Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Giunta al sesto disco in sette anni, possiamo ormai affermare che Chelsea Wolfe sia un’artista dal bioritmo compositivo impeccabile. Escludendo dalla conta il suo disco zero – considerato da lei, soprattutto per eccesso di severità, una falsa partenza – Hiss Spun è l’ultima creazione di un percorso artistico armonioso nel quale ogni disco rappresenta un passo avanti e allo stesso tempo un’evoluzione del capitolo precedente.

Il tempo l’ha vista prendere confidenza dei suoi mezzi e del suo personaggio, liberarsi da stereotipi e imposizioni, sperimentare sul suono e sulle intenzioni senza mai rimanere veramente imbrigliata dentro una gabbia di genere. Dal mood lo-fi del primo disco, agli echi dark folk spogliati di ogni fronzolo del suo disco acustico, alla virata verso sonorità doom e metal di Pain Is Beauty prima e poi ancora più a fondo con Abyss. Una danza affascinante davanti alla quale è difficile restare impassibili.

Galeotto fu il tour in apertura ai Queens of the Stone Age, durante il quale la cantautrice ha rafforzato la voglia di spingere le dita giù nell’abisso nero e di perseverare nell’ inasprimento del suono in direzione heavy metal. Non a caso tra gli ospiti del disco troviamo proprio il chitarrista dei QOTSA, Troy Van Leeuwen. Al suo fianco anche il fedele braccio destro Ben Chrisholm e il chitarrista dei Converge Kurt Ballou. L’album si stacca dalla scia del precedente lavoro, portando con sè l’approccio doom e le atmosfere pesanti, deformandole però alla luce di nuovi orizzonti.

Hiss Spun è un disco brutalmente onesto che presenta una serie di canzoni molto più dirette rispetto al passato, più personali. Contrariamente a quel che potrebbero suggerire le sue atmosfere notturne, è stato scritto prevalentemente la mattina presto, sotto consiglio dell’amico Steve Von Till (Neurosis).

Chelsea spinge la voce nel modo più estremo di sempre, lavora in maniera ricercata sul suono delle chitarre perché “sembrino motori di motociclette” (esemplificativa la traccia di apertura “Vex”, featuring Aaron Turner di ISIS, Sumac, Old Man Gloom) e sporca a dovere i suoni perchè non risultino mai troppo puliti. Interessante e nuovo anche l’utilizzo di suoni registrati e trasformati in elementi musicali: in “Particle Flux” è presente, ad esempio, un sample del rumore delle dita che si muovono sopra un libro di Walt Whitman.

Molti brani sono dominati da riff di chitarra trascinati e ripetuti ossessivamente, loop che fanno da fondamenta a molti dei brani più incisivi della discografia della cantautrice californiana in generale. La tensione e la durezza sono comunque sempre accompagnate da un senso della melodia eccellente, particolare che rende unico e difficilmente incasellabile, come detto in principio, il sound dell’artista.

Chelsea Wolfe ha in più occasioni definito questo lavoro una sorta di esorcismo, che si compie e si conclude proprio con il canto tirato dell’ultima traccia “Scrape”. L’impressione finale che lascia è quella di una porta aperta, di un lavoro di transizione. Sarà davvero così? Difficile fare pronostici con la nostra dark lady preferita: come sempre, fidiamoci del suo istinto.

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