Electro Chart 2011

Mettere in fila per merito la mole di dischi di qualità usciti nel 2011 non è stato facile. Nonostante si sia parlato diffusamente della crisi del formato LP, infatti, la realtà dimostra che, per una volta, stiamo assistendo alla maturazione di un nuovo e diverso modo di intendere la musica (veloce, magari in streaming gratuito e in versione ridotta) che andrà a convivere con il tradizionale, piuttosto che soppiantarlo. Convivere significa diversificare e mutare: molti album dalla forma pop hanno rinfrescato l’ambiente, moltissimi hanno portato avanti, sperimentando, coraggiosi discorsi complessi e d’avanguardia, una mole sorprendente di artisti ha cercato una nuova via di mezzo tra l’efficacia del corpo e la forma della mente, e il ritorno di oscurità sonore opprimenti si è fatto prepotente e va ad accostarsi alle felicità malinconiche a cui ci stiamo abituando. Infine, il suono inglese è riuscito a perdere alcuni giochi e a vincerne altri, proponendo meno suoni interessanti degli scorsi anni ma divenendo referenza obbligata per la maggior parte delle uscite dell’anno; la curiosità di conoscere nuovi mondi si è concretizzata in ritmi strani e magnetici fino ad ora confinati . Alcuni non ce l’hanno fatta per motivi burocratici (i Sandwell District avrebbero presenziato con il loro Feed Forward addirittura nella top 5, se non ci fossero tanti pasticci sulla data di pubblicazione dell’album), altri perché è entrato il limitatore (appena fuori classifica: GusGus, Emika, Deniz Kurtel, Hecker. Tutti imperdibili.), ma sappiamo che capirete. D’altronde, la selezione non è mai esaustiva, è piuttosto una presa di posizione su cui speriamo possiate fare affidamento. Fidatevi di noi.

