Dischi del 2016 che ci siamo persi per strada

TYP: Cosa ci siamo dimenticati? Che cosa ci siamo dimenticati???

DYR: Ci siamo dimenticati un bel po’ di dischi, caro papa Pio XIII. E con questo articolo-sorta di atto di dolore proviamo a metterci una pezza, almeno parziale, in vista delle classifiche di fine anno che vi promettiamo arriveranno puntuali come sempre.

Non ci sono scuse accettabili, perché smettere di coltivare la passione per la musica rock e dannati dintorni significa rinunciare a una parte di te, e perché per quanto il tempo libero cominci a scarseggiare con l’andare dell’età e soprattutto con l’ingresso nel mondo del lavoro, l’averci sempre creduto, anche quando le cose andavano male, ti ha portato ad essere la persona che sei adesso. Hai investito così tanto nella cultura rock, non puoi abbandonarla di punto e in bianco. Con te si può parlare approfonditamente anche di musica, non te lo dimenticare, e quindi non perdere altri colpi: aggiornati quando puoi! 

Excusatio non petita, accusatio manifesta, d’accordo, ma di distrazioni, anche nel mondo del rock stesso, ce ne sono state davvero tante negli ultimi tempi. 

L’annata 2016 si è rivelata difficile sin dal principio con le morti dolorose di artisti che abbiamo amato e venerato come David Bowie soprattutto, ma anche Prince, Leonard Cohen, Scott Weiland… senza dimenticare Umberto Eco, Dario Fo e Bud Spencer. Troppi ricordi, troppi pezzi del puzzle dispersi. “Right now, it feels as if the solar system is off its axis, as if one of our main planetary anchors has lost it’s orbit” diceva Michael Stipe commentando la notizia della morte di Bowie. Troppe certezze sono andate a cadere, ed è stato facile convincersi che niente sarebbe potuto essere come prima. E allora via di riedizioni, remaster, reunion, recuperi, riletture di quanto già noto e arcinoto, a discapito delle nuove proposte che in realtà, effettivamente, negli ultimi due anni sono state spesso fuochi di paglia. È anche vero che manca una guida, una scena, una corrente da seguire. Mancano anche le attenzioni da parte dei media specializzati che preferiscono continuare a raccontare le stesse storie piuttosto che puntare su volti nuovi. Mancano gli investimenti: le solite 4 major e relative distribuzioni satelliti stanno continuando a spendere per il mercato delle riedizioni, lasciando all’hip hop e ai talent il compito di scegliere i nuovi best seller. Se a inizio anni Novanta andavano cercando alternative ai Nirvana e ai Pearl Jam, o se ancora all’inizio del nuovo secolo era caccia ai nuovi Radiohead e ai nuovi Tool, oggi hanno proprio smesso di cercare.

Di seguito una manciata di dischi che ci siamo persi strada. O meglio, che non abbiamo avuto modo di recensire, anche perché qualche colpo la nostra storica Redazione l’ha subito. Proviamo a ricaricarci con l’anno nuovo e con questo attuale formato del sito che rende più libera la vita di chi scrive. 

Questi dieci album potrebbero essere presenti nelle classifiche di fine anno. O anche no.

In ordine casuale.

Alcest: KodamaAlcest: Kodama. Anche se per il duo francese si è spesso parlato di blackgaze, le sensazioni cui ci riportano le loro nuove sei tracce sono le stesse di quando ci ritrovavamo nei forum per discutere di ogni novità che il sottosuolo metal offriva negli anni d’oro del post hardcore con deriva metallica. Non era tutta cioccolata, bisognava saper distinguere, ma gli Alcest hanno sempre dato la parvenza di essere un progetto sincero, in grado di appassionare sia il fan della scena progressive death scandinava, sia chi cercava estensioni al post rock di GY!BE ed Explosions in the Sky. A fronte di questi 42 minuti – così classici e nostalgici, seppure già sentiti – e ricordandoci che quest’anno è uscito anche lo strepitoso secondo tomo dei Sumac di Aaron Turner, “il post metal è morto” è un refrain che nel 2016 non ha senso di essere recitato ad alta voce. 80/100

the-dillinger-escape-plan-dissociation-1Dillinger Escape Plan: Dissociation. Hanno annunciato di volersi sciogliere contemporaneamente all’uscita di questo sesto LP che pur non ampliando più di tanto la tavolozza, risulta ancora ricco di idee e soluzioni sonore alternative al solito grind core matematico e pattoniano che li ha contraddistinti in modi e misure diverse e soprattutto con alterne fortune albo dopo albo. Ci sono anche un paio di pezzi (“Surrogate”, “Limerent Death”) che rientrerebbero tranquillamente in un ipotetico best of, ma certo che ripensandoci oggi, il percorso dei DEP non ha previsto un colpo di grazia nel momento di massima esposizione per queste sonorità (quindi nel biennio 2003-2005). Ciò li ha probabilmente posti in seconda fila rispetto ad altri nomi dello stesso campo, ma un disco come Dissociation è proprio quello che ci vuole per salutare dignitosamente il proprio pubblico e anche quello che forse troppo facilmente li ha snobbati nel dopo Miss Machine. 72/100

drive-by-truckers-american-band-album-cover-artDrive-By Truckers: American Band. Fautori di un southern rock in cui confluiscono il Neil Young elettrico di fine anni Settanta e a tratti perfino dei sentori di seconda fase del grunge, i Drive-By Truckers sono il classico esempio di quanto sconfinato sia in realtà il panorama rock americano. Non tutto ciò che di buono c’è in giro arriva fino al nostro vecchio continente: molte realtà popolari solo in alcuni stati minori restano del tutto sconosciute al pubblico europeo, nonostante le recensioni positive e un folto numero di fan che li segue in tour. Quindi perdersi l’undicesimo lavoro in studio di questa band di Athens (altrimenti nota come la città dei R.E.M.) è tanto facile quanto sbagliato: forse demotivati dall’emulazione-tributo ai classici Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers, i ragazzi ci danno dentro con il folk elettrificato alla Rust Never Sleeps alternato a mid-tempo acustiche che vanno a braccetto con le ballate stralunate di Kurt Vile. Manca un po’ di verve al vocalist Mike Cooley, altrimenti avrebbero avuto ben altro seguito. 74/100

Goat: RequiemGoat: Requiem. Chi ha detto che stavolta i Goat hanno sbagliato strada? Più che altro che cosa ci si aspetta da loro è la domanda a cui si dovrebbe rispondere, perché se si pensa al misterioso combo svedese come a una band dal riff facile e indissolubilmente legata al sound hard rock anni Settanta, forse si è scelto di seguirli per i motivi sbagliati. I Goat fanno musica fusion ed etno rock, e nel nuovo terzo album continuano ad aggiungere ingredienti al pentolone attorno a cui danzano e battono tamburi, dando vita all’immaginario di un primitivismo rock che in realtà non esisterebbe, se non nei loro dischi. Insomma non c’entrano niente i classici: se riconoscete qualcosa, questo non è necessariamente un omaggio o una reminiscenza di esperienze dell’età d’oro del rock, ma solo una combinazione possibile nel suono e nella poetica della band. Stavolta, oltre alla musica indiana, c’è anche chi ci sente i King Crimson di Discipline, figurarsi! E quanto sono fighe “Goatfuzz” e “Goatband”? No ragazzi, questi hanno fatto il loro disco della maturità, e noi quasi non ce ne accorgevamo. 84/100

 Hiss Golden Messenger heartlikealevee_2500pxHiss Golden Messenger: Heart Like a Levee. La Merge è una delle migliori indie label americane e se c’è uno stato in cui i giovani che credono in ideali rock hanno le chiavi delle città, quello è il Nord Carolina, con le scene di Asheville, Raleigh e Durham a dettare legge in tutto il fiero Sud. Su queste coordinate si muove il progetto alternative country di MC Taylor, giunto con questo ambizioso doppio al suo settimo sforzo in studio. Diciannove canzoni solide che sanno affascinare con un suono raffinatamente lo-fi, a tratti soffuso, a tratti elettroacustico. Lasciato a briglia sciolta, il nostro non si approfitta della fiducia concessagli e cautamente ti porta in fondo al disco, riuscendo a non ammorbare nonostante la ripetitività dei toni e degli arrangiamenti che pure fanno il loro ottimo lavoro nel creare un blocco indie folk compatto, delicato e perfino avvincente quando i volumi si alzano quel poco che basta a staccare. Grande prova, di quelle che se durano potrebbero giocarsi una posizione nella chart di fine decennio. 85/100

John K. Samson: Winter WheatJohn K. Samson: Winter Wheat. Cantante folk, poeta, punk rocker, voce radiofonica, … quante versioni diverse esistono di John K. Samson? Quella di Winter Wheat è forse la più attuale per l’artista di Winnipeg, che con questo folk elettrico si confessa e si rilancia, ricordando l’approccio del primo Damien Rice e – nei momenti più profondi – lo spirito del povero Jason Molina. Il disco è pulito e sincero, e sta pure piacendo alla critica specializzata, ma i pezzi mancano di qualche virata imprevista per far scoccare la scintilla buona. Si può osare di più negli arrangiamenti e nel songwriting, se si è capaci…  68/100

the-lemon-twigsThe Lemon Twigs: Do Hollywood. In giro c’è una gran voglia di anni Settanta. A volte bastano anche un po’ di brillantini e un paio di pantaloni a zampa di elefante, altre… beh se c’è anche un po’ di sostanza, tanto meglio. Nel caso del debutto su lunga durata dei due fratelli D’Addario da New York (non dovrebbero avere parentela con quelli delle corde per chitarre), a noi pare che di ciccia ce ne sia in abbondanza e in evidenza, nonostante lo shock che può dare l’immagine con cui si presentano. Le loro canzoni rievocano lo spirito di Ziggy Stardust, il melodismo a volte stucchevole dei Supertramp, e in alcuni tratti perfino i Queen di metà decennio, e mostrano dal principio tutte le doti compositive e tecniche del duo. Non saranno adatti a chi cerca ruvidezza e distorsioni pesanti, ma il loro pop rock è indubbiamente ben calibrato in ogni sua sfaccettatura. Se revival deve essere, almeno che sia di buona fattura, come quello dei Lemon Twigs. 81/100

the-men-devil-musicThe Men: Devil Music. Ormai li aspettiamo puntuali ogni anno con un disco nuovo, felici di poter seguire l’evoluzione che li ha portati dalla furia punk rock degli esordi al noise country dello strepitoso New Moon, fino all’alternative heartland rock del più recente Tomorrow’s Hits, ancora pubblicato dalla Sacred Bones. Per il nuovo Devil Music inaugurano la loro etichetta, ma il risultato è purtroppo caotico e deludente. Il suono si fa metallico, proto-industriale, e a questo punto della storia forse perfino sconvolgente per chi magari ne aveva apprezzato l’ammorbidimento progressivo. Oltre a questo, nello sfondo non si riescono a distinguere grandi melodie, ma anzi, il rumore potrebbe essere stato in grado di coprire un altrimenti evidente calo di ispirazione. Li aspettiamo alla prossima, sicuri che suoneranno ancora una volta differenti. 58/100

trophy-eyes-chemical-miracle-webTrophy Eyes: Chemical Miracle. Quest’anno dovevano uscire i Brand New, ma non hanno fatto in tempo. Nessun problema tuttavia, si prendano pure il loro tempo perché intanto chi ha creduto nella loro musica e in quella di gente come Texas Is the Reason e Mineral, adesso ha da ascoltare il secondo sforzo di questo quintetto australiano capitanato dal vocalist John Floreani. C’è ingenuità nelle pieghe delle undici canzoni di Chemical Miracle, d’accordo, ma essa non è una componente fondamentale di tutto il filone emo in generale? Ci si diverte con ritornelli innodici che giusto i Sunny Day Real Estate, con qualche tempo dispari imprevisto nel canovaccio, e con alcuni momenti di stasi che fanno la parte dei vuoti alternati ai continui pieni. Semplicemente il disco emo rock dell’anno. 79/100

songs-from-the-pale-eclipseThe Warlocks: Songs from the Pale Eclipse. Neo-psichedelia pop e barrettiana, riverberi dream wave e muretti shoegaze di scuola Slowdive, melodie soft su sfondi psichedelici che giusto i migliori Primal Scream e Spiritualized: i Warlocks hanno piazzato un altro pieno centro che sta colpevolmente passando inosservato. Il nuovo Songs from the Pale Eclipse raggiunge spesso il livello dei loro migliori episodi, e mostra un’ispirazione nel songwriting piuttosto rara in una band che ha ormai compiuto i quindici anni di attività e che, assieme ai Men di cui si diceva poco sopra, avrebbe meritato ben altra copertura mediatica. Un gruppo così ancora a inizio anni Novanta sarebbe diventato un classico indie, ai giorni nostri risultano sconosciuti ai più che seguono il mondo del rock. Non è giusto. 83/100

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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