Top 100 anni 80

Quella che segue è la classifica dei migliori album degli anni Ottanta risultante dalle votazioni cui hanno partecipato membri dello staff e alcuni redattori di Do You Realize. Scorretela dalla centesima alla prima posizione. A fianco della copertina troverete un breve estratto da articoli e recensioni presenti fra i dischi chiave o ancora da pubblicare. Se qualcosa di vostro gradimento in particolare non rientra fra i nostri primi 100, discutetene pure nel forum di Do You Realize.
100
Josef K – The Only Fun in Town (1981)

I Josef K sono stati il classico gruppo meteora balzato agli onori delle cronache giusto il tempo di un estate, ma che oggi è assolutamente necessario e doveroso riscoprire, stante il notevolissimo valore artistico della loro proposta, di fatto limitata ad un esiguo numero di registrazioni, tutte ricomprese nel periodo 1979-81. La band vide la luce, verso la fine degli anni ’70, ad Edimburgo, per iniziativa di Paul Haig, Ron Torrance, Malcom Ross e Malcon McCormack (poi sostituito da David Weddell). Inizialmente conosciuti come TV Art, i Nostri decisero ben presto di cambiare nome in onore a Franz Kafka e al suo “Il Processo”. Dandy per vocazione, desiderosi di non prendersi troppo sul serio, i Josef K furono senza dubbio una delle realtà più rappresentative di quell’ondata che all’epoca venne da più parti definita “Sound of Young Scotland”. Più disinvolti degli Orange Juice, meno snob dei loro figliocci Aztec Camera, formazione in cui si ritrovò di lì a poco a militare lo stesso che Malcolm Ross, i quattro furono capaci di trovare l’alchimia giusta per coniare uno stile che, a distanza di trent’anni, appare ancora incredibilmente fresco e efficace, a base di pop e funk, ritmiche incalzanti e chitarre abrasive, romanticismo e oscurità. (A.D.)
99
Big Black – Atomizer (1986)

Steve Albini non ha certo bisogno di presentazioni quando si parla del suo lavoro di produttore. In Utero vi dice niente? Ma è bene non dimenticarsi che prima di plasmare i suoni di un numero esagerato di artisti, Albini fu mente e anima dei suoi Big Black, capaci in soli cinque anni di gettari le basi per buona parte della musica pesante immediatamente successiva. Culmine di tutto è il debutto Atomizer, nel quale il suono unico della chitarra di Albini la fa da padrone indiscusso. Un vero e proprio assalto sonoro che manda a casa a testa bassa l’ingenua cattiveria di certo trascurabile metal e che ritroveremo in certe sferzate industrial. Doveroso notare il sarcarsmo, talvolta brutale, insito nelle parole di Albini, che all’epoca venne frainteso e valse ai Big Black l’etichetta di razzisti. L’energia sprigionata da Atomizer non ha eguali nel resto della carriera di Albini, forse nemmeno nelle vesti di produttore il nostro ha saputo catturare la furia racchiusa in questo LP. (M.U.)
98
Christian Death – Only Theatre of Pain (1982)

Concentrato di violenza punk e oscure atmosfere gotiche, il disco in parola merita senza dubbio di essere annoverato tra i più blasfemi e dissacranti di ogni tempo. Musica dissoluta, intrisa di riferimenti antireligiosi, sicuramente dotata di un certo fascino perverso, che rispecchia appieno l’animo fragile ed irrequieto di Rozz Williams, leader indiscusso della band, capace di divenire in brevissimo tempo un autentico punto di riferimento all’interno della scena dark a stelle e strisce. D’altra parte, il titolo stesso di questo album sembra sintetizzare alla perfezione quella che è stata la breve e tormentata esistenza del suo autore, fino al tragico epilogo. Un’opera sofferta, claustrofobica e quanto mai intensa, realizzata da un uomo che non stava bene con se stesso e con gli altri, sempre pronto a lanciarsi in feroci invettive contro l’ipocrisia e il finto-perbenismo della società civile statunitense, che saliva sul palco vestito da sposa, simulando il rituale della comunione o compiendo gesti sessualmente espliciti nei confronti di immagini sacre. Brani come “Cavity – First Communion”, con le sue chitarre distorte su di un basso ipnotico, o come “Romeo’s Distress”, cupa e rabbiosa power-ballad che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, sono a tutti gli effetti dei piccoli classici, destinati a rimanere per sempre negli annali del gothic rock tutto. (A.D.)
97
Red Hot Chili Peppers – Mother’s Milk (1989)

Il disco che a tutti gli effetti ha segnato l’inizio di una nuova fase nella carriera dei peperoncini, che molti all’epoca avevano frettolosamente dato per spacciati. Hillel Slovak, l’eccentrico chitarrista che aveva avuto un ruolo fondamentale nei primi anni di vita della band, era morto per overdose ed il batterista Jack Irons, di fronte ad una tragedia tanto grande, non se l’era sentita di andare avanti ed aveva preferito abbandonare il progetto, salvo decidere di ripresentarsi sulle scene qualche tempo più tardi dietro le pelli dei Pearl Jam. Il frontman Anthony Kiedis ed il bassista Michael Flea Balzary, compagni di scuola di Hillel e come lui dediti ad una vita di eccessi, arruolati Chad Smith alla batteria e l’appena diciottenne John Frusciante alla chitarra elettrica, riuscirono tuttavia a trovare dentro di sè la forza per disintossicarsi e ripartire, ripresentandosi alla grande davanti al proprio pubblico con questo trascinante mix di velocità, groove ed energia. Al suo interno, un pugno di brani inediti semplicemente memorabili, tra cui il singolo “Knock Me Down” (scritto da Kiedis in ricordo di Slovak), “Subway to Venus” e “Stone Cold Bush”, oltre alle riuscite cover di “Higher Ground” e “Fire”. (A.D.)
96
The Jesus and Mary Chain – Darklands (1987)

Dopo aver irrimediabilmente alterato le sorti della canzone pop, i Jesus & Mary Chain mostrano quanto involontario fosse quel manifesto rumoristico che è divenuto Psychocandy con il disco appena successivo, Darklands, la collezione di brani con cui scelgono di puntare all’olimpo dei grandi del rock. Non sarà che il primo di una serie di falliti tentativi. Errore madornale sarebbe però lasciarsi sfuggire il patinato jangle pop di pezzi come “Happy When It Rains” o “April Skies”, solo per il fatto che i fratelli Reid hanno deciso di non ripetersi, tenendo riverberi, echi e distorsioni in secondo piano rispetto alle melodie. Ma nonostante il potenziale radiofonico, i riflettori si sono spenti lo stesso lasciando i Jesus & Mary Chain come simbolo dell’indie inglese degli Ottanta. I frutti del loro lavoro saranno raccolti da altri protagonisti, quasi un decennio dopo. (D.S.)
95
Meat Puppets – Meat Puppets II (1984)

Stanchi della scena hardcore in cui bazzicavano fin dagli esordi, i fratelli Kirkwood si lasciano affascinare dai Violent Femmes e voltano pagina, mettendo da parte i precedenti intenti punk per esplorare un suono originale, un mix di country western e noise che non lascerà indifferenti gruppi come i Dinosaur Jr e i Nirvana. Quello che colpisce in questo albo è l’abilità dei Meat Puppets di far combaciare due generi apparentemente molto distanti fra loro con una scrittura dei pezzi incisiva e accattivante, che riprende a proprio piacere anche la psichedelia e il folk più classico. E’ facile ricordarsi di loro per l’Unplugged dei Nirvana, ma fortunatamente negli anni Meat Puppets II è uscito dall’anonimato degli ’80 e oggi viene giustamente riconosciuto come uno dei lavori più influenti dell’underground americano pre-grunge. (M.U.)
94
The Chameleons – Script of the Bridge (1983)

Esordio e capolavoro degli esponenti più noti, o forse sarebbe meglio dire meno oscuri, di quel particolare filone della new wave che dà particolare risalto all’epicità, al romanticismo, alla malinconia e alla nostalgia. A dominare gli arrangiamenti sono gli intrecci delle chitarre (gli Interpol ringraziano sentitamente), una sezione ritmica decisa come da buona tradizione post punk, la voce del leader Mark Burgess profonda e cupa. Ciò che si ottiene, in fondo, è un’interpretazione che si allontana dall’asperità dei più celebri esponenti del genere dark e si avvicina a sentimenti più universali. Da riscoprire, tanto l’album in sé quanto la sua influenza sul rock atmosferico e chitarristico, azzardandone, ma non troppo, un’ispirazione per shoegaze e post rock. E’ un peccato che i Chameleons non si siano ripetuti nel prosieguo della loro carriera, regalandoci soltanto qualche episodio isolato a ricordare le gemme del debutto. “Script of the Bridge” rimane comunque imprescindibile per chi ama new wave e post punk. (M.F.)
93
Prince – Purple Rain (1984)

In soli 44 minuti, Purple Rain ha convertito alla confessione del Principe di Minneapolis un’intera generazione di ascoltatori di musica pop, riuscendo ad entrare definitivamente nelle case e alle feste dei bianchi senza essere diseredato dai quartieri che hanno visto nascere la black music. Purple Rain è il vertice di Prince, non per forza il suo disco migliore, ma certo quello che ha saputo garantirgli un posto di rilievo nell’immaginario e nella galleria degli Ottanta, con tutte le armi più colorate a sua disposizione: una fusione radicale di R&B, melodia pop, funk nero, energia di Hendrix, per una diversità che lo rende meno compatto dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo in grado di abbracciare ogni sfumatura del suo genio. Purple Rain è un manifesto di intenzioni, un marchio di fabbrica, un trattato affisso sul portone della chiesa, la magna carta della nuova musica nera. (A.B.)
92
Japan – Tin Drum (1981)

Il disco definitivo di David Sylvian e soci, quello con cui i Japan riescono nell’intento di fondere alla perfezione le suggestioni esotiche, che già avevano fatto capolino nei precedenti lavori della band, con i beat elettronici e le divagazioni rock tipiche del loro sound. Tin Drum è un disco in grado di evocare affascinanti scenari orientali, raffinati e suggestivi nelle eleganti manipolazioni pop, senza mai scadere nel banale o, al contrario, nell’eccessivamente ridondante. Un perfetto equilibrio raggiunto in primo luogo grazie alla straordinaria abilità dei singoli musicisti, capaci, nel corso degli anni, di migliorare sensibilmente il livello delle proprie esecuzioni e portare avanti una ricerca sonora sempre più approfondita e articolata. La voce struggente e quanto mai espressiva del leader David Sylvian, il basso pulsante ed ipnotico di Mick Karn, i tappeti sonori del tastierista Richard Barbieri e le ritmiche avvolgenti di Steve Jansen fanno sì che Tin Drum sia, come ebbe modo di affermare lo stesso Sylvian all’epoca dell’uscita, un disco semplicemente perfetto, immancabile in qualsiasi collezione che si rispetti. (A.D.)
91
Michael Jackson – Thriller (1983)

Thriller è un disco pop come non se ne vedono da anni. Canzoni che vanno dritte all’orecchio dell’ascoltatore e melodie impossibili da dimenticare. La bellezza di Thriller sta nella geniale, e comunque relativa, semplicità di cui è intriso, nel suo essere precursore di buona parte della musica mainstream degli anni a venire. Successo planetario, oltre cinquanta milioni di copie vendute nei primi anni di uscita, sette singoli estratti che finirono nelle top ten di diversi paesi. Per non parlare dei video, tra cui quello terrificante della title track, perfetta sintesi audio-visiva di Thriller, che risaltavano gli storici passi di Michael con vere e proprie riprese cinematografiche. Thriller lo consacrò così come chiacchieratissima ed imitatissima icona pop degli anni ’80. Da qui in poi il successo andra’ scemando, tra scelte discutibili e dischi non all’altezza delle aspettative fino alla progressiva scomparsa dalla scena musicale. (M.U.)
90
King Crimson – Discipline (1981)

I gruppi prog anni ’70 si distinguono dai grandi gruppi perché sono rimasti legati al proprio suono nativo, riproponendo stili e stilemi degli esordi senza grandi stravolgimenti. I grandi gruppi si distinguono dai gruppi prog anni ’70 perché hanno saputo evolversi, cambiare, adeguarsi allo scorrere del tempo. I King Crimson sono un grande gruppo, e si distinguono dai gruppi prog anni ’70 (quelli che hanno sconfinato negli Ottanta) soprattutto grazie a questo disco. Discipline abbandona le atmosfere surreal-fiabesco-intellettuali del passato per ricalcare uno zeitgeist fatto di industrie, metallo, utopie politiche sconfitte e frammentazione della realtà. I King Crimson mischiarono la solita tecnica sopraffina – soprattutto per quel che riguarda le ritmiche folli – con visioni esotiche figlie degli esperimenti di Fripp coi Talking Heads; il tutto inserito in una cornice moderna, industriale e sferragliante come quei primi anni ’80 nei quali la band riesce a lasciare un segno indelebile. Con buona pace dei cuginetti prog Genesis, Yes e compagni. (G.F.)
89
Mission of Burma – Vs. (1982)

Non una fortunatissima carriera quella dei Mission of Burma, costretti a ritirarsi dalle scene per un disturbo all’udito del frontman Roger Miller dopo aver prodotto un unico album in studio. In realtà era bastato un solo EP, Signals, Calls and Marches, a portare il gruppo statunitense già sotto i riflettori, prima della consacrazione con Vs. Nonostante la carriera lampo, escludendo la reunion avvenuta nel 2002, i Mission of Burma hanno lasciato un segno influenzando uno svariato numero di artisti che ne hanno dichiarato la profonda stima, dai Sonic Youth ai Nirvana, passando per Fugazi e Pearl Jam (ebbene sì, Vedder non ha intitolato il suo Vs. per pura casualità). Un po’ come i colleghi inglesi Wire, il post punk del gruppo di Boston si distingue per la sua velocità, magari anche un po’ complessa, e per le sue scariche ad alta tensione, tanto da rendere questo Vs. un lavoro tutto sommato ambizioso ma molto dinamico e di grande impatto. Peccato non aver avuto molto altro tempo per ripetersi. (S.P.)
88
Scratch Acid – Scratch Acid (1984)

