10 x 10 = Made in Italy ’00s

altOra che siamo quasi giunti al punto di non ritorno di questi anni 2000, si prospettano per tutti tempi fitti di classifiche e dibattiti: è inevitabile. Una delle prime domande che ci siamo posti in redazione ha riguardato la comunità musicale del Bel Paese, nel tentativo di capire se il decennio che sta per terminare sia stato o meno caratterizzato da una qualche apprezzabile svolta nelle tendenze di casa nostra. Così abbiamo ripreso in mano le uscite che più ci hanno colpito tra le tante di questi ultimi dieci anni e abbiamo estrapolato i 10 dischi che hanno (o avrebbero?) in qualche modo segnato il panorama rock italiano (ma non solo). Nel farlo abbiamo cercato, per quanto possibile, di evidenziare le realtà più interessanti apparse in tutte le principali scene di riferimento, dal cantautorato colto alla musica più estrema, dall’elettronica all’hip hop.

Quello che ne è venuto fuori è uno scenario non proprio entusiasmante, con tanti prodotti di qualità non eccelsa, che confermano una volta di più l’oramai cronico problema di derivatività pagato dai nostri artisti nei confronti di tanta musica proveniente da territori ben più fertili (Inghilterra, Stati Uniti, ormai anche dai paesi scandinavi). Ma non tutto è da buttare. Perché di nomi interessanti, cercando e scremando, se ne possono trovare senza eccessivo affanno. E sono nomi che hanno già un riscontro anche al di fuori dei confini nazionali, portando il tricolore in giro per i diffusori sonori di gente sparsa fra i vari continenti. Ecco a voi i 10 dischi italiani da salvare di questo decennio secondo noi…

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Bachi da Pietra (2007) Non Io altDa un così eccentrico mix di musicisti, non poteva che nascere qualcosa di originale, parola che se accostata ad un gruppo italiano prende significati particolari, di questi tempi… Bruno Dorella (mente percuotente dei tuttora attivi OvO e Ronin) e Giovanni Succi (ex chitarra e voce dei Madrigali Magri) sono ormai da alcuni anni la strana coppia del rock alternativo italiano. Eclettico e poliedrico batterista il primo, oscuro e ispirato paroliere nonchè chitarrista di talento il secondo. Le intenzioni si intuiscono già dal nome della band, un insetto che invece di produrre seta, tesse una trama di roccia, lentamente ma costantemente, dando origine a qualcosa di solido e duro, ma fragile. Non Io è il loro secondo full lenght, che dopo il primo già interessante Tornare nella Terra, colpisce e rapisce chi ascolta per le sue liriche crude, vere, scure, sporche e per le atmosfere surreali. Verrebbe da usare una parola ormai un po’ fuori moda: pulp, ma Non Io è anche poetico e profondo. Uscire per un’etichetta come la Wallace è sicuramente garanzia di qualità, di avanguardia e sperimentazione. I riferimenti sono quasi impossibili da tracciare, non c’è la voglia di stupire con chissà quale novità cosmica. Le sonorità infatti spiazzano l’ascoltatore, ma mi concedo di azzardare un accostamento con un disco in particolare, che trovo affine per alcuni aspetti: Hex; Or Printing in the Infernal Method degli Earth. A volte si riscontra in Non Io la stessa sensazione di solitudine desertica che avvolge quel disco, ma estremizzata da una voce che sibila parole visionarie e disperate. Così mentre Dorella percuote la scarnissima batteria con ogni mezzo, dalle spazzole jazzy alle mani, Succi recita (non canta, non c’è quasi mai melodia) le sue parole sussurrate e impercettibili, con drammatica teatralità (“per vedere devi perdere gli occhi”), mentre suona (e percuote) le corde di una chitarra dal suono blues. Un originalissimo pulp blues. (C.M.)
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altBaustelle (2008) Amen A tutti gli effetti il disco della definitiva consacrazione dinnanzi al grande pubblico per Francesco Bianconi (voce, chitarra) e soci, Amen è la dimostrazione di come anche in Italia sia possibile realizzare un album di musica pop da classifica senza rinunciare a gusto e qualità. D’altra parte, che i principali punti di riferimento della band, oltre a Fabrizio De Andrè, Burt Bacharach e i grandi crooner degli anni ’60, dal primo Scott Walker a Jacques Brel, siano proprio mostri sacri del Brit Pop d’oltremanica, lo si può capire anche solo osservando la copertina del disco in parola. Il bel primo piano dell’occhio celeste di Rachele Bastreghi (seconda voce, tastiere, sintetizzatori), al solito prezioso alter-ego al femminile di Bianconi, infatti, altro non è che un voluto richiamo alla cover dell’album omonimo dei The La’s, pubblicato nell’oramai lontano 1990, per chi scrive una delle uscite inglesi più significative dello scorso decennio, purtroppo molto spesso dimenticata. Amen è un disco dove in ogni singolo pezzo è possibile rinvenire tracce di Morrissey e dei Divine Comedy, dei Pulp e degli Suede, nel quale Bianconi dimostra di aver oramai raggiunto una maturità come compositore e scrittore assolutamente invidiabile. Per quanto riguarda il primo aspetto, gli arrangiamenti elaboratissimi e la produzione levigata rappresentano sicuramente una grossa novità rispetto al recente passato della band, caratterizzato da un approccio più sporco e minimale, in grado di far colpo sull’appassionato di musica indie, alla perenne ricerca di particolarità e stranezze, ma inadatto per un disco che voglia ambire a conquistare anche la massa. Dal punto di vista del songwriting, invece, il parziale discostamento dalle tematiche tardo-adolescenziali dei primi lavori ha sicuramente permesso al Nostro di acquisire nuovi estimatori anche tra un pubblico più adulto, il tutto, ovviamente, senza rinunciare, nè all’ironia più tagliente, da sempre presente nei suoi pezzi, nè, tantomeno, al citazionismo più colto. Un album in cui si parla con naturalezza di Baudelaire, del tenente Colombo, del dramma del piccolo Alfredino Rampi, di film di Rohmer con Anouk Aimèe, di scopate nei parcheggi, di Pier Paolo Pasolini, della morte del libero mercato, di giovani che scaricano tonnellate di filmati porno, di attacchi di panico e di mille altre cose ancora, quasi mai banali. Destinato, c’è da scommetterci, a divenire in breve tempo un piccolo classico. (A.D.)
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altVinicio Capossela (2000) Canzoni a Manovella Istrione, commovente, ironico, pazzo, sognatore… Quando si parla di Vinicio Capossela, di gran lunga il cantautore italiano più dotato dell’ultima generazione, gli aggettivi normalmente si sprecano. Personaggio deliziosamente fuori dagli schemi, dotato di una sensibilità e di un background musicale per molti aspetti assimilabile a quello di artisti di fama internazionale come Tom Waits e Paolo Conte, Capossela è senza dubbio la dimostrazione vivente di come molto spesso genio e follia procedano di pari passo. Senza girarci troppo intorno, Canzoni a Manovella non solo deve essere considerato il lavoro più rappresentativo all’interno della (notevolissima) discografia di questo artista, ma merita di essere inserito di diritto nella ristretta cerchia dei migliori album italiani di ogni epoca. Un canzoniere senza tempo, in cui il Nostro attinge a piene mani dalla tradizione popolare più bassa, italiana e internazionale, per lui inesauribile fonte di ispirazione, tra filastrocche, giri di valzer, marcette, polke e melodie dal sapore antico. L’estremo tentativo di recuperare un intero sottobosco culturale al giorno d’oggi sempre più trascurato e a serio rischio di estinzione. L’unico consiglio possibile, pertanto, è quello di inserire il cd nel lettore e seguire Vinicio il saltimbanco e il suo teatrino itinerante attraverso il loro lungo e folle viaggio. Avrete così modo di visitare Lubecca, Varsavia e Salonicco, attraversare i Balcani e immergervi totalmente nella cultura tzigana, incontrare Maraja e altri pittoreschi personaggi che sicuramente segneranno le vostre esistenze e non potrete mai più dimenticare. Nel disco, d’altra parte, a conferma dell’innata capacità di Capossela di calarsi con assoluta naturalezza in situazioni tra loro assai diverse, trova ampio spazio anche il lato più romantico e sentimentale del cantautore, sempre pronto ad intonare una sentita dichiarazione d’amore a ritmo di tango o a fermarsi pensoso a dialogare con la Luna, interrogandosi su una storia d’amore oramai lasciata alle spalle. Questo album, in poche parole, altro non è che una preziosa raccolta di vecchie fotografie in bianco e nero, nelle quali appare raffigurata un’epoca che all’uomo di oggi, globalizzato e totalmente immerso nella tecnologia, non può che sembrare lontanissima, quando per strada era ancora possibile ascoltare il suono degli organetti a manovella e, forse, la gente aveva più chiaro quali sono le cose davvero importanti della vita. (A.D.)