Top 20 LP

20. Anstam – Dispel Dances: Sprazzi di jungle che fuggono via nei vicoli di un’ambientazione che appare sia teatrale che improvvisata, dubstep oscuro come la colonna sonora di un thriller psicologico di produzione mitteleuropea, e poi l’amore per gli Autechre degli anni Novanta, quelli di Incunabula e Amber particolarmente, che inclina i circa 40 minuti verso un’IDM neanche così scontata al giorno d’oggi. Un ritorno in grande stile quello del misterioso duo teutonico.
19. Maceo Plex – Life Index: Fin dal primo ascolto, è d’impatto il calore avvolgente emanato dalla maggior parte dei brani grazie soprattutto ad alcuni giri di basso killer, portando Estornel agli antipodi rispetto alle sue ultime uscite. Il vero ingrediente segreto è costituito dalle incantevoli influenze soul e funk che si palesano in numerosi momenti e dalla geniale semplicità delle melodie e rende Life Index un lavoro estremamente godibile e al tempo stesso ricco di spunti e citazioni culturali.
18. King Midas Sound – Without You: Imponente la mole di talento raccolta per questo ambizioso progetto di remixing e revoicing del già notevole Waiting for You. A due anni di distanza e con la scena dubstep che si è trasformata, quelle canzoni si sono ormai sedimentate in quel tessuto notturno e metropolitano che in principio ne faceva soltanto da sfondo diventando, così, dei classici. Reinterpretarli non fa altro che accrescerne il valore.
17. Clams Casino – Instrumentals Mixtape: Sintetizzatori ambient volteggiano controluce, il beat – puramente hip hop – è rallentato, stanco oppure totalmente riposato, ma senza vigore se non in un paio d’occasioni. Questa vaghezza è naturalmente associata ad un certo modo di fare hip hop detto based. Il richiamo è ad un senso di rumorosità, di straneità intossicata, come anche ad un’estetica di grana grossa legata al DIY.  Lontani sia dalla classicità hip hop, che da astrusi sperimentalismi, un nuovo corso si sta aprendo, Clams Casino è l’avanguardia.
16. BNJMN – Black Square: Un disco emozionante (nel significato meno banale del termine) che coinvolge da cima a piedi, e che soprattutto si lascia ascoltare sia come blocco unico, sia parzialmente, convincendo pienamente sia con le tracce più deep e movimentate che, chissà, potrebbero ben funzionare anche nel dancefloor, sia con quelle più ambient, le quali arrivano a ricordare davvero tanto gli stacchi dell’Aphex Twin di Drukqs.
15. Robot Koch – The Other Side: Gli ingranaggi del Droide reggono strutture post dubstep e le stiracchiano fino a far toccare, per loro mezzo, wonky music e Amnesiac dei Radiohead, Aphex Twin e Piano Magic, Germania, USA e UK, si sporcano di estetica neofolk e dark ambient tornando occasionalmente sulla Terra. La partenza soft non tragga in inganno, da “Island” in poi quelle melodie pop verranno disgregate traccia dopo traccia, scompariranno e ricompariranno, completamente sommerse ma nel profondo sempre presenti e avvertibili.
14. Ʌ – Wire Migraine: Sorprende cogliendo alla sprovvista l’ascoltatore che si aspetta il sound saturo e violento da poco imparato a riconoscere, superando abbondantemente i confini che la scena embrava autoimporsi. Ʌ ha accolto a braccia aperte l’estetica witch house adattandola ad un formato intimo e profondo, alternando, con solennità profana, cantautorato, dubstep, grime cosmico, ritmiche marziali e pezzi suonati al piano.
13. FaltyDL – You Stand Uncertain: Anche quando è 2.0 il suono elettronico di New York ha un’anima particolare, patinata, melliflua ma, soprattutto, dinamica, tanto da riuscire a reagire al passato decennio prepotentemente inglese. FaltyDL è una delle promesse più interessanti di questo suono contemporaneo, riconoscibile anche quando le sue caratteristiche sono immerse in un ambiente affollato di estetismi che rimandano, con un certo equilibrio, tanto al Vecchio Continente quanto alla tradizione statunitense di ormai quasi vent’anni fa.
12. Shabazz Palaces – Black Up: Innovativo ed ispirato, incapace di contenersi nell’espressione delle proprie influenze. Soul, trip hop, hip hop, passaggi quasi trance, rumorismi irriverenti comparabili ai suoni di casa Brainfeeder. Anzi, la stessa potenza psichedelica e il respiro inebriato è comune a tutte le dieci canzoni dell’album che, però, invece di seguire un flow danzereccio e/o accomodante, prende la via della malinconia e, soprattutto, della paranoia. È l’artista che, presa coscienza della frontiera dell’hip hop sperimentale attuale (quella del collettivo Oddfuture, Das Racists, Death Grip), la supera con un passo.
11. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise: Prova intensa, complessa, ambiziosa quanto appagante nei suoi saliscendi d’umore ed atmosferici. Un quadro straordinariamente diversificato, in cui Jaar ha sorprendentemente saputo conservare l’eleganza impeccabile, la compostezza stupefacente di chi nasce con il dono del gusto, apertamente visibile tra le strutture marcatamente dimesse del suo modo intelligente di concepire la microhouse.
