Demofobia da concerto: ci riprovo coi Radiohead

Sono molti anni che non vado a un concerto in una arena stadio. Non ricordo neanche cosa si prova a essere in mezzo a tanta gente che si sistema in prossimità del palco, attende in piedi l’artista, ne canta a squarciagola le canzoni, salta, poga, suda, beve birra calda. Ho visto concerti in spazi più piccoli, d’inverno e d’estate, ma l’esperienza del grande spazio aperto in mezzo a migliaia di persone mi manca da almeno dieci anni. Forse l’ultimo grande – in ogni senso – concerto a cui ho assistito è stato proprio l’Independent Days di Bologna del 2007, con Tool, Nine Inch Nails, Trail of Dead, e altri. Da quel giorno lì, forse sazio dopo anni di fatiche per arrivare sotto il palco, o forse semplicemente perché non faceva più per me, mi sono allontanato da quel genere di spettacolo e ho preferito locali e spazi più intimi, in mezzo a un pubblico possibilmente meno cafone e da stadio. 

Il prossimo 14 giugno tornerò a Firenze per vedere i Radiohead, a 14 anni esatti da quello splendido concerto del tour di Hail to the Thief a Piazzale Michelangelo, e devo ammettere di essere impaurito. Se una volta ero eccitato e carico a molla quando dovevo partire, zaino in spalla e biglietto del treno in mano per andare a uno show di uno dei miei gruppi preferiti, oggi mi preoccupa pensare al come me la caverò in mezzo alla calca e ad ogni situazione imprevista, come se stessi partendo per un viaggio inter-rail o per un’avventura. Sono passati molti anni e invece di migliorare, calmarmi, diventare più paziente nei confronti del prossimo, se possibile sono divenuto ancor più intollerante e comodo. Il concerto ideale per me sarebbe sdraiato su un divano in prima fila, con la band che suona per me e pochissimi altri eletti, ovvero noi che i Radiohead li abbiamo capiti sul serio e li seguiamo almeno da X anni. Tutti gli altri non meritano di entrare e a loro che fanno cagnara e non sanno-non possono sapere deve essere impedito di acquistare i biglietti. Sono sicuro che costoro mi rovineranno il concerto, ma ugualmente ho deciso di tornare in un’arena. Lo faccio per una band straordinaria, per molti la migliore in assoluto degli ultimi venti anni, almeno da quell’OK Computer che festeggia in questi giorni il suo ventennale e che nell’estate del 1997 mi feci registrare in musicassetta dall’unico del centro storico che l’aveva acquistato, ricambiando il favore con Be Here Now degli Oasis e Urban Hymns dei Verve. Li avevo già imparati a conoscere grazie ai video in rotazione su VideoMusic prima e TMC2 poi – Creep e Just mostravano una band più rock di quello che in realtà erano, e molti appassionati del Seattle sound vi si erano avvicinati grazie a quelle due canzoni – ma quell’estate avevo capito che Yorke e compagni avevano davvero qualcosa di diverso da raccontare, e che sarebbero restati.

Lo faccio per loro, lo faccio per me, e mi sento quasi ridicolo a confessare che sono preoccupato. Non sarò il primo over 35 in uno stadio – Bruce Springsteen ha un pubblico di età media 40+ e continua a riempire gli stadi ad ogni santo tour – ma davvero la fatica e lo stress che accompagnano questi giorni di avvicinamento all’evento mi stanno disturbando. Sono nervoso.

In più c’è quello che accade nel mondo, Italia compresa a questo punto, visto che qui dove inspiegabilmente e per fortuna il terrorismo non ha ancora acceso un cerino, sono arrivati altri imbecilli a creare panico. È meglio non pensarci, e viversela come dovrebbe fare un buon cristiano che va alla santa messa. In mezzo a molta gente – oddio, le chiese sono sempre più vuote – ma proteso mentalmente verso Dio e attento a quanto accade sull’altare. In fondo, non è affatto facile ricevere una messa privata. Devi sopportare la vecchia bacucca che in inverno arriva in pelliccia di visone o il fanatico neo-catecumeno che distribuisce volantini. Allo stesso modo, non posso certo pretendere di essere tra i pochi eletti che vogliono ascoltare i Radiohead suonare da vicino. Forse la soluzione in futuro sarà seguire il concerto in diretta 3-D da casa…

 

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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