Dieci lettere: Dinosaur Jr

Dieci lettere: Dinosaur Jr. Dieci canzoni: le mie. Non le più belle, non le più famose, non le più – qualcosa -. Le mie, una in fila all’altra. Le loro canzoni che mi perforano dalla superficie al cuore, che entrano come un pugnale nel burro. Io non so se alla fine siano davvero tutte uguali, ballate rock di penultima generazione. Non so neppure se i Dinosaur Jr entrino nella lista della mia Top 10 “rock band che hanno preso per mano la tua vita”.  So che una in fila all’altra potrebbero convincere anche voi, potrebbero sopraffarvi una volta per tutte. Cullarvi e stendervi, coccolarvi e gasarvi. Farvi – in fin dei conti – sentire unici come unico e inimitabile resta lo stile di J Mascis.

In principio fu “Get Me”. Non la prima ad essere ascoltata. Fu la prima che mi fece capire che c’era un senso assoluto in quella scrittura. Che non li avrei paragonati ad altri, come succedeva nel descrivere ogni artista all’inizio degli anni Novanta. Che la marcia era diversa, anche inversa, che la stima incondizionata anche dei più cazzuti ed estremi colleghi li metteva su uno scaffale a parte.

Nel tempo ci si abborbidisce, chi suona e chi ascolta. Chi esercita potere e chi lo subisce, anche se le posizioni non mutano. Anche chi scrive, chi recensisce e chi – senza darne più peso – viene giudicato. E il pregiudizio del rapporto costruito negli anni fa la sua parte. Uno degli ultimi step da presunto critico di arte contemporanea mi ha portato fino a “Tiny”. Perché le cose semplici sono quasi sempre un ritorno alle infanzie. Sia di chi suona che di chi ascolta. Che poi – certe cose – le devi sapere suonare e/o ascoltare.

Ora come ora, il rapporto con artisti che seguo a ondate da quasi 30 anni è redivivo. Tutto ciò grazie ad alcuni spunti fuori categoria, visto e considerato che non mi ritengo un nostalgico e neppure un teorico del “ciò che è venuto prima è necessariamente meglio di ciò che è venuto dopo, se non che ciò che è venuto dopo è inevitabilmente condizionato da ciò che è venuto prima”. Il nostro orecchio non esce dalla regola, lui è la nostra casa. Anche se deve ciclicamente scontrarsi con la voglia di viaggiare e scoprire (pur sapendo che ci sarà sempre modo di tornare). Una delle mie resurrezioni è “This Is All I Came to Do”. Cercate di capirmi.

Soltanto andando un po’ indietro nel tempo, però, posso rendermi meglio conto. La mano a J Mascis non l’ho mai data, però mi ha sparato i capelli con gli amplificatori e stimolato i miei primi peli sul viso. Quando armavamo “Start Choppin'” nello studio di registrazione casalingo (ma che studio!) di Alessandro, era ancora un brano impossibile per noi. Troppo sottile rispetto agli Helmet, che però ci arrapavano e ci facevano sentire laureati e papà, adulti. E invece eravamo semplici ragazzi che si accontentavano di suonarla (per finta) in macchina mentre si andava al bowling.

 

 

 

 

Ancora più indietro, e mi rendo conto che lo sca++o e l’insolenza erano ciò che mi si appiccicava addosso. Erano tempi nei quali non cercavo musica matura anche dove lo trovavo senza realizzare. Per questo il primo anno di università era molto “Muck”, che era già oltre il vagone della scena freak dalla quale i nostri (e i vostri) partivano.

Un mese fa, non di più, ho riascoltato quasi per caso “Yeah We Know”, forse la più grunge tra i pezzi del repertorio. Forse, ma soltanto perché mi ricorda il suono di TAD, SeaweedScreaming Trees degli esordi. Ma è quando il dubbio ti attanaglia, che capisci che il guitar-solo è il vero marchio di fabbrica. Come mettere una spada in mezzo a un mezzo di fiori.

Ritornando a noi, a come siamo fatti – dunque a me stesso – al lato dolce e romantico di arpeggi e pizzicati non resisto. Ed è nel momento della loro massima (dei minimi) celebrità, ovvero quando con certe cose pensavo di aver smesso solo perché avevo iniziato a iniettarmi massicce dosi di barocco con i Tindersticks, ecco proprio in quel momento rialzo la testa con una nuova ballata dal Massachussets: “Mind Glow”. Soltanto lui, loro, potevano scriverla. E io dovevo farmi accarezzare.

Junior, da bianconero, è sempre stato uno dei calciatori del Torino per il quale ho avuto il massimo rispetto. Anni ottanta, brasiliano ma europeo in tempi in cui non sembrava possibile, centrocampista e difensore, capitano dalle buone parole. E non era per niente piccolo, Leo Junior, aveva unicamente il “difetto” di essere – anche visivamente – un Socrates (politico, medico, pure filosofo pare, ma finito maluccio) in tono minore. “Kracked” mi ha sempre fatto rivivere questo parallelo: pezzo apparentemente minore, fragile, ma dalle ottime parole se è vero che è dai tempi di Hendrix che la chitarra elettrica dialoga grazie al wah-wah.

Raccogliamoci tutti insieme per il gran finale. La canzone sipario di ogni periodo degno di questo nome. Una e una soltanto, sempre lei: “Not the Same”. Ovvero quando si vive l’ultima pagina cercando già la copertina della prossima avventura. Il momento in cui hai paura. Paura che niente sia più lo stesso, pur sapendo che non potrà esserlo e ciò che decidi di fare, e cambiare, provi a farlo sempre e comunque per il tuo bene. Dieci lettere, sarà un caso…

 

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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