Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

Se a fronte di svariate revisioni abbiamo sempre tenuto un posticino per il loro omonimo del 2001 nella nostra Top 100 dello scorso decennio, è perché quel disco ha continuato a convincerci nel tempo. All’epoca potevano essere scambiati come moda del momento, assieme ad altre band come Strokes o Vines che oltre ai rispettivi album d’esordio non hanno più pubblicato materiale di una qualche rilevanza. Invece, seppure con alti (non altissimi, ma certo sottovalutati) e bassi (piuttosto evidenti), i BRMC sono riusciti ad arrivare all’ottavo LP in studio e quindi evidentemente a camparci. Non hanno riscosso i crediti che meritavano per lavori del tutto riusciti come Baby ’81 e Howl, e sono finiti troppo in fretta nel gruppo degli anacronistici integrati, ovvero tra quelle band che, pur essendo tutto sommato rispettate e nel giro, non hanno un folto pubblico di nicchia a seguirli, né una critica particolarmente favorevole ad accompagnarvi le uscite. Incidono per case discografiche che riescono a far ascoltare la nuova musica alle maggiori riviste specializzate e a farla distribuire nei mercati, ma che, forse perché privi di un’immagine carismatica, ancora oggi li ritrovi in quarta fila nei cartelloni dei festival estivi, nonostante possano raccogliere una buona manciata di singoli piuttosto radiofonici. 

Nel nuovo Wrong Creatures si viaggia ancora spinti dalle due correnti interne al gruppo, ovvero quella dark psichedelica – spesso distorta – che ha come riferimento pezzi come “Red Eyes and Tears” nel primo omonimo o “Carried from the Start” nel nuovo, e l’altra di matrice blues rock bianco, che ha dato vita a un disco come Howl e che, tuttavia, suona talmente già strasentita altrove che pure quando le melodie sono riuscite, lascia la sensazione un po’ cheesy di essere solo mestiere, come se ai ragazzi piacesse il blues, ma che esso non nascesse naturalmente dalle loro corde. Forse non hanno mai trovato il vero equilibrio tra queste due anime, dopo il glorioso debutto. Per di più, il lavoro in studio ha reso queste dodici composizioni meno spigolose di quanto sarebbe lecito aspettarsi: non è una vaga percezione quella di U2 che si nota nelle rifiniture di produzione, e non fa bene al loro prospetto, a quello che i BRMC possono essere. In questo senso, meglio quando si rallenta e gli arrangiamenti risultano meno saturi di materia suonata, come in “Question of Faith” o “Haunt”. Convincono anche “Spook” e “King of Bones”, forse perché rimandano a certe soluzioni dei REM di Monster. Quando il sound si fa più ruvido e stralunato, l’accostamento più naturale, a ben ascoltare, è quello con i Queens of the Stone Age, che pure fenomeni non lo sono più da un pezzo. Non ci sono novità quindi, i Black Rebel Motorcycle Club non ne vogliono sapere di ibridarsi con qualsiasi stile che abbia un sfondo di modernità, e se ad inizio anni Duemila avevano tutti i requisiti per giocarsela nel movimento new garage, oggi risultano paladini di una tradizione rock che non tira più, ma che anzi viene ingiustamente masticata e sputata nel giro di mezzo ascolto in streaming. D’altronde non ha neanche troppo senso, da parte nostra, mettersi a descrivere per filo e per segno un albo che poteva essere uscito dieci o quindici anni fa. O quantomeno manca qualche variante, dei movimenti all’interno delle canzoni che ne beneficerebbero in imprevedibilità. Può piacere moderatamente, o può anche stancare in fretta se ormai certa musica la si considera superata.

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi