Club to Club 2018: un intreccio in quattro parti

Sradicate l’idea di leggere un resoconto oggettivo, esaustivo e cronologico del Club to Club 2018 da questo autore. Inizio a scriverlo mentre ho ancora soltanto otto ore di sonno accumulate in quattro giorni, e il dono dell’ubiquità parziale mi permette cose ma non ancora tutto. Ho ricordi precisi che però si intrecciano e si ricollegano in maniera tutta loro, e ogni cosa affiora come affiora, come tanti lampi di luce al buio. “Time is convoluted”, disse un personaggio immaginario di una oscura saga di videogame. Il tessuto delle varie serate era tenuto insieme dagli intermezzi di decompressione fatti suonare tra un artista e l’altro. “Second Mistake” di AYYA mi ha fatto venire la pelle d’oca, ogni volta, e mi ha fatto sentire nel posto giusto.

Filo numero 1: La maglietta di Fever Ray

Mi sono ricordato della grande assenza di Fever Ray solo nel momento in cui ho notato un tizio con la sua maglietta sgomitare nella folla in attesa del pesce grosso di questa edizione, Aphex Twin. La sua espressione era sofferente e contrariata. Mi dispiace, compare, ma sappi che spesso le esperienze migliori nei festival arrivano dalle seconde linee, e spero che tu abbia trovato modo di divertirti comunque. Esempio pratico: esattamente ventiquattro ore prima, il dj set di Jamie xx procedeva divertentissimo e caciarone come previsto, ma lì mi è stato ricordato “nell’altra sala c’è Skee Mask”. Ballare da Jamie stava diventando complicato per il sovraffollamento, e allora sì, “andiamo a vedere Skee Mask”. Skee Mask ha spaccato tutto. Un dj set di techno potentissima e techno-ambient, hip hop e dintorni, acid violenta, jungle sfrenata. Vicino al pubblico che poteva leggergli in faccia quanto si divertisse a caricare e nasconderci la cassa, illuderci con la ripartenza e nasconderla ancora, quattro, cinque, sei, sette volte, tre o quattro colpi per volta, edging prima di darci il permesso di lasciarci andare. Maledetto sadico, quanto se la rideva e quanto lo stavamo adorando per quello che ci stava facendo. Ne volevamo ancora, volevamo il bis, lui cercava di scusarsi, lusingato e forse anche un po’ imbarazzato per la manifestazione improvvisa di affetto, le sue mani parlavano chiaro. Ho avuto conferme sull’indice di gradimento del suo set da due ragazzi volontari del festival incontrati in attesa delle nostre piadine a Venaria Reale, un’ora prima dell’apertura delle porte della Reggia per la serata di chiusura. Con loro la discussione è poi ricaduta sul numero di partecipanti, su Jamie xx e poi su DJ Nigga Fox. E qui eravamo di nuovo d’accordo: tanta stima per DJ Nigga Fox, dopo la serata precedente. Perché? Perché, da nome molto meno noto e sbattuto su un palchetto di riserva, aveva dovuto assumersi il difficile compito di tenere a bada una folla che era lì tutta per Aphex Twin, riuscendoci in pieno, tra un selfie e l’altro. La sua doppia presenza mi sembrava particolarmente sospetta, e in effetti era un elemento di un elaborato complotto che ha raggiunto il proprio scopo proprio quell’ultima sera. Trascorrere così tanto tempo nei boschi, quest’anno, ha potenziato il mio fiuto. Ne riparleremo probabilmente in un altro paragrafo.

Filo numero 2: Ballad 002

Tornando indietro alla serata di apertura alle suggestive Officine Grandi Riparazioni, ero straconvinto che il festival lo avesse già vinto Call Super a mani basse, dato il dj set da panico che aveva messo su. Preso per mano da Tirzah e scaldato da Palm Wine, arrivavo al suo set carichissimo e ci ha messo ben poco a conquistarmi con la forza trascinante della sua selezione, ma quando ha tirato fuori AQXDM – Ballad 002 non ci ho visto più, in senso positivo. Ero in fissa con quel pezzo da mesi, e sentirlo proposto ad un evento del genere, con tutta la scelta che c’era, mi ha fatto sentire incredibilmente vicino a chi stava dall’altra parte del mixer.

Call Super Club to Club 2018

Due sere dopo, al Lingotto, Aphex Twin ha rimesso su la Ballad e il cerchio si è chiuso. Quella sera stavo giusto rimuginando su come il mio coinvolgimento in un concerto fosse, forse, inversamente proporzionale alla distanza e alla dimensione dal palco, e sono stato immediatamente smentito. Ci ha inglobati nello show, ci ha portati con sé, sui suoi schermi, i nostri volti deformati, glitchati, sostituiti dal suo simbolo. Eravamo tutti Richard D. James, tutti interconnessi in un grafo da crisi epilettica. E poi ha deformato i volti di noti personaggi italiani o legati all’Italia. Personalità rilevanti. Camillo Benso, conte di Cavour. Rita Levi Montalcini. Roberto Benigni. Del Piero. Lorenzo Senni. Calimero e Priscilla. Cicciolina. Il suo show è stato il delirio audiovisivo più totale. Non sto qua a raccontarvelo, sarebbe inutile, ma è stato come l’avevo sempre immaginato dal momento in cui l’avevo conosciuto, con “Come to Daddy”. Era lì sopra, il GesùCristo dell’elettronica, uno dei miei miti musicali di sempre, e quando se n’è andato, quando hanno iniziato a portar via l’imponente architettura di luci, in mezzo al padiglione si respirava un’atmosfera strana, era come se la vera serata fosse finita, come se tutto il resto da lì in poi non avrebbe potuto avere la stessa forza. Sentivo incertezza, non si sapeva chi o cosa fosse la X messa in programma per quell’ora.Kode9 Club to Club 2018 In attesa di scoprirlo, ho sentito un ragazzo dire “se è Liberato mi sparo un colpo in testa”. E avrebbe avuto ragione a farlo. Non tanto per Liberato in sé, ma un Liberato dopo Aphex Twin non avrebbe avuto il minimo senso. E dopo un po’ si presentava ‘sto Tristofante incappucciato in consolle, mettendo su “Faceshopping” di SOPHIE. Ragazze iniziavano a ballare gesticolando in una maniera che sembrava dire “non so chi sia questo, che me ne frega, senti che basso”, io ero ancora incerto sul da farsi, come se il mistero, il non sapere chi fosse mi bloccasse. Non sapevo se sentirmi già autorizzato a ballare, una sensazione inaspettata. Qualche pezzo dopo, rintronato com’ero, non ero riuscito neanche a cogliere la frase “Kode9 dj set” mentre Kode9, per l’appunto, si toglieva la divisa da Sunn O))) e continuava a produrre beat e bassi perfetti per quell’ora. Purtroppo, gli orari del suo set e di quello di Vessel non mi avrebbero permesso di seguire la pianificazione della mattinata seguente. Sono andato via poco dopo, un po’ triste per questo, ma mi ero dato quel limite dal principio e me ne ero già fatto una ragione.

Filo numero 3: A tale of two stages

Serpentwithfeet Club to Club 2018Il problema principale di un festival sono le sovrapposizioni. Esiste un teorema che dichiara come necessario un numero superiore o uguale a 2 di momenti di rosicamento. Se tra Elena Colombi e gli Iceage la scelta era stata facilissima (ovviamente a favore di Elena, essendo già stato ampiamente deluso dagli Iceage al VIVA Festival), nella terza serata sono andato un po’ nel pallone. Ho scelto di mollare l’esplosivo show di Yves Tumor perché non soddisfatto del bilanciamento dell’audio (non prima di aver sentito “Licking an Orchid” e “Honesty”, da uno dei dischi dell’anno) per portare le mie orecchie verso il finale di Bienoise e Leon Vynehall. Yves, di per sé, stava tenendo benissimo la folla da un palco ingiustificatamente grande per lui solo, che infatti preferiva arrampicarsi sulle transenne e farsi toccare. Di contro, le strumentazioni di Leon Vynehall a stento entravano sul palco, molto più piccolo e basso, del Crack stage. È stato dolorosissimo abbandonare Leon dopo tre pezzi, tra piano, synth, batteria e violoncello stava creando tessuti di grande eleganza, ma ero interessato anche a Blood Orange. E purtroppo Blood Orange non mi ha fatto né caldo né freddo; probabilmente non era il momento giusto, per me, per un concerto R&B e dintorni. Diversi pezzi dopo, mi sono ritrovato davanti alle espressioni strambe di Serpentwithfeet. Il suo minishow (un laptop, un microfono, una foto su un tavolo/altare, una giacca colorata) è stato per me più significativo del megashow di Blood Orange, che tra coriste e virtuosi vari mi sembrava troppo. Troppo tutto. Ma non era colpa di nessuno, ero io a essere confuso.

