Top Chart Electro 2015

Top Chart Electro 2015Chi ci segue sa bene come ogni nostra chart sia retta da un criterio logico di fondo, se non più di uno, e la nostra selezione electro non fa eccezione. Dovrebbe essere inutile evidenziare la vastità del panorama della musica elettronica – soprattutto ora che chiunque può avere a disposizione gli strumenti per produrre e diffondere qualcosa di suo, nello spirito più indie – ma è bene ribadirlo proprio in virtù delle scelte fatte dalla nostra Redazione. Scelte fatte in termini di classifica finale, com’è ovvio, ma anche di cosa si è voluto portare alla vostra attenzione nel corso dei mesi, e addirittura in relazione all’inquadramento stesso di alcuni album. Ed è per questi motivi che nomi come Jamie xx e Holly Herndon li trovate nella Top 30 rock-oriented e non qui, perché se ha un senso rapportare In Colour a Currents, in virtù della natura pop delle melodie di Jamie, sarebbe meno giustificabile mettere su uno stesso gradino Joanna Newsom e Arca. La nostra chart electro è cucita sui nostri lettori, su di voi; si concentra sugli album mettendo da parte i formati chiave di questo mondo, EP e singoli, perché essere esaustivi sarebbe stato impossibile e vi avremmo regalato un’esperienza troppo dispersiva; inoltre; cerca di essere il più possibile trasversale, pur senza ignorare lo stato dell’arte della techno e i nomi che si sono messi in evidenza negli ultimi dodici mesi. Prima di lasciarvi alla lista degli album e alla playlist di complemento, è doverosa una menzione speciale: il DJ-Kicks di DJ Koze sarebbe stato da Top 3 ma abbiamo preferito lasciarlo fuori in quanto, appunto, una compilation. Non crediate di farla franca se non lo avete ascoltato, però. Vi diamo una settimana di tempo per rimediare. (Pierluigi Ruffolo)

 

Lakker - Tundra10. Lakker – Tundra
La vastità della natura contro l’intrusione dell’intervento umano. Interferenze umane di passaggio, che appaiono piccole riassorbibili nei secoli dalla natura stessa, sempre più insignificanti rispetto all’imponenza dei massicci montuosi sullo sfondo. Ed è tutto solamente un sogno elettronicamente indotto, con un tocco di mistero degno dell’Aphex Twin di Drukqs e Selected Ambient Works II.
DeepChord - Ultraviolet Music09. DeepChord – Ultraviolet Music
Rod Modell si definisce un sound designer, non a torto per via della sua sensibilità visiva sul suono. La formula non innova, piuttosto definisce i confini della dub techno cercando di proporre qualcosa di definitivo a livello di produzione. Il punto forte è l’evocatività dei ventuno pezzi, il loro allontanarsi dal battito notturno delle solite metropoli trovandone di alternative, abbracciando una dimensione più naturale e organica.
Nick Höppner - Folk08. Nick Höppner – Folk
Il disco del resident dj del Berghain/Panorama Bar di Berlino colpisce per la trasversalità della sua bellezza, perfettamente comprensibile a chi generalmente ascolta tutt’altro ma negli anni si è lasciato completamente conquistare da Pantha Du Prince e Trentemøller. Nonostante manchi un’effettiva continuità tra i pezzi, è davvero forte quella piacevole sensazione di “estasi da mix”.
Levon Vincent - Levon Vincent07. Levon Vincent – Levon Vincent
Avevamo avuto il dubbio che si trattasse di un disco difficile da penetrare esclusivamente per provocazione e non per reale necessità espressiva. Ingannevole e subdolo, pare non stia accadendo nulla ma poi, tornandoci, ogni frammento melodico ritrova una perfetta collocazione. Levon è riuscito a trasmettere qualcosa, e l’ha fatto persino in maniera laterale, senza che neanche ce ne accorgessimo.
Jlin - Dark Energy06. Jlin – Dark Energy
Jlin crea “from a place that is the belly of the beast”, perché i posti felici vanno bene solo per le vacanze. Dark Energy è profondamente black, umano ed elettrico, non ci sono alternative al lasciarsi prendere dalla frenesia del ritmo, ne vanno accettate le forme frastagliate e bisogna affrontarne ogni spigolo pericolosamente acuminato. Quando cambia l’accento su un singolo beat, cambia tutto.
Blanck Mass - Dumb Flesh05. Blanck Mass – Dumb Flesh
La creatura di Benjamin John Power (Fuck Buttons) è un concentrato di voci straniate, viscerali, aggredite da un’elettronica tanto opprimente quanto portatrice di dipendenza già al secondo ascolto. Suoni e beat sono trattati in maniera sopraffina, andando a incalzare i momenti più ipnotici di un album che sa come e quando stravolgere le sue tracce. Non chiamatelo side project.
Arca - Mutant04. Arca – Mutant
L’elettronica di Arca è un edificio ultramoderno nel cuore di una foresta pluviale, lontano dalle influenze della civiltà. Non si attiene a un copione prettamente fantascientifico ma inserisce a tradimento misteriosi e affascinanti elementi tribali, trascina l’ascoltatore in mezzo alle rapide guidandolo tra le rocce affioranti col cuore in gola, poi lo lancia giù per la cascata percuotendone i timpani con scariche di suoni interpolati. Astenersi spiriti poco avventurosi.
Floating Points - Elaenia03. Floating Points – Elaenia
Digitals e strumenti reali (o presunti tali) sono amalgamati assieme per produrre una dance rudimentale e inquieta, al confine col jazz da camera. Ci piace di più quando la faccenda si fa prevalentemente computerizzata: più il flusso sonoro di queste sette tracce si fa cifrato, più il discorso diventa intrigante. Contemporaneamente, complimenti a Shepherd perché pure nella giustapposizione di così differenti entità riesce a tenere incollati i pezzi. “I know the pieces fit”, diceva un vecchio adagio.
George FitzGerald - Fading Love02. George FitzGerald – Fading Love
Fitz costruisce brani corti dal nucleo melodico molto forte, spesso con un arricchimento vocale determinante nella creazione di una musica ormai ben lontana dai primi esperimenti dubstep. “Call It Love”, con il suo giro di basso riuscitissimo (10/10) e il circolare “And if you want to call it love, you can call it love – and if you say it’s not enough, then it’s not enough”, è il perfetto esempio di come un brano DEVE suonare oggi, così intriso di richiami ad una musica elettronica allo stesso tempo berlinese e londinese da riuscire a esprimere una sorta di sfumatura rock non tanto nella struttura quanto nello spirito.
Oneohtrix Point Never - Garden of Delete01. Oneohtrix Point Never – Garden of Delete
Per quel suo essere così difficile da afferrare, e chiaro, grazie all’esot(er)ismo generale che aleggia sull’opera sin dalla copertina, il fascino Punitivi quanto un videogame roguelike, gli impulsi numerici di OPN conducono verso esperienze traumatiche: l’apparente assenza di linearità la rende l’equivalente sonoro di una crisi epilettica, mentre la percezione di un filo logico dà l’impressione di aver aperto un canale di comunicazione mentale con un alieno. Garden of Delete, che è qualcosa di più che un semplice collage, è il disco più pop di Daniel, che ad oggi è qualcosa di più che il nostro Aphex Twin. Non esiste un album che si cali meglio nell’alta velocità digitale di oggi.

 

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