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Il Teatro degli Orrori (2007) Dell’Impero delle Tenebre altIl mondo si divide in due categorie: chi pensa che il rock sia morto e chi invece il rock lo suona. Da anni. Sudando, drogandosi e bevendo proprio come una volta. Siamo sicuri che hanno bisogno di presentanzioni? Tuttavia, Dell’Impero delle Tenebre è quello che è successo nel 2007 a Il Teatro degli Orrori, ovvero l’incontro tra gli One Dimensional Man Pierpaolo Capovilla e Francesco Valente, il Super Elastic Bubble Plastic Gionata Mirai, e il polistrumentista e produttore Giulio Favero. Dell’Impero delle Tenebre è rock ad alto (altissimo) volume come non se ne sentiva da parecchio tempo dalle nostre parti. Un rock viscerale e diretto che puzza di punk e noise rock, generi musicali certo non nati in Italia, così distanti dalla nostra penisola che è sbalorditivo notare quanto risulti italiano questo lavoro. Pierpaolo Capovilla, l’autore dei testi, richiama i grandi cantautori della musica italiana per tessere le proprie melodie vocali, nonostante sappia che le coordinate musicali in cui li inserisce siano ben diverse da quelle in cui si muovevano. Senza togliere meriti al tappeto sonoro (i tre musicisti non sono di certo i primi arrivati) sono sicuramente le parti cantate che rendono grande e particolare questo progetto musicale. Il protagonista assoluto dell’album è il folle Pierpaolo Capovilla; lasciato il basso elettrico nella sala prove degli One Dimensional Man, si è impegnato esclusivamente alle parti cantate, e su una musica così aggressiva, potente e veloce (anche se non mancano momenti riflessivi) è riuscito ad incastrare parti estremamente poetiche, fornendo ottime prove di recitazione, sfociando sovente nel teatro; il fantasma di Carmelo Bene aleggia per tutto l’album, talmente presente che si potrebbe pensare che si nasconda sotto mentite spoglie dietro questo progetto. Ma Carmelo Bene non è l’unico ospite dannato in questo impero delle tenebre: Il Teatro degli Orrori ha scomodato personaggi come Baudelaire, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, The Birthday Party, Jesus Lizard, Melvins; praticamente un ipotetico girone dantesco. Capovilla e soci si muovono tra citazioni colte, slogan, modi di dire comuni e umorismo nazional popolare. “Non si era mai sentito niente del genere” urla spavaldo Capovilla nel bel mezzo di una tempesta sonora durante l’introduzione di “Vita Mia” ed è impossibile non esaltarsi. E’ impossibile non sobbalzare. Dell’Impero delle Tenebre è stata una bomba atomica esplosa nel panorama musicale italiano – se vogliamo mettere dei paletti – ; – senza delimitazioni – Dell’Impero delle Tenebre è un album dedicato a chi crede che il rock sia morto. (J.M.)
