Avey Tare – Eucalyptus

Avey Tare – Eucalyptus

Dispiace moltissimo scrivere queste righe sul nuovo disco solista di David Portner, ovvero il titolare del marchio Animal Collective – un nome, un modo di vivere il rock – noto sul palco come Avey Tare.

Dev’essere accaduto qualcosa a quest’uomo, perché dopo quel capolavoro assoluto di Merriweather Post Pavilion (2009), culmine del percorso del combo di Baltimora, e successivamente al doloroso divorzio da Kria Brekkan degli islandesi múm che l’ha portato a scrivere il depressissimo Down There (2010), di fatto sembra rimasto intrappolato nell’esigenza di rivoltare sul suo pubblico qualsiasi cosa gli passi per la testa. 

Eucalyptus, il nuovo album, è davvero difficile da digerire. Sono quindici tracce che proprio non vanno giù, sebbene il nostro passi spesso per territori già esplorati – diversi i brani che ripescano il concetto sonoro del periodo Campfire Songs – e nonostante l’impegno profuso. Già perché le idee, magari troppo confuse e non certo definibili flusso free-form come poteva essere in passato, sono comunque tante e indicano che l’artista è indubbiamente ancora vivo, sebbene, altrettanto chiaramente, sembri aver davvero bisogno di aiuto per riuscire a esprimersi. 

Dopo l’indigestione di caffeina di Centipede Hz (2012), in cui, nonostante qualche arrangiamento molto discutibile e una ridondanza di fondo che ostruiva la fluidità dell’ascolto, si riusciva ancora ad accettare l’evoluzione live rock della band, Avey è sembrato entrare in una spirale involutiva che l’ha portato a toppare nonostante la spinta della Domino Records sia il secondo sforzo solista (il terribile Enter the Slasher House, 2014) che Painting With (2016), ad oggi l’unico episodio degli Animal Collective che, a parte il magnifico singolo FloriDada, non aggiunge nulla di rilevante al percorso del gruppo. 

Ora abbiamo questo Eucalyptus che risulta davvero pesantissimo da ascoltare, con quelle prime tre canzoni di oltre cinque minuti che non riesci a inghiottire e con la totale mancanza di quei ritornelli-cantilene a cascata che hanno indicizzato gli Animal Collective e Tare nel corso degli anni. Non è finita la terza traccia che già ti viene voglia di cambiare canale. Tornandoci, anche a pezzi e bocconi, non va meglio. Finirlo senza interruzioni è un’impresa che non siamo riusciti a compiere, lo ammettiamo.

Dispiace così tanto perché Avey Tare non è un cretino qualunque, anzi, è uno dei caratteri principali del rock alternativo, molto alternativo degli anni zero, e una delle menti più imprevedibilmente geniali della sua generazione, avendoci regalato dischi magari non adatti a tutti, ma fieramente differenti e pregni di significati sociali e poetici. Musica che ha nobilitato ed espanso il modello indie e che oggi, a fronte di queste ultime deludenti uscite, siamo costretti a considerare esperienza troppo lontana per essere recuperata. Per questo soffriamo in silenzio, ma con indosso le maschere di Winter’s Love, felici di averla almeno in parte vissuta.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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