Classifica dei migliori film del 2016

La classifica di fine anno anche detta “La Nicola Gabbio 2016”

Prima o poi mi deciderò a scrivere il già famoso saggio “Nicholas Cage come metafora del capitalismo hollywoodiano” i cui temi principali saranno: 1) Come il blockbuster americano e la serialità abbiano contaminato l’immaginario cinematografico sino a renderlo auto-replicante. 2) La vacuità selettiva nella gnoseologia dei grandi siti generalisti (come imdb, metacritic e\o rotten tomatoes). 3) Come il progressismo hollywoodiano sia in realtà un protezionismo mascherato. 4) Nicholas Cage come epifenomeno del Capolavoro nella settima arte. 5) Come l’hip hop sia il perfetto compendio musicale per un film sul disagio giovanile e la Droga. 6) Di come sia contemporaneamente impensabile e normale (trattandosi di americani) che The Donald sia presidente. 

non nascondendo quanto sia difficile stabilire quali film siano strettamente del 2016. Il mio metodo, come sempre, è spannometrico.

Sigla

American Honey di Andrea Arnold
Gli inglesi usano la parola “marginal” per identificare quelle persone che per problemi di dipendenza o altro non riescono a inserirsi comodamente in società, qualunque cosa significhi. Per fare un esempio i marginali sono quei giovani che vi fermano fuori dal centro commerciale all’alt di un badge di riconoscimento per chiedervi euro per la loro associazione contro la tossicodipendenza\i radicali liberi\la chiesa pentecostale anabattista. American Honey si sforza di farci comprendere che anche i marginali ci hanno le emozioni

Krisha di Trey Edward Shults
Non solo i giovani stanno in grosse crisi. Pure Krisha – una giovane di ieri – non se la passa bene e il preparare un tacchino ripieno di sei quintali per il giorno del Ringraziamento in famiglia non l’aiuta a reffarsi. Non so, ma guardando questo bell’esordio ho avuto la sensazione che la protagonista fosse più in para della Clinton.

The Wailing di Hong-jin Na
Una volta superato lo scoglio di capire chi siano i personaggi (problema comune a tutte le pellicole del far east), The Wailing si rivela come il crossover definitivo, almeno per quanto riguarda la Corea del Sud. Il regista Na (detto dagli amici Sodio) mescola tanti temi dell’horror moderno e non (malattie, deformazioni, possessioni e rituali) in un thriller ad orologeria dove piove sempre sul bagnato. 

 

Anthropoid di Sean Ellis
Per i millennials potrebbe rivelarsi uno shock, ma nemmeno troppo tempo fa la Cecoslovacchia era uno stato unico e Rosicky con Hamsik avrebbero potuto alzare una coppa insieme. Anthropoid racconta tuttavia la storia di come fosse bello e giusto ammazzare nazisti durante la guerra ma non fosse un’idea, comunque, raccomandabile. Tratto da una storia pesa

Toni Erdmann di Maren Ade
Tutti noi abbiamo uno zio come herr Erdmann a cui piace mettersi i baffi finti e possiede uno di quei cuscini che simulano il rumore delle flatulenze (credo siano fuori commercio perché cancerogeni come le Crystal Ball). Anche quello zio strampalato ha qualcosa da insegnarci, ovvero che la vita va presa un po’ più alla leggera, soprattutto se vi rendete conto che non ne vale la pena. 

Captain Fantastic di Matt Ross
L’essere un hippy non è solo una questione di THC, ma può diventare una scelta idealistica. Eppure innanzi al lutto anche un hippy può scoprire di avere un cuore neo-liberista. Peccato, perché per tre quarti di pellicola questo Capitano era veramente Fantastic, per poi piegarsi alle esigenze di Hollywood e dintorni. 

Hunt for the Wilderpeople di Taika Waititi
La Nuova Zelandia sforna un film comico su un ragazzo obeso senza famiglia che si perde, insieme al genitore adottivo, nella wilderness per scelta. Una buona scusa per qualche ripresa delle verdi valli incontaminate dal drone. Un po’ penalizzato dalla scelta di montaggio da videoclip, che non sempre paga i dividendi, rimane una delle più riuscite commedie dell’anno.

Nocturnal Animals di Tom Ford
La trama del nuovo di Tom Ford potrebbe essere quella che leggete un po’ ovunque oppure: Amy Adams travestita da Nicole Kidman è una bitch talmente patentata che Jake Gyllenhaal decide di fargliela pagare in un modo un po’ arzigogolato. Uno dei migliori noir dell’anno.

The Handmaiden di Chan-wook Park
Le similitudini tra Chan-wook Park e Kazuyoshi Miura potrebbero apparire pretestuose ma non per questo meno significative: innanzitutto la somiglianza fisica, poi la vicinanza anagrafica e il fatto che il primo continui a dirigere grandi film e il secondo a deliziare le platee degli stadi di calcio giapponesi con i suoi gol, a 50 anni. I parallelismi, purtroppo, finiscono qui a meno che Miura non sia fan delle perle di Park o viceversa. The Handmaiden (Ah-Ga-Ssi in coreano, come l’ex tennista in inglese) è l’incubo di ogni fallocentrico e l’antitesi artistica di ogni deriva proto-pornografica del capitalismo. 

Arrival di Denis Villeneuve
Denis Villeneuve è un animale raro: dirige film tutto sommato mainstream, mantenendo una k di lirismo e personalità non comune. Il pretesto sci-fi assume ben presto i contorni di un film sul comunicare tout court: una linguista e un fisico teorico vengono ingaggiati per chiedere agli alieni (parcheggiati in un camping per roulotte in Minnesota) quanto si fermano e che intenzioni hanno. I suddetti alieni (o forse abitanti del Minnesota) scrivono con le macchie di caffè e per due ore nessuno ci capisce niente. Poi Amy Adams si prende bene e fa quello che ogni Jodie Foster dovrebbe fare. 

L’Avenir di Mia Hansen Løve
Poteva mancare il freddo polpettone francese all’appello? Noi di DYR pensiamo di no ed è per questo che tra tutti i drammoni transalpini ho scelto quello che, se non altro, dura meno. Una prof di filosofia di mezza età viene scaricata dal marito per una più giovane. Nel frattempo a lei muore anche la madre e il suo gatto soffre di una obesità fuori dal comune. Tutto qui? Grossomodo, ma dicono che il film sia bello perché Isabelle Huppert soffre con dignità. 

The Commune di Thomas Vinterberg
La trama, praticamente, è quella del film di prima (solo con protagonisti che fingono di non essere borghesi) ma con i sentimenti stavolta. Perché non siamo tutti gelidi francesi apatici che piangono in silenzio. E se ce lo dice un danese apatico dobbiamo credergli. 

I, Daniel Blake di Ken Loach
Ken Loach non è Andrey Zvyagintsev e la Gran Bretagna non è la Russia. Tuttavia sono presenti punti di contatto tra Leviathan e questo Daniel Blake, soprattutto nella forza della denuncia sociale sottesa. Loach è un regista più di cuore e la desolazione appare nella emaciata quotidianità, quando per il russo tutto quanto è deserto e morte. I, Daniel Blake si sforza di mantenere anche un certo british humour di fondo, quando da ridere non rimane nulla.

Under the Shadow di Babak Anvari
Ma che ci fa un horror in Iran? Metafore grosse così. Ma anche qualora non siate esperti di storia e politica mediorientale potrete gustarvi l’atmosfera peciosa di questa pellicola sovrannaturale dove gli stereotipi di genere vengono utilizzati per stilizzare processi che in Iran non sono del tutto liberi. Il tutto senza essere risultare una palla al c….? Si. 

Christine di Antonio Campos
Mentre in America una reporter nevrotica e maniaco-depressa si spara in diretta perché sa dove trovare una pistola, qui in Italia al massimo succede così. Il film è una biopic molto ben interpretata ma lascia un retrogusto ambiguo perché per quanto le divergenze redazionali abbiano inficiato sulla salute della protagonista, dall’opera emerge soprattutto uno squilibrio personale.

 

Menzioni Meritevoli:
Everybody Wants Some!! 
Don’t Think Twice
Hell or High Water
Manchester by the Sea
10 Cloverfield Lane
It’s Only the End of the World
Hello my Name is Doris
Tallulah
The Innocents
Rams

Arrivederci al prossimo anno con il premio Nicola Gabbia.

 

Laureato in filosofia con una tesi sull'Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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