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Morkobot (2008) Morto altIl Getal è il messaggio che Lin, Lan e Len, i tre prescelti come novelli Mercurio da Morkobot (l’alieno primordiale), cercano di diffondere sulla Terra. A questo scopo i tre utilizzano efficacissimi esperimenti sonori effettuati nella Fortezza della Scienza, sotto indicazione aliena. E’ da queste premesse cosmologiche che nasce la musica dei Morkobot. E non potrebbero essere più azzeccate per descrivere il suono di questa band di Lodi che tramite l’utilizzo di un’inusuale formazione con due bassi e una batteria (più alcune diavolerie sintetiche) sforna uno dei prodotti più interessanti usciti nel paese dello Stivale negli ultimi anni. Con Morto i tre messaggeri evolvono i concetti già introdotti con i precedenti Morkobot e Mostro, ovvero un mix di suoni e ritmiche estreme che si intrecciano a formare un tappeto che spazia dall’hardcore alla psichedelia passando per il noise. Il risultato è qualcosa di originale e coraggioso, che oltre a fortificare la scena musicale italiana odierna, sembra avere nella psichedelia pesante il suo motore trainante. L’intreccio dei due bassi produce sferragliate distorte, mentre la batteria tesse trame ritmiche mai banali. Definirli sludge, doom, psichedelici (d’altronde fanno parte anche loro dell’attivissima gang della Supernaturalcat, ormai una certezza in quei campi sonori) o con qualsiasi altra etichetta che potrebbe essere accostata alla loro musica, non rende onore alle strutture estreme che i Morkobot usano per colpire durissimo allo stomaco di chi ascolta. Provate ad assistere ad un loro concerto, se non ci credete, e capirete quanto sia efficace nei Morkobot la scomposizione dei suoni fino alle sue più piccole parti. Sembra quasi che per loro sia una missione (…il Getal…?). (C.M.)
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Perturbazione (2002) In Circolo alt“Lasciate ogni speranza voi che girate”. Il Senso della Vite. Il motivo per il quale i Perturbazione non siano mai approdati al grande pubblico, ma siano sempre rimasti fedeli a territori underground, è un bel mistero. Intendiamoci, questi ragazzi capitanati dall’introverso Tommaso, non sarebbero di certo adatti ai programmi per famiglie della domenica pomeriggio, ma la loro musica, fatta di melodie accessibili e radiofoniche, meriterebbe senza dubbio un seguito ben più vasto di quello attuale. Evidentemente, alla band torinese tutto questo non interessa. Il loro obiettivo primario è sempre stato quello di soddisfare le proprie esigenze, non quelle del pubblico. Non vorrei fuorviare chi si avvicina a loro per la prima volta leggendo queste righe, perchè i Perturbazione non sono un gruppo facile: sono, semmai, dei musicisti impegnati che utilizzano la leggerezza per potersi esprimere. Insomma, non sono quelli di “La Forza Mia”. Noi abbiamo scelto In Circolo (2002), l’album grazie al quale i ragazzi iniziano a far parlare, che esce a quattro anni di distanza dal predecessore Waiting to Happen, e si distacca nettamente da tutto quanto prodotto dalla band fino a quel momento, non solo per quanto riguarda la lingua, visto che per la prima volta i brani, tranne “This Ain’t My Bed Anymore”, sono cantati in italiano. E’ con In Circolo che nasce il vero sound Perturbazione. Il termine “perturbazione”, secondo il dizionario Zanichelli, può significare anche “un intenso turbamento dell’anima”, ed è proprio questo il turbamento a cui i Perturbazione fanno riferimento, come dimostrano le tematiche trattate in questo lavoro: cambiamenti interiori (dall’adolescenza all’età adulta), amore, angoscia e solitudine, affrontati sempre con la delicatezza infantile di un bambino. E la stessa delicatezza dei versi è riscontrabile nelle soluzioni pop adottate; la loro musica, estremamente cantautorale ed elegante, infatti, è spesso macchiata da parentesi acustiche e reminiscenze quasi post-rock, con la voce timida e gentile di Tommaso, velata da una malinconia di fondo, a fare da contraltare alla fallace allegria del violoncello di Elena. Quindi non solo ritornelli e melodie facili, ma la classe e il buon gusto di questi musicisti permettono anche code strumentali, ottimi intrecci di chitarre, feedback, come si può ascoltare ad esempio nella magnifica “Senza Una Scusa” – forse il manifesto dell’album – e in “Per Te Che Non Ho Conosciuto”, dolcissima e struggente al tempo stesso. E se In Circolo non sarà il loro lavoro più maturo (la loro identità di gruppo musicale sembra che non sia ancora ben definita con questo album) è quello che meglio descrive il loro mondo, un mondo in cui anche in pieno Agosto si può tremare di freddo. (J.M.)
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Port-Royal (2005) Flares altL’album d’esordio dei genovesi Port Royal, Flares, uscito nella seconda parte del 2005, può a tutti gli effetti essere considerato il punto più alto mai raggiunto dal post rock italico. Premessa doverosa: come quasi sempre avviene quando ci troviamo a parlare di musica made in Italy, se siete alla ricerca di novità assolute e sonorità fino ad oggi mai sentite, rivolgetevi altrove. Ciò non toglie che il risultato finale, nel caso in questione, sia particolarmente apprezzabile e degno di nota. Lungo le dieci tracce strumentali che compongono il disco, infatti, Attilio Bruzzone (chitarre, sintetizzatori, programmazione, basso), Ettore Di Roberto (piano, sintetizzatori, programmazione), Michele Di Roberto (batteria) ed Emilio Pozzolini (programmazione) dimostrano una capacità fuori dal comune di dar vita ad atmosfere eteree e evocative, in grado di rapire l’ascoltatore e farlo sognare ad occhi aperti, trasportandolo letteralmente in un’altra dimensione. Se il calibratissimo uso dell’elettronica a tratti può richiamare il sound di mostri sacri del genere quali Bark Psychosis e Hood, il nome a cui i Port Royal sono stati più spesso associati è quello dei Sigur Ròs, e bisogna riconoscere che una certa somiglianza tra la proposta della due formazioni effettivamente c’è, in particolare per quanto attiene il mood complessivo ricreato, pur essendo il background musicale dei Nostri senza dubbio molto diverso rispetto a quello dei folletti islandesi. Con Flares, i Port Royal riescono a costruire una trama sonora che, in apparenza, può sembrare fragile e sul punto di spezzarsi da un momento all’altro, ma che, ad un esame meno superficiale, appare assai robusta e elaborata, tutta incentrata su impercettibili variazioni timbriche, stratificazioni di chitarre, riverberi, spruzzate di synth, gelidi beat elettronici e, soprattutto, riuscitissime melodie. Il risultato finale è un suono estremamente avvolgente, carico di estasi e malinconia. Un ascolto romantico e notturno, impalpabile come la nebbia, immobile e impenetrabile come certi ghiacciai perenni. Dovrebbe far riflettere tutti il fatto che una delle esperienze musicali italiane più interessanti del decennio sia stata prodotta da un’etichetta straniera, quale l’inglese Resonant Recordings (già distributrice, tra gli altri, dei Do Make Say Think), confermando una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, la miopia e la scarsa voglia di mettersi in gioco dei discografici del Bel Paese. (A.D.)
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Ufomammut (2004) Snailking altOrmai è un dato di fatto. Gli Ufomammut sono una delle poche realtà alternative italiane a godere di una certa credibilità anche all’estero. Questo disco può essere considerato il culmine del percorso intrapreso alcuni anni or sono dai membri della band, alla ricerca di un proprio suono caratteristico, ovvero un sapiente mix di doom, stoner, sludge e rock psichedelico. I tre musicisti di Tortona, sotto gli pseudonimi di Poia (chitarre e synth), Vita (batteria) e Urlo (basso e voce), nell’occasione riescono a dar vita ad un immaginario quanto mai straniante e opprimente, trascinando l’ascoltatore direttamente nel bel mezzo di un torrido deserto (i Kyuss c’entrano, eccome…). Snailking, d’altra parte, non paga i difetti di inesperienza presenti nell’esordio Godlike Snake, né i problemi di ripetitività e parziale mancanza di spunti originali del recente Idolum. “Le parole sono importanti”, citando Nanni Moretti in Palombella Rossa, e questi ragazzi lo sanno benissimo. Scegliendo un nome come Ufomammut, si evocano immagini di creature mastodontiche e spaziali, mentre scegliendo come titolo per un disco Snailking (il “Re Lumaca”), si rimanda a figure mitologiche dall’incedere lento e maestoso (in “God” Urlo, è proprio il caso di dirlo, urla “I’m your God, you’re my slave, I’m your God, the Snailking”). Tutti termini appropriati per definire quello che disegna la loro musica. E così si entra in un percorso lineare, crescente, ma allo stesso tempo rarefatto. “Odio” è un susseguirsi di riff corposi e dal sapore doom (vengono in mente gli Electric Wizard) inframezzati da sfuriate stoner della più vecchia scuola desertica, mentre “Lacrimosa”, forse il pezzo più interessante del disco, con le sue tonalità e melodie meno oscure, suona quasi post rock grazie alle atmosfere che paiono lasciare uno spiraglio di salvezza. L’unico appunto che salta all’orecchio in un disco quasi perfetto come questo, è la lunghissima traccia di chiusura. La consuetudine della band di cimentarsi in lunghissime composizioni che sembrano essere collage di spunti musicali veri e propri uniti da intermezzi lisergici, dona ai loro dischi un piccolo difetto di fruibilità. Ma è un difetto facilmente sormontabile se considerata la qualità del materiale proposto. Con Snailking gli Ufomammut probabilmente non hanno inventato nulla, ma mescolando le carte in gioco dei diversi stili da cui provengono le sonorità utilizzate, si ritagliano un bel posto al sole fra le band più apprezzate del mondo della musica alternativa italiana ma anche estera, e ne è un esempio il tour europeo ed americano intrapreso recentemente dai tre. (C.M.)
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Uochi Toki (2009) Libro Audio altGli Uochi Toki non rappresentano una voce fuori dal coro del panorama hip hop italiano soltanto per il personalissimo uso di campionamenti e per l’assenza di melodie. La notevole creatività, infatti, permette loro di andare oltre e di confezionare dei prodotti che intellettualmente vantano qualcosa in più rispetto a quelli dei loro colleghi connazionali. Libro Audio, l’ultimo parto, è la conferma del fatto che il duo alessandrino, ormai giunto al quinto album in studio, è una delle formazioni più originali attualmente in circolazione. Diverso dagli esordi, rumorosi e non-sense, è il disco della definitiva maturazione, il lavoro che li consacra come una delle più belle realtà italiane di sempre. Libro Audio è pensato come se fosse un libro: trama, storie e personaggi. E’ un viaggio verso l’irreale, dove i personaggi e le storie in un primo momento legati al vissuto quotidiano (molti elementi sono autobiografici) fuggono pian piano dal reale per ripararsi in una dimensione liberamente inventata, nella quale possono finalmente essere loro stessi, nel bene e nel male. Questa fuga è seguita da trame sonore che si fanno sempre meno umane e più artificiali. Le liriche politicamente scorrette seguono i pensieri di Napo, che se la prende con il reale, il senso comune, insomma, contro una società che ha sempre promosso il conformismo condannando il benchè minimo accenno di individualismo. Le corse nervose e frenetiche delle parole sputate e urlate sono un vero e proprio flusso di pensieri a senso unico – non esistono i ritornelli – che marcia sulle basi musicali di Rico, le quali poi pescano a piene mani dalle sonorità di Kyuss, Metallica, addirittura Meshuggah, Converge e molti altri, a conferma, non solo dell’ottima intesa del duo, ma anche del fatto che entrambi sono degli ascoltatori di buona musica. Libro Audio è un prodotto originale e creativo, diverso – fortunatamente – dalle produzioni italiane mainstream in ambito hip hop e rap. Un album talmente bello che sarebbe il caso di lasciare in cantina i pregiudizi, premere il tasto play e immergersi nel mondo disegnato da Napo. (J.M.)
