Bon Iver – 22, A MILLION

Bon Iver – 22, A MILLION

Quando uscì For Emma, Forever Ago avevo quattordici anni. Lo scoprii qualche anno dopo, e un po’ come tutti ne rimasi folgorato. Non era un’ipotetica grande novità ad avermi colpito, per quanto fosse a modo suo un lavoro sperimentale; ma quel falsetto, che ancora oggi è immediatamente riconoscibile, era più di una semplice impostazione vocale, sembrava che quel modo di cantare andando ben al di sopra del proprio range fosse, già allora, un tentativo di uscire da sé; un suono e una ricerca atemporali. Poi certamente: i suoni caserecci, i testi così particolari, insomma era un po’ tutto quello che un ragazzino di diciassette anni fissato con la vita di Christopher McCandless potesse cercare nella musica.

Dopo quel disco per Justin Vernon vennero i tour, le collaborazioni con Kanye West, il primo disco con i Volcano Choir, e dopo tre anni eccolo di nuovo assieme alla sua creatura più preziosa: Bon Iver, Bon Iver non era la più scontata delle evoluzioni che l’omonimo progetto potesse compiere, ma sicuramente la più naturale. Un disco indie rock/baroque pop, con un lavoro decisamente più ricercato in fase di missaggio, ricco di strumenti e ancora profondamente legato ai luoghi, alla natura, al senso del viaggio.

La ricerca di sé è una costante di questa band, ed è forse il nesso principale tra 22, A MILLION e i lavori precedenti. Basti pensare alla genesi di quest’ultimo lavoro: dopo l’enorme successo, come spesso capita, arrivano la depressione, le ansie, gli attacchi di panico, il senso di impotenza di fronte alle aspettative. Justin Vernon ne parla apertamente, senza vittimismo o segni di autocommiserazione, si è preso il suo tempo e dopo cinque anni ci ha consegnato un lavoro che è sia il racconto di quei momenti che il risultato del loro superamento.

These will just be places to me now” canta in “33 GOD”, quasi a voler dichiarare la differenza tra ciò che è oggi e ciò che era prima. Prima era Lisbona, era Perth, era il Wisconsin, il legame con i luoghi oltre che essere palese veniva volutamente esaltato. Ora invece sono solo posti, sostituiti da tutta una serie di dicotomie: il noto e l’ignoto, il materiale e l’immateriale, l’umano e il trascendente. L’intero LP è ricco di numeri e riferimenti biblici: il titolo del disco viene ripreso nella traccia iniziale, “22 (OVER S∞∞N)”, e in quella conslusiva, “00000 Million”, come ad indicare un cerchio che si chiude, ma che in quanto tale non ha né inizio né fine, un non luogo atemporale. 

Prima traccia, “It might be over soon”. Il realizzare che tutto, presto, potrebbe finire, sia che si tratti del combattimento sia che si tratti della gloria conseguita. La consapevolezza quindi, di sè, di ciò che si é e di ciò che si fa; certamente la paura, ma soprattutto la coscienza e l’accetazione (“where you gonna look for confirmation? / and if it’s ever gonna happen / so as I’m standing at the station / it might be over soon”). Al minuto 2:46 il sample si ripete e segue il silenzio. Il pezzo sembra essersi concluso, ma dopo qualche secondo ecco gli archi: tutto potrebbe finire, ma non ora, non ancora.