10. The Weeknd – House of Balloons: Primo episodio di quella che sarebbe diventata una chiacchieratissima trilogia, House of Balloons è una ventata di freschezza nello scenario dell’R&B contemporaneo, al passo coi tempi per influenze, melodie, e sonorità. Ecco qualcuno che ci ricorda dell’esistenza di un concetto di riutilizzo meno popolare e sfrontato rispetto a quello dei rapper più in vista; è questo il merito principale di Tesfaye, assieme all’aver realizzato un pugno di canzoni dal grande fascino melodico, quasi universali per il loro potenziale appeal anche presso chi non mastica pane e R&B.
09. Shlohmo – Bad Vibes: Il concentrato di umori e stati d’animo di un ragazzo di Los Angeles dallo sguardo di mosca, vegetale, insomma plurimo e, occasionalmente, infestante: tanta è la vitalità rumoristica di un crollo di suoni a formare, jazzisticamente, un’intelaiatura estremamente delicata. 13 tracce, più una esclusivamente vinilica, a rilanciare la possibilità stessa di fare musica nuova senza dover scendere a patti con altri che se stessi, in un’innocenza paradossalmente estremamente navigata, e navigabile dal fruitore.
08. 2562 – Fever: Negando alla tecnologia il suo corso naturale e decidendo di comporre, come un mosaico sonoro, tracce che si basano solo ed esclusivamente su suoni campionati da registrazioni già preesistenti, Huismans tratteggia di pari passo con la propria opera, anche un’immagine di sé, una narrazione della propria vita. Dimentichiamoci, dunque, evoluti beat al passo coi tempi o prodotti prestabiliti e confezionati dalle etichette: qui si tratta di una poetica forte, di un collage totale assolutamente antimoderno.
07. Jamie Woon – Mirrorwriting: Da “Street” a “Shoulda”, da “Spirits” a “Middle”, Jamie sfoggia un innato talento da songwriter pop/r&b, non scrive al contrario bensì fa il possibile per farsi capire benissimo, snocciola versi secondo melodie facilmente memorizzabili e nel frattempo cura con destrezza i beat profondi e consistenti, quasi fisici, che reggono tutte le canzoni di Mirrorwriting, e opta per abbellimenti sintetici mutuati un po’ dagli anni ’80, un po’ dalla Londra del 2011.
06. Robag Wruhme – Thora Vukk: Non è raro, ascoltando l’album, sentirsi stranamente coinvolti da un ritmo techno sottile e lontano, che segna il tempo di loop così vicini al mondo ambient. Così come, a volte, si crolla in brevi momenti tetri o taglienti, che squarciano il velo di felicità onirica, il torpore di momenti sussurrati. Altre, si gode di un potere emolliente che solo band come i Sigur Rós ci avevano somministrato. Un piccolo viaggio interiore in cui Robag Wruhme ci ha spinto, l’entrata nel giardino delle memorie.
05. Kuedo – Severant: Un debutto destinato a un pubblico ben più ampio di quello della nicchia dubstep, e capace di abbracciare sonorità che rimandano a concetti IDM, hypnagogic e addirittura della kosmische musik. Così facendo, Jamie ha realizzato qualcosa di certamente più ruffiano, ma che come un vino invecchiato in botte grande riesce a mantenere tutti i sentori del frutto, appare sin dal primo approccio elegante e ricco nel bouquet di suoni, così da poter far concorrenza al tanto venerato Four Tet.
04. Sepalcure – Sepalcure: Creatura bifronte, Sepalcure è l’unione perfetta di sensualità e ritmo. Se nel mondo dell’elettronica il cosiddetto postdubstep sembra essersi spesso insterilito in sofismi sonori sempre uguali, in atmosfere prevedibili e in epigonismi ormai stanchi anche alla luce di risultati spesso mediocri, questo grande LP rimescola le carte in tavola. Impostando un nuovo discorso musicale partendo dalle basi che hanno fatto la fortuna del filone elettronico inglese degli ultimi 15 anni, Sepalcure, realtà americanissima, parte dalle proprie terre selvagge per ricolonizzare l’UK e l’Europa.
03. Andy Stott – Passed Me By: È una discesa agli inferi del suono attraverso l’apertura alla terra, è musica tellurica, ctonia, nera (in tutti i sensi). Andy Stott è qualcosa di decisamente fuori dal normale. La techno si sviluppa e si ingigantisce, come gonfiandosi in uno strabordare interiore, dilagando dentro se stessa in una progressione di bassi assolutamente rara. Siamo davanti ad un suono estremo. Estremi, superiamo il futuro dentro di noi.
02. Lucy – Wordplay for Working Bees: Stupisce per i momenti profondissimi e vuoti nonostante la ricchezza cromatica dei ritmi (e qui Berlino si palesa in tutta la sua forza malinconica), un po’ distorti un po’ analogici, capaci di modellare e rendere una traccia una devastante droga estatica per il club o l’evoluzione possibile di vecchi discorsi IDM, degli Autechre in primis. L’italianissimo Lucy, Luca Mortellaro all’anagrafe, è sicuramente un nome destinato al successo.
01. Machinedrum – Room(s): Il suono iperattivo di Chicago e Detroit è il collante per tutte le diversità di cui Machinedrum è il riassunto, dando quella stessa sensazione di compattezza, di impossibilità di fuga che contribuisce ad aumentare il senso di tragicità di cui è cosparso l’album. All’ascolto, non è raro ritrovarsi in quegli stati mentali meditativi, urbani e malinconici resici cari da Burial come dagli stessi Sepalcure, fatti di suoni impercettibili, sintetizzatori pensosi e bordate che risvegliano l’anima. Al passo coi tempi, già senza tempo.

Top 10 EP

10. Ill Blu – Meltdown: La NMBRS non smette di esplorare ai confini degli spazi dell’udibile. Ci riprova con Ill Blu, un muro di ritmi fra i più interessanti degli ultimi anni. Tribalismi inquadrati fra le catene di un sound synthetico esplodono con la stessa forza di un ritmo più nero che mai, decisamente debitore nei confronti del melting pot più sfrenato.
09. Laurel Halo – Hour Logic: Sensualità tutta femminile mischiata con il gusto delle aperture, la Halo rompe le carcasse sentimentali della techno con i suoni meno isterici del glo-fi. I beat nascono sempre da abbracci di sovrapposizioni che concentricamente si esprimono in un nucleo sonoro sempre magmatico e in divenire. Tracce che come opere di una mostra surrealmente affollata da stimoli diversi non conoscono altro che lo stile del non avere stile.
08. Todd Terje – Ragysh: Progressioni e synth larghi, in una salsa happy che non può non ammaliare. Beat veloce e grandissimo senso dello spazio musicale, TT riordina le coordinate dell’entertainment electro aggiornando le intuizioni dei grandi del progressive ai nuovi feticismi sonori contemporanei. Musica da vino frizzante e maschere di carta.
07. Shackleton – Deadman/Fireworks: Ormai perno centrale di ogni discorso musicale d’avanguardia, il genio di Shackleton si spezza in due per un double fault alle logiche della qualità. Mai l’uomo morto che cammina sotto i fuochi d’artificio del futuro aveva avuto una colonna sonora così disumanamente autentica.
06. Floating Points – Shadows: Ecco il lavoro perfetto, che consacra Floating Points fra i grandi dell’elettronica d’oggi. Cura e spessore, profondità e calore: 5 tracce di distillato elettronico puro. Musica notturna, che si scherma dietro alle sicurezze di una storia artistica che ormai ha tutto il corpo di un suono d’autore.
05. Sepalcure – Fleur: Se da una parte si percepisce in potenza quel che sarà l’LP, dall’altra è lampante l’individualità di queste poche tracce. Il tono jazz, rilassato ma composto, romantico ma non dolce, Fleur è ornato e finemente intagliato, eppure estremamente diretto, come un nome botanico che sfugge di fronte all’assuefazione al suo profumo.
04. Deadboy – Here: Deadboy è un artista di metodo, capace di stimolare le pulsioni erotiche attraverso un linguaggio da dancefloor formalmente perfetto: bassi, linee vocali, groove, collocazione geografica sulla mappa del soundsystem mondiale: tutti gli elementi si incastrano perfettamente come lo specchio rotto della cover, in vista di una rappresentazione dell’erotico a 360°.
03. Inxec, Droog (LA) – Westbound: Stonature rigorose, studiate con attenzione per dare movimento all’installazione Westbound, convivono con possessioni intossicate, viaggi lontani e ricordi della house di vent’anni or sono. Canzoni racchiuse tra le mani fredde di una miniatura techno che passa sui fili di cuffie sottili e ingarbugliate.
02 Maya Jane Coles – Focus Now: Un’ottima forma compositiva, una capacità esplorativa invidiabile, una delicatezza di primo livello e una maturità già largamente raggiunta. Questo è Focus Now. Sì, perché mentre nella politica italiana si rilanciano le quote rosa, qui, invece, nel panorama elettronico, si è ancora in cerca di un talento di pari livello non appartenente al gentil sesso capace di poter stare sui livelli creativi di MJC.
01. Holy Other – With U: Una spettralità delicata, tra riverberi ed echi che svelano una certa propensione allo stile di Burial. Samples, tastiere e bassi sono coinvolti nello stesso gioco: presenze che non si mostrano mai del tutto, anime che si trapassano fra loro creando la magia di un sound fumoso, intangibile, qualcosa che appare sempre meno corretto ricondurre alla stessa generale dominazione stilistica di witch house.

Top 5 Compilation

05. VV. AA. – Bangs & Works Vol. 2: La Planet Mu, al secondo volume della serie dedicata, si impone con forza come la referenza per quanto riguarda la musica strana di Chicago, il footwork, una corrente che decanta sempre più in numerosi album come influenza affascinante e fresca. Rispetto al primo volume la facilità d’ascolto è leggermente aumentata, divenendo così disco fondamentale, oltre che per il ristretto genere musicale e per gli artisti non proprio sulla bocca di tutti, per la musica elettronica tutta.
04. Robag Wruhme – Wuppdeckmischmampflow: È dominante nell’album l’atmosfera invernale, spesso malinconica e solitaria, nonostante la sovente vocazione al movimento. Ci troviamo in costante equilibrio tra il suono progressivo di un mixtape da ascoltare in solitudine o in sottofondo e un funzionalismo fisiologico, caratteri che troveremo, portati alle estreme conseguenze, nell’altro disco dell’anno di Robag Wruhme, nuovo eroe di una techno introversa.
03. Ben UFO – Rinse 16: Uno dei migliori dj del momento firma la compilation per la storica Rinse. Su di lui non si lesinano lodi sperticate da parte di artisti, producer e dj, e questa sua prova le concretizza. Mixing allo stato dell’arte e selezione da studioso dedito incollano musiche vecchie e nuove. Il collage in forma d’arte.
02. Lawrence – Timeless: Timeless è un corso intensivo di deep house. Il gusto fine del grande producer Lawrence corre lungo una selezione di tracce senza tempo dei più grandi artisti del genere, mixati senza troppi fronzoli ma con una sincerità che mette in risalto tutta la straordinaria emotività di un genere fatto di suoni in purezza.
01. Four Tet – FabricLive 59: In questo FabricLive, invece, non solo siamo interpellati, ma siamo chiamati, obbligati a ballare la selezione di un artista nel senso più alto del termine, il quale, da artista postmoderno, è anche cultore, musicofilo, storico e, vista la bravura con cui plasma le sue creazioni, anche superbo artigiano.

 

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