Dinosaur Jr – Give a Glimpse of What Yer Not

Dinosaur Jr – Give a Glimpse of What Yer Not

Sono ritornati da tempo, i nostri cari e amati dinosauri. Pedante e demagogico parlare di reunion, formazione originale (con Barlow e Murph), suono-ponte tra la silenziosa rivoluzione del rock di fine anni ’80 della quale i nostri sono stati gli artefici del lato ermafrodito del grunge, pietra miliare, immarcescibili icone e via dicendo.

C’è una nuova fatica sulle canute spalle di J Mascis, ed è questo ciò che conta davvero. È qualcosa che va oltre (beyond, volendo citare il vero ritorno agli inizi per pochi eletti, correva l’anno 2007)?

Saranno capaci di stupire i nostri brontosauri (perché la matrice di chi scuote gli amplificatori senza inni, lirismo autoriflesso e continue dediche ai fans, non può che definirsi erbivora)?

Le risposte coincidono: si tratta di due NO netti e chiari.

E non c’è proprio nulla di male.

Anche Give a Glimpse of What Yer Not è di livello superiore, questo va detto chiaro. Ma è il livello medio, quasi scontato, di ogni produzione che ascrive come capofila il virtuoso fancazzista dalla chitarra facile, melliflua quanto tagliente e tracimante negli assoli indie vecchia scuola, originario del paesino che la storia aggiudicherà sempre ai sospiri letterari di Emily Dickinson.

Lui, J, ha semplicemente riportato la barca sulla rotta migliore. L’esperienza con i Fog e i lavori solisti andavano rimessi lì, nella parte laterale dello scaffale, dei dippiù per il fan che vuole andare fino in fondo (senza mai una brutta sorpresa).

Quella barca cercava con questo album un motore. E’ evidente, ci sono solidi indizi: scommettere ancora sulla medesima etichetta dopo la doppietta con Jagjaguwar (Farm / I Bet on Sky) nonché trascinare nell’esperimento post-pubblicazione due mostri dei circuiti underground capaci di attecchire generazioni differenti quali Henry Rollins e Kurt Vile.

NB. Le loro preferite?

Presto detto: Goin’ Down per il primo, affezionato evidentemente alle alterazioni aggressive dei tempi di Where You Been?

I Told Everyone per il secondo, che se potesse ruberebbe quel pizzico di talento che lo tiene ancora lontano da chi non ha mai cercato di mostrare il proprio lato slacker a tutti i costi).

Poi, oltre che gli indizi, anche i brani scorrono solidi. Da chiarire perché lasciare sempre e quasi a forza spazio alle composizioni anche meno brillanti di Lou Barlow, che da autore è sempre stato più a suo agio in solitudine, tra Folk Implosion e Sebadoh. Forse è solo tanta, tantissima, riconoscenza.

Così, il risultato è che il capolavoro sarebbe un altro, come suggerito da un collega redattore, ovvero mettere insieme in un unico disco il meglio degli ultimi quattro lavori. Da sette e mezzo, fatto di stima e gusto ogni santissima volta, a otto e mezzo abbondante.

Quali pezzi entrerebbero diritto dentro questa ipotetica top collection?

1 – Più che il singolo Tiny, che ha qualcosa di ruffiano, la stilosa Be a Part.

2 – I Walk for Miles perché il vero pezzo che Kurt Vile dovrebbe invidiare. Downtempo, infinita.

3 – Mirror se è vero che a J Mascis piace anche giocare invece di Good To Know che spinge sui tasti dei primi Pearl Jam (?!?).

Pensandoci bene, però, è davvero chiedere troppo.

L’impronta del dinosauro è già archiviata come e dove merita.

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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