Black Mountain – Destroyer

Black Mountain – Destroyer

Il biglietto da visita dei Black Mountain è l’estratto di ciò che il rocker alternativo cerca quando va a caccia degli storici sentieri capaci ancora di contenere i profumi dei cactus, l’onda delle chitarre elettriche, i riflessi del sudore, gli effetti dell’alcol e conseguenti viaggi mentali. È quel rock deviato figlio, nipote e/o pronipote degli uomini e delle donne di Woodstock, del quale ci si abbevera simbolicamente fin troppo quando spuntano movimenti trasversali capaci ancora di rinnovarsi e in parte anche di innovare. Spesso questa nuova esplosione accade per aree geografiche, e nell’ultima decade le lande e le metropoli del Canada l’hanno paradossalmente fatta da padrone. Ecco perché – parlando della Montagna Nera – il lato più psichedelico e raffinato che fa riferimento a Stephen McBean genera per certi versi maggiore interesse rispetto al supergruppo shoegaze-americana (stiamo qui parlando del progetto Pink Mountaintops) che un minimo di notorietà in più l’ha consegnata ai nostri fuori dalla cerchia dei semplici cultori. In questo biglietto da visita ci stanno anche quattro dischi derivativi ma convincenti, che hanno aspirato a tener viva (se mai ce ne fosse stato bisogno) la memoria – con sonorità aggiornate – dei lasciti floydiano e zeppeliniano. Una miscela che in questo nuovo secolo si è sovente raccolta intorno al genere stoner.

Adesso che ci siamo addentrati nel dove e come, ci chiediamo cosa può lasciarci di nuovo ancora questo nuovo Destroyer, se non una certa mielosa passione per la magnetica sensazione di spazio aperto e tempo soffocato. La risposta più sincera è che abbiamo in mano un lavoro al di sotto delle lecite aspettative. E, soprattutto, un lavoro talmente ben prodotto che rischia a ripetizione di sforare nella pulizia (dei riff, delle tastiere, perfino del cantato) estetica del metal classico e del prog. Con un’avvertenza: i Black Mountain non cambiano pista, non cercano proseliti laddove mai li avranno, semplicemente esplorano – perché lo sanno fare – e ci sta di potersi ritrovare stanchi morti e senza la canzone giusta al momento giusto. Insomma, un disco che scorre ma che non invoglia come dovrebbe fare, per quanto “Licensed to Drive” e “High Rise” abbiamo la marcia alta ben inserita. Il problema – se così vogliamo chiamarlo – è altrove: per esempio che le ballate più muscolari sono sulla falsariga da quelle proposte come eccellenza di genere dai Pontiak, ma inferiori per fervore, rotondità e prepotenza; oppure che pezzi come “Closer to the Edge” e “FD72” odorino di riempitivo perché l’elettronica non è mai stato il loro mestiere.

Morale: le aspettative, in sede di critica, fanno tanto. Lo spessore dei Black Mountain non ne viene intaccato, semplicemente viene naturale far notare le sfumature meno convincenti. La ricetta è dietro l’angolo: ripartire da brani come “Pretty Little Lazies”, che contengono il lato divertente e melodico della questione, e non rimuginarci troppo. Noi ascoltatori siamo anche sofisticati, e ci piacerebbe rimanere ogni volta folgorati da chi ha la potenzialità per stupire.

 

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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