Chelsea Wolfe – Birth of Violence

Chelsea Wolfe – Birth of Violence

A quasi 10 anni da The Grime and The Glow, Chelsea Wolfe non ha mai rallentato il ritmo compositivo. Ancora una volta, davanti a questo album, ci si stupisce del modo in cui abbia saputo coltivare e far fiorire il suo giardino artistico, continuando a riflettere, sperimentare ed evolvere rimanendo sempre fortemente riconoscibile e personale e costruendosi un’identità artistica forte come poche.

Birth of Violence sembra rappresentare una risalita, la quiete dopo una lunga tempesta o una lunga discesa nell’oscuro, iniziata con Pain Is Beauty e proseguita in modo massiccio con gli ultimi Abyss e Hiss Spun. Si torna su in superficie quindi, un po’ accecati nel rivedere la luce, in un posto dove i pensieri inconsci si mischiano con le riflessioni su fatti reali e gli effetti del cammino effettuato in precedenza rimangono in echi dark e sinistri. In questo mondo evanescente, la voce di Chelsea Wolfe è la guida, l’appiglio cristallino su cui fare riferimento. Sembra quasi di vederla, con la sua chitarra acustica a tracolla, vestita di nero su una strada solitaria, come nel video di “Deranged for Rock & Roll”. Via gli orpelli gotici, a questo giro c’è maggiore semplicità.

Il disco in parte riavvolge il nastro tornando a sonorità più vicine a quelle degli esordi, potenziate però dal raggiungimento di una maturità compositiva, vocale e armonica ben evidente. Si abbandona per un momento la deriva pesante degli ultimi lavori e si privilegia un approccio acustico. A questo giro i chitarroni pesanti e le distorsioni potenti sono messi in stand by.

Tra i temi che guidano questo Birth of Violence, troviamo primi fra tutti il divino femminile e la spiritualità. Chelsea parla di un risveglio in sé di un’energia femminile che la porta a connettersi direttamente con la natura intesa come madre. Da qui scaturisce una posizione forte contro l’usurpazione del pianeta da un lato e contro il patriarcato dall’altro.
C’è poi tanta America e una inedita riflessione sociale, che tocca il tema delle sparatorie di massa, della brutalità umana e l’ossessione per la violenza. La cantautrice californiana scrive il suo lavoro più stelle e strisce di sempre, accompagnata spiritualmente dall’esempio guida di Stevie Nicks.

Come in tutti i dischi passati, il primo colpo grosso lo spara già in apertura. “The Mother Road” ci catapulta subito nell’atmosfera del disco, con il suo affascinante crescendo, quasi cinematografico, che si sviluppa da un inizio chitarra e voce in finale stratificato dal piglio orchestrale.

“American Darkness” è un brano che spicca per il contrasto tra la melodia fluttuante e ariosa e le parole del testo, pesanti eppure altamente poetiche, che compongono un messaggio che sembra scritto e affidato ad una lettera.

Nella titletrack “Birth of Violence” il canto puro e appassionato di Chelsea Wolfe e la melodia della chitarra acustica vengono resi inquietanti ed ossessivi da un substrato ritmico cavernoso e oscuro, che richiama il rumore delle bombe e della battaglia.

“Deranged for Rock&Roll” è il pezzo più ruvido di tutto il disco nel quale possiamo apprezzare la duttilità vocale di Chelsea che passa in maniera sublime dal falsetto ai registri bassi esprimendo tutto il carattere vellutato e affascinante del suo timbro. Una ballata americana in salsa Wolfe.

A proposito del testo di “Be All Things” la cantante ha rivelato: il testo racconta dell’essere al mondo come donna, riconciliando la tenerezza e la forza, bilanciando la guerriera e la dea, volendo essere tutto e niente allo stesso tempo. Molto elegante e delicato a livello compositivo, in questo brano voce e chitarra si appoggiano su un morbido manto tessuto dalle linee degli archi per un risultato altamente suggestivo.

“Erde” è un canto alla Terra sviluppato su una melodia scura e inquieta sovrastata da un modo di cantare sciamanico. Proprio come in un rito sciamanico l’atmosfera si fa sempre più incalzante e vorticosa con il progredire del brano fino alla risoluzione finale.

Si rallenta con le ballad “When Anger turns to honey” e “Dirt Universe” per arrivare poi alla toccante “Little Grave”, una nenia che dà voce a una piccola vittima di una sparatoria in una scuola americana. “Preface to a Dream Play” è l’unico brano ad avere il piano a guidare la melodia invece della chitarra ed è la composizione dai toni più freddi e spettrali. È poi “Highway” a riallineare il mood e a indirizzarci verso la conclusione del disco che termina con il rumore di un temporale. Catarsi? Battesimo? Ancora una volta Chelsea Wolfe è pronta ad andare oltre e noi a seguirla, ormai ciecamente, ovunque ci vorrà portare.

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