Converge – The Dusk in Us

Converge – The Dusk in Us

Questa (non) è una recensione dell’ultimo dei Converge. E’ un accorato invito a immergersi in questo The Dusk in Us senza preconcetti. Non intendo perdermi in digressioni storicistiche sull’importanza archeologica della band di Salem, ne’ soffermarmi in datazioni sterili tra un’uscita e l’altra. Con band come i Converge (si legge Convèrg) bisogna scavare sotto la coltre di certo lassismo da alta classifica e capirne l’urgenza, le motivazioni, l’onestà. E proprio sotto la violenza sonora di questi assalti punk-metalcore si può osservare come The Dusk in Us sia un album universale. Se un ascoltatore si perdesse il lirismo raffinato di Jacob Bannon a scusa del suo scream che lo rende inintelligibile, si perderebbe anche la possibilità di comprendere che quel “tramonto in noi” è più un sublime canto di sofferente speranza che di rabbiosa contestazione. E’ chiaro fin dalle prime battute della devastante “A Single Tear” che i Converge scrivono le canzoni quando è il momento, per loro, di dire qualcosa;  potrebbe sembrare paradossale a quanti ritengano che le loro canzoni siano “tutte uguali”. Certo, si sono scelti un angusto, estremo e incompromissorio pertugio sonoro da esplorare, ma le 13 composizioni di The Dusk in Us non si improvvisano e, soprattutto, non sono passibili di essere cloni o ripetizioni. Lo stile è la cifra riconoscibile dei Converge e, in un mondo come questo, è già una conquista, ma oltre a ciò lo stile non li definisce per intero. Perché i Converge attraverso le loro architetture sonore sbilenche, le loro sventagliate alla velocità del suono e i loro lamenti costruiscono una storia aggiungendo sempre qualcosa di più. E questa storia parte da una consapevolezza:

” I was so naive and fearful of the substantive…
…So lost in darkness, in and out of selfishness…”

” Then you gifted me such a precious thing
A chance to be someone who deserved love
When I heard your cry ring out “.

Potrebbe riferirsi alla nascita di un figlio come al processo di empatia che ci restituisce umanità ma non credo che la nota biografica sia così importante quando:

” [When] I held you for the first time
I knew I had to survive…” 

Questa presa di coscienza non c’era prima. La sopravvivenza di “Us” non era garantita ai tempi di Jane Doe o di You Fail Me, dove tutta l’energia creativa e distruttiva (è questa anche la cifra stilistica dei Converge) era incanalata a combattere battaglie tutte esteriori, cercando assassini e complici al di fuori. Questo slittamento del se’ ha come complemento il non negare ciò che si è (stati) ma è una riaffermazione dell’aver seguito il proprio percorso di vita. “Eye of the Quarrell”, forse il loro pezzo più “tradizionale” (insieme a “Wildlife”), ci ricorda che sono molti i motivi di distrazione che portano una persona a pensare in modo bidimensionale: non ci si immola al posto di un altro. Non è più il tempo del martirio. 

” Don’t need a helmet if I have my heart
Don’t need your war to find peace…”

Così squarciano il peso della costrizione in “Under Duress”; mentre gli urli di Bannon sintetizzano e riaffermano la drammatica banalità della libertà individuale, il “coro” di Nate Newton assolutizza la pratica di vita sociale in un ideale negativo:

” The sickness spreads under duress
Compassion bends under duress…”

E quando le due voci si uniscono nella catarsi finale si capisce perfettamente che questo non vale solo a titolo personale ma anche per l’arte che i Converge hanno sempre voluto produrre. 
Arkhipov Calm utilizza un’analogia storica di recente rivisitazione (la storia di come l’ufficiale sovietico Vasili Arkhipov ha evitato una crisi nucleare usando il raziocinio) per asserire questa nuova posizione anche nella vita ordinaria di ognuno di noi:

” With every barb that you threw, I saw you list to the side
And I won’t sink with you, I have so much more to do…
…It’s the fires that we quell that save us from our hells
It’s the wars that we don’t fight that keeps love alive…”

Non c’è che dire: un approccio che non ti aspetti da musica di questo tipo. 
Il vero pamphlet che sintetizza a livello musicale e lirico l’intera impalcatura dell’album è senza dubbio la titletrack, il cui ipnotico incedere accompagna in territori crepuscolari vicini al post metal, quello fatto bene. Forse non raggiunge la vetta melodica di “Black Heart-Grim Rose” (No Heroes) ma è certamente tra le composizioni più a fuoco mai realizzate dalla band del Massachusetts. Sentite qua:

” The grudge does not have regrets when there is no past to forget…
…It’s not a trial but a test, just a broken mirror to reflect
Our denial it speaks in tongues, there’s monster among us
I ask from within my heart, where did our failures start
If we must imagine ourselves as someone, somewhere else
And what does the future hold, if we’re running low on health and hope
Our denial it speaks in tongues, there’s monster among us
Dusk lives within us, darkness won’t give up
Dusk in us “

Posta a metà dell’albo è architrave su cui si poggia a livello strutturale tutta l’opera. All’altro capo ci sono due tra le migliori composizioni dei Converge ever: “Thousands of Miles between Us” e “Reptilian”. La prima è una dissonante “ballata” (per quanto assurdo possa sembrarvi questo termine) sulla disillusione dell’amor perduto, ma è anche un apologetico tentativo di mettere ordine alle reciproche incomprensioni. “Reptilian”, invece, riprende le fila della cosmogonia dell’album sino ad asserire che anche la parte più istintiva dell’uomo, in qualche modo, necessita di essere guardata con distanza per poter generare qualcosa che abbia significato e che non sia solo confuso crogiolarsi nella propria ostinazione.

“Remind reptilian me
That time is not through sharpening…
…We must lose sight of who we are to know what we can be
The enemy will not reveal its mortal form to me…”

Che una band che ha fatto dell’urgenza espressiva il marchio di fabbrica e dell’istintività la cifra stilistica arrivi a sostenere questa crescita personale e questa ricerca rende The Dusk in Us un altro tassello irrinunciabile per comprendere una delle più importanti band metalcore del nostro tempo. Quello che è richiesto all’ascoltatore è di non fermarsi all’apparenza, di penetrare i vari strati di senso alla ricerca delle miriadi di venature che i Converge riescono a dare alla loro musica. In cambio avrete delle soddisfazioni che trascendono il metal e arrivano allo stato dell’Arte. 

Laureato in filosofia con una tesi sull'Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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