2011: Le Classifiche del Panopticon

Il rock internazionale del 2011
I 30 dischi che hanno segnato l’annata


Non c’è bisogno di spiegazioni, né ci sembra il caso di dover raccontare che annata è stata questo 2011 per il rock internazionale. È tutto riportato in questo articolo: i migliori album, una selezione di canzoni e un pugno di eventuali oscar per segnalare personaggi, dischi e momenti importanti di questi dodici mesi. Scorrete la classifica, recuperate ciò che vi manca, se volete mandateci la vostra al nostro indirizzo di posta: magari pubblicheremo anche una classifica dei lettori. Cogliamo invece l’occasione per ringraziarvi e per annunciarvi qualche cambiamento nel format del Panopticon del 2012. Una cosa per volta. Vi dobbiamo davvero dire grazie per la fiducia accordataci, quest’anno le visite al nostro sito si sono via via moltiplicate e nei motori di ricerca è sempre più facile imbattersi in un articolo del Panopticon. Siamo nati come una rivista per pochi fedelissimi, di approccio difficile e che dava molte cose per scontate, ora ci ritroviamo a essere condivisi nei tweet e nelle bacheche dei profili Facebook più disparati: da quello dell’indie snob più radicale alla pagina del ragazzino che si sta iniziando al rock e all’elettronica. Tutto questo non può che farci piacere e spingerci a continuare con la stessa dedizione con cui abbiamo iniziato. Forse il nome Panopticon non ci rappresenta più, e magari tante scelte fatte agli esordi oggi sarebbero diverse, così progressivamente proveremo ad accordare questo nostro ritrovo con quelli che siamo adesso. A cominciare dal formato delle recensioni, che almeno per le pillole, presto sarà ancora più concreto.
Tutto qui. Buon 2012 a tutti voi.

