Colleen – A Flame My Love, a Frequency…

Colleen – A Flame My Love, a Frequency…

Puoi immaginare Colleen suonare un disco senza la viola de gamba? E la parola è suonare, non registrare, perché questo LP è il risultato di sole esecuzioni dal vivo, con minimi ritocchi in studio.

Quale che sia la risposta è di questo che stiamo parlando. E per chi non lo sapesse – ragionevolmente ma ingiustamente non sono in molti a conoscere questa compositrice francese che ripercorre le orme di Arthur Russell – Cécile Schott (classe ’76) è una polistrumentista in attività dal 2003, appassionata di birdwatching e letteratura, che ha vissuto tra Inghilterra e Francia, e attualmente in Spagna. Cosa c’entra questo col disco? A prima vista si direbbe proprio nulla, ma senza dubbio, alla base di A Flame My Love, a Frequency…, c’è tutta la sua voglia di mantenersi in movimento, per garantire il cambiamento che dona vitalità alla materia. 

Nel 2015 Captain of None aveva segnato uno stacco netto rispetto alla precedente discografia di Colleen. Dimezzato il numero di strumenti utilizzato, raddoppiata la potenza ambientale del suono: più effetti, più riverberi e delay, con i suoni loopati della viola de gamba che si stratificavano come mai prima, aggiungendo linee di basso serrate impensabili nelle produzioni precedenti. Ma con questo disco sembra quasi di essere di fronte a una rivoluzione: è ancora una polistrumentista la Colleen che si presenta sul palco solo con due curiosi sintetizzatori Critter & Guitari e (quello sì inseparabile) il buon vecchio Moog delay? 

Ma se prendiamo per buoni i suoni irriconoscibili e l’assenza di quel riflesso profondamente acustico che rendeva Captain of None comunque aderente all’idea fondamentale del progetto Colleen, se scendiamo nelle trame profonde della composizione insomma, non è un disco così diverso dall’ultimo. Immaginarlo suonato sulla viola de gamba forse lo renderebbe nemmeno troppo diverso, e questo per dire che, alla fine, è sempre lei, solo in una forma nuova e che ha il pregio di farci immaginare un futuro ancora più imprevedibile e fervido per questa artista cangiante del roster Thrill Jockey

Ma se di tutto questo non vi interessa molto, né vi tocca l’evidente geometricità tra fuoco e acqua che caratterizza tanto la copertina dell’album (praticamente un concept) quanto lo spirito che melodicamente lo pervade… se insomma quello che volete sapere è se il disco è bello oppure no, la risposta è: forse. Forse non quanto il suo predecessore, ma forse molto più di quanto sarebbe potuto esserlo una sua fotocopia.

Colleen cambia le regole del gioco, ma non la sua intrinseca natura. Le melodie restano un po’ meno incollate all’orecchio, dispersive, e il fatto che gli strumenti coinvolti siano solo due synth limita irrimediabilmente le inflessioni sonore del disco: ma la cadenza ritmica e soprattutto l’intelligenza compositiva – così come la voce mai troppo dolce – sono sempre le stesse. La domanda vera è cosa farà Colleen domani: cosa succede se questa nuova realtà riesce a coniugarsi con le composizioni acustiche del passato? Forse Colleen non ha ancora fatto il suo disco migliore, e a giudicare dalla freschezza di quello odierno è lecito desiderarlo: un passo alla volta – come ha sempre fatto – chi può dire dove arriverà Cécile?

Inseguendo la complessità nel buio con la volontà di non trovare mai soluzioni definitive - dal 1993. Il 50% è porsi le domande giuste, il resto trovare il modo di non rispondere. Sottosuolo, batteria, letteratura, commercio, poetry slam, Kimono Lights, Romagna Intensa, psiconauta e su tutto overthinking. For Change is what we are, my Child. A parte questo vi chiedo solo un buon groove e un amaro del capo.

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