Dead Cross – Dead Cross

Dead Cross – Dead Cross

Avevo temuto il peggio per Mike Patton. Ovvero che fosse scoppiato anche lui, come ormai quasi tutti i suoi coetanei del rock alternativo americano degli anni Novanta, che in fin dei conti, spesso tanto alternativo non era visto che finiva per vendere i milioni di copie. Questo primo disco dei Dead Cross, formazione in cui molti dei crediti vanno in realtà al batterista Dave Lombardo, ce lo restituisce in buona forma e, come vedremo, carico a molla rispetto ad altre sue pubblicazioni del passato ormai medio-recente. 

Infatti le ultime produzioni a cui ha partecipato come autore e protagonista principale ce lo hanno mostrato spesso involuto e ormai incapace di coinvolgere o sconvolgere (che poi è la cosa che gli è sempre interessata di più) fino in fondo chi invece si era genuinamente disposto all’ascolto di roba trascurabile come la reunion dei Faith No More che, come molte altre, è servita solo a far ritrovare sotto il palco i fan, ormai di una o anche due generazioni precedenti rispetto al popolo che frequenta i festival estivi nel 2017, magari perfino accompagnati dalla giovane prole che hanno messo al mondo nel nuovo millennio, mentre Patton sbraitava “purumpuppà” e “yeyeyeyeyeyé” sul palco dei Fantômas. 

Tuttavia Michele nostro non è mai stato solo il cantante folle dei Faith No More. O perlomeno, se c’è qualcuno che ancora lo identifica solo come tale, allora sarà davvero necessario pubblicare il discography ranking su di lui che stiamo preparando in questi giorni. 

Essendo ancora troppo caffeinato per darsi una regolata in termini di produttività, il timore che fosse bollito nell’evidente sovrappeso in cui si ritrova alla soglia dei cinquant’anni deriva dal fatto che non è riuscito a regolare il focus degli ultimi lavori di Tomahawk (progetto che ha perso mordente ed efficacia dal momento dell’uscita del bassista Kevin Rutmanis), Nevermen e di/con Kadaa. 

Dopo lo scioglimento dei Faith No More e successivamente dei Mr. Bungle, i vecchi appassionati di Patton avevano sostenuto che egli avesse perso la capacità di scrivere melodie intriganti e che – di fatto – avesse smesso di cantare. Chiaro che questa teoria aveva trovato fondamento dall’ascolto di progetti realmente alternativi – su tutti i Fantômas, ma anche le collaborazioni con Zorn – in cui di ritornelli innodici tipo quelli di “Epic” e “Falling to Pieces” o di melodie elegant pop come quelle di “Evidence” e “Retrovertigo” non c’era alcuna traccia. Qualcuno se ne è poi fatto una ragione, e ha deciso o di abbandonare Patton, o di seguirlo ugualmente, finendo per affezionarsi pure alle sue proposte più astruse. (Chi scrive è convinto che, con l’eccezione di King for a Day, il vero best of di Patton sia da rintracciare fra il 1998 e il 2004, ovvero tra il primo e il terzo LP dei Fantômas, ovvero il periodo che include anche i primi due dei Tomahawk e il terzo e ultimo disco dei Mr. Bungle).

Il problema delle uscite più recenti però non aveva a che fare con la mancanza di canzoni o di performance vocali che prevedessero una melodia decente, quanto piuttosto alla forma generale del Patton compositore oltre che cantante e musicista. I progetti hanno iniziato a confondersi l’uno con l’altro, e laddove c’era fantasia creativa e delirante, ormai c’era stanca monotonia in cui non ti veniva voglia di immedesimarti. Perfino il progetto che doveva rilanciarne la vocazione pop, ovvero Peeping Tom, è risultato forse la più grande delusione per i fan dell’artista, in quanto solo decente, e non eccezionale come potenzialmente avrebbe dovuto essere.

Nei ventotto minuti dell’esordio dei Dead Cross non siamo sui livelli stratosferici dell’EP Irony Is a Dead Scene (registrato nel 2002 coi Dillinger Escape Plan, e dunque anch’esso risalente al periodo d’oro…), probabile primo metro di paragone, ma ci si diverte comunque quanto basta per tentare il secondo ascolto, cosa di non poco conto in questi tempi in cui il consumo di un disco dura spesso meno di mezzo giro di pista integrale prima che finisca nel cestino. E al secondo round, ecco che i dettagli e i riferimenti si fanno più chiari. Inoltre, se non avevi letto la tracklist, verosimilmente solo poi sei riuscito a riconoscere la cover di “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus, davvero paurosa e quindi riuscitissima anche nello stile iper-cinetico dei Dead Cross.

L’assalto sonoro ricorda inevitabilmente gli Slayer – e che dal vivo stia venendo fuori la loro versione di “South of Heaven” è il più chiaro manifesto d’intenti possibile – mentre il carattere-Patton interviene con la sua follia nella furia che ancora oggi nessuno, nemmeno i Converge, sa dire se è da etichettare come thrash metal o hardcore punk. Non importa, conta invece che per lunghi tratti di questi brevi brani lo spasso è di quelli che non si provavano da tempo con i protagonisti. Riesci a goderteli alla grande perché la tracklist è ben calibrata e dopo l’impatto iniziale, vengono fuori i crismi horror tanto cari agli appassionati di Fantômas e Patton in generale. In questo senso, le ultime tracce, che sono anche le più lunghe, rilasciano le migliori sensazioni circa possibili sviluppi del progetto. 
E in tour stanno già suonando un paio di altri pezzi nuovi, segno che se tutto gira per il verso giusto – ovvero tu che sei arrivato fin qui nella lettura gli compri il disco – ci sarà presto anche un secondo capitolo. 

In conclusione questo mini album dimostra a scanso di equivoci che Patton è artista ancora vivo e che lotta assieme a noi, contro il mainstream volgare di un rock patetico alla Coldplay, ma anche contro la grossolanità finto-alternativa dei Qotsa di turno.

Uno, dieci, cento, mille Mike Patton. Ovvero, sempre lui.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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