Ho cambiato idea sulle reunion

Ho cambiato idea sulle reunion. Anzi no.

La prima ondata del fenomeno c’è stata in seguito alla prima era Napster, ovvero a cavallo tra i Novanta e i Duemila, non appena le 4 major americane hanno visto decrescere in modo poi rivelatosi irreversibile le vendite dei CD. La conseguente spalmatura del mercato con la parallela crescita di popolarità di tante mini-scene autenticamente indie ha portato i manager di AOL  Warner, BMG, Sony eVivendi Universal alla soluzione più facile possibile: “chiediamo alle band che hanno venduto bene fino a qualche anno fa blur_01_1554570adi tornare sulla piazza, facciamole conoscere alla nuova generazione, vediamo di ripubblicare raccolte e catalogo in edizione deluxe, e inseriamole nei cartelloni dei maggiori festival estivi che noi stessi sponsorizziamo”. Quindi gente che non si poteva più vedere per ruggini dovute alle royalties o a chissà quale vicenda personale (perché se si erano sciolti, un motivo valido sicuramente ci doveva essere stato) si è trovata a fare finta di volersi di nuovo bene, perché rimettere a posto il conto in banca nel frattempo è diventato tutto meno che contingente. Pensate ai Jane’s Addiction, che se le sono dette di tutti i colori per anni, e che nonostante tutto hanno provato più di una volta a fare pace, in nome di una ragione superiore, ovvero le offerte di chi li voleva on stage a riprodurre gli incendiari spettacoli che facevano prima di sciogliersi nel tour di Ritual de lo Habitual. Pensate ai Faith No More, altri che non si sono mai potuti sopportare perfino quando stavano insieme, e che ora che sono tutti in sovrappeso, con alopecia galoppante e senza la follia ridicola di un tempo, stanno uscendo con un nuovo disco, a 17 anni dall’ultimo (per altro, il singolo non è malvagissimo dai).

Un tempo questo comportamento mi dava fastidio. Non trovavo etico che si riunissero solo per fare un tour celebrativo per ritardatari, nostalgici e nuova generazione, visto che comunque la magia non poteva essere quella dei bei tempi e tenuto conto che per me l’aspetto live è stato sempre secondario rispetto alla vera sede dell’artista, ovvero lo studio di registrazione. Conta quello che lasci ai posteri, quello che incidi, non quello che riproponi più o meno sempre uguale dal vivo, anno dopo anno. Sono pochissimi i gruppi che sono più noti per le performance live registrate su nastro che per quanto fatto in studio. E spesso sono dinosauri di un’epoca del rock in cui si celebravano concertoni-evento che oggi non farebbero né caldo né freddo ai più.

I Pixies sono stati i primi a farmi arrabbiare, quando tornarono insieme preannunciando “non abbiamo intenzione di  pubblicare niente di nuovo, siamo qui per il vecchio materiale al nuovo pubblico”. Oggi, alla luce del debolissimo album che hanno deciso di pubblicare senza Kim Deal, quanto vorrei che Pixies 2013-2014avessero mantenuto la parola. D’altronde quanti sono riusciti a non sputtanare il vecchio catalogo? Senza andare ripescare personaggi di altre ere geologiche del rock che oggi fanno più tenerezza che altro, e lasciando come eccezione che conferma la regola il solito David Bowie che dopo anni di silenzio ci ha lasciati con due album della stramadonna, trovatemi un gruppo rimasto inattivo per almeno 10 anni che ha pubblicato un album al livello di quelli dei vecchi tempi. Non mi citate i My Bloody Valentine perché 1. non vale 2. loro effettivamente non si sono mai sciolti……

I Godspeed You! Black Emperor forse? OK dai, accettati. Poi? Part Two: The Endless Not dei Throbbing Gristle è fenomenale? D’accordo, ma ecco, sono già due nomi che non fanno esattamente pop. Niente dai, non ce ne sono. Qualcuno semmai va ringraziato per non aver messo in giro musica di cui vergognarsi, roba che ti fa passare la voglia di ascoltare quanto adorasti all’epoca, e potrebbe essere il caso del dignitoso ritorno dei Soundgarden o di quello dei Suede (seppure entrambi con la loro seconda formazione). C’è anche chi ha sondato il terreno con un paio di singoli salvo poi rendersi conto che tutto quest’entusiasmo del pubblico in fondo non c’era, o che forse anche se c’era, la voglia di stare di nuovo insieme per intere settimane e mesi non era così tanta (penso ai Pulp, per dire). Sappiamo che ci tocca prima o poi la reunion degli Oasis, purtroppo, mentre chi non poteva stare con le mani in mano vedendo gli outcome superare gli income (parlo di $) ha ben presto smentito se stesso: Reznor c’ha messo poco a rimettere su il baraccone NIN, e Corgan, dopo il naufragio dei progetti solisti e degli Zwan, ha presto capito che per continuare a incassare cifre ragguardevoli avrebbe dovuto fare piazza pulita e mettersi a fianco dei comprimari dalla parcella bassa per suonare le sue canzoni degli anni Novanta, perché tanto quelle la gente vuole sentire.

Insomma, forse l’approccio giusto è stato quello dei Pavement: “facciamo un tour, suoniamo i pezzi che vi va di ascoltare. Se volete veniteci a vedere, sennò pazienza, tanto ognuno di noi ha i suoi progetti (di vita) ormai”. Senza stare a promettere chissà cosa. Sì, si tratta di rimpinguamento del conto corrente, american_football_imagema che dovrebbero fare, dopo che per almeno 10 anni hanno fatto solo quello? Mica tutti campano di diritti d’autore come il protagonista di About a Boy di Nick Hornby, mica tutti hanno potuto avviare un’attività di successo con quanto guadagnato suonando in giro per il mondo quando avevano venti/trent’anni. Ecco, sicuramente hanno avuto la fortuna di viaggiare e di fare una vita privilegiata, e di lasciare una traccia, ma poi la storia continua, e quante band stratosferiche che non hanno avuto successo (ultimi riuniti i Mineral e gli American Football, per dirne due) ormai non campano più di quanto prodotto all’epoca? Servono dei tour per l’autofinanziamento dei progetti di vita, serve qualcuno che creda valga la pena curare una riedizione, qualcuno che ti metta nel cartellone del festivalone a suonare per intero il tuo album di maggior successo, anche se hai voglia di suonare tutt’altro, serve che la vecchia casa discografica non ti faccia problemi, serve che tutti siano d’accordo e in salute per rimettersi in pista. Un tempo magari si sfondavano, oggi sono padri e madri di famiglia. In fondo cosa fanno di male? Basta prenderli per quel che sono. Sono revivalismi per noi, è ossigeno per la vita privata per loro. Insomma, finché non rovinano tutto con dischi orrendi e trovate idiote, a me va bene la reunion di tutti. Tanto o presto o tardi, nel rock, campiamo tutti di ricordi. Guardate quanto sono ancora belli gli Slowdive per esempio…

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi