Brexit Music (dalla crisi del rock)

Dopo tanti anni di stallo, qualcosa si muove nel mondo del rock, ed ancora una volta bisogna ringraziare l’Inghilterra.

La voglia di riprendere le chitarre in mano in terra d’Albione risale in realtà al 2013, con l’esordio di King Krule che ha influenzato due diverse categorie di musicisti: quelli di stampo hypnagogic pop/sophisti pop, come Puma Blue, Yellow Days, Cosmo Pyke o gli sfortunati Her’s (morti qualche mese fa in un incidente stradale); e quelli che stanno portando a questa interessante rinascita post punk, contaminandolo con qualsiasi genere possibile. 

Un anno di svolta è stato sicuramente il 2017, con l’esordio degli IDLES e “The Ooz”, definitiva affermazione del genio di King Krule con 19 brani che spaziano con abilità e maestria tra ruvidezze post punk, strutture jazz, influenze trip hop e beat di stampo abstract hip hop. All’epoca sembrava abbastanza prematuro parlare di una nuova via inglese al post punk, perché di quell’anno ricordiamo anche due band americane che provavano a inventarsi qualcosa di nuovo e urgente: Protomartyr ed Algiers. Nel caso di questi ultimi, però, è giusto ricordare che parte del loro The Underside of Power (davvero originale con la sua marcata influenza black) è stato registrato in Inghilterra, ed inglese era il produttore, vale a dire Adrian Utley dei Portishead.

 
Nel 2018, l’ulteriore conferma della ritrovata centralità inglese per le sorti della musica rock è stata data da altri due pesi massimi: Songs of Praise degli Shame, irresistibile contenitore di singoli con un’arroganza ed un gusto della melodia tipicamente british, e Joy As an Act of Resistance degli IDLES, che perfezionava il discorso del full-lenght precedente con una carrellata di pezzi post punk perfetti costantemente attraversati da vibrazioni hardcore. 

Questo é stato l’anno dei black midi, capaci di salire agli onori delle cronache con la loro miscela totale, e di altre due band potenzialmente molto interessanti sempre nel giro della Speedy Wunderground. Si tratta degli Squid, che hanno inciso un EP veramente figo (Town Centre) pieno di influenze disparatissime, e dei Black Country, New Road che hanno invece sfornato due lunghi singoli dall’incedere slintiano.
Come se non bastasse, anche in Irlanda negli ultimi anni sta succedendo qualcosa di simile. Lì è partito tutto dall’esordio dei Girl Band, targato 2015, e loro stessi hanno chiuso il cerchio quest’anno con un monolite rumorosissimo, assolutamente uno dei dischi rock dell’anno per chi scrive. È giusto ricordare anche il discreto successo raggiunto dai Fontaines D.C., sempre sulle stesse coordinate.
Ce n’è abbastanza per parlare di una vera e propria scena. E la cosa bella è che queste band partono tutte dal post punk per approdare a qualcosa di assolutamente personale: gli Shame sono quelli più melodici, gli IDLES i più violenti, i black midi hanno un piglio molto progressivo, e così via.
La speranza, insomma, è che nel prossimo decennio rivedremo finalmente vedere una rinascita della guitar music, specialmente se queste band (tutte molto giovani) manterranno le attese.
O forse sto sognando troppo, perché in fondo l’impressione che si ha del rock in questo momento é quella di un malato terminale.
Ma la Gran Bretagna, evidentemente, ha deciso che non è ancora arrivato il momento di staccargli la spina. 

 

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