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Zu (2002) Igneo altScegliere il disco che avrebbe rappresentato il decennio degli Zu non è stato affatto facile. La scelta è alla fine caduta su Igneo, la seconda fatica in formato full lenght del trio romano formato da Jacopo Battaglia alla batteria, Massimo Pupillo al basso e Luca Mai al sassofono baritono. Già, il sassofono baritono… Uno strumento inconsueto per un gruppo che fa musica rock. Sì, rock. Perchè se vogliamo collocare in un genere questo trio vengono in mente tante etichette, o meglio, tag (sennò passiamo per demodè, e non sia mai) tutte facenti parte del caro mondo rock: noise, hard-core, no-wave, punk, math rock, math metal. Con gli Zu però entrano in gioco (giustamente) anche le tag più difficili, come jazz, avant-garde, experimental, fusion. Insomma si può dire tutto e il contrario di tutto. Ma dove sta la verità allora? Nel mezzo, come al solito, ovvero che gli Zu nei loro deliri sonori incontrano svariati percorsi che percorrono con sfrontatezza e forte personalità, senza dover per forza mettere dei paletti stilistici che tanto piacciono a noi recensori. Con questo lavoro che li ha portati alla ribalta in un panorama durissimo come quello della musica sperimentale internazionale, limano le incertezze che caratterizzavano il precedente Bromio, anche grazie all’esperta mano in produzione di Steve Albini. Il disco è un perpetuo martellare di intrecci zorniani e aperture space jazz, che lasciano il tempo di rifiatare solo per prepararsi alla successiva frenesia ritmica sormontata dal sax usato come la più distorta delle chitarre elettriche. Battaglia e Pupillo formano una sezione ritmica che fa emergere la matrice hard core/punk del gruppo insieme ad echi matematici alla Don Caballero (prendete “Solar Anus”, ad esempio, che sembra un manifesto di intenzioni), mentre il sax di Mai esplode melodie urlate a perdifiato che vanno a braccetto con lick jazzistici veri e propri. Forse l’unico limite di una musica così interessante è la saltuaria difficoltà di ascolto, che però viene facilmente sormontata in sede live, dove gli Zu diventano una macchina schiacciasassi che non guarda in faccia a nessuno, lasciando il più delle volte senza parole chi assiste allo show. (C.M.)