Prima di consegnare agli anni ’90 le pagine migliori del post-hardcore con i Jesus Lizard, Yow e Sims hanno militato negli Scratch Acid, indispensabile banco di prova per tutto quello che i due faranno poi nella formazione successiva. E’ qui infatti che troviamo la genesi della follia di Yow, le ritmiche contorte di quella che rimane una delle migliori sezioni ritmiche di quegli anni. In bilico fra la wave e l’hardcore, gli Scratch Acid confondo e spiazzano gli appassionati dell’uno e dell’altro genere, componendo con una perizia tecnica non comune eppure mai autoindulgente un pugno di canzoni dalle quali saranno in molti ad attingere idee nell’immediato futuro. Anche se, a dire il vero, non esistono momenti nel non-genere inaugurato proprio dagli Scratch Acid che possano tenere testa a pezzi come “Cannibal” e “Monsters”. (M.U.)
87
Duran Duran – Rio (1982)

Ciò che di nuovo i Duran Duran introducono non è qualcosa di pienamente definibile ma un mélange delle loro influenze e generi musicali: John porta la sua passione per la musica nera funky, Andy l’hard rock, Nick l’elettronica art pop inglese e tedesca. Come in tutti i grandi gruppi al loro apice creativo non è mai il singolo membro che trascina gli altri, ma la mescolanza irripetibile di attitudini, desideri ed urgenze creative. Con Rio vogliono tentare nuove strade musicali senza lasciare alle spalle il sound new wave con il quale sono nati. Questo disco sarà infatti,un perfetto amalgama tra il pop sintetico in voga oltre i lidi d’albione ed un viaggio (ancorpiù) di sogno pop tra i lussureggianti colori ed i vitali sapori del sud del mondo. Gli storici video (fondamentali nel definire non solo il look ma anche l’immagine tutta del gruppo negli anni a venire) che accompagnano i singoli del disco, sono infatti nella gran parte girati nello Sri Lanka (“Rio”, “Hungry Like the Wolf” e “Save a Prayer”) durante una vacanza di lavoro del quintetto. A distanza di oltre trent’anni (“The Chauffeur” è addirittura del 1978), rimangono canzoni emozionanti e vive, assolutamente rappresentative della loro stagione del rock. C’è da scommettere che sarà così anche per gli anni a venire. (A.B.)
86
NoMeansNo – Wrong (1989)

I canadesi NoMeansNo rimangono ancora oggi nell’epoca di internet un segreto troppo a lungo custodito. Quel punk tagliente forte di uno spirito jazz (si notino le linee di basso non troppo distante da Mingus, per esempio) a dieci anni di distanza suona ancora vivido e duro. Wrong rimane il loro apice, un lavoro in cui la scrittura dei pezzi non è esclusivamente al servizio dell’assalto sonoro. Anzi, spogliando il punk della sua innata semplicità, i NoMeansNo dimostrano una perizia tecnica insuperata, aprendo la strada in un certo senso ai pur grandissimi Jesus Lizard. Nonostante Dave Grohl in diverse occasioni abbia menzionato tra le sue influenze principali il prepotente drumming di John Wright, raramente i NoMeansNo vengono citati quando si raccontano storie di anni ’80. Eppure, fra gli esponenti migliori e decisamente piu’ originali del rock underground che segnò in maniera indelebile quel decennio un posto d’onore se lo meritano anche loro grazie a Wrong. (M.U.)
85
The Replacements – Let It Be (1984)

Terzo lavoro di questa band statunitense che, votata inizialmente all’hardcore, decide di intraprendere la svolta verso un bacino d’utenza più vasto con questo Let it Be. L’album infatti oltre a mettere in evidenza in modo decisamente più marcato le abilità di songwriting di Paul Westerberg, si colloca perfettamente e senza troppe pretese all’interno del garage rock americano. Passando da “I Will Dare”, che presenta inserti chitarristici ad opera di Peter Buck degli R.E.M., alla cover dei Kiss “Black Diamond”, e ancora ai residui di urgenza espressiva punk di “We’re Comin Out” fino a ballate come “Androgynous” e “Unsatisfied”, ci sono tutti gli elementi per rendere questo disco un classico nonostante l’eterno spirito di ribellione adolescenziale. (S.P.)
84
Slayer – Reign in Blood (1986)

Non che prima la carriera degli Slayer andasse male, anzi. I primi due dischi in studio avevano ingolosito pubblico e critica, che vedeva in loro e in pochi altri nomi il perfetto esempio di quello che il metal doveva diventare. Ovvero più pesante, più veloce, più cattivo. Musica che facesse male ai benpensanti ed esprimesse rabbia, voglia di ribellione e di urlare cose proibite in faccia alla gente. Soprattutto, musica che avesse il coraggio di fare cose mai pensate prima, per pudore o buongusto. Quello che resta è la carica rivoluzionaria che quelle parole, quell’immaginario, quel modo di porsi e proporsi avevano al tempo. E soprattutto resta la musica, che non è solo violenta, veloce e schiacciaossa. È soprattutto vera e sincera. Reign in Blood era e resta uno dei dischi più pesanti e cattivi di sempre, ma di una cattiveria che non ha un’oncia di costruito, non ha alcuna patina su di sé. Non c’è trucco non c’è inganno, c’è solo l’etica del do-it-yourself applicata ad un suono che all’epoca era davvero nuovo e che tuttora fa proseliti e suscita rispetto. (G.F.)
83
The Psychedelic Furs – Talk Talk Talk (1981)

Un altro degli imprescindibili per gli amanti della new wave è certamente Talk Talk Talk dei Psychedelic Furs. La melodia, nonostante echi psichedelici e ossessivi di velvettiana memoria ( “Dumb Waiters”), mantiene sempre uno spazio di primo piano; il tutto è ottenuto con fluidità e naturalezza (si pensi a “Pretty in Pink”), riuscendo a far scorrere il disco pezzo dopo pezzo, senza fatica. Il risultato è una sorta di dark punk influenzato dallo spleen pop più romantico. Decisivo l’apporto del sassofono che dona ai dieci brani quella dose di originalità in più: una scelta semplice e allo stesso tempo funzionale a distinguere i Psychedelic Furs dal resto della scena. A non tradire la qualità del contenuto musicale ci pensa poi la copertina del disco, esteticamente accattivante e divenuta nel tempo tra le più note della sua stagione del rock. (S.V.)
82
Kraftwerk – Computerwelt (1981)

Con gli anni ’80 iniziava la diffusione dei personal computer come strumenti di lavoro e di intrattenimento, un processo importante immortalato su pellicola da film come Tron o da album come Computerwelt (Computer World nella versione inglese) dei Kraftwerk. Dopo aver dato un contributo fondamentale, negli anni ’70, alla nascita di new wave e darkwave, i Kraftwerk affrontarono ’80 portando avanti il pop elettronico di The Man Machine attraverso un concept album che, appunto, parlava di computer. Non si sarebbero mai lasciati scappare un’occasione del genere, proprio loro che avevano basato un’intera carriera sul lato artistico della contrapposizione tra l’uomo e la macchina che egli stesso ha costruito. Troppo ghiotta l’opportunità di fantasticare (profeticamente, diremmo oggi) sulle possibilità di un rapporto uomo/computer, un amore simile a quello ormai consolidato e pur sempre valido tra l’uomo e la sua automobile. Computerwelt vaga nel cyberspazio tra ritmi sintetici e voci umane, con l’ingenuità di un bambino che scopre un mondo del tutto nuovo e l’esperienza di musicisti perfettamente consci delle possibilità dei loro sintetizzatori. SSul piano musicale, synth pop, hip hop e techno devono molto al loro lavoro, ma va considerato anche il merito di aver fotografato lo zeitgeist tecnologico della loro epoca con il loro ultimo album vero e proprio. (P.R.)
81
Bruce Springsteen – The River (1980)

Compendio, prova di forza, manuale del rock da arena; chiamatelo come volete ma in The River Bruce Springsteen dà dimostrazione della sua raggiunta maturità come autore di canzoni e prima ancora come uomo. Riesce a miscelare al meglio le influenze già presenti nei dischi precedenti raggiungendo così il completamento della ricerca del suo suono caratteristico; gli arrangiamenti curatissimi e il songwriting al massimo livello sublimano così la sua proposta anche con l’introduzione di piccoli ma evidenti nuovi elementi. Tutto il dispiegamento di forze messo in campo dalla fedelissima E Street Band è amalgamato come mai in precedenza per fornire nuovi tentativi di canzoni perfette, nuova carne da cannone da sacrificare nei già leggendari concerti dal vivo. La crescita si riflette anche nelle sue abilità di paroliere e cantastorie, con testi molto espressivi già nelle singole frasi, e forse più realisti che in passato, anche se magari meno intransigenti. Ma appunto, è il disco della raggiunta maturità: l’ingenuità ha già pagato. (A.M.)
80
The Dream Syndicate – The Days of Wine and Roses (1982)

I Dream Syndicate, capitanati dal cantante Steve Wynn, dal chitarrista Karl Precoda e dalla bassista Kendra Smith, sono la band più rumorosa ed eminentemente punk rock della scena Paisley Underground. Impossibile non scorgere l’enorme influenza esercitata dai Velvet Underground su questi ragazzi, con il modo di cantare di Wynn che ricorda molto da vicino quello di Lou Reed e l’ampio utilizzo di riverberi e feedback di chitarra elettrica per dare corpo a un sound molto diverso da quello della maggior parte delle formazioni del periodo. L’impatto enorme avuto da un album come The Days of Wine and Roses, infatti, è comprensibile appieno solamente se si considera il periodo storico in cui venne pubblicato, una stagione nella quale le onde radio erano intasate dal suono dei synth e le guitar-band erano viste come delle specie di animali preistorici. Un pugno di canzoni che suonano incredibilmente fresche e attuali ancora oggi, a quasi trenta anni dalla loro pubblicazione. Nove pezzi in tutto, dall’ascolto dei quali emerge con prepotenza la forza espressiva della penna di Steve Wynn, nell’occasione estremamente ispirato nel raccontare storie di amore, rabbia e disagio giovanile con quell’innocenza di fondo e quell’onestà intellettuale che molto spesso è possibile rinvenire solamente negli esordi assoluti. (A.D.)
79
Tom Waits – Rain Dogs (1985)

Dove Swordfishtrombones è oscuro, intraducibile e muto, Rain Dogs è più addomesticato, riuscendo a rimanere, nonostante la sua più facile fruibilità, elegantemente sgangherato e randagio. Ci troviamo di fronte a un album vero e proprio, composto da vere canzoni dove lo schema verso-ritornello è molto meno nascosto. Le canzoni tradizionali, nello stile classico della canzone pop rock diventano quasi hit. C’è più ritmo, più divertimento rispetto al predecessore, più colore, e non ci sono troppe parti strumentali. Tutto è pieno. Quello che c’era da catturare è stato catturato. Le canzoni si susseguono velocemente, e anche in Rain Dogs le storie e filastrocche recitate e cantate sempre con quella voce roca e rabbiosa, gettata in un calderone blues, folk, rock, accenni tzigani, polka e musica popolare, lasciando l’ascoltatore, una volta arrivato alla fine, stordito dalla gradazione alcolica di questa razza di musica. (J.M.)
78
Ministry – The Land of Rape and Honey (1987)

The Land of Rape and Honey, del 1988, riprende Twitch migliorandone la realizzazione soprattutto dal punto di vista dell’elettronica grazie al bassista Paul Barker, aggiungendo alcune influenze dai Killing Joke, elementi innovativi come il campionamento di violenti riff heavy metal, drum machine e batteria analogica, voce compressa e filtrata e urla, espressione della continua dicotomia uomo-macchina, allo stesso tempo tecnica espressiva e critica sociale. Una musica così frenetica e di difficile assorbimento ebbe subito presa sul pubblico, grazie anche all’esplosione metal di quegli anni, nella fattispece thrash, che porterà i Ministry a consolidare la loro posizione nell’olimpo industrial grazie a Psalm 69, provato anche dal grande numero di band che devono loro più di un tributo. The Land of Rape and Honey è il loro capolavoro. Perfetto per contesto, ideali e novità. Forse non il manifesto di un genere, ma sicuramente una tappa fondamentale. (D.B.)
77
Dead Kennedys – Fresh Fruit for Rotting Vegetables (1980)

Biafra mette alla berlina governatori, militari, ragazzi drogati di televisione e psicopatici con una furia devastatrice che non sembra conoscere limiti. Il resto del gruppo lo accompagna, smaliziato e profondamente versato nel mondo della musica leggera, ma allo stesso tempo capacissimo di suonare con una foga degna delle prediche politicizzate del volatile ed eccentrico leader. Questa loro prima uscita sul mercato discografico esibisce fin da subito le loro qualità: nonostante l’hardcore sia spesso un genere in cui la potenza e la velocità delle composizioni prendono il sopravvento, nei Dead Kennedys tutto ciò è accompagnato da una creatività e da una conoscenza dei generi musicali poco riscontrabile in altre band impegnate sullo stesso fronte. (D.F.)
76
Siekiera – Nowa Aleksandria (1986)

Il cosiddetto Eastern Block dava segnali di cedimento, Solidarnosc riscuoteva consensi un po’ ovunque e gli operai, non solo quelli di Danzica, erano sempre più convinti di potercela fare. Di lì a poco sarebbe venuto giù tutto: muri, barriere culturali, utopie ormai collassate, statue di leader rinnegati. In questo contesto nasce Nowa Aleksandria dei Siekiera (ascia in Italiano), band dell’area di Lublino, non lontano dall’allora confine russo. Provenisse dal mondo anglosassone, sarebbe sicuramente ritenuto tra i dischi fondamentali del secondo periodo della wave, e non solo una versione polacca dei Killing Joke. Invece è un album strepitoso nella forma – certo, innegabilmente figlia del post punk inglese che chissà come era incredibilmente sopraggiunto anche da quelle parti – e ancor più nella sostanza, grazie al suo incedere algido e contundente, e soprattutto all’autentico sentimento di liberazione che striscia nervosamente tra le dieci tracce del disco, negli anni guadagnatosi i gradi di maggiore esempio di coldwave europea. I Siekiera si scioglieranno subito dopo per formare altri progetti musicali e non (in particolare gli Armia del vocalist Tomek Budzynski, mentre il chitarrista Tomasz Adamski è divenuto poeta pubblicato e riconosciuto), ma Nowa Aleksandria rimarrà non solo l’album più clamoroso mai uscito dal suolo comunista, ma anche una delle gemme più preziose di una corrente del rock. Copernico, Chopin, Wojtyla, Polanski, Boniek… e Siekiera da oggi in poi. (D.S.)
75
Depeche Mode – Black Celebration (1986)

Martin Gore va a Berlino, scrive da solo l’intero disco con un risultato che gli altri membri della band non apprezzano ma che poi con la collaborazione di tutti diventa uno dei loro dischi migliori. Già dalla prima traccia (“Black celebration” appunto) ci si accorge di essere in un altro mondo rispetto a prima. Ritmi ossessivi, campionamenti, la voce di Gahan è piu’ matura rispetto al passato e meglio si adatta al nuovo disco (voce che comunque a mio parere avrà un vero miglioramento a partire dal disco successivo), i suoni registrati da Wilder sono ricercatissimi, l’atmosfera della canzone ha un che di rituale ma un rituale, appunto, nero. (M.M.)
74
Echo and the Bunnymen – Crocodiles (1980)

Eterni secondi della scena post-punk, Echo & The Bunnymen non hanno mai raccolto quanto avrebbero meritato fuori dai confini britannici, oscurati com’erano dai vari contemporanei (e conterranei): Joy Division, Cure, anche U2 se vogliamo. Eppure almeno questo Crocodiles merita di essere ricordato tra i migliori lavori degli anni Ottanta – insieme a una manciata di canzoni sparse come la tristemente famosa (perché riportata alla notorietà dal film Donnie Darko) “Killing Moon”. Ambivalenti come il loro cantante e leader Ian McCulloch – un po’ David Bowie, un po’ Ian Curtis – Echo & The Bunnymen scrivono canzoni scarne e spettrali (“Pictures On My Wall”), basate su ritmiche martellanti, arrangiamenti minimali e un pizzico di psichedelia à la 13th Floor Elevators. A scanso di equivoci, se vi piacerà il loro esordio, dovrete recuperare almeno anche i tre dischi successivi, ed in particolare Ocean Rain, il lavoro della maturità della band di Liverpool. Eleganti e viscerali allo stesso tempo, oscuri e sensuali come da binomio classico amore/morte, Echo & The Bunnymen andrebbero sicuramente riscoperti. Non è mai troppo tardi per farlo. (G.F.)
73
Minutemen – Double Nickels on the Dime (1984)

Il rumore di un auto in partenza preannuncia quella che, a tutti gli effetti, non è una regolare canzone punk: la batteria mantiene un tempo ossessivamente funk, il basso la accompagna e la chitarra si riserva un ruolo piuttosto simile a quello delle percussioni mentre il cantante suona come una sorta di Hendrix meno nero ma talvolta più rabbioso. Fin da subito, Double Nickels On The Dime si annuncia come un album tutt’altro che di semplice fruizione, infatti, l’estrema frammentazione (45 pezzi) e le sonorità spesso astruse e irregolari, all’incrocio fra punk, jazz, folk e blues, possono rendere l’ascolto non proprio una passeggiata. Tale incrocio risulta spericolato e affascinante, i testi mescolano polemica, esitenzialismo e sarcasmo e non c’è la minima ombra di plagio o scopiazzamento. Ai Minutemen è riuscito di creare un genere che aprisse le porte a innumerevoli band post-hardcore che hanno continuato con esiti più o meno positivi la loro filosofia anti-conformista e indipendente. (D.F.)
72
Melvins – Ozma (1989)

Grassa, testarda e narcolettica, la musica dei primi Melvins rappresenta un’estrema visione della lezione dei Black Sabbath, a cui solo a tratti si aggiungono e le avvisaglie rumorose dell’epoca (primi Sonic Youth, secondi Black Flag), in una forma finale assolutamente priva di qualsiasi spiraglio melodico: per i Melvins da Aberdeen – al contrario di quanto non fosse per quell’altra band della cittadina della contea di Seattle – melodia significa peccato. Con Lori Black al basso, Buzzo e Dale Crover si spostano nella frivola e libertina San Francisco per incidere Ozma, il disco simbolo della prima fase del loro percorso, probabilmente secondo solo a Houdini in ordine di rilevanza storica all’interno della discografia melviniana. Dalla pioggia passano al sole quindi, ma si sa, coi Melvins non si scherza: solo cupe nuvole imperversano in questo lavoro che chiude i loro Ottanta, né riesce a fare capolino la colorata psichedelia californiana; Ozma è un distillato di zolfo versato in una profonda coppa con affisso il logo dei Sabbath, niente più che veleno in musica. Una band che molti amanti dello stoner e del post-metal dovrebbero venerare, piuttosto che rincorrere surrogati di surrogati. (D.S.)
71
The Woodentops – Giant (1986)

Molto più che un’alternativa agli Smiths, i Woodentops hanno saputo domare il romanticismo twee dei Felt con arrangiamenti ancor più stratificati di quelli della band di Lawrence Hayward, aggiungendo all’impasto delle spezie western del tutto inattese da parte di una band londinese: un rodeo in Trafalgar Square. Giant è probabilmente il disco che meglio riesce a focalizzare le virtù della formazione, frenetica nel mettere in scena gli umori corali di melodie e ritmiche davvero funamboliche, quando non traditrici di un isterismo del tutto atipico per la scena indie del periodo (si pensi, ad esempio, a “Hear Me James”). Ma i Woodentops, se solo avessero riscosso maggiore fortuna restando uniti, sarebbero potuti diventare i Primal Scream prima dei Primal Scream: pezzi come “Love Affair with Everyday Living” o “Special Friend” sembrano davvero dei prototipi di quella concezione che gli scozzesi metteranno in scena qualche anno dopo con Screamadelica, e lo anticipano senza per altro essere passati per Madchester! Giant è un album solido da parte di una band tutta da riscoprire; il destino dei Woodentops sembra lo stesso dei Feelies, autori di musica seminale senza aver mai riscosso il meritato plauso del pubblico. (D.S.)
70
Butthole Surfers – Psychic…Powerless…Another Man’s Sac (1984)

L’oltraggio al pudore, la maschera della degenerazione, il teatro del disgusto e dello scabroso: per anni i Butthole Surfers hanno impersonificato tutto questo nonostante la loro fama sia sempre stata relegata ai bassifondi. Una carriera tuttavia che il suo apice lo trova nei primissimi tempi, con l’EP di esordio e l’LP immediatamente successivo. La lezione dei Pere Ubu e dei Sex Pistols viene passata al tritacarne, sminuzzata ed infarcita di dissacrante ironia. Muovendosi fra psichedelia e hardcore, i Butthole Surfers smontano tutti gli stilemi classici del punk, affondando un duro colpo all’hardcore che per forza di cose deve ripartire da qui. Possiamo solo immaginare oggi l’impatto devastante di una “Eye of the Chicken” sugli appassionati dell’epoca, e non ci resta che sorridere di fronte ai combo hardcore contemporanei quando cercano di rinfrescare i loro suoni moribondi senza riuscire a cogliere la smaccata intelligenza del sax di “Negro Observer”. In mezzo al diabolico caos che i Butthole Surfers ci hanno lasciato si nascondono musicisti eccezionali, da far ascoltare senza sosta ai presunti puristi di certo hardcore dell’ultima ora. (M.U.)
69
Black Flag – Damaged (1981)

In questo suo essere seminale Damaged non può inventarsi da sé e raccoglie quindi al suo interno anche input esterni, tanto a livello musicale quanto di contenuti. Da un lato le strutture scarne e ripetitive fino all’assillo, Gimmie Gimmie Gimmie e Room 13 ne sono l’esempio, dall’altro liriche che insistono sul rifiuto della frivolezza e dell’essenza vuota della società americana a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ‘80. Un senso di confusione e inquietudine portato all’estremo e sbattuto in faccia all’ascoltatore, senza vergogna. Il mescolarsi di influenze e spunti geniali dettati dall’urgenza espressiva più che da una reale consapevolezza costituisce quindi la linfa vitale di Damaged, capolavoro di cui oggi, a quasi tre decenni di distanza, a stento si riconosce la portata. (P.B.)
68
Red Temple Spirits – Dancing to Restore an Eclipsed Moon (1988)

Impossibile da recuperare, sepolto nelle pieghe della memoria di fine anni Ottanta, Dancing to Restore an Eclipsed Moon è un piccolo/grande capolavoro spesso dimenticato. Partendo da lidi francamente dark (Cure, Bauhaus), i Red Temple Spirits innestavano su quelle basi ritmiche una sovrastruttura cosmica e psichedelica, memore dei Pink Floyd e percorsa da tribalismi profondamente spirituali e trascendenti. Più che anacronistici, i Red Temple Spirits erano fuori dal tempo, espressione di tutto ciò che di altro era stato prodotto nei trent’anni precedenti di musica occidentale. Mai troppo lontani dalla forma-canzone, esprimevano la loro stranezza negli arrangiamenti, nei colpi di cesello di armonie di chitarra strane e inaspettate, nelle orge ritmiche che fanno di Dancing to Restore an Eclipsed Moon un gioiello ancora oggi incredibilmente attuale.  (G.F.)
67
Felt – Forever Breathes the Lonely Word (1986)

Tra la miriade di produzioni jangle-pop della seconda metà degli Ottanta, Forever Breathes the Lonely Word dei Felt è certamente uno dei pesi massimi, nel suo danzare leggero e rimbalzare sui tessuti morbidi di melodie interpretate col piglio trans-gender del Lou più amato e l’audace ingenua freschezza di Morrissey. La formazione di Birmingham, proveniente direttamente dal post-punk, riesce a galleggiare fra i Sixties californiani e la poetica della scena indipendente britannica della sua epoca, lasciando ai posteri nuove formule per gli arrangiamenti di strutture in formato-canzone, e performance ritmiche da autentici fuoriclasse e maestri del pop. Scorrono una dietro l’altra le canzoncine dei Felt, veloci come la chitarra di Marr, divertenti ma non nervose come l’organetto di Manzarek, suadenti come solo il risultato di questa comunione d’eleganza può essere. E’ una collezione di otto soffici cuscini colorati, da tirarsi contro da una parte all’altra della stanza, senza possibilità di farsi del male: il divertimento è assicurato. (D.S.)
66
The Fall – Perverted by Language (1983)

Sgangherati, stonati, sporchi, testi ingarbugliati che non risparmiano niente e nessuno, tutto fa brodo insomma per la band proveniente dalla periferia di Manchester. E pensare che Perverted By Language rappresenta ormai il punto di volta per i The Fall, che virano dal grezzo post-punk dei primi anni ad un pop rock quasi più melodico e accattivante, per quanto possibile ovviamente. Anche con qualche attimo di respiro in più, infatti, nemmeno questo lavoro viene risparmiato del tutto dall’irriverenza dell’eccentrico frontman e mente del gruppo, Mark E. Smith, in grado di trasferire in musica le sue nevrosi attraverso ritmi sempre tesi e bassi serrati. Basta ascoltare anche solo “Eat Y’Self Fitter” e “I Feel Voxish” per capire di cosa si tratta, o ancora “Tempo House”, registrata all’interno del locale di culto Hacienda. Sarà anche vero che la presenza per la prima volta di una donna (Brix Smith) nella lineup del gruppo abbia ammorbidito i toni, ma la stravaganza qui sembra essere ancora di casa. (S.P.)
65
The Cure – Seventeen Seconds (1980)

Seventeen Seconds è realmente ridotto allo scheletro. Certo, non è il solo disco della scena post punk/wave ad essere scarno ed essenziale, e non è neanche il primo. Ma i suoi strumenti sembrano davvero asettici e schematici come mai prima, glacialmente tesi all’obiettivo e privi degli isterismi e delle tipiche frivolezze di Smith. E’ il disco che merita la maggiore rivalutazione da parte di una band che tutto ha bisogno tranne che di essere rivalutata, visto il perenne ricambio generazionale di sostenitori che i ragazzi immaginari riescono ancora a garantirsi. In termini assoluti, la distanza coi due affermati e riconosciuti capolavori Pornography e Disintegration non è così clamorosa come potrebbe sembrare. D’altronde – e qui sta l’ingombrante verità – quella della trilogia dark è stata la miglior formazione che i Cure abbiano avuto, la più concretamente funzionale all’obiettivo sonoro e la più affiatata in studio di registrazione, nonostante gli impedimenti tecnici e le sostanze che circolavano nella sala prove. C’è verità nei primi album dei Cure, tutto qui. (D.S.)
64
Bruce Springsteen – Nebraska (1982)

La voce del cantautore del New Jersey in questo album si fa bassa, gracchiante e sembra voler guidare l’ascoltatore su un percorso negli angoli più dimenticati degli della sua terra. Chitarra acustica e fisarmonica. Mandolino e accenni di organo elettrico. Un album essenzialemente country folk. Springsteen approda a questo genere quasi vent’anni dopo i vari Bob Dylan e Neil Young, ma vi si cala alla perfezione rivelando possibilità vocali sorprendenti, che arricchiscono le trame ridotte al minimo degli arrangiamenti. Raccolte nell’album, ci sono storie di condannati a morte, operai che arrivano a stento a fine mese e si danno alla macchia per cercare di sfuggire ai propri debiti, reduci di guerra che non riescono a reinserirsi in una società a cui sono diventati estranei, con il loro andarsene ed essere tornati vivi. Tutti criminali, ma quasi tutti per necessità. Tutti sconfitti, dalla vita, sfuggita dalle loro mani, o dalla legge. Un vero e proprio ciclo dei vinti americano. Tra tutti gli album di Springsteen, Nebraska è indubbiamente il meno pomposo, anzi il più minimale. Rimane poco di quell’entusiasmo che scaturisce da una profonda fede nell’American Dream, quella voglia di trascinare l’ascoltatore in un’America bella, forte, espansiva. L’America di Nebraska non è quella dei superbowl o delle luci delle grandi città. È il lato dimenticato e polveroso di un paese forse troppo grande per ricordarsi di tutti i suoi abitanti.  (M.Z.)
63
Godflesh – Streetcleaner (1989)

Chi siano quei poveri cristi nell’immaginario di Broadrick non ci è dato di saperlo, sta di fatto che la musica che accompagna una delle cover più notorie del metal tutto sembra la perfetta colonna sonora di una giornata di esecuzioni capitali. Lo stile dei Godflesh è quel tanto abusato industrial-metal che con Ministry e KMFDM si era innalzato dal sottosuolo underground, per essere poi furbescamente reso umano dal volto di Mr. Reznorl. Una poetica – quella dei Godflesh – figlia dell’esperienza Napalm Death e degli esperimenti sonori dello stesso attore protagonista, fin dalla tarda adolescenza interessato alla ricerca del suono, tanto da poterlo quasi considerare un precursore dell’ambient dei Novanta col suo progetto Final. E’ musica ferrea, un martirio in piena regola sia per l’ascoltatore che per il performer. In Streetcleaner ci troviamo di fronte ad un’opera immobilizzante, un anestetico per il corpo che non paralizza la mente, costretta invece ad osservare passivamente. (D.S.)
62
Squirrel Bait – Skag Heaven (1987)

Certi artisti, per qualche strano e magico motivo, non sembrano conoscere il concetto di “evoluzione”. Si accontentano di un album e un EP e sono subito parte della storia. E’ il caso degli Squirrel Bait, quartetto hardcore di Louisville, formato da quattro ragazzotti furiosi e disperati ma anche dotati di una verve compositiva fulminante. In circa 25 minuti riescono a comporre un lavoro che non potrebbe essere più compatto e a fuoco. Influenzati dall’hardcore feroce e psicologico, ma al tempo stesso melodico di band come Replacements e Hüsker Dü, i quattro si buttano a capofitto in un inferno psichico riconducibile con pochi dubbi a quello dell’adolescente di provincia, intrappolato in un presente abulico in attesa di un futuro ancora più incerto. (D.F.)
61
Beastie Boys – Paul’s Boutique (1989)

Nella Boutique di Paul si trova un’anima funk, uno sforzo soul e uno stile animatamente rock. Come accade spesso agli artisti, il frutto del lavoro viene riconosciuto solo molti anni dopo e la critica rivalutò l’album come uno dei migliori lavori hip hop di sempre solo a distanza di tempo: hip hop progressive però. I newyorkesi in cerca della perfezione interiore approdarono ad una maturità e ad un’ecletticità che divenne fonte di ispirazione per diversi gruppi successivi. Ambiziosi, sconfinati, estatici e sempre sulla cresta dello spettacolo, perché anche l’occhio vuole la sua parte. Occhio a parte, la loro black music seventy è raffinata e i loro esperimenti anni ’90 intuitivi. A cavallo di un’epoca Paul’s Boutique si rappresenta genialmente a livello sonoro in “The Sound of Silence”, dove sono espressi: dub, funk, rockabilly, rap e anche un po’ di psichedelica, che non guasta mai. Stesso discorso per la chiusura “B-Boy Bouillabaisse”, che per dodici minuti trasporta l’ascolto in una dimensione onirica. Costruttivi, inventivi e affascinanti, come nell’intro “To all the Girls”, adeguato antipasto al delirio loop festaiolo. Camicia larga e balli fino al mattino. (Eu.G.)
60
The Smiths – The Smiths (1984)

Nell’Inghilterra invasa dal post punk e dalla darkwave, che andavano lentamente ad esaurirsi o evolversi dopo la fiammata iniziale, gli Smiths di Manchester rappresentavano già una nuova ventata di freschezza. L’esplosione di questi signori qualunque avvenne con il singolo “Hand in Glove” (accompagnata dalla trascinante “Handsome Devil”), poi con “This Charming Man” prima che il primo album, omonimo, fosse pubblicato nel 1984. In realtà non si potrebbe parlare di signori qualunque, dato che si trattava di quel Johnny Marr che con la sua chitarra avrebbe fatto scuola e di Morrissey, un ragazzo col mito di Oscar Wilde e Alain Delon che ha avrebbe avuto modo di rivelarsi come uno dei personaggi più interessanti e dei parolieri più abili della storia del rock. C’è da dire che i testi, al tempo, mancavano ancora di quella sua tagliente ironia, e descrivevano piuttosto un mondo di delusioni, problemi e paure dettate dalla violenza che i giovani ragazzi di quelle zone avevano provato sulla propria pelle. La musica riflette di conseguenza questi aspetti, a differenza della più colorata varietà di canzoni prodotte in seguito, tra album e raccolte. Vuoi per il tipo di produzione, vuoi per i toni, The Smiths resta un ottimo album con alcune splendide canzoni (si pensi a “Still Ill”, tra le altre) cui forse però è sempre mancato qualcosa. Nonostante questo, rappresenta il punto di partenza della band che rinnovò e diede un nuovo senso al pop inglese. Non è affatto poco. (P.R.)
59
Biff Bang Pow! – The Girl Who Runs the Beat Hotel (1987)

Alan McGee è il capo della Creation Records – formidabile etichetta che ha saputo compiere il trasporto del rock indipendente inglese verso lidi e riconoscimenti mainstream – nonché talent scout di formazioni più o meno famose. E’ suo il merito (per qualcuno la colpa) di aver scoperto gli Oasis. Ma non tutti sanno che è stato anche un abile compositore di canzoni twee e jangle pop sotto lo pseudonimo Biff Bang Pow!, assieme ad un gruppetto di amici affezionati a quel sapore sixties che ritroveremo non solo nei Vaselines, ma anche nei più recenti Belle and Sebastian. Giustificano la loro presenza in questa classifica grazie a formidabili motivetti indie pop, tra cui quelli raccolti in questo disco del 1987. La freschezza di “You Don’t Need That Girl” è la risposta inglese ai Pixies, mentre con “She Never Understood” si respira il sano iodio delle spiagge americane dei Sessanta, qualcosa che solo una band proveniente dai garage della grigia Londra poteva recuperare. I brani dei Biff Bang Pow! sono piccoli gioielli elettroacustici da riportare alla luce: che si apra una petizione per la ristampa! (D.S.)
58
Minor Threat – Complete Discography (1989)

Prima di consegnare all’underground americano forse la band simbolo con Guy Picciotto, e parliamo ovviamente dei Fugazi, Ian MacKaye aveva già la sua parte nel sottosuolo U.S.A. con i suoi Minor Threat, tra i simboli per eccellenza di quell’hardcore indimenticabile che risulterà fondamentale non solo per riaccendere gli animi di un punk ormai senza la fiamma degli esordi, ma per la nascita di realtà sviluppatesi poi in altre direzioni: si pensi ai Nirvana. Complete Discography raccoglie in blocco tutto il materiale a nome Minor Threat, consentendo di rivivere anche se solo con l’udito lo spirito di un’epoca irrecuperabile. Alcuni dei momenti chiavi di quella scena sono racchiusi in questa imperdibile raccolta, propedeutica alla comprensione di una delle sfumature dei Fugazi che poi gli faranno seguito. Difficile sentirsi oggi parte degli stessi sentimenti, ma quei giovani avevano certamente trovato la più sincera e violenta risposta alla loro realtà. (M.U.)
57
Metallica – Ride the Lightning (1984)

I quattro monelli della West Coast dimostrano di aver imparato a menadito la formidabile lezione della New Wave of British Heavy Metal dalla quale avevano tratto la linfa vitale a livello d’ispirazione; di più, palesano definitivamente e chiaramente che quel tanto di proprio che già aveva fatto gridare al miracolo ai tempi di Kill ‘em All non era né un caso né un colpo di fortuna episodico di un manipolo di ragazzini ancora coi brufoli col culto della birra e dei Motorhead. Con questo ritorno i ‘tallica mostrano spalle già larghissime e una dose neanche tanto marginale di genio e incoscienza nel tratteggiare le coordinate di un genere del tutto nuovo che sboccerà di lì a pochissimo in un caso planetario in ambito rock, che significherà milioni di copie vendute e un elenco indefinito e ancora in stesura di band che citano “i primi tre dischi dei Metallica” tra le loro decisive influenze. (A.B.S.)
56
R.E.M. – Reckoning (1984)

Quando esce il loro secondo LP, i georgiani R.E.M. sono già delle celebrità. Perlomeno nel circuito dell’indie americano dove certo non è passato inosservato il clamoroso Murmur. Reckoning prosegue con il rock collegiale e back to basics degli esordi – in tempi in cui ad andare per la maggiore è spesso il trucco, il montaggio e la destrutturazione del suono – con dieci pezzi tutti potenziali singoli in cui l’oscuro ermetismo del giovane Stipe, più poeta che gioca con il suono delle parole che compositore con una morale dietro ogni canzone come gli capiterà di diventare più avanti, è l’autentico protagonista. Arduo sin da subito lo sforzo intellettuale richiesto per trovare riferimenti diretti nel sound dei quattro, che negli anni alla IRS pubblicano dischi apparentemente simili fra loro, ma che in realtà sono uno consecutivo all’altro in termini di evoluzione, e che a fine decennio risultano pezzi di un quadro ben più grande di quello che rappresentano presi da soli. È il meglio del rock alternativo americano del decennio, prima di Cobain e parallelamente al rumorismo dei Sonic Youth. Se facciamo finta che Lifes Rich Pageant e Green non siano anch’essi stati pubblicati negli anni Ottanta, possiamo fermarci a tre dischi della band di Athens in questa Top 100. (D.S.)
55
Siouxsie and the Banshees – Juju (1981)

Chi meglio di Susan Janet Ballion, in arte Siouxsie Sioux, potrebbe incarnare perfettamente l’icona femminile anni’80? Una femme fatale dalla carnagione lunare e lo stile glam, è lei la voce e il volto dei the Banshees. Etichettare la band inglese e il loro quarto lavoro, Juju, come gothic rock sarebbe quasi riduttivo, inoltre l’odierno pregiudizio potrebbe facilitare l’associazione ad un calderone di darkettoni squinternati, che armeggiano strumenti in maniera impacciata e straziante, ululando parole di dolore e desolazione. Sappiamo tutti che non è così, per fortuna. Il Times ha definito Siouxsie & the Banshees tra i più audaci pionieri dell’era post-punk e Juju rappresenta ancora oggi un disco che ha fatto scuola. “Spellbound” fa da trascinante brano apripista, pestato da un’incessante drumming, ottima opening per uno dei dischi dark rock per eccellenza, un classico dallo stile sofisticato. (S.P.)
54
New Order – Movement (1981)

Summer, Hook e Morris avevano deciso che non si sarebbero fermati, dopo che la morte di Ian Curtis li aveva privati di un amico e dei Joy Division, loro ragione di vita. Ricostituito un nuovo gruppo sotto il nome di New Order, pubblicarono come singolo una canzone che avevano scritto con Ian, “Ceremony”, poi finalmente un album sotto la guida del loro solito produttore, Martin Hannett. Lo shock era ancora fresco, e come conseguenza ritroviamo il loro vecchio amico nascosto tra i titoli (“I.C.B.”, “The Him”) o nei poco riusciti tentativi di riportarne in vita almeno il profondo timbro vocale (dovettero fare diversi esperimenti prima di decidere chi sarebbe stato il nuovo cantante). Ma se Movement non può reggere il confronto né con gli album dei Joy Division né con il materiale raccolto in Substance, risulta essere tutt’altro che un fallimento non solo per il significato che assumeva, ma anche perché è innegabile la presenza di ottimi pezzi. Magari incerti e spaesati, ma si trattava pur sempre degli stessi musicisti. Il primo dei New Order è un disco di assestamento, di ricerca di un nuovo equilibrio, un guardare contemporaneamente al passato e al futuro, pura voglia di andare avanti. Trovato un buon assetto a livello emotivo e di formazione, avrebbero spinto sui sintetizzatori e ritmi ballabili componendo album generalmente più acclamati dalla critica. Eppure è inevitabile chiedersi se, sforzandosi di immaginare la presenza del fondamentale apporto di Curtis, il sound del terzo disco dei Joy Division sarebbe stato in qualche modo simile a quello di Movement. (P.R.)
53
This Heat – Deceit (1981)

Anello di congiunzione tra il krautrock tedesco e il post-punk di quegli anni, Deceit è il punto di arrivo di artisti sempre più consapevoli dei propri mezzi. Consci di non poter replicare l’avanguardia del full length precedente senza compromettersi inseguendo scelte divenute tutt’altro che innovative, i This Heat rielaborano alcune delle loro intuizioni per ampliare il ridotto bacino di appassionati sostenitori. Le stranianti incursioni nel free jazz e nell’elettronica dapprima loro marchio di fabbrica lasciano spazio ad una rabbia palpabile e senza fine, deducibile dal collage di immagini che forma lo sfigurato volto in copertina e decostruita attraverso un travolgente mix di sferzate strumentali e vocali. Punk nel senso più puro del termine, l’album contrariamente al dark che sta per scoppiare è forse più oscuro in quanto più vivido, maggiormente sottile e con un impatto meno devastante sull’ascoltatore di un Second Annual Report, ma con abbastanza forza interiore da smuovere il pensiero degli orecchi più attenti. (M.U.)
52
Coil – Scatology (1984)

