David Bazan – Care

David Bazan – Care

Dopo la crisi mistica di passaggio, un passaggio temporalmente eccessivo, con la quale ha disintegrato la creatura Pedro The Lion (riprendete in mano almeno Control, punto massimo della produzione per Jade Tree), il gigante buono che risponde al nome David Bazan si è ripiegato su se stesso, confezionando lavori solisti turbati e inespressivi. Una causa persa, scriveva qualcuno. E invece… “masturbation saved my life” o comunque qualcosa di simile, riprendendo un antico urlo di battaglia dei Therapy?.

Questo qualcosa pare sia una sorta di verve cinematografica che il nostro ha incontrato sulla strada per Gerusalemme. Lui, che a metà anni ’90 studiava da principe della depressione indipendente, adoperava una scrittura scarna e anche poco ricercata al solo fine di raccontare delusioni, rancori, criticità del sistema.

Uno dei primi a presentarsi con basi strumentali e giri di basso riprodotti da un Mac in bella vista, uno dei primi anche a gettare la spugna nonostante una decina di canzoni del repertorio che avrebbero fatto gola alle grandi band che con quel mood sfigato ci hanno costruito una carriera alla luce del sole.

Insomma, ci si era di nuovo arresi di fronte a Blanco (2016). Il solito Bazan smarrito come natura delle cose nella sua quarantina. Deluso in primis da se stesso. Non bastava una buona “Both Hands” per crearsi illusioni. E poi… carramba! Sorpresa! Arriva nel silenzio questo Care, dieci pezzi che sono una rivincita. Anche verso se stesso. Bazan torna a prendersi cura del suo mezzo comunicativo, voce scandita e poco più che sussurrata dedicata solo e esclusivamente a chi gli sta davanti. Pensa e ripensa al suo pubblico, a ciò che poteva essere e non è stato, forse anche al suo passato. Agli anni ’80. A come suonavano gli accompagnamenti della prima vera elettronica pop. È lui, è Pedro The Lion che si fa accompagnare da una specie di Ric Ocasek dei tempi migliori.

Ne escono le onde malinconiche ma sincere, da cantare sul divano, di “Up All Night”. Il chiaroscuro di “Disappearing Ink”, il possibile singolo per farsi conoscere al di fuori del quartiere. Canzoni aperte al mondo, come “Sparkling Water” e “Make Music”, quest’ultima inno al solo talento che, in fondo, è tornato a farlo felice. Poi brani diluiti, ridotti all’osso, fino alla conclusiva “The Ballad of Pedro Y Blanco”. Autocitazionista, David è come avesse davanti a se i ricami della nonna, ma li abbia riprodotti con tecnologie più consone all’epoca. Anche questa è presa di coscienza. Per un sette abbondante, il disco più che discreto che tutti avremmo voluto ascoltare, che varrebbe un dieci di stima. Di chi ha sbagliato a non crederci più. Non si finisce mai di imparare…

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi