David Bowie – Blackstar

David Bowie – Blackstar

Il video di “Blackstar” e quello di “Lazarus” sono inquietanti allo stesso modo ma trasmettono sensazioni differenti per quanto riguarda la figura di David Bowie. Nel primo, i suoi occhi quasi settantenni mandano in frantumi quei cristalli liquidi che dovrebbero proteggerci da tutto ciò che è remoto; nel secondo, lo vediamo fluttuare su un letto mostrando la sua pelle cadente e si rivolge a te con “Look up here, man, I’m in danger. I’ve got nothing left to lose”. Nel primo, mostra con solennità il Verbo del suo sacro libro stellato; nel secondo, dopo un balletto da diva dei tempi andati, striscia a ritroso nell’armadio. Il predicatore dallo sguardo non umano contro un vecchio un po’ tocco con i capelli non curati, da ospedale.

La mossa di utilizzare un simbolo (★) piuttosto che una parola è una cosa che da David Bowie avremmo potuto aspettarci. Non che sia una novità, basti ricordare tutto il baraccone witch house con i suoi codici ASCII spezzati, ma il grado di comunicatività raggiunto oggi da un’icona è un concetto un po’ più profondo rispetto alla voglia di apparire strani e alternativi. Soprattutto se la cosa si rapporta allo stesso Bowie, che nella sua carriera si è sempre proposto al pubblico attraverso della maschere. Oggi non diciamo “maschera” ma “interfaccia”, e dunque simboli con cui interagire. Ha persino mandato il suo avatar teatrale Michael C. Hall (Dexter, Six Feet Under) a cantare “Lazarus” al posto suo. Per pubblicizzare l’omonimo musical, certamente, ma ci piace leggere anche dell’altro in questo tipo di operazioni.

The Next Day era stato un ritorno inaspettato e in grande stile nel pop, ma sappiamo tutti che David Bowie non è mai stato solo questo. Ha sempre avuto una grande passione per ciò che è artistico e criptico, e Blackstar è la naturale conseguenza della sua rinnovata urgenza espressiva. Più ricercato e meno fruibile, con quel sax che torna ad assumere colori più simili a quelli di Low, che codificavano uno stato d’animo allo stesso tempo intimo e universale, che a quelli di Young Americans, ingenui e devoti alle opere altrui. Più Outside e meno Let’s Dance e con tutti i rischi del caso, anche se nel momento in cui dai alle radio una cosa come “Sue (Or in a Season of Crime)” significa che davvero puoi fare quello che ti pare. Nel 2016 non può certo sfiorarlo la preoccupazione di non essere all’altezza di se stesso, perché è già accaduto più e più volte, ed è sempre stato in grado di reinventarsi. Non c’è bisogno di raccontarsi ancora una volta questa storia, altrimenti non sareste venuti qui a leggere.

Ma se “Sue” la conoscevamo già e “‘Tis a Pity Was a Whore” era la sua b-side, una volta che pubblichi dieci minuti di “Blackstar” significa che ci hai già dato in pasto praticamente metà di ciò che avevi preparato. E, nel momento in cui butti sul piatto anche “Lazarus”, le sorprese che può riservare l’ascolto integrale del lavoro sono praticamente finite. Il pensiero che David possa essersi sforzato meno di quanto avrebbe potuto c’è, ma un album del genere non può far altro che confermare il suo essere ancora artisticamente vivissimo. Più che le melodie, più che la ricercatezza sonora, è la sua classe a dargli solidità, la sua personalità che ancora traspare in maniera chiara e prepotente da ogni pezzo, anche quello meno appariscente. David non è l’umano che nei ‘70 si spacciava per un alieno, David è l’alieno se ha realizzato questo disco impossibile a 70 anni. Realtà o fantasia? Non è un caso che questo mese torni in onda anche X-Files.

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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