Lavoro che impone il proprio immaginario sporco con forza già a partire dal titolo, dai testi e dalle copertine delle diverse edizioni, il primo album dei Coil è un punto chiave nella definizione delle coordinate dell’industrial di matrice gotica, ma non solo. Infatti, considerando anche il successivo Horse Rotorvator, la varietà delle tracce presenti su entrambi gli album mette in luce la loro capacità di cogliere moltissime sfumature e possibilità dell’intera scena, attraverso grandi intuizioni, espedienti e idee che sarebbero stati ripresi da altri gruppi almeno fino alla metà del decennio successivo. Su Scatology possiamo trovare infatti brani inquietanti e allucinati come “Tenderness of Wolves” (ospite Gavin Friday dei Virgin Prunes) in contrasto con pezzi più ballabili come “Panic”, un modello per l’industrial rock che si sarebbe sviluppato. Del resto, l’intero lato B dell’LP (“Solar Lodge”, “Godhead=Deathead” e “Cathedral in Flames”) dovrebbe essere abbastanza per rendersi conto della grade abilità compositiva dei Coil in questo settore. Se con Horse Rotorvator la loro musica sarebbe diventata nella pratica più accessibile, Scatology con la sua crudezza, il suo esorcizzare l’incubo dell’AIDS che si diffondeva tra gli omosessuali, continua a rappresentare la più genuina essenza del suo tempo, del suo mondo e del genio del duo Balance/Christopherson nella prima fase della sua esistenza. La stampa su CD contiene, come bonus track, una versione dal sapore molto particolare della famosissima “Tainted Love”, pubblicata come singolo assieme a “Panic” e i cui incassi vennero devoluti in beneficienza proprio per contrastare la diffusione dell’HIV. (P.R.)
51
Marc & The Mambas – Torment & Toreros (1983)

Con i beat dance definitivamente appesi al chiodo, la musica di Torment & Toreros pesca a piene mani dal folklore francese e da quello spagnolo, teatrale e selvaggia, decadente, una world music nelle mani di un manipolo di dark senza speranza pronti a racchiuderla in doppio vinile. Sessioni di archi maestosi si intrecciano a ritmiche ossessive e pulsanti, di matrice irriconoscibile, sulle quali svetta l’inarrestabile performance di Almond, folle attore principale nei novanta minuti di una brechtiana rappresentazione. Il suono dei Marc & The Mambas acquista più valore alla luce della sua unicità: nessuno si è avventurato lungo questi territori, inesplorati prima, abbandonati in seguito. E’ bene non perdere di vista questo isolato episodio di rara bellezza, non un classico per definizione, non un’opera importante per comprendere la musica degli anni a venire, ma sicuramente un raro esempio di arte difficilmente replicabile con gli stessi risultati qualitativi. (M.U.)
50
Nine Inch Nails – Pretty Hate Machine (1989)

L’esordio di Trent Reznor è l’esempio perfetto, in un certo senso, del vero punto di forza dei Nine Inch Nails: la scrittura incisiva di canzoni fruibili ad un pubblico più vasto dei seguaci di quell’industrial che rimarrà il riferimento preferito di Mr Autodistruzione, almeno fino ai patetici ultimi sforzi su cui stendiamo un velo pietoso. Pretty Hate Machine è immaturo nella proposta, del resto l’industrial intorno a lui si stava muovendo verso altre direzioni; presenta perdonabili ingenuità nelle liriche, che ad ogni modo solo nei capolavori dei ’90 si possono dire realmente valide. Eppure, Pretty Hate Machine dimostra come l’artista Reznor sappia fare buon uso del totale controllo della sua musica fin dagli inizi, ponendo le basi melodiche da cui ripartiranno i successivi grandi lavori. Nonostante col senno di poi certe scelte oggi risultino piuttosto amatoriali, Pretty Hate Machine contiene alcuni dei cavalli di battaglia dei Nine Inch Nails, e la loro perenne riproposta in sede live nel corso degli anni ha solo reso chiaro a tutti che con una produzione migliore questo album non stonerebbe affatto accanto a The Downward Spiral e The Fragile. Difficile che Trent Reznor passi alla storia per “Head Like a Hole”, ma è pur vero che anche una pezzo grossolano come questo sarà sempre preferibile a fantasmi e concept pseudo-apocalittici. (M.U.)
49
Ultravox – Vienna (1980)

Con la sostituzione di John Foxx da parte di Midge Ure, inizia per gli Ultravox una fase nuova: romantica, melodica e spiccatamente synth–pop, contrapposta a quella robotica e sperimentale del primo periodo. E’ l’inizio del successo commerciale ma anche del raggiungimento della maturità artistica definitiva, di cui Vienna rimane probabilmente la maggior testimonianza nonché la sintesi di un’intera epoca. Vienna, infatti, combinando alla perfezione melodia e sperimentazione, riesce nel grande risultato di coniugare abilmente pop e musica elettronica. Tutto questo con una spontaneità fuori dal comune e raffinata classe che saranno fonte di ispirazione e fortuna per varie band degli anni a venire. (S.V.)
48
Death in June – Brown Book (1987)

“Our idols are dust”. Il progetto Death in June di Douglas Pearce rappresenta uno dei discussi punti di riferimento per la musica di matrice gotica e underground prodotta negli anni ’80, in Inghilterra così come gli Swans per gli Stati Uniti. A causa dell’utilizzo di elementi di matrice nazista sia sul palco sia negli artwork dei dischi – per non parlare dei richiami musicali – una fetta di pubblico manteneva ostinatamente le distanze. Peccato che Pearce, studente di storia, avesse in realtà adottato quel tipo di simbologia in quanto la riteneva la miglior rappresentazione della decadenza dell’Europa, del suo lato più oscuro, e non certo per ragioni politiche. Era stato addirittura attivista di estrema sinistra, oltre ad essere dichiaratamente omosessuale, fattori che dovrebbero essere almeno sufficienti per non inciampare in facili conclusioni. In Brown Book venivano abbandonate le tendenze darkwave di NADA! a favore di un suono più vicino alla sperimentazione e al Neofolk la cui estetica sarebbe poi stata approfondita. Non a caso troviamo qui, oltre al fido amico David Tibet, anche John Balance dei Coil impegnato nell’aggiungere il suo caratteristico tocco. Ingannevole ed allo stesso tempo rappresentativo è il famoso singolo “To Drown a Rose”, orecchiabile ma pregno degli stessi umori che accompagnano le altre tracce. Provocatorio e non facilmente digeribile, ma tuttora simbolo dell’attività artistica di Douglas P., al tempo in cui era ancora ben lontano dall’auto-annullarsi. (P.R.)
47
Metallica – Master of Puppets (1986)

“All brawns, no brains”, tutto muscoli e niente cervello. Questo lo stereotipo del metallaro anni ’80, quello contro cui – coscientemente o meno – i Metallica si battevano e che contribuirono in parte a scardinare. Lontani dalla cieca aggressività degli esordi, infatti, i quattro di Frisco riuscirono con Master of Puppets a creare un suono nuovo, clonato in mille declinazioni diverse da qualsiasi band metal-e-dintorni nei vent’anni successivi. Gli otto brani che compongono il disco sono intricati e strabordanti di riff e stranezze ritmiche, sempre però legate tra loro senza soluzione di continuità, a schivare il rischio di suonare eccessivamente cervellotici o forzati. Anche il suono di Master of Puppets farà scuola, e non sarà difficile riconoscere quelle chitarre nei lavori di grandissime band che ai Metallica devono molto – prendete per esempio i Mastodon. Aggiungete a tutto questo i testi insolitamente ricercati e capirete che è difficile chiedere di più a un disco metal. (G.F.)
46
Tuxedomoon – Half-Mute (1980)

La miglior prova in studio della formazione che più di chiunque altro ha saputo incarnare il lato più erudito ed intellettuale della new wave. Atmosfere cupe e glaciali, in cui inaspettate aperture dark-punk si fondono alla perfezione con musica da camera e avanguardia jazz, il tutto filtrato attraverso un uso calibratissimo dell’elettronica. Quella di Blaine L. Reininger (violino e tastiere), Steven Brown (voce, tastiere e sax) e Peter Principle (basso) è a tutti gli effetti musica fuori dallo spazio e dal tempo, capace di rompere qualsiasi schema o concetto precostituito per esplorare lidi assolutamente nuovi e sconosciuti. “Half Mute”, d’altra parte, è un lavoro cui necessariamente ci si deve avvicinare se si vuol cercare di comprendere un certo concetto di minimalismo applicato alla musica. Un disco capace di dire tantissimo con un’essenzialità estrema, in grado di riempire le orecchie e il cuore dell’ascoltatore con il suo suono gelido e scarnificato, altamente evocativo, ma nel quale anche pause e silenzi svolgono un ruolo altrettanto fondamentale. Semplicemente imprescindibile. (A.D.)
45
Nick Cave and the Bad Seeds – Tender Prey (1988)

La realizzazione di Tender Prey ha senza dubbio rappresentato una parentesi fondamentale nella storia personale di Nick Cave, forse l’artista maledetto per eccellenza dell’ultimo ventennio. Già membro dei cattivissimi Birthday Party, il Nostro aveva proseguito la propria carriera da solista facendo uscire, in rapida successione, dischi tanto importanti per le sorti della musica rock tutta, quanto estremi e senza compromesso alcuno, che rispecchiavano alla perfezione uno stile di vita dissoluto ed eccessivo, a base di alcool, droghe e depravazioni assortite. Tender Prey costituisce il primo tentativo concreto dell’artista di voltare pagina e rompere col passato. Nick vuole dimostrare a se stesso di essere in grado di cambiare registro, una volta per tutte e senza rimpianti. Niente altro che il punto di partenza per un nuovo approccio estetico e compositivo. Al consueto carniere di generi (blues, post punk), si aggiungono infatti sonorità totalmente nuove (gospel, murder ballad), con Cave che, per la prima volta, cerca di dare ampio spazio alla forma canzone. Miracolosamente sopravvissuto al proprio nichilismo adolescenziale, Nick decide quindi di fare un passo indietro, cercando di limitarsi a descrivere con sentita partecipazione la drammaticità della condizione umana, alla perenne ricerca di salvezza e occasioni di riscatto. (A.D.)
44
Young Marble Giants – Colossal Youth (1980)

Con questo unico LP e una manciata di demo gli Young Marble Giants si tuffano in pieno post-punk consapevoli di non essere ascoltati. Registrazione casareccia, un lo-fi in anticipo sui tempi di almeno dieci anni, la batteria annullata da piccoli sapienti inserti di drum-machine. Il basso disegna tutte le melodie principali, ma senza l’incedere marziale dei suoi contemporanei. La musica dei Young Marble Giants è intimismo puro, più limpido di tanti cantautori dell’ultima ora, in un certo senso precursore dei Low e della PJ Harvey più introspettiva. Alison Statton infatti accompagna con una voce suadente racconti senza tempo, lasciati scivolare fra le note di chitarra. Synth amatoriali entrano in gioco colorando i pezzi, ma anche quando l’atmosfera si fa calda la pace interiore non subisce scosse. Lo hanno ristampato in doppio cd, poi in triplo: insomma, non ci sono veramente più scuse per farselo mancare. (M.U.)
43
The Pastels – Up for a Bit with the Pastels (1987)

Gli scozzesi Pastels sono stati una delle band più importanti nella storia dell’indie rock britannico. Stephen Pastel ha forgiato un metodo e un pensiero, ha contribuito in misura determinante a far nascere una scena – quella grossolanamente denominata jangle e twee pop – producendo i primi dischi di gente come Shop Assistants, Vaselines e Jesus & Mary Chain, è stato un autentico guru del pop degli Ottanta, forse troppo spesso dimenticato quando si celebrano i grandi personaggi di quel periodo. Detto questo, ciò che conta è sottolineare come le melodie dell’album siano in grado di emergere anche dal rumore puro, ma certo non disciplinato, messo in piedi da una band che fa della bassa fedeltà la sua ragion d’essere. Pezzi come “Crawl Babies” e “I’m Alright With You” – la seconda già pubblicata separatamente in precedenza – compariranno in molte compilation del periodo, assieme a classici minori dei primi Primal Scream, dei BMX Bandits e dei Wedding Present. Up for a Bit with the Pastels è il loro primo LP, probabilmente il migliore, ma non vanno trascurati i numerosi singoli precedenti e successivi, fra i quali sono sparse molte delle loro migliori canzoni. (D.S.)
42
Rain Parade – Emergency Third Rail Power Trip (1983)

Quello dei Rain Parade è un jangle pop acustico e precursore, intriso di vaga psichedelia, e con un suono lo-fi da insegnare a scuola, pure tinteggiato di macchie folk che gli donano quel minimo di americanità che altrimenti faticheremmo a rintracciare. Sono di Los Angeles infatti, e nessuno al mondo potrebbe immaginarlo ascoltando per la prima volta Emergency Third Rail Power Trip, un LP che riesce a transcendere e starsene bene anche isolato dal contesto a little revival di provenienza grazie agli stessi ingredienti che dovrebbero vincolarvelo: melodie leggermente distorte, tonalità morbide, gentili, e in qualche modo accomodanti rendono la psichedelia più un sogno ad occhi aperti e ben coscienti, piuttosto che il solito viaggio indotto e a ritroso nel tempo. Perché a volte non vale poi così tanto la pena tornare indietro, a fare cosa oltrettutto? Ad essere enfatizzato è dunque il lato più pacifico, anziché quello fuzzoso del garage rock che spesso band del genere sono solite inscenare: “This Can’t Be Today”, “I Look Around” e “Kaleidoscope” non sono solo buone canzoni, ma fanno da modello di quel paisley underground che fra Dream Syndicate, Opal, Thin White Rope e appunto Rain Parade ha rappresentato gli altri anni Ottanta californiani. A ben vedere, forse è proprio questa la scena da rivalutare: gli anni passano, e se alcune cose che pure hanno un importante significato storico non si possono proprio più tollerare per più di 7-8 minuti, un album come questo dei Rain Parade riesce ancora a farsi apprezzare da cima a fondo. Un merito non da poco. (D.S.)
41
Bauhaus – In the Flat Field (1980)

I Bauhuas fanno convivere in sè un’attitudine prettamente provocatoria, glam, tipica di quegli anni, e una concezione musicale rivoluzionaria che influenzerà innumerevoli correnti musicali. Questa miscela porta la band ad un contratto con la 4AD, storica etichetta underground, con la quale pubblicheranno il loro primo album, In the Flat Field, nel 1980, successo enorme che li innalzerà a capostipiti del gothic. “In the Flat Field” è sorprendente. E’ tra gli album più aggressivi, macabri, visionari del genere. Chitarre distorte Noise interpretano riff capaci anche di avvicinarsi ad una certa sonorità industrial se non fosse tanto anacronistico pensarlo. L’ascoltatore è spiazzato da una tale violenza psicologica, risultato dell’incontro di due elementi tanto fondamentali per la band, quanto disturbanti: il macabro e il grottesco. (D.B.)
40
The Sound – Jeopardy (1980)

I Sound non furono famosissimi, non furono sulla bocca di tutti e tantomeno lo sono oggi, ma contribuirono a quella spinta propulsiva che ci fu tra ’79 e ’81, iniziale e fondamentale per costruire una solida base a ciò che stava avendo libero sfogo e si sarebbe esaurito nel giro di pochi anni. Esordivano sul palcoscenico inglese degli anni 80, “poco vistosi” in una scena in cui l’immagine era importantissima per avere successo su ampia scala, sposavano la novità Dark Wave con il caro vecchio Rock’N’Roll, condendo il tutto con dosi di tastiere e synth. Coinvolgenti e trascinanti, orecchiabili ma mai scontati, questi sono i termini adatti per descrivere Jeopardy. La band di Borland ha dimostrato di avere personalità da vendere, anche senza ricorrere al trucco o ad acconciature e capi d’abbigliamento vistosi. Cravatta e camicia erano sufficienti, forse purtroppo non per tutto il pubblico di quel tempo. (P.R.)
39
The Gun Club – Fire of Love (1981)

Immaginate danze sfrenate, ritmiche blues accattivanti, velocità punk irresistibile in un ibrido misterioso. Oscuro. Echi sciamanici che si librano nell’aria.Il respiro di un’epoca, brillante congiunzione fra passato e futuro. Blues autentico (gli Stones, Robert Johnson) abilmente fuso con stilemi del primo punk, reminescenze tribali africane (ma quale splendida copertina!) e vagiti appartenenti al country tradizionale americano. Reinterpretazione del blues (come faranno qualche anno dopo i Violent Femmes con il folk) in un calderone sonoro originale e personale. Un caleidoscopio di pura energia, mistica e spirituale. Le liriche sono sincere e stralunate, solitarie confessioni di un’anima tormentata ricolma di fantasmi interiori. In linea con l’intento orfico/orrorifico emergono spesso racconti di cupe leggende popolari del vecchio Sud (i quattro sono originari del Texas). Uno stile inimitabile. Il delirio di un rituale voodoo da compiere. Visionarietà e divertimento. Semplicità ed ebbrezza. Un patto con il diavolo. Questo è Fire of Love. (S.V.)
38
Current 93 – Nature Unveiled (1984)

“Nature Unveiled: Antichrist Revealed”. I Current 93 sono da sempre il mezzo espressivo principale di David Tibet, uno dei curiosi personaggi che fin dall’inizio ruotavano attorno al nucleo costituito dai Throbbing Gristle. Le sue ossessioni per la figura di Cristo, la morte, la magia di Aleister Crowley, il concetto di redenzione, la paura della Fine, il fascino per l’oscuro medioevo e per il personaggio creato dal Conte di Lautréamont, si materializzano in un album che risulta essere estremamente violento nel suo lento scorrere. Nature Unveiled è un terrificante magma di suoni distorti ed irriconoscibili, canti gregoriani, rantoli direttamente provenienti dall’inferno. Che effetto potrebbero sortire, in un contesto del genere, le nervose preghiere in spagnolo di Annie Anxiety e la frase “Maldoror is dead”, ripetuta ossessivamente da IHS Tibet IHS? L’atmosfera diventa talmente infernale da far tremare i polsi anche all’ascoltatore più preparato. Il processo di maturazione dell’artista Tibet lo porterà in futuro ad esprimere i suoi deliri visionari attraverso strade diverse, ma Nature Unveiled resta lì ad osservarci, con il suo Cristo dai colori decadenti e acidi, documento di paure che affondano le radici in tempi lontani secoli. “Surely the Second Coming is at hand.Surely the Thousand Year Reign of The Mystical Body of Christ Himself is about to commence”. (P.R.)
37
Pixies – Surfer Rosa (1988)

Riusciamo ad immaginarli i Nirvana senza la band di Black Francis? Impossibile. Un gusto pulp non indifferente, unito alla ricerca melodica che tuttavia verrà ripresa e migliorata nel successivo e altrettanto imprescindibile Doolittle: questi sono i Pixies. Sferzate di chitarra pur sempre orecchiabili, una sezione ritmica invidiabile messa in risalto dal suono spoglio e crudo di Steve Albini in fase di produzione, il tutto al servizio di soluzioni non comuni in quegli anni di riscoperta del rock. Unici, a modo loro, i Pixies esplodono sul mercato con Surfer Rosa, trovando i critici in un elogio collettivo. Oggi rimane Doolittle l’album da ascoltare con piacere, eppure l’importanza di Surfer Rosa resta innegabile, assolutamente necessaria. Il tempo passa, ma quanto hair metal puo dirsi invecchiato altrettanto bene? (M.U.)
36
R.E.M. – Document (1987)

A volte dimenticato o messo ingiustamente in secondo piano all’interno della discografia anni ’80 dei REM, Document è in realtà uno dei migliori lavori della band di Athens. Abbandonati paesaggi e atmosfere dei dischi precedenti, Document è un disco politico, grazie a pezzi come “Welcome to the Occupation” e “Finest Worksong” – che verranno poi ripresi negli anni ’90 in brani come “Ignoreland”. Caratterizzato da un suono caldo, pieno e insolitamente distorto, Document viene spesso criticato per la sua presunta disomogeneità. In realtà è proprio l’ecletticità il punto di forza di un lavoro che non può essere ridotto alle sole hit “It’s the End of the World as We Know It (and I Feel Fine)” e “The One I Love”. Un ascolto alle varie “Fireplace”, “Exhuming McCarthy” o alla cover degli Wire “Strange” dovrebbe bastare a classificare questo disco tra i migliori lavori dei REM. (G.F.)
35
Violent Femmes – Violent Femmes (1982)

E’ difficile inquadrare l’esordio dei Violent Femmes negli anni in cui uscì perché non ha niente a che spartire con praticamente tutta la musica degli eighties. Al suo interno troviamo del country e del folk, miscelati ad una frenesia punk direttamente proveniente dagli anni precedenti, liriche a metà strada fra letteratura e irriverenza, e il cantato sgraziato e provocatorio di Gordan Gano. Appassionati fra le altre cose di jazz, Gano, Ritchie e De Lorenzo spezzano la linea naturale e facilmente assimilabile dei loro pezzi con cambi di rotta, destruttarando la loro stessa musica con piccoli lampi di follia. Con la fusione di questo imprecisato numero di stili i Violent Femmes riescono a crearsi uno stile proprio riconoscibilissimo capace di metter in risalto tutti e tre i componenti senza che uno strumento in particolare prevarichi sugli altri, e dimostrando come senza chitarre elettriche si possa fare del punk distorto e aggressivo (M.U.)
34
Tom Waits – Swordfishtrombones (1983)

Cos’è la musica di Tom Waits? A me piace piace immaginarla come un mare di whiskey e tabacco, mosso da onde catarrose, oscuro e profondo in cui vivono e si perdono i suoi personaggi a caccia di sogni, di bar e di prostitute; dove viaggiano treni e Corvette; dove suonano pianoforti scordati e ubriachi. Oppure la musica del musicista di Pomona è quella musica che si sente quando addirittura anche il sole va a dormire e al suo posto si accendono traballanti lampioni. La sua musica è la colonna sonora di quei personaggi che si riversano sul mondo quando cala il buio e le strade sono deserte. Popolate solo da cani randagi che rovistano nei bidoni dell’immondizia. Il Benni più urbano poeterebbe così una porzione del suo mondo. (J.M.)
33
Jane’s Addiction – Nothing’s Shocking (1988)

Nothing’s Shocking è una dichiarazione di intenti, uno splendido esempio del significato della parola libertà in campo musicale. Per tutto l’album veniamo sottoposti a incalzanti riff ed improvvisi ed eterei rallentamenti, veniamo a far parte di un percorso di ricerca e di sperimentazione sonora che sorprende di canzone in canzone. Già con l’opener “Up the Beach” è chiaro che per i Jane’s Addiction la psichedelia come l’hard rock rivestono una particolare importanza. E infatti, il disco ci propone pezzi trascinanti nei quali non è raro trovare momenti di respiro, dilatazioni e progressioni unite all’irruenza del cantato di un Farrell che sembra non trovare mai pace. Se “Jane Says” è preferibile nell’esecuzione dal vivo, le versioni di “Mountain Song”, “Ted, Just Admit It” e “Summertime Rolls” sono davvero i vertici del gruppo californiano. (M.U.)
32
Einstürzende Neubauten – Halber Mensch (1985)

Una sorta di incubo grottesco attraverso un universo degradante dove a farlo da padrone sono veri e propri inni di un’esistenza allo sfascio, in rapida discesa verso un vortice di follia per opera delle urla scoordinate e deliranti di Bargeld. Il terzo disco ufficiale dei berlinesi è da molti considerato l’apice della rivoluzione della quale avevano posto le basi qualche anno precedente, la perfetta maturazione della visionaria sperimentazione senza compromessi degli esordi, verso la ricerca di una forma definitiva e ben delineata di “musica” composta da collage ritmici e testi surreali. Anche l’approdo di Blixa nei Bad Seeds contribuisce allo sviluppo del loro approccio compositivo. Ma Halber Mensch diventa manifesto non solo di una vera e propria scuola del rumore dedita alla ricerca sonora, esso è anche immagine di una generazione sintetica e nichilista. (S.P.)
31
Foetus – Nail (1985)

Nail, uscito per la Self Immolation nel 1985, è una grande opera di violenza diretta, che si prende in giro e ci prende in giro rimanendo pur tuttavia cerebrale, pensata e in un certo senso propositiva. I temi passano dalla rivolta sociale, alla crescita interiore passando però sempre per la distruzione da un lato, e la depravazione dall’altro. Questa non è solo un mezzo per una chiara visione del mondo ma l’emergere di noi stessi da acque scure e fetide. Jim Thirlwell, l’autore dietro il nome d’arte Foetus (cambiato al ritmo di circa uno ad album), tesse inni alla misoginia, lodi al razzismo, passioni sfrenate per i più disgustosi umori umani. Il punk oltre la musica, oltre lo stile di vita. L’anarchia come mezzo per vedere le trame del mondo. Non ci sono regole, se non quelle create da noi. (D.B.)
30
The Feelies – Crazy Rhythms (1980)

E’ un suono fresco e originale quello di Crazy Rhythms, che allarga i confini della new wave imperante per rivedere il rock alla luce di quei classici la cui memoria sembrava essere stata cancellata dall’avvento del punk. Una scelta stilistica intellettuale, o intellettualoide se vogliamo farci trasportare nel giudizio osservando la brillante copertina. Calzante quanto limitante il confronto con i Television per quel che riguarda l’impianto chitarristico. Se e’ vero che negli uni come negli altri la sovrapposizione di chitarre in costante inseguimento e’ la caratteristica principale di ogni pezzo, e’ anche vero che nei Feelies questa e’ in piu’ momenti il punto di partenza per esplorazioni sonore dal fascino unico. Rinunciando alla psichedelia, almeno per come viene intesa altrove, i Feelies introducono piuttosto una serie di finezze elettroniche abilmente ricavate dalle sei corde e incaricate del non facile compito di arricchire melodie che da sole potevano reggere tutto il disco. (M.U.)
29
U2 – The Joshua Tree (1987)

A seguito del successo commerciale e di critica ottenuto con The Unforgettable Fire, gli U2 trascorrono un lungo periodo a cavallo tra le due metà degli anni ottanta in tour negli Stati Uniti. E sono proprio gli Stati Uniti a fornire ai quattro di Dublino l’ispirazione per dare vita, una volta tornati in patria, a The Joshua Tree. L’America, oltre ad essere al centro delle toccanti liriche di Bono (basti pensare a “Bullet the Blue Sky”, riguardante l’intervento USA in Nicaragua, o a “In God’s Country”, che descrive la visione dell’America da parte di un emigrante irlandese), entra profondamente anche negli arrangiamenti, molto più rock rispetto a quelli dei primi lavori targati U2, in cui compaiono elementi tipici della tradizione statunitense, come l’armonica di “Trip Through Your Wires”. Quest’album trasforma Bono e soci in una vera e propria icona del rock ben al di là dei confini europei, anche grazie ai singoli, che si impongono ai vertici delle classifiche di qua e di là dell’Oceano Atlantico. (G.C.)
28
Killing Joke – Killing Joke (1980)

Un lavoro marchiato di humor nero già a partire dalla copertina, dove i Killing Joke riescono a combinare i suoni duri del rock pesante con i suoni grezzi del punk, ma allo stesso tempo fanno convivere danze moderne alla Pere Ubu, ritmi da dance floor dark e industrial, come giri di basso tipicamente dark-wave e percussioni tribali dettate dalla batteria a volte marziale e a volte forsennata di Ferguson. Il tutto amalgamato dalle incursioni elettroniche di Coleman e da una buona dose di impegno e denuncia sociale rappresentati da testi aggressivi focalizzati sull’imminente crollo della società. Killing Joke contiene tutti questi elementi rimaneggiati in maniera tanto sapiente da diventare uno degli esordi più taglienti ma anche più influenti dell’era post-punk, lasciando un segno profondo su personaggi di diversa scuola, primi fra tutti i maestri dell’industrial anni’90. (S.P.)
27
Sonic Youth – Evol (1986)