Se di primo acchito può sembrare che 22, A MILLION suoni un po’ troppo artificiale rispetto al tipo di musica cui i Bon Iver ci avevano abituati, ecco, come spesso accade i primi ascolti sono ingannevoli. Per quanto le liriche siano volutamente di difficile interpretazione e per quanto lo stesso Justin Vernon abbia affermato di voler lasciare a noi ascoltatori la possibilità di leggerci un po’ quello che vogliamo, la sostanza rimane e il risultato è lampante. Il contesto non è certamente quello dell’album d’esordio, eppure, a conti fatti, questo pare essere il lavoro più completo del gruppo. C’è la sperimentazione, con l’uso del Messina (creato dall’ingegnere del suono Chris Messina e che permette di armonizzare sia la voce che gli strumenti) e del Prismizer (che costruisce melodie corali intorno ad una sola voce); così come ancora è presente, quasi in versione 2.0, il folk delle origini (vedi per esempio 29 “#Strafford APTS”, il cui ultimo minuto si impone come uno dei picchi di maggior bellezza di tutta l’opera). Come sempre la melodia rimane centrale, tutto è in funzione di essa.

Prendiamo per esempio “____45_____” (“The ’45’ song with Lewis, that’s my favorite”), un pezzo di quasi tre minuti durante i quali Vernon duetta con il sax di Mike Lewis. Il dialogo tra voce e strumento si ripete come un mantra (“I’ve been caught in fire”), poi verso metà traccia la melodia si apre, ecco una diversa sequenza di accordi, “I stayed down the other night” aggiunge Justin, seconde e terze voci si sovrappongono, “Without knowing what the truth is” conclude.

715 – CRΣΣKS, registrata interamente con l’uso del Messina, é forse la canzone più dura che il Nostro abbia mai scritto: “And I see you / God damn turn around, you’re my A-Team!” dice sul finale, e non sappiamo se si stia riferendo a una donna o a un dio, ma personalmente non ho potuto fare a meno di pensare al versetto biblico che recita “Ti ho nascosto per un poco il mio volto” (Isaia 54,8).

“10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄” è invece la meno accessibile dell’intero repertorio Bon Iver: un beat distorto, tanto quasi da infastidire, che sembra coprire tutto, ma anche in questo caso la melodia viene fuori, le percussioni si interrompono, il basso rompe il silenzio, “FUCKIFIED” canta Vernon. Sappiate che gli auricolari non bastano e nemmeno l’autoradio vecchia di dieci anni, per questa roba serve un buon impianto e i volumi alti. Poi ognuno faccia quello che preferisce, ma è in queste cose che sta la differenza tra ascoltare musica e farne esperienza.

Ma in tutto questo qual’è il vero grande talento di Justin Vernon, quello sul quale il tutto può essere costruito senza venire giù? Saper scrivere canzoni, canzoni belle, canzoni che rimangono. “8 (circle)” è una di queste. È quella che ascolterete in macchina con i finestrini abbassati dopo una giornata trascorsa in ufficio oppure tra corsi universitari e studio in biblioteca. È quella che al primo ascolto vi piacerà più di tutte e che non mancherà mai nella scaletta dei live. Insomma, è una bellissima canzone, niente di meno e forse molto di più.

Una mia cara amica recentemente innamoratasi dei Bon Iver mi ha scritto a proposito di questo album: “Tutte le tracce mi accompagnano attraverso molteplici emozioni, diverse e a volte contrastanti, ma sembra che accada con naturalezza, quasi costituissero un percorso”. “Well, it hurts me, it hurts me, it hurts, I’ll let it in” è il verso conclusivo dell’opera, che sembra abbracciare l’esistenza tutta, e quindi anche la sofferenza, ciò che ci ferisce “come fossimo agnelli”. Forse Justin Vernon ha fatto proprio questo: ha accettato. E il risultato che ha voluto condividere con noi è il capolavoro che è 22, A MILLION. Ringraziare è il minimo. Buon ascolto, buon percorso, buona vita.

Studente universitario di Lettere. Amo la musica di Lucio Battisti e i film di Terrence Malick. A 14 anni volevo cantare come Phil Anselmo, oggi preferisco ascoltare Frank Ocean. Sono un odioso e irrazionale fan di Kanye West. La vita è bellissima a patto che Justin Vernon continui a fare dischi. Dio mi ama e sto cercando di capire come posso ricambiare.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi