Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Per l’Electrical Audio, ovvero lo studio di Steve Albini a Chicago, ogni anno passano decine di artisti intenzionati a beneficiare della maestria tecnica e del nome del mitico produttore tra i crediti. Lui non è così esigente e alternativo quando si tratta di accettare o rifiutare commissioni: se te lo puoi permettere, i microfoni si accendono e i nastri cominciano a girare. D’altronde, in teoria, se hai pensato al sound di dischi da lui registrati, si spera che hai idea di quello che potrebbe essere il risultato applicato alla tua musica. Non è noto se Steve conoscesse Ben Frost prima di collaborarvi, perché effettivamente l’artista islandese di adozione ha sempre navigato su mari di suono distanti dai territori albiniani. È tuttavia evidente che le due settimane a Chicago, per quanto probabilmente costose, siano state fruttuose e abbiano portato a – si dice – oltre due ore di musica da cui Frost ha selezionato per noi l’EP estivo Threshold of Faith e l’album The Centre Cannot Hold, atteso successore del già super-classico A U R O R A. In questa sede, il nostro obiettivo è rendervi partecipi del nostro entusiasmo per il secondo, che ascoltiamo in anteprima in questi giorni e che è inevitabilmente finito nel carrello della spesa del prossimo ordine online che faremo. 

La collaborazione con Albini non porta di certo al suono marziale e pastoso dei bassi e del drumkit marchio di fabbrica del produttore dai Big Black e i Jesus Lizard in poi. Anche perché non è quella la musica di Ben Frost. Più che per raggiungere il suono di In Utero, dei Neurosis, o di chissà chi, Frost deve aver visto in Albini la possibilità di ritrovare immediatezza e urgenza espressiva, valori che nel mondo dell’elettronica, specie se di natura ambient, si fatica a rintracciare. Con quel santone in cabina di regia, il nostro si è trasformato in un mero performer intento a tirare fuori quanto ha maturato in Islanda  e nelle esperienze in giro per il mondo. Al resto, ammesso che non via sia stata post-produzione, ha pensato Albini. La risultante è materia che appare fuori dal pieno controllo dell’artista, e che vive in un contesto che supera il momento dell’esecuzione e perfino della stessa riproduzione: in tracce magnifiche come “All That You Love Will Be Eviscerated” o “A Sharp Blow in Passing” il canonico pattern di drone abrasivo di Frost diventa il luogo in cui accadono altre cose. È una sensazione bellissima e lontana dai climax radianti dei due capitoli precedenti, fatti di synth fluorescenti e beat tribali che si risolvevano in scenari melodiosi. Sono presenze di forme di pensiero differenti, distanti dagli schemi a cui eravamo preparati, e che a tratti hanno l’effetto di un intervento esterno, quasi alieno, come se Oneohtrix Point Never fosse anch’egli in sala di registrazione e potesse metterci del suo. Anche un pezzo come “Trauma Theory” appare subito come nuovo rispetto al canovaccio fin qui noto dell’autore. Come recita il saggio comunicato stampa, si tratta di musica spesso violenta e che sfida il proprio creatore. 

Più solenne e con un non so che di drammatico in stile Godspeed You! Black Emperor è “Eurydice’s Heel”, che se non fosse per la strumentazione digitale, potrebbe fare da perfetta appendice a Yanqui U.X.O. avendone lo stesso tono minaccioso in crescendo, mentre “Ionia”, utilizzata per tirare la volata a The Centre Cannot Hold, sembra voler realizzare una versione metropolitana delle intuizioni di By the Throat e dei temi di Fortitude

In tutto sono cinquantuno minuti di musica ansiosa e cerebrale, che tengono vivo l’interesse per questo crepaccio dell’elettronica in cui, se cadi, ritrovi altri personaggi come Tim Hecker, Daniel Lopatin e The Haxan Cloak. Difficile risalire in superficie se questa gente continua con dischi di questa qualità. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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