Daydream Nation li consegna all’Olimpo dei Grandi, nessun dubbio su questo. Ma Evol resta oggi l’episodio maggiormente fruibile, in cui tutte le idee poi portate all’estremo in Daydream Nation hanno la loro forma e la loro sostanza. Si può anzi ben dire che Evol sia il passaggio obbligatorio per capire i Sonic Youth, secondo giusto per importanza nella loro sterminata discografia e certo assolutamente non paragonabile ai risvolti non certo memorabili del decennio successivo. Con la partecipazione di Lydia Lunch, la gioventù sonica riesce a consolidare i frutti maturi degli esordi, attestandosi prima di sfornare il vero capolavoro come punto di riferimento dell’underground tutto. Nella sua forma canzone e nella sua psichedelia veicolata con un gusto pop certo non inferiore ad altri contemporanei, Evol è ancora oggi inossidabile. (M.U.)
26
Echo and The Bunnymen – Ocean Rain (1984)

Con Ocean Rain gli Echo si fanno ancor più sofisticati, tentando arrangiamenti orchestrali carichi di pathos – checché ne dica qualcuno, mai oltre le righe – per uno psycho-pop sinfonico in grado di amplificare la poetica della seconda band più grande di tutti i tempi di Liverpool. Se “Nocturnal Me” ricorda addirittura il primo Scott Walker, pezzi come “Crystal Days” o “The Yo Yo Man” anticipano Woodentops e il resto della compagnia jangle pop, Felt inclusi. Per non parlare del singolo “The Killing Moon” che risulterà uno dei maggiori successi di quell’annata, e dell’armonica “Seven Seas”, non così distante da quanto stava cantando il buon Morrissey dalle parti di Manchester. Alcuni hanno accusato Ocean Rain (e in parte anche Porcupine) di aver tradito lo spirito originario della band, che aveva portato ai successi post-punk di Crocodiles e Heaven Up Here. In realtà quello di Ian McCulloch e soci pare un percorso del tutto naturale anche quando, dagli stilemi degli esordi, si è aperto a sensazioni e umori differenti, per altro fondamentali anche nel porre le basi di quel che poi è stato il brit pop. E a ben vedere, gli Echo non si sono mai del tutto allontanati dal quel Liverpool-sound storicamente dedito alla forma canzone ed insito nel loro modo di pensare la musica, così come in altri attori di quella scena. Neanche quando in brani come “Ocean Rain” raggiungono picchi di epicità impensabili nel 1978, anno della loro formazione. Ognuno dei loro primi quattro album merita rispetto ed ammirazione, per motivi differenti. Tutto sta nel comprenderli. (D.S.)
25
Spacemen 3 – The Perfect Prescription (1987)

Jason Pierce e Peter Kember, insieme nucleo degli Spacemen 3, sono gli autori di un viaggio musicale nella droga. I versi “come on take me for a ride, take me to the other side” si alzano in mezzo al mare di distorsioni della prima traccia di The Perfect Prescription come una chiara dichiarazione di intenti. Non sia mai detto che l’effetto psichedelico debba essere per forza creato soltanto da distorsioni e chitarre spaziali, gli Spacemen 3 si pongono l’obiettivo di descrivere umori e momenti diversi viaggando attraverso più stadi di psichedelia; dopo il rock shoegasizzante di apertura, arrivano l’accoppiata organo-acustica di “Walkin’ With Jesus” (“Jesus please meet me at the centre of the Earth, ‘cos these wings are gonna fail me and I could have done me worse”), il parlato ipnotico à la Lou Reed (“Ode to Street Hassle”) e addirittura una lunga sinfonia dell’ecstasy. “Lord, it feels so good”. Arrivano i Velvet Underground vent’anni dopo, arrivano i Rolling Stones, il krautrock, i lenti riff sabbathiani ossessivamente ripetuti a basse frequenze (“Things’ll Never Be the Same”). Raggiunto il picco, si ritorna lentamente nella dimensione reale. “Call the doctor pretty baby, tell him he’s gotta rush and run”. The Perfect Prescription è un monumento eretto in onore del trip, forte di un trasformismo sul quale si sarebbe potuto basare, più che un unico album, un’intera carriera. A dieci anni di distanza, sciolti gli Spacemen 3, avremmo ritrovato Pierce ancora pronto a comporre altra ottima musica psichedelica con gli Spiritualized. (P.R.)
24
Cocteau Twins – Treasure (1984)

Non siamo di fronte ad un disco normale, i Cocteau Twins non sono mai stati un gruppo “da canzone”. Treasure è uno dei lavori più originali e innovativi di quegli anni. Eppure, sarà per la proverbiale ritrosia della Fraser a comunicare col pubblico, sarà perché la loro proposta musicale suonava ingenua e naif in un periodo in cui a farla da padrone erano i sentimenti negativi, fatto sta che si ha l’impressione che i Cocteau Twins non abbiano raccolto quanto meritavano. E sì che la loro influenza è obliqua, riscontrabile nei gruppi più disparati. I Sigur Ròs e gli Slowdive conoscono sicuramente questo disco, persino nelle suggestioni degli ultimi Talk Talk si può trovare traccia della musica degli scozzesi. E nonostante tutto questo, i Cocteau Twins restano, per molti, il gruppo di quella che canta “Teardrop”. Il che è un vero peccato, perché si rischia di perdersi uno dei gruppi più originali nati dalle ceneri del punk. (G.F.)
23
Virgin Prunes – …If I Die, I Die (1982)

…If I Die, I Die canta di un mondo tanto decadente quanto strambo, oscuro, solo apparentemente in linea con lo stile dark-wave dell’epoca, perché carico di significati e peculiarità in ogni sua crepa. L’atmosfera disegna dunque un approccio malato e deviante all’arte, tanto che la scelta dei suoni pare perfettamente evocativa di un qualcosa di reale, che va ben al di là del bizzarro cabaret dadaista cui ci si trova a far fronte. I Virgin Prunes sono veri, non fanno arte per fare o vivere di arte. I Virgin Prunes si trovano a fare musica nella loro condizione di naturale disadattamento alla società, per questo ne creano una in miniatura dove sopravvivere secondo propri ideali. …If I Die, I Die è dunque un lavoro che fotografa in istantanee la musica – dark-wave – del periodo, nonché la condizione sociale di personaggi finora ai margini della società e comunque lontani dalla ribalta. (D.S.)
22
Dead Can Dance – Spleen and Ideal (1985)

Spleen et Idéal è la prima parte della raccolta di poesie di Baudelaire “Les Fleurs du Mal” e ne rappresenta anche la poetica: l’uomo è lacerato da una continua tensione verso l’ideale (Idéal) e da un attrazione animale verso la passione (Spleen). Lo scacco nell’uomo è fortissimo e l’unico modo di alleviarne gli effetti è ubriacarsi. Ubriacarsi di vizi, di donne, di alcool, di assenzio. O morire.. Allo stesso modo i Dead Can Dance, grazie ad una capacità compositiva e ad un estro artistico fuori dal comune, sono riusciti, nel 1985, a produrre quest’ opera divisa in due tra la durezza del suono new wave, e la complessità della musica orchestrale. Infatti Perry e Gerard, le menti dei Dead Can Dance, si servirono per questo album di fiati, percussioni e archi che in alcune parti si alternano ad elementi più convenzionali alla musica contemporanea, in altre convivono formando strati melodici mai esagerati. (D.B.)
21
The Birthday Party – Prayers on Fire (1981)

Il secondo disco dei Birthday Party è certamente il più rappresentativo del loro stile, nonché il momento di più alta ispirazione: un album che conterà proseliti per molti anni a seguire, diventando una pietra angolare del rock tutto. Si pensi ad esempio agli indecenti e straripanti vocalizzi in quest’opera: non sono forse stati illuminanti per David Yow (Scratch Acid, Jesus Lizard)? E questo è in parte anche il Cave che ritroveremo oltre venticinque anni dopo nel progetto Grinderman. Si tratta di un disco strepitoso perché anticipa i tempi mentre assorbe anche la lezione punk e proto-industrial, rilanciando il rock con un’energia sincera, seppur forzatamente impostata: i tristi ed epici mascheroni di certo progressive e parte del metal fanno quasi tenerezza a confronto. E’ musica che ti sporca la fedina penale e se entra in circolo, è in grado di trasportarti in un fumoso cabaret notturno e farti credere in lascivi ideali bohèmienne. (D.S.)
20
The Cure – Pornography (1982)

Per quanto indiscutibile sia la bellezza di Seventeen Seconds e Faith, è con Pornography che i Cure voltarono definitivamente le spalle a chiunque appartenesse al movimento dark. E’ con quest’album che si elevarono un gradino al di sopra di tutti gli altri e gettarono il loro terribile manto nero su tutti i loro ascoltatori. L’inconfondibile voce di Smith e’ disperata e recita quelle che sono le sue paure più profonde. Gallup pietrifica con il suo basso, semplice e al tempo stesso geniale e ci lascia attoniti ad ammirare lo spettacolo della loro e della nostra tristezza. Pornography non lascia dubbio alcuno sui Cure: ce li mostra in tutta la loro grandezza; è per il gruppo il disco più significativo, quello della vera e propria svolta e quello che, in fondo, contiene tutti gli elementi di punta dei Cure. (M.U.)
19
Nirvana – Bleach (1989)

È l’uscita di Bleach dei Nirvana a cambiare le cose, a dirottare le attenzioni dei media (in particolare anche di MTV) verso lo Stato di Washington, a portare le grandi case discografiche di Los Angeles a Seattle, a spingere Cameron Crowe a girare un pessimo film ambientato nella stessa città e chiamato guarda caso “Singles”. Bleach – che significa “candeggina” – ebbe il merito di mettere Seattle al centro del rock, per la prima e verosimilmente ultima volta nella sua storia.Se è vero che i Soundgarden che pur si muovevano a piccoli passi verso il mainstream ce l’avrebbero comunque fatta, è grazie o per colpa di Bleach che molte band fino ad allora neanche interessate a determinati valori in cui affondava la poetica dell’alfiere Cobain riescono ad assicurarsi un ricco contratto con delle etichette major. Quest’era d’oro del grunge durerà almeno fino al 1994. Bastava indossare camicie di flanella, stivali Dr. Martens e accendere l’amplificatore per assicurarsi un posto in paradiso. Il resto lo avevano fatto pezzi isterici e visceralmente punk come “School”, “Blew”, “Negative Creep” e soprattutto la melodia lennoniana di “About a Girl”. (D.S.)
18
Dinosaur Jr. – You’re Living All over Me (1987)

A due anni dal già riuscito esordio, i Dinosaur Jr. di J Mascis tornano con quello che rimane il loro capolavoro insuperato. Avvalendosi dell’aiuto dell’ingegnere del suono dei Sonic Youth, Wharton Tiers, Mascis e compagni registrano il loro You’re Living All Over Me. Durante la lavorazione, comincia a mettersi in evidenza la prepotenza artistica di Mascis su Barlow e Murph, nascono i primi screzi, eppure niente finisce per intaccare la riuscita finale. Volumi alzati, distorsioni pesanti unite a sporadici momenti di tregua, il tutto con un potenziale di orecchiabilità non indifferente: i Nirvana gli saranno sicuramente debitori. Murph è durissimo nelle sue parti, fra l’altro scritte per lo più da Mascis, mentre Barlow riesce nella non facile impresa di imprimere con il suo basso linee melodiche efficaci e mai sottotono nonostante le grida di J Mascis, che dal canto suo sembra voler dimostrare di poter picchiare più duro di tutti. Il passaggio a major non regge assolutamente il paragone. (M.U.)
17
Galaxie 500 – On Fire (1989)

Intimismo, rassegnazione, indolenti pennellate rock, dolce malinconia. Non stiamo parlando né dei Low né dei Red House Painters né dei Codeine, ma del gruppo che li precedette, cronologicamente e come ispirazione. I Galaxie 500 da Boston sono infatti i precursori di quello che verrà chiamato slo-core, tra i primi a recuperare Leonard Cohen e Nick Drake, spogliarli dell’attitudine da folksinger e ammantandoli della ruvidezza sonora dell’indie americano. Figli delle ballate più crepuscolari dei primi Sonic Youth, a modo loro intellettuali e ricercati nel modo di arrangiare e costruire le canzoni, sovrapponendo strato sonoro a strato sonoro, i Galaxie 500 con On Fire non si limiteranno ad anticipare una tendenza: scriveranno anche uno dei dischi più belli e intensi usciti dall’America degli anni ’80. “Why’s everybody actin’ funny? Why do everybody look so strange? Why do everybody look so nasty? What do I want with all these things?” (G.F.)
16
Talking Heads – Remain in Light (1980)

Pop moderno, metropolitano nei contenuti ma affascinato da ritmi tribali provenienti direttamente dall’Africa, influenzato da funky e post punk, con Jerry Harrison che cercava in tutti i modi di tirar fuori dalla sua chitarra suoni schizofrenici, che assieme all’elettronica andavano a costituire degli arrangiamenti sempre più fuori controllo. Remain in Light, assieme a Fear of Music, rappresenta il miglior momento di forma di una band che aveva ormai pubblicato una serie di quattro dischi uno migliore dell’altro. E va anche detto che, ad oggi, la loro musica sembra non risentire degli effetti del tempo, e questo sia per la freschezza e l’originalità delle composizioni, sia per la produzione sempre futuristica di Brian Eno, sia per tutte le band che, nel corso degli anni, dai Talking Heads hanno preso ed imparato tanto. (P.R.)
15
Swans – Children of God (1987)

