David Byrne – American Utopia

David Byrne – American Utopia

Abbiamo preso il biglietto per il concerto di David Byrne all’Arena Santa Giuliana di Perugia. Quarantacinque euro più di cinque di prevendita. È uno spettacolo che si svolge all’interno di UmbriaJazz, il più grande festival dedicato al jazz che abbiamo in Europa, ma che, in questo caso, con Miles Davis e John Coltrane non ha nulla a che fare. D’altronde, anni fa, nella stessa location e sempre nel contesto del festival, abbiamo assistito allo show di James Brown e a uno degli ultimi concerti italiani della storia dei REM. Stavolta abbiamo deciso di andare a conoscere più da vicino quello che può essere ritenuto uno dei santi padri del rock moderno ancora viventi. Ci andiamo ben consci del fatto che sul palco non sarà come essere al PalaEur di Roma quel 17 dicembre del 1980 e che per ora, della sua discografia solista, non sappiamo bene cosa farcene di preciso, fatto salvo il capolavoro My Life in the Bush of Ghosts (con Brian Eno) e la colonna sonora di The Catherine Wheel. Anche il nuovo album, American Utopia, dobbiamo ancora capire se e quanto ci piace. Proviamo a raccontarlo in questa non-recensione, che pure, per comodità di formato, riporta voto in centesimi, link e copertina. Esatto, gli affibbiamo un voto provando a prenderci, senza esserne totalmente sicuri.

Ci sono ragioni per essere ottimisti riguardo al concerto, perché stando alle dichiarazioni di David e ai primi filmati caricati dai fan su YouTube, questo tour vuole essere tra i progetti più ambiziosi della storia dell’artista. Oggi che la nuova musica non vende e non riesce neanche ad essere inculcata nella testa di chi non è già un appassionato hardcore, l’investimento di Byrne è quello di puntare su altre leve. Uno show memorabile innanzitutto, in cui vecchio e recente materiale stanno bene assieme, in un contesto scenografico non spoglio come vorrebbe il rock nudo e crudo, ma teatrale e pieno di effetti speciali, in pieno principio art pop. Uno spettacolo che dovrebbe essere apprezzato anche da chi non è lì per ascoltare i classici dei Talking Heads, ma che si trova in platea o sugli spalti con lo stesso spirito di chi va ad assistere a una rappresentazione di prosa, o a un melodramma. Oltre alle canzoni, ci saranno infatti anche balli, cori, visuals, scenografie… E la sinestesia fra varie forme di arte coincide benissimo con il mix culturale che l’artista ha sempre tentato nella sua musica. La lezione della sua storica band era proprio questa: dal post punk a Fela Kuti, dalla new wave al funk progressivo. Grossomodo, lo stesso melting mix stilistico si ritrova nel nuovo American Utopia, che pure suona inevitabilmente proveniente da una metropoli moderna: questo non è un disco che parla di provincia o che ti lascia immaginare viaggi in paesi diversi da quelli dove è stato registrato, ovvero New York (US) e Londra (UK), ovvero le due capitali dell’Occidente. Ecco, le nuove canzoni suonano come se provenissero da un laboratorio artistico situato al tredicesimo piano di un palazzo a Soho, cioé neanche così free-form come si potrebbe immaginare se fosse provenuto dall’East Village – in realtà ormai convenzionalissimo – o piuttosto dal Bronx. L’idea che te ne fai, anche dopo vari ascolti, è che American Utopia fallisce o non vuole neanche provare a suonare radicale. Anzi, è il prodotto di uno studio di registrazione in cui sono state elaborate le tantissime idee e si sono succeduti turnisti di sicura affidabilità. Ad arricchire la tavolozza figurano perfino Oneohtrix Point Never e Sampha, due fenomeni che evidentemente sono stati chiamati a svecchiare un sound altrimenti un po’ troppo adulto. 

La tag di genere per questo album, infatti, potrebbe essere adult art pop. 

Ci sono dei momenti davvero duri da mandare giù, più per come sono interpretati che per come sono scritti, ma in generale il songwriting e le performance, pur non brillando per originalità, non paiono neanche forzatamente intellettuali. Convincono i brani più rilassati come “This Is That” e “Doing the Right Thing”, e anche quei quattro-cinque che vogliono farti partecipare al coro, tra cui citiamo “Gasoline and Dirty Sheets” e “Everybody’s Coming to My House”, anche se tra di loro finiscono per assomigliarsi un po’ troppo. Potranno funzionare dal vivo, ma non ce ne voglia il buon David se non ci alzeremo della sedia per partecipare al trenino. Certo, se poi suoneranno “Born Under Punches” se ne può riparlare…

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi