; Gore

images-2Diamond Eyes (2010). Dopo due mezzi passi falsi e sull’ombra oscura del “anche Chi avrebbe voluto così”, Diamond Eyes riesce quasi miracolosamente a ridonare smalto a una band ormai data per spacciata, a cui però si è aggiunto Sergio Vega, ex bassista dei Quicksand. Pur non brillando di luce propria – perché non ha né la spudoratezza e la spontaneità di Around the Fur, né la ruvida eleganza di White Pony – risulta saggio nel fare un passo indietro di riassestamento nello stile consolidato, regalando anche quei 3-4 pezzi al di sopra della media che ne giustificano l’identità. Risulterà l’album più sottovalutato della formazione di Sacramento.

Key Tracks: CMND/CTRL; You’ve Seen the Butcher; Rocket Skates

deftones-around-the-furAround the Fur (1997) Rabbia, frustrazione adolescenziale controllata e poi sfuggita di mano: Around the Fur è il racconto violento dei turbamenti della generazione che scopre il rock dopo lo sparo di Cobain, o che disorientata si rifugia nelle estreme conseguenze del crossover californiano. Se i Korn sono i compagni di scuola non ancora persi di vista, i maestri già non si sa più chi sono. Pantera? Sepultura? Faith No More? No, i Deftones hanno già il loro stile ben definito, e pubblicano meno che venticinquenni alcuni dei momenti più memorabili della loro storia in questo LP. Perde qualcosina dopo Be Quiet and Drive (Far Away), altrimenti sarebbe un disco chiave.

Key Tracks: Lhabia; Mascara; Be Quiet and Drive

white pony deftonesWhite Pony (2000). Tinto di toni dark e campionamenti digitali capaci di conferire al solito songwriting dei quattro californiani un umore romantico e trasognato, White Pony si rivela presto incline al ricordo infantile-adolescenziale, come da copione nel nu-metal tutto. Risulta però anche il disco della maggiore età per tutto il carrozzone, l’opera in cui dalle felpe Adidas si passa alla camicia di seta nera. Ai fondamentalisti del genere va dunque chiarito che questo è uno dei pochi lavori degni di essere ricordati della stagione nu-metal, mentre ai fieri profani è bene segnalare White Pony come miglior episodio di tutta una scena, attiva dal 1994 e artisticamente morta proprio con l’uscita di questo albo.

Key Tracks: Digital Bath; Change (In the House of Flies); Elite

deftones-koi-no-yokanKoi No Yokan (2012). Una dedica appassionata a tutti coloro che hanno continuato a dare credito alla band anche quando questa sembrava ormai arrancata e destinata dalle vicissitudini al declino. Le nuove canzoni riescono in tutto ciò in cui non convincevano i tre lavori precedenti, ma soprattutto paiono avere tutte la medesima qualità: non ci sono riempitivi o pezzi che già a primo impatto paiono di secondo (o terzo) piano, e il flusso di ascolto è aiutato dal fatto che ognuno si riversa in quello successivo con estrema naturalezza, e magari dopo un bel ritornello. Koi No Yokan è il disco che Chino e compagni hanno più volte cercato di fare nei precedenti dieci anni, e sicuramente il migliore dai tempi di White Pony, che per quanto ci riguarda, riesce perfino a superare.

Key Tracks: Goon Squad; Tempest; Entombed

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi