DIIV – Is The Is Are?

DIIV – Is The Is Are?

Beach House, Wild Nothing, Frankie Rose, Lower Dens, Crystal Stilts, Porcelain Raft, DIIV… Sono questi i nomi degli attori principali dell’attuale corrente new dark wave americana. Cose diverse catalogate sotto la stessa etichetta, e non certo roba innovativa, perché al di là dell’aggiornamento audio-tecnico e delle differenze dream o punk a seconda dei casi, gli stilemi una volta forgiati restano quelli di sempre, e le sensazioni che provi ascoltando i dischi dei sopracitati restano le stesse cui hanno mirato sia i padri fondatori che chi è venuto dopo.

Se si valutano uscite come Is The Is Are? in termini prettamente scaruffiani, il massimo che si dovrebbe concedere è un innocuo 6/10: vivace il suono post punk ricreato, non certo convenzionali al giorno d’oggi tutte queste code strumentali, simpatica l’imitazione di Kim Gordon da parte della Ferreira, discreta l’illuminazione per quel paio di melodie sopra la media… ma mica stiamo parlando di qualcosa che non abbiamo già incontrato altrove, anche parecchi anni fa.

Poi però esistono casi come Turn on the Bright Lights, Is This It, l’omonimo dei Franz Ferdinand… che non si possono definire innovativi, ma che formalmente sono costruiti ed interpretati con ottima ispirazione, e che uscendo a pochi anni di distanza fra di loro, hanno in qualche modo fatto gruppo e rilanciato la voglia di new wave nel nuovo millennio.
 
Che ci possano riuscire entità contemporanee e fondamentalmente differenti quali sono le band in parola, è ancora tutto da vedere. Eppure se vi è una possibilità di non disperdere questa comunione di conoscenze e sentimenti, questa passa proprio dal rendere dischi come il nuovo dei DIIV condivisi, riconosciuti, e infine postulati. Perché, sgombrando il campo da eventuali dubbi da indie-snob, e checché ne possa dire la critica, quella di Is The Is Are? è buona musica.
 
Anzi. Perdersi un album simile oggi, dopo qualche stagione davvero infelice, sarebbe grave per chi ama il genere e le sue derivazioni. Per cui da un lato sei consapevole di essere dentro la piena etimologia e l’atteggiamento, dall’altro sai che questo è comunque quello che di meglio caccia il periodo storico su queste coordinate.

Buona qualità quindi, ma anche ingente quantità, perché una volta trovato il suono per esprimersi, Zachary Cole Smith abbonda e reitera la soluzione lungo le 17 tracce, evitando colpi di scena, e rischiando di risultare monocorde, quasi come a dire “questo è tutto quello che ho, non ho nient’altro dentro casa e non c’è niente in cassaforte, prendete tutto ma non fatemi del male”.

Intendiamoci, non ci si sta lamentando dell’eccessiva durata. Non è la solita banale critica che il fenomeno di turno rivolge puntualmente ai doppi album “fosse concentrato in un solo lato, sarebbe un capolavoro, invece ci sono troppi riempitivi, peccato”. No, qui non ci sono seconde scelte: Is This Is Are? convince dall’inizio alla fine, solo si sente la mancanza di un colpo ad effetto, di un angolo di svolta, o almeno di qualche spigolo appuntito sparso qua e là, a spezzare il pattern e a modulare ulteriori sbalzi alle frequenze mid-fi delle canzoni, altrimenti affidati principalmente alla pedaliera di Zachary.

Ci prova in questo senso la titletrack, autentico omaggio ai primi Neu!, e pressoché unico tentativo di spostarsi dagli assi di riferimento. Il resto è giusto il passo successivo del precedente Oshin, solo arricchito di ulteriore convinzione e maggiori conoscenze tecniche, ma basta a rendere il secondo LP dei DIIV uno dei modelli più rilevanti in campo modern new/dark wave americano. A voi decidere se lasciarvi trascinare, o se ormai è giunto il tempo di spostarvi altrove.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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