Filo numero 4: Space Song

Trovandomi a Torino per la prima volta, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di andare in giro con una 35mm per fare un po’ di pratica di street photography, catturare scorci e dettagli architetturali. A dispetto delle previsioni meteo, il tramonto prima della seconda sera di festival mostrava un cielo quasi del tutto sgombro di nubi e diviso tra un rosa zucchero filato (#FFBCD9) e un azzurro tenue, ed è stato un piacere catturare il suo riflesso sui vetri del Museo dell’Automobile. Era come se stesse preparando il terreno per l’altra esibizione più attesa di tutto il festival, quella dei Beach House.

Beach House Club to club

Tutti quei colori e quei riflessi si sono nascosti poco dopo il tramonto per poi ricomparire durante il loro live in forma di visual e luci. Una combinazione di musica e colori che aveva un che di terapeutico, catartico. Non a caso, ero riuscito ad entrare nell’ottica di 7 grazie a un tramonto spettacolare vissuto giusto qualche settimana prima attraverso i cristalli della mia auto, mentre suonavano “Dark Spring”, “Lemon Glow”, “Drunk in LA”. È stato grazie a tutto questo che mi sono ricordato che non ero lì soltanto per divertirmi in un modo che già conoscevo, ma per arricchirmi e aprirmi a qualunque tipo di bellezza che potesse capitarmi. Come quella della Reggia di Venaria, che ho visitato durante il pomeriggio, completamente rapito dai colori autunnali del suo giardino e dalla grandiosità dei suoi soffitti. La serata della Reggia è stata più tranquilla, andava capita, non tutti sono stati in grado di apprezzare i ritmi meno scatenati dei live di Primitive Art e di Mana, che per me è stato perfetto per quella sera: meditativo, personale, intimo. Tanto che, sul volgere al termine della sua esibizione, ho deciso di concludere il tutto in maniera insolita.Club to Club 2018 Reggia di Venaria Non ero interessato a rivedere DJ Nigga Fox, non mi andava di fare file per uscire, godevo del tremore delle vetrate della galleria principale della Reggia sotto i colpi dei bassi e dei pensieri che avevo in testa in quel momento. Ho iniziato ad arretrare piano, dalla terza fila fino al fondo della galleria. Ho rivolto lo sguardo, un’ultima volta, ai giochi di luce sul soffitto riccamente decorato. Ho ripensato al tassista che, quella mattina, dopo aver discettato con me degli eccitanti boccoli della Laura di Petrarca, dell’origine dei tramezzini, delle bobine di Tesla e della produzione del Vermut, mi aveva salutato con questa frase: “è stato un piacere, ora ti lascio in mezzo a tutto questo Barocco”. Ho scattato e inviato un’ultima foto prima di dirigermi verso il mio terzo alloggio temporaneo in quattro giorni. Ci ho messo pochissimo a rientrare e infilare ciascuna delle tre chiavi nella propria serratura. Ero vicinissimo e aveva piovuto.

Note a margine: non pervenuti Iceage grazie a Dio, Obongjayar e David August (cannibalizzati dai Beach House) e Silvia Kastel (da Aphex Twin), Peggy Gou e Vessel (ahimè), Equiknoxx (di nuovo, sarà destino), Avalon Emerson, Josey Rebelle, Courtesy e i giappi di Porta Palazzo perché incompatibili con la mia vena esplorativa. Un grazie a chi ho incontrato, conosciuto, ritrovato, a chi manco si ricorda, a chi ha ballato con me.

foto di Pierluigi Ruffolo, carta fake di Magic di @technothegathering

Webmaster, blogger, ghostwriter, mutaforma. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l’acqua. Com’è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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