Baustelle – L’amore e la violenza

Baustelle – L’amore e la violenza

Dopo l’overdose di archi e le atmosfere lugubri e fin troppo ricercate di Fantasma (2013), Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini tornano a fare quello che gli riesce meglio, pubblicando un disco che loro stessi nelle interviste di rito non hanno esitato a definire oscenamente pop.

I Baustelle sono questo, un gruppo che – quando tutti gli ingredienti vengono dosati nella giusta misura e non si fa prendere la mano – è sempre capace di tirare fuori dal cilindro un pugno di motivetti appiccicosi e da cantare ad alta voce, sapientemente arrangiati e resi intriganti da una spruzzata di elettronica vintage. Ad insaporire il tutto, testi molto più profondi e ricchi di citazioni letterarie di quanto l’atmosfera generale potrebbe far sembrare all’ascoltatore più distratto.

Si possono amare o odiare, e sempre adducendo motivazioni plausibili, ma di sicuro non possono essere trattati come un mero fenomeno nazionalpopolare, dei musicisti di serie b bravi unicamente a cavalcare le mode. Chi scrive certe cose (ed in giro ne abbiamo letti diversi in questi giorni) o non ci ha capito molto o sente il bisogno di fare l’alternativo ad ogni costo ed è in malafede, motivo per cui ce ne dissociamo apertamente. Sia chiaro, L’amore e la violenza non è certamente un capolavoro, ma nel complesso è un lavoro che funziona e di sicuro non può essere relegato ad episodio minore all’interno della discografia della band.

Dal punto di vista strettamente musicale, come spiegato dagli stessi autori, questo album rappresenta una sorta di ritorno alle origini, con le sonorità del fin troppo sottovalutato La moda del lento (2003) che tornano qua e là a fare capolino; ritorno al passato che – come è ovvio e giusto che sia – non è invece possibile rinvenire nei testi, più che mai profondi e attuali: l’adolescenza è passata da un pezzo e con essa le sue inquietudini, Francesco Bianconi è adesso un uomo maturo, che rivolge uno sguardo disincantato alla vita ed al mondo che lo circonda. Canzoni come il singolo “Amanda Lear”, l’iniziale “Il vangelo di Giovanni” o “Basso e batteria”, con la sua coda strumentale molto anni ’70, rappresentano quanto di meglio la scena pop italiana attuale è in grado di offrire e pazienza se nella seconda parte il disco sembra perdersi un po’, con qualche episodio, su tutti l’irritante “La musica sinfonica”, che risulta essere poco più di un riempitivo. Tanto basta per essere promossi e riaccendere l’interesse.

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