Children Of God è la massima opera gotica della musica contemporanea. Si potrà accendere un confronto sul genere di questo album, che sia Industrial, Dark-Wave o altro ancora, ma il sapore arcano e tenebroso partorito dal sodalizio Gira-Jarboe è assolutamente da ricondurre a quello stile gotico su cui si forgeranno rami del metal e il folk apocalittico. Si tratta di un lavoro che sporge in una discografia composta di sole eccellenze. Children Of God è dunque un’opera spettrale e tetra, ma allo stesso tempo appare come un percorso ascensionale dovuto: si tocca il fondo per contemplare il male ed infine scegliere se credere – forse ingenuamente – ad un futuro di luce, o altrimenti arrendersi alla dannazione eterna. In questo scenario apocalittico, è ancora presente, in un senso o nell’altro, il dubbio umano sulla propria condizione, quale che sia la sventura, forte che sia la fede. (D.S.)
14
The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Osservandolo oggi, il passaggio degli Stone Roses sulla scena rock britannica sembra quello di una chimera. Oppure potremmo scrivere che il loro avvento è equivalso a quello di un influente profeta, visto che negli anni successivi all’uscita dei primi singoli ed in particolare dell’omonimo album d’esordio, molti giovani inglesi hanno messo in piedi una band fantasticando di diventare i nuovi Stone Roses. The Stone Roses si rivela ben presto una macchina da singoli, non c’è pezzo nell’album, anche fra quelli non usciti separatamente, che non abbia un potenziale radiofonico elevato. Sfilano così, l’una dopo l’altra, pezzi come “I Wanna Be Adored”, “She Bangs the Drums”, “Waterfall” e altri ancora: acquistare una raccolta degli Stone Roses, significa avere almeno metà del loro disco di debutto. (D.S.)
13
Sonic Youth – Daydream Nation (1988)

Daydream Nation è l’umanità, è la metropoli di oggi, industriale, scialba, invasa dalla stupidità dei media e quindi tanto malata quanto quella dipinta dai Velvet Underground. è l’Occidente spento dalla propria economia, oppresso da quella che dovrebbe essere la ricerca del proprio malessere, della sua cura che appare più nascosta di quanto non sia. La dispersione nei riverberi e nelle distorsioni create dai Sonic Youth è la stessa sensazione di spaesamento che si prova nel traffico urbano, la stessa apatia che corrode l’animo umano, l’accidia che non lascia scampo. Ritratto di più epoche, attuale e vitale oggi come allora, Daydream Nation è il tassello più importante del mosaico che i Sonic Youth ci hanno lasciato, pulsante oggi più del resto della loro discografia. Un’opera che consolida tutto il loro stile portandoli direttamente fra gli artisti fondamentali del rock, precursori di una buona fetta del decennio successivo. (M.U.)
12
The Cure – Disintegration (1989)

Finito il tour di Pornography, i Cure arrivarono a Disintegration dopo essersi allontanati, ricostruiti, reinventati e riassemblati. Tra i vari motivi c’era anche la volontà di separarsi da quell’immagine eccessivamente dark/goth che il pubblico aveva cucito loro addosso. Disintegration non abbandona di certo la vena malinconica ma anzi, la reinventa, e lo fa senza rinunciare agli episodi più “easy”, se proprio vogliamo definire così i singoli “Lovesong”, “Pictures of You”, “Fascination Street” e “Lullaby”. Ne viene fuori un album lunghissimo ma compatto anche nel suo alternare canzoni pop/rock dalla struttura più semplice ad altri più dilatati; è merito delle scelte sonore, dei testi, dell’atmosfera che lo pervade dalla prima all’ultima nota. Come un artista decadente inseguiva il culto della bellezza, Disintegration confeziona per tutte queste sensazioni vestiti eleganti, scintillanti, e tutto sembra consumarsi con una certa compostezza. (P.R.)
11
David Sylvian – Secrets of the Beehive (1987)

Secrets of the Beehive è il capolavoro di David Sylvian, già voce dei romantici Japan e autore di una ormai pluri-decennale carriera solista che lo ha spesso portato a peregrinare per paesaggi – anche della mente – eterei e nebbiosi. Tuttavia grazie al meticoloso zelo con cui cura suoni ed arrangiamenti, è sempre riuscito a destare interesse senza ripiegare eccessivamente in idee già proposte, evitando quindi di rendere consevatrice la propria arte. È facile inserire Secrets of the Beehive in un contesto autunnale. A tal proposito ci aiuta anche il prologo acustico di “September”. Dischi come questo non sono però limitati ad un solo autunno, nello specifico quello dell’anno della sua uscita, il 1987: “i Segreti dell’Alveare” è un album senza tempo, libero dalle mode e da rispolverare ogni autunno. Da ascoltare in penombra, in una giornata di foschia e con una candela accesa. Questa è un’opera in grado di trasportarti dal buio alla luce. (D.S.)
10
Coil – Horse Rotorvator (1986)

E’ come guardare il fulcro sul quale girano grandi dischi, dei piani, alcuni grandi, altri enormi, altri minuscoli. Girano, alcuni velocissimi come le vesti dei Sufi, a perder la testa, ad arrivare al divino; altri lenti, a contemplare ciò che hanno davanti, altri, ugualmente lenti a contemplare ciò che c’è dietro a quello che c’è davanti. Alcuni si chiamano Sesso, ma quando girano sembrano avere un retro, nella loro etichetta, e sono Paura. Si scontrano tra loro, anche molto violentemente, ma i più violenti sono attratti (anzi attraggono!), dischi di Ferro e Lamiere che collidono violenti e che sprigionano scintille che corrono velocissime e sprigionano fiamme violenti in Ragione. È il succo di un album inquieto, sempre in bilico tra lucidità e follia, carne e spirito, morte, l’elegia e la contemplazione della distruzione e vita, il sesso furioso, una dimostrazione vuota di cosa significhi essere vivi, tanto che di esso, si può anche morire. (D.B.)
9
U2 – Boy (1980)

Per quanto ingenua e fomentata dalla furia punk possa essere la band, l’album si rivela un autentico concept intorno all’adolescenza, ripescando in questo senso più dall’approccio degli Who che non da quello dei contemporanei Clash e Joy Division. Boy è senza dubbio il disco più spontaneo ed espressivo di uno dei fenomeni più grandi che il rock abbia conosciuto e conoscerà. Se la maturità porterà un impatto sociale ed una perizia nei rispettivi strumenti certamente maggiori, nonché una duttilità negli anni pressochè seconda a nessun’altra band, il perfetto esito di questo album d’esordio è destinato a rimanere uno dei vertici assoluti di Bono e soci, nonché – e qui sta la verità ingombrante – uno dei migliori album dell’era post punk e dark wave. Un disco costruito, più che da veri e propri giovani prodigi, da quattro predestinati. (D.S.)
8
Hüsker Dü – Zen Arcade (1984)

Questo, senza prenderci in giro, è fondamentalmente un disco punk, e un tempo gli onesti punk si ponevano quasi per definizione rissosamente contro tutto ciò che era capitato attorno, in un atteggiamento riconducibile all’agitazione dadaista post-Grande Guerra. Lo spirito di Zen Arcade è però furia interiore, e con osservazione critica non si serve della tipica frivolezza e dei colpi ad effetto del punk per rappresentare in musica lo spirito di rinnovamento e l’autentica rabbia giovanile, ma vive ed ha ragione di essere nell’essenziale sfogo emotivo che il gruppo veicola lungo la sconsiderata durata dell’opera, spropositata per i canoni di un album hardcore. Zen Arcade è in questo senso un disco assolutamente adolescenziale, immaturo, dispotico. E’ stato però un lavoro in grado di accompagnare una generazione di ragazzi come Mould, Norton, Hart e di immortalarne i pensieri. (D.S.)
7
The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Adolescenziali e ispirati e saggi. Colmi di sentimento avvelenato dal cinismo più nero, i Jesus and Mary Chain cantano con il rumore la melodia della vita giovanile, il sentimento autodistruttivo assurdo e la ricerca di pace interiore e la fuga dal quotidiano, la libertà e la costrizione (anche sessuali) e l’incapacità di non volere alcune cose ma di non poter agire in modo contrario. L’incapacità di non volere alcune persone ma il non riuscire a staccarsene. Il percorso delle loro canzoni è quello del suono melodico rock (non mancano le “ballate”, usando un termine inappropriato) sfigurato da distorsioni di diversa intensità a seconda del contesto. Spesso infatti vi prenderà la voglia di intonarvi con Jim Reid e di farne la doppia voce mentre le chitarre infrangono i vostri timpani. (D.B.)
6
My Bloody Valentine – Isn’t Anything (1988)

Riscoperto grazie ai prodigi di Internet, Loveless è riuscito ad affermarsi presso un pubblico ben più vasto di quello che lo ha applaudito nei suoi primi dieci anni di vita. Loveless è indubbiamente un classico assoluto, il Velvet Underground & Nico dei Novanta. Ancora da rivalutare è invece Isn’t Anything, altro capolavoro della band di Shields, spesso ingiustamente oscurato dalla nuova popolarità del suo successore. Si tratta di un disco post-punk in cui sono presenti in forma essenziale gli arrangiamenti che poi si trasformeranno nei muri di suono tipici del marchio shoegaze. Ma Isn’t Anything è già un disco shoegaze, con tutte le sue peculiarità ed altre, come una carica espressiva quanto mai forte ed urgente. Le canzoni hanno toni (e pensieri) devianti, una ruvidità fattasi carne ed un erotismo latente neanche troppo velato in grado di renderlo non solo sensuale, ma anche etereo, senza volerlo minimamente essere. Un album che merita davvero la stessa attenzione del suo ormai illustre fratello minore. (D.S.)
5
Pixies – Doolittle (1989)

Se il primo full-lenght raccoglie legittimamente grandi elogi da parte della critica per dei brani power-pop freschi e aggressivi, è con il successivo Doolittle che i Pixies perfezionano il loro stile. La forma-canzone viene nobilitata con degli arrangiamenti sempre funzionali alle melodie, spesso accattivanti quando non irresistibili. A riascoltarli oggi, questi quattordici brani sembrano essere invecchiati come meglio non potevano, probabilmente anche meglio di ciò che avrebbero poi sfornato arcinote band a loro ispiratesi. I Pixies hanno forgiato un nuovo linguaggio, tanto seminale per miriadi di band garage rock – e grunge – quanto ancora oggi freschissimo e probabilmente insuperato. Non c’è niente da fare, il posto nella storia se lo sono assicurati anche loro. (D.S.)
4
Talk Talk – Spirit of Eden (1988)

Spirit of Eden non è solo un viaggio nelle riflessioni, nella malinconia e nella dolcezza di Mark Hollis e compagni, ma un’opera che nel 1988 andava al di la’ dei generi. Se Laughing Stock, il successivo e ultimo capitolo dei Talk Talk, è non a torto considerato fondamentale precursore del post-rock, questo è l’album da dove Laughing Stock prende forma e sostanza, e soprattutto il momento in cui i Talk Talk decidono di fare un salto in alto, verso l’Olimpo dei più grandi del rock. Ancora oggi musica come l’escalation di “Eden” suona epica e stupefacente, dotata di una classe davvero fuori dal comune. Si potrebbe dire che i Talk Talk sono i Radiohead della generazione precedente, il gruppo pop in grado di elevare e sostituire la propria forma d’arte in qualcosa di ancor più unico e puro, astratto. Sono come Cezanne, le cui ricerche formali hanno certamente anticipato la rivoluzione cubista. (M.M./D.S.)
3
Joy Division – Closer (1980)

La violenza non è nelle parole ma nell’intreccio che sibila e striscia. Per questo forse questo album è accostabile a capolavori di violenza dai quali i Joy Division traggono ispirazione non celata. Ballard, il cui capolavoro presta il nome per la traccia d’apertura, “Atrocity Exhibition”, Burroughs sono solo un esempio. Ma non è questo che i Joy Division vogliono raccontare. Non Ian Curtis, suicida. Non è l’arte del violento, non l’estasi sessuale, ma un terrificante dolore, che si può esprimere nelle tinte più nere di un’animalità vestita all’occidentale. Le ballate cupe, i ritmi tribali, le maschere che si tolgono, quelle che si mettono. Ian Curtis è uno scrittore, scrive in poesia, ciò che scrive è il male di vivere. (D.B.)
2
R.E.M. – Murmur (1983)

Oggi fa quasi tenerezza, ispirato da quello spirito collegiale, in realtà non così ingenuo. Risulta innocuo, a tratti naif come un quadro di Rousseau. Eppure Murmur ha cambiato il rock con le sue tenere armi, e si può asserire tutto ciò che si vuole, ma le dodici canzoni che lo compongono hanno uno spirito più puro di qualsiasi loro altra composizione. Non c’è neanche un inno dei loro anni Novanta che tenga, che parli della passione. Capire i REM degli anni IRS significa aver coscienza dei movimenti del rock dei successivi due lustri. Rendersi conto del perché l’arrangiamento di “Moral Kiosk” è considerato seminale ed è – come gli altri brani di questo disco – perfetto così, scarno come suonato nella sala prove della loro cittadina, fresco come niente altro, per forza di cose. Hanno inevitabilmente perso, a poco a poco, quell’essenzialità, in favore di altre doti come la tecnica e l’esperienza. Altri sentimenti. (D.S.)
1
The Smiths – The Queen Is Dead (1986)

È inutile girarci attorno: gli Smiths sono un gruppo chiave dal quale non si può prescindere per avere accesso al pop/rock successivo, semplicemente. Se nei primi due album Morrissey raccontava quello che era stato il suo mondo nella sua giovinezza, con The Queen Is Dead arriva una massiccia dose di ironia, quella piccola cosa che tante volte distingue le persone intelligenti da quelle troppo impegnate a prendersi sul serio. Un sarcasmo così attento, colto e tagliente che ha pochi eguali nel mondo del rock, dove gli aspetti musicali, per forza di cose, prevalgono. Morrissey è stato un maestro anche in questo, un ottimo compositore ed interprete, capace di mettere in metrica qualsiasi pensiero con una naturalezza invidiabile. Si tratta di uno degli album fondamentali per l’ascoltatore di musica rock, un disco perfettamente Smiths e perfettamente inglese, destinato a rimanere nella storia come un vero e proprio punto di riferimento. Sebbene la loro carriera sia stata caratterizzata da un maggiore impatto delle singole canzoni piuttosto che degli album, premiare The Queen Is Dead è premiare gli Smiths. (P.R.)
Social
Top Charts