Blood from the Soul – DSM-5

Blood from the Soul – DSM-5

Coi tempi che corrono, un concept album apocalittico di matrice industrial e post-hardcore è davvero il minimo che ci si potesse capitare. Quello che abbiamo di fronte si intitola DSM-5 e lo pubblica il supergruppo Blood from the Soul, capitanato da Shane Embury – membro storico dei Napalm Death – e dal vocalist dei Converge Jacob Bannon, autore ovviamente anche dell’artwork che accompagna l’uscita. Il batterista belga Dirk Verbeuren (Soilwork, Megadeth) e l’ex bassista degli svedesi Nasum Jesper Liveröd completano la formazione, che rinasce con questa nuova line up da quel To Spite the Gland That Breeds (Earache, 1993) che resta disco cult da considerare sempre quando si raccontano storie di industrial metal anni Novanta.

Il titolo fa riferimento a The Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, e racconta di un genere umano prossimo alla fine dei suoi giorni, i cui ultimi superstiti cercano rifugio in un’arca della speranza pronta a salpare verso l’ignoto. Fuggire dal pianeta Terra, in cui indefiniti esseri senzienti hanno preso il sopravvento, è l’ultima possibilità per la specie. 

La storia è distopica e sci-fi il giusto, ed è ben resa dalla musica, in cui sembra davvero di partire per un viaggio apocalittico, a bordo con una moltitudine di disperati in cerca di redenzione, salvezza, ritorno a un’umanità mai realmente vissuta. Oltre all’assalto hardcore dei Converge, sono i ritmi marziali dei Godflesh, il grindcore delle periferie di Birmingham (Scorn, Napalm Death) e l’industrial made in Nottingham dei Pitchshifter i punti di riferimento dei nuovi Blood from the Soul. Roba che quindi potrebbe risvegliare chi ha vissuto quella stagione nichilistica e devastata della musica heavy, o che potrebbe portare ad approfondire questo versante dell’industrial chi finora ha pensato che questo si risolvesse coi Nine Inch Nails o al massimo coi Ministry. 

Parlando del funesto anno in corso, con DSM-5 i Blood from the Soul rispondono semmai all’esordio degli Human Impact (avvenuto su Ipecac), andando a calpestare territori più canonicamente metal (la batteria di Verbeuren fa la differenza in questo senso) e come si diceva al principio, proponendo una vicenda science-fiction che sembra perfetta per i tempi che corrono. Chi vivrà, saprà se ci sarà un seguito. 

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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