Cult of Luna – A Dawn to Fear

Cult of Luna – A Dawn to Fear

Abbiamo assistito più volte alla nascita e al successivo collasso di correnti musicali.
Alcune di esse sono esplose immediatamente, hanno creato una sorta di culto istantaneo (si pensi alla scena grunge di Seattle) ed ancora oggi siamo in grado di tracciarle alla perfezione sia dal punto di vista geografico che da quello temporale.
Altre rimangono meno decifrabili. E si fanno spazio principalmente tra gli appassionati, non dando alcuno scossone al mondo del mainstream, pur lasciando un grosso impatto sulla musica.
Questo è stato il caso della scena post metal sviluppatasi in Europa e negli USA negli anni 2000, capace di regalarci tantissime band fondamentali del primo decennio del nuovo secolo: Mastodon, ISIS, Pelican, Jesu, Converge, e tanti altri attori minori capaci di azzeccare un disco. I Cult of Luna, con Salvation e, soprattutto, Somewhere Along the Highway, sono stati sicuramente fondamentali, ma in un certo qual senso sono stati anche tra i più sottovalutati dalla critica, che in molti casi li ha visti come troppi derivativi degli ISIS (titolari in fondo del capolavoro assoluto della stagione, Panopticon), e quindi come una band minore rispetto alle altre. Forse i Mastodon – più classicamente sludge metal agli esordi – potevano essere una credibile alternativa per la vetta del podio. Magari i padri fondatori Neurosis. Non di certo i Cult of Luna.

Eppure, ascoltando il nuovo album A Dawn to Fear verrebbe quasi da fare le scuse agli svedesi, che a quasi vent’anni dal loro esordio riescono a sorprendere tutti con un lavoro ispirato, coeso, originale.
Un disco che porta a compimento gli esperimenti portati avanti con Vertikal e Mariner, specialmente per quanto riguarda il lavoro dei sintetizzatori, qui usati al massimo delle loro potenzialità.
L’iniziale “The Silent Man” ci fa tornare alla mente i tempi di Somewhere Along the Away, ma con una visione filtrata da questi anni di esperimenti sul sound. Se la successiva “Lay Your Head to Rest”, sospinta dal basso, ci da la sensazione che questo percorso sia arrivato finalmente ad un punto di arrivo, la prova definitiva ce la da la titletrack, che si apre con le clean vocals ad accompagnare una melodia ipnotica. Successivamente arriva un interludio atmosferico, prima dominato dalle tastiere e poi da un allungo post rock della chitarra, prima dell’esplosione sludge che sposta per l’ennesima volta le coordinate di un pezzo bellissimo. Le successive, e riuscitissime, “Nightwalkers” e “Lights on the Hill” sono 100% Cult of Luna, e si possono definire il centro del lavoro, con la chicca del finale quasi cosmico della seconda traccia.
Il vero colpo da maestro é forse “We Feel the End”, dominata da clean vocals e synth, un pezzo ai limiti della psichedelia che testimonia ancora una volta lo stato di forma e la versatilità del combo svedese. I due pezzi finali chiudono il lavoro in bellezza, regalandoci due canzoni, diverse tra di loro ma entrambe di ottimo livello, che faranno la gioia di qualsiasi appassionato di post-metal. 
A Dawn to Fear sarebbe potuto uscire anche quindici anni fa, ma questo non influisce assolutamente sull’ascolto, vista la qualità dei singoli pezzi. E si impone come punto di arrivo della carriera dei Cult of Luna, come miglior loro lavoro dai tempi di Somewhere Along the Highway e come papabile candidato al titolo di disco metal dell’anno (a parte Fear Inoculum, s’intende).

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