TOP 30 del 2012

Questi sono gli ultimi giorni del Panopticon. Almeno per come lo avete letto e conosciuto finora. Pubblicheremo a breve anche la classifica electro, come da tradizione per ultima dopo la presente e quella del Made in Italy di qualche settimana fa, poi saremo pronti – o quasi – per lanciare il nuovo sito. Non è il momento questo per spiegarvi perché cambiamo e come cambiamo, ma state sicuri che ci sarà una linea di continuità fra i due progetti e che, in qualche modo, il Panopticon sopravviverà. E siamo sicuri che sarete con noi nella nuova avventura. Per cui, per favore, non giubilate.

Non una classifica vera e propria per il 2012, ma una selezione a gradini di 5 album di pari valore. Quindi 5 parimerito finali. Questo perché non abbiamo trovato un disco che mettesse d’accordo tutti: quest’anno, niente disco dell’anno. Nel 2011 abbiamo fatto alzare la coppa alla fusione di sentimenti e stili degli Horrors, mentre nel 2010 all’arpeggio della fantastica Joanna Newsom nel paese delle meraviglie. Stavolta nessun artista o gruppo è riuscito a raggiungere la maggioranza dei voti all’interno dell’agguerrita e sempre più spocchiosa redazione. Coltello tra i denti, c’è chi ha difeso all’ultimo sangue il suo prescelto senza voler scendere a compromessi, e chi, invece, pur di non veder premiato con l’oro un certo disco a lui antipatico, ha modificato i suoi voti nell’ultima ora disponibile prima della chiusura dei seggi di modo che questo non uscisse vincitore. Sporchi calcoli e intransigenze che abbiamo deciso di superare in questo modo. Ne è venuta fuori una cosa diversa. Un’operazione ponziopilatesca magari, ma di sicuro più azzeccata dal nostro punto di vista. Tra quei 5 in vetta, e quei 5 appena dietro, secondo noi c’è già un primo scalino di differenza piuttosto netta. Ci sono piaciuti tutti i 30 album che trovate di seguito, ma some are just better than others. Vi promettiamo che l’anno prossimo, col nuovo sito, avremo un podio più canonico. Ma per quest’anno, se i Maya e Gesù Bambino permettono, è andata così.

 


TOP 30 > 26 “Show me your scars, I’ll show you mine / Perched out of the city On a pair of power lines” Frankie Rose, Pair of Wings


Holy Other
Held
Cloud Nothings
Attack on Memory
Ariel Pink
Mature Themes
OM
Advaitic Songs
Frankie Rose
Interstellar
Holy Other si distingue per la capacità di creare un misterioso clima di intimità con l’ascoltatore. Held ha il sapore del contemporaneo, di quell’umanità che compare per caso tra gli scenari urbani. La mano di Steve Albini contamina ulteriormente la vena pop della creatura di Dylan Baldi: ne esce un intrigante ibrido di schitarrate adrenaliniche ed aperture melodiche degne della miglior tradizione californiana. Ariel Rosenberg si ripresenta con uno scatolone contenente tutte le maschere della sua poetica strampalata. Il consueto marasma multidirezionale viene messo a sedere da prese di coscienza pop. Se prima era solo un miraggio, ora si concretizza un affascinante crossover fra il doom delle origini e il sapore arabeggiante di composizioni in cui i chitarroni stoner si battezzano sulle rive del Giordano. Più 4AD e meno Sub Pop: Frankie Rose dà sfogo con eleganza al suo lato più wave oriented. Per non restare intrappolati nel gusto vintage imperante e restiture brillantezza alle produzioni indipendenti.
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TOP 25 > 21 Get a little closer, let fold / Cut open my sternum, and pull / My little ribs around you Purity Shrines, Fineshrine


Colour Haze
She Said
Purity Ring
Shrines
2:54
2:54
Vacationer
Gone
THEESatisfaction
awE naturalE
Perfetto per chi si voglia riappacificare con i 70s più lisergici e le sonorità pesanti. Il calore che emana non è quello di un deserto kyussiano, ma è più vicino a quello di un brandy d’annata, forte, aromatico e pregno di profumi. Pienamente al passo con la contemporaneità pop: dall’uso dell’elettronica ai bassi, dal calore della black music ai synth oscuri e crepuscolari, è impossibile non riconoscere continuità tra Shrines e altre proposte recenti. Tetro e narcotico, l’esordio su LP delle sorelle Thurlow strizza l’occhiolino al meglio del rock a tinte dark degli ultimi anni e non solo: il debutto dell’anno secondo la stampa inglese. Canzoni come cartoline audio spedite da luoghi di vacanze estive. Accompagnato da un sito Internet molto originale, il pop mesmerizzato di Gone fa venire voglia di affondare i piedi nudi nella sabbia calda e più bianca che si può.
Due ragazze eccentriche, ma solidamente ancorate all’immaginario delle cantanti soul di decenni addietro. Loop soul e funky vecchi di trent’anni mandano in subbuglio la ricerca di un’armonia immediata.
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TOP 20 > 16 But something good tonight will make me forget about you for now” Alt-J (∆), Something Good 


Metz
Metz
Trust
TRST
Alt-J (∆)
An Awesome Wave

TOY
TOY
First Aid Kit
The Lion’s Roar
Il self-titled del trio canadese è un muro di suoni nervosi che ti spezzano le ossa. Ventinove minuti velocissimi che scalfiscono le pietre miliari del post punk:  dalle ritmiche rissose dei migliori Jesus Lizard alle chitarre di Bleach. Per lunghi tratti impressionante. Superato l’agghiacciante impatto con la copertina, la catarsi giunge attraverso l’ossessiva potenza di drum machines e acidi sintetizzatori. Soltanto accettando le oscure melodie di TRST anche in una perfetta giornata di sole se ne potrà cogliere la vera essenza. Il delta, simbolo del cambiamento, crea un vortice di influenze che trascina fino al centro di una piccola tempesta che va oltre le strutture convenzionali. Influenze tante che si perde il conto e le più visibili impossibili da non riconoscere. Tra i dischi più chiacchierati di questi dodici mesi. Che l’universo kraut sia un nuovo punto di riferimento per le band d’Oltremanica? Certo è che questa sua declinazione in chiave pop è uno degli accadimenti più affascinanti degli ultimi tempi, insieme a quell’unione di epicità e malinconia tutta britannica. Il debutto dei Toy ne è la prova. Le sorelle Johanna e Klara Söderberg sono svedesi, ma le loro delicate armonie rimandano ad atmosfere e luoghi dell’america profumata di fiori e ribellione degli scintillanti 60s. Canzoni evocative quelle delle First Aid Kit, che fanno della profonda semplicità il loro punto di forza.
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TOP 15 > 11 “Taxi driver Be my shrink for the hour / Leave the meter running It’s rush hour” Frank Ocean, Bad Religion

DIIV
Oshin
Beach House
Bloom
Kendrick Lamar good Kid, m.A.A.d City
Laurel Halo
Quarantine
Frank Ocean
Channel Orange
Il suono tipico della Captured Tracks, leggero e fragile anche nelle occasioni più rumorose, si riflette in pieno in Oshin, una rivelazione piena di gioielli pop che più volte rasentano la perfezione formale e non risentono, invece, dall’abuso di tinte vintage da Instagram Generation. Bloom rilancia il sound del duo al massimo livello di intensità sonora disponibile. I Beach House aggrediscono la tela sonora con un bianco visionario, in una notte dove le note vengono annacquate e diluite, fatte rimbombare nel cavo di una tecnica davvero al servizio dell’arte. Produzioni elettroniche di gusto recente si sposano con il modo antico di fare hip hop. Lamar è un rapper eccezionale, qualsiasi personaggio stia recitando, e il senso dell’album, ascoltato nella sua interezza, emerge potente. La bella Laurel Halo prosegue il suo percorso trasversale che porta dentro l’elettronica elementi di musica psichedelica, dub, glitch e stavolta perfino orientale. Quarantine è straniante e astratto, a tratti primitivo, in altri futuristico, un manga giapponese versione multimediale 7.0 Affrancato dal mondo indie-pendente, Ocean si lascia andare alle pulsioni della sua anima nera, del soul e alle sue circonvoluzioni classiche, i suoi nodi jazz, i momenti pop che hanno fatto grande Michael Jackson. Channel Orange è un disco compiutamente soul, bello come pochi.
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TOP 10 > 6 “Dancer in the night / playing with my eyes. Velvet tongue so sweet / say anything you like” Wild Nothing, Paradise


Grimes
Visions
Tame Impala
Lonerism
Deftones
Koi No Yokan
A Place to Bury Strangers Worship
Wild Nothing
Nocturne
Esotica, enigmatica e sfuggente, si muove attraverso un rincorrersi di loop a cavallo tra sogno inquietante e musica che esce da casse subacquee. Per tutti è Grimes, la one-woman-band in piena che produce ritmi traballanti. Personaggio femminile dell’anno. Le belle melodie pop che colorano Lonerism rimandano dritte a Magical Mystery Tour, mentre la vena lisergica è espressa in modi nuovi grazie all’ampio utilizzo di synth e tastiere, ricercando la resa straniante dell’hypnagogic pop. Ormai hanno sfondato. Koi No Yokan è una dedica appassionata a tutti coloro che hanno continuato a dare credito alla band quando questa sembrava ormai destinata al declino. Ogni parola di Chino, tornato a livelli d’ispirazione massimali, esprime un pathos commovente e di rivalsa. Ferocia sferragliante su ambientazioni dream pop. L’impianto hi-fi fatica a reggere il missaggio esasperante del lavoro: ogni volta che si schiaccia il tasto play si viaggia nel reattore di un Boeing 747 a pieno volume. Worship è un monumento post noise da venerare. Nocturne è un gioco di melodie wave che affascinano quanto e più del previsto: echi di Slowdive e del dream pop più nobile fanno il resto, in un disco in cui non c’è solo l’atmosfera, ma anche e finalmente le canzoni che contano. È mezzanotte, e tutto va bene…
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TOP 5 “Heart’s terrain is never a prairie But you weren’t wary You took my hand” Japandroids, Continuous Thunder


Grizzly Bear
Shields
Japandroids
Celebration Rock
Goat
World Music
Crystal Castles
(III)
Swans
The Seer
I suoni impeccabili e più ruvidi di una produzione magistrale permettono ancora una volta alla band di Brooklyn di sviluppare percorsi che hanno dell’incantevole, impreziositi da un’indole romantica d’altri tempi. I Grizzly Bear riescono a mantenere una qualità sorprendente e ai più inarrivabile. Al cospetto di album come Shields non si può che gioire e passare parola. Celebration Rock riaccende l’hi-fi durante e dopo la sbornia da iPod, risveglia lo spirito di chi da tempo aspettava qualcosa di simile per ricominciare a scuotersi al ritmo degli innodici refrain di queste canzoni. Roba sana, organica, sostanziosa, come il rock deve essere, a prescindere dalle mille sfaccettature che ha mostrato nei decenni. Vuole la leggenda che gli abitanti dello sperduto villaggio di Korpolombolo compissero ancestrali riti voodoo. Non si conoscono molti dettagli di questa storia ambientata nel profondo Nord della Svezia, ma sicuramente lo sciamano che ha introdotto questi riti nel villaggio ritrova vita nuova in World Music. E i Goat non potevano trovare miglior titolo per il loro debutto. Il percorso di maturazione dei Crystal Castles smussa gli spigoli più estremi in favore di una maggiore compattezza e di synth analogici, ma il sound cupo e trascinante rimane inconfondibile e intrinsecamente violento, forte dell’inserimento di elementi witch e di un corredo iconografico inequivocabile. Il resto lo fanno le leggendarie esibizioni dal vivo. La reunion degli Swans assume il senso di riassunto esaustivo di quello che ha sempre rappresentato la creatura poliforme di Michael Gira. Attraverso bellezza, estasi e atmosfere surreali, il picco massimo si raggiunge negli inverosimili 32 minuti della titletrack, vero pamphlet del caos e della sperimentazione. La classe non è acqua, ma apocalisse. Rispetto sì, ma anche devozione.
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Le top chart personali dei redattori del Panopticon:
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