Benjamin Clementine – I Tell a Fly

Benjamin Clementine – I Tell a Fly

Benjamin Clementine è l’artista del chiaroscuro, delle diversità e della disambiguazione. Fa esattamente l’opposto di quello che pensi e quando ormai ti sei adagiato, anche con fatica ,alla sua espressione, lui stravolge tutto di nuovo. Chi ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo avrà potuto notare la netta (e voluta) contrapposizione tra la potenza della sua voce in un cantato che si stacca in modo anarchico ma armonioso dal pianoforte, e il tono sussurrato ai limiti del comprensibile, che utilizza per rivolgersi al pubblico. Con il primo disco ci ha stupito, ci ha fatto amare il suo pianoforte floreale e le sue linee vocali mai banali, dissonanti e creative.
Nel nuovo “I Tell a Fly” la personalità di Benjamin è lasciata ancor più libera di esprimersi e fa un ulteriore passo avanti nella ricerca di immagini sonore.
Il pianoforte non è più predominante. Le trame arzigogolate in stile rococò che ricama con estrema naturalezza, sono spesso arricchite dalla presenza di clavicembalo, archi, sinth, chitarre, cori e percussioni.
L’impressione che si ha è che Benjamin abbia scritto una sorta di musical. Un’opera teatrale dove sono gli ascoltatori a dover creare le immagini e costruire le scene.
E se all’inizio può sembrare difficoltoso, con l’andare degli ascolti la sensazione è piacevolissima.
Il disco si apre con “Farewell Sonata” dove un intro di piano si fonde in una distesa di synth e con l’improvviso crescere della ritmica si aprono le tende ed irrompono sul palco i primi ballerini che si agitano armoniosi per qualche secondo prima di finire accasciati a terra. Siamo solo all’inizio dello spettacolo, ma siamo già contenti di aver acquistato il biglietto.
Nella “God Save the Jungle” l’atmosfera è cupa, le luci sono soffuse, ci si muove lentamente, gravati da un qualche peso morale. “Better Sorry Than Asafe” riprende ritmo, e Benjamin è perfettamente a suo agio a passare da una tonalità all’altra, esplorando stati d’animo e dipingendo la tela con pennellate decise e veloci. “By the Ports of Europe” e “Phantom of Aleppoville” trattano temi di drammatica attualità, ma Clementine, lo fa con il linguaggio del Musical Play, dove la commedia, il ritmo e la teatralità sono elegantemente fusi ed orchestrati.
“Jupiter” e “Quintessence” ci riportano al debutto, con il pianoforte in primo piano e la sua voce a ricamare melodie, con quel saliscendi che ormai lo distingue.
È un disco da vivere e scoprire, da immaginare e creare. Che cresce e si arricchisce ad ogni ascolto, che fa bene alla mente, perché ci tiene accesi, non ci permette mai di porci in uno stato di ascolto passivo, ma riesce a farci immaginare e creare.

Iniziai il viaggio da Liverpool a bordo di un pullman magico, incuriosito da sconosciuti piaceri, scesi verso Manchester, poi sul muro di Cambridge ed infine nella Kasbah di Londra. Quasi senza volerlo mi ritrovai a Seattle, conobbi Jeremy, ma dovetti abbandonarla troppo presto e con qualche lacrima di rabbia mi rifugiai in California per qualche anno. Da allora il viaggi sono più brevi e frammentari, ma alla fine porto sempre a casa qualcosa. Mi sarebbe piaciuto ubriacarmi con Jean Claude Izzo in un bar di Marsiglia, ma spero ancora di conoscere James Ellroy

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