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Alle spalle di questi magnifici dieci, meritano quantomeno una segnalazione un pugno di dischi altrettanto interessanti. Muscoli e Dei (2003), album d’esordio dei Marta Sui Tubi, nella sua discontinuità e imperfezione, ad esempio, può essere considerato, per l’indubbia freschezza di fondo, un’autentica boccata d’ossigeno all’interno di una scena folk-pop troppo spesso legata a stereotipi di matrice anglofona. Allo stesso modo, Quello Che Non C’è (2002), svolta matura di Manuel Agnelli e dei suoi Afterhours, è un lavoro del tutto riuscito, impreziosito da echi post rock e da un songwriting quanto mai cupo e introspettivo. Peccato davvero che la band milanese, dopo anni di rispettabile carriera, sia successivamente riuscita, in breve tempo, a compromettere totalmente la propria immagine e credibilità con dischi e scelte a dir poco discutibili. Ma canzoni come la titletrack, “La Gente Sta Male” e “Non Sono Immaginario” restano tra i migliori episodi del rock alternativo italiano del decennio. Poco da fare oltre che ammetterlo. Al massimo potreste obiettare: “tutto qui?”. E semmai sì, è questa la situazione. Gli Afterhours sono ancora un riferimento, come dimostrato dalla compilation che li ha visti raccogliere dei pezzi inedetiti composti da molti dei nomi qui citati, con l’intento di dare un’idea dello stato dell’arte in cui si trova il movimento alternativo italiano. Tra gli altri reduci degli anni ’90, un altro artista che non deve finire nel dimenticatoio è senza dubbio Paolo Benvegnù. L’ex leader degli Scisma, infatti, nel corso di questi ultimi anni ha saputo costruirsi una solida reputazione di raffinato cantautore pop. Un album come Piccoli Fragilissimi Film (2004), con le sue divagazioni jazz, costituisce una chiara dimostrazione di classe e chiarezza d’intenti. Altrove, gli appassionati di post rock avranno sicuramente trovato il modo di dilettarsi con il suggestivo lavoro dei Vanessa Van Basten (La Stanza di Swedenborg – 2006), mentre per gli amanti della musica hardcore il territorio italiano ha continuato a sfornare band di tutto rispetto come With Love (da recuperare assolutamente il loro Tuoni Fulmini e Saette – 2004) e Death of Anna Karina (New Liberalistic Pleasure – 2006, ma anche e soprattutto l’omonimo esordio – 2002), tra le principali realtà di una scena che, nel corso del decennio, si è dimostrata particolarmente viva e fertile, e che vanta o vantava tra le sue fila nomi assai quotati quali, tra gli altri, Inferno, Ornaments e Laghetto. Non possiamo dimenticare, inoltre, i due interessanti lavori degli Offlaga Disco Pax, particolare trio che riprende i temi della tradizione rock emiliana (CCCP e CSI), quali l’utopia socialista e le questioni sociali, arricchendole con un lato umano e emotivo che rende il tutto estremamente attuale.

E poi ancora, la garbata ironia di Dente, cantautore romagnolo recentemente salito agli onori delle cronache grazie ad un paio di dischi registrati a bassa fedeltà, l’eccentrico synth-pop di Beatrice Antolini, artista che vanta un invidiabile background come pianista classica, e perché no, anche il rock immediato e sanguigno di Giorgio Canali, una vita trascorsa nei CSI in compagnia di Giovanni Lindo Ferretti. Ci sono poi i tetri acquerelli alla De Andrè di Cesare Basile… I nomi da fare sarebbero davvero tanti, anche se, va detto, si tratta di autori di album solamente discreti e non di veri e propri capolavori.

Ci piacerebbe poi spendere qualche parola per citare alcune delle etichette indipendenti che in questi anni si stanno distinguendo in territorio italiano per i movimenti di promozione alla musica italiana di qualità e che raccolgono molti dei gruppi che abbiamo appena citato.

Fra queste la Wallace Records, che annovera fra i suoi prodotti Bachi da Pietra e Zu (che ora escono per la Ipecac di Mike Patton), la Supernatural Cat, che promuove la musica di Morkobot e Ufomammut, nata dal collettivo artistico Malleus (che cura anche gli splendidi artwork delle sue band) ed infine La Tempesta Dischi, che viene alla luce da un’idea dei Tre Allegri Ragazzi Morti ed è ormai una realtà fra le più interessanti, proponendo Il Teatro degli Orrori e Uochi Toki.

Questo è lo stato dell’arte della musica italica per quello che riguarda i suoni rock/pop e alternativi. Magari in uno dei prossimi numeri ci occuperemo anche dell’altra Italia musicale, con un articolo dedicato all’avanguardia, al jazz tricolore, alla classica (dove forse l’Italia ha qualcosa in più da dire).

Cercando di tirare le somme, dobbiamo saperci accontentare di quanto il decennio ha saputo offrire, oppure dobbiamo ritenere che ci sia ben poco di cui essere soddisfatti? Per una volta, preferiamo non prendere posizione e lasciare il lettore totalmente libero di trarre le proprie conclusioni.

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