30. Ringo Deathstarr – Colour Trip: I Ringo Deathstarr rendono degnamente omaggio ai loro maestri, e lo fanno in un modo talmente spudorato che fargliene una colpa significherebbe fraintenderne le intenzioni. Un pugno di notevoli canzoni shoegaze e noise pop che spazzano via ogni malumore.
29. The War on Drugs – Slave Ambient: Un disco al tempo stesso moderno e ancorato al passato, in cui l’espressiva voce di Adam Granduciel, incredibilmente simile a quella di Bob Dylan, conduce l’ascoltatore all’interno di territori senza dubbio legati alla tradizione, ma reinterpretati in chiave attuale, tra ritmiche robotiche e psichedelia soffusa.
28. Real Estate – Days: Per quanto particolareggiato con vaghi sentori di psichedelia e con una cura dei cori che sa tanto di jangle pop, il genere di suo non promette né permette chissà quali spunti alternativi: o lo sai suonare come Cristo comanda, o difficilmente diventi un fenomeno indie come i Real Estate.
27. Smith Westerns – Dye It Blonde: Gli Smith Westerns da Chicago sono un gruppo di giovanissimi ragazzi tutti di età inferiore ai 20 anni. La loro formula è un miscuglio di musica pop con rimandi twee, shoegaze e psichedelici; riff strampalati, cori e melodie allegre ma delicate sono il loro marchio di fabbrica. Un disco estivo, fresco e divertente.
26. Josh T. Pearson – Last of the Country Gentleman: Ecco il risultato delle numerose esibizioni al West Country Girl, la crêperie dalle parti di Rue Saint-Maur dove fino al giugno 2010 il buon Josh è stato ospite fisso. Il disco è tutto voce e chitarra, con qualche inserimento di archi qua e là e poco, forse niente altro. Una noia mortale per qualcuno, una confessione profondissima per qualcun altro, con una sola certezza: la sincerità delle interpretazioni che pare davvero inequivocabile.
25. EMA – Past Life Martyred Saints: Col suo esordio a metà tra lo slow e il noise, tra il lo-fi e l’hi-fi, Erika M. Anderson si ritaglia uno spazio di originalità in un anno di rock in cui è stato il rosa a spadroneggiare. In Past Life Martyred Saints EMA si distingue per una varietas che sembra essere la sua qualità migliore e forse il suo più grande punto di forza.
24. Gang Gang Dance – Eye Contact: Perennemente in bilico fra il pop psichedelico, l’elettronica infarcita di waves e lo sperimentalismo glitch, i Gang Gang Dance hanno plasmato un modernissimo ibrido di indie e trance di forte impatto sinestetico: il progressive come può e deve essere oggi.
23. The Antlers – Burst Apart: Riascoltando e prendendosi il tempo necessario per stabilire un intimo contatto con musica e parole, potrebbe benissimo capitare di ritrovarsi subdolamente legati e rapiti dalle note di Burst Apart; un album che, forse per vie più tortuose, accompagna verso lidi non lontani da quelli che, dopo Hospice, ci saremmo augurati di esplorare.
22. Panda Bear – Tomboy: Rispetto a Person Pitch la scrittura gratifica quasi immediatamente l’ascoltatore: la cornice elettronica pare più immediata, lo schema ricorrente è il classico strofa/ritornello/strofa. Tomboy ripropone immutata l’attitudine assonnata dei suoi brani, immancabilmente e di nuovo votati alla riscoperta di sonorità vintage hippie, sixties e psichedeliche.
21. Mirrors – Lights and Offerings: Album come l’esordio di questa band di Brighton ci ricordano quanto sia importante saper scrivere canzoni, piuttosto che affannarsi continuamente alla ricerca della novità e dell’originalità assoluta. L’ennesimo disco wave di ottima fattura, questa volta all’insegna di un synth pop allo stesso tempo classico e innovativo nelle strutture sonore.
20. Airship – Stuck in This Ocean: Il lungo periodo di gavetta degli Airship, in cui si contano diverse date di supporto ai Joy Formidable, ha contribuito a gettare solide basi per un graduale processo di maturazione il cui compimento emerge chiaramente da Stuck in This Ocean. La principale conferma sta nella quota di canzoni azzeccate, all’altezza delle varie uscite eccellenti che questa annata ha offerto.
19. Destroyer – Kaputt: È un’eleganza da club, con il sax spesso tra i protagonisti, quella che impregna Kaputt, un lavoro che si mantiene abilmente in equilibrio tra accessibilità e raffinatezza, appagante per l’orecchio (non solo per l’inimitabile cantato di Bejar) e delicato nell’avvolgere la mente.
18. Ulterior – Wild in Wildlife: I teppistelli londinesi danno corpo ad una concezione di wave ruvida, notturna ed energetica, imparentata tanto con l’industrial rock dei Killing Joke quanto con lo scintillante e profondamente britannico pop dei Suede.
17. Austra – Feel It Break: Un electro pop di chiara ispirazione The Knife (o Fever Ray se preferite, visti i toni dark e i beat algidi delle undici canzoni), con vaghi riferimenti alla Natasha Khan di Two Suns. La recensione finirebbe qui se non fosse per le melodie vocali di Katie Stelmanis che reggono in piedi la baracca di synth essenziali che fanno da scheletro ai brani.
16. Youth Lagoon – The Year of Hibernation: Dream pop a colori, ritmiche minimali, l’Idaho, l’infanzia, l’adolescenza: è questa la ricetta del giovane Trevor Powers. L’uso degli strumenti è all’insegna di un minimalismo davvero ben calcolato, coi suoni che si avvicendano in maniera equilibrata senza strattonarsi fra loro. Un piccolo gioiello dream pop.
15. Wild Beasts – Smother: Smother stupisce per la ricchezza di melodie magiche nella loro linearità; stupirà ancor più i molti che non avevano intravisto una simile possibilità di sviluppo per il sound raggiunto in Two Dancers, già tremendamente originale. I Wild Beasts portano a compimento una ricerca che era rimasta solo abbozzata nei precedenti lavori, frutto semplicemente di urgenze diverse.
14. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver: Un’opera camaleontica che tuttavia non comunica spaesamento quanto piuttosto la gioia nel lasciarsi pervadere e trascinare dai più innumerevoli stimoli. Pezzi da donare ai posteri oltre che ai fan, musica ancora una volta sincera e, non temiate, in grado di insinuarsi nei recessi del vostro intimo.
13. Chapel Club – Palace: Epicità intimista, nostalgia e romanticismo: la band londinese unisce ritmiche post punk a un originalissimo chitarrismo shoegaze che al giorno d’oggi in pochi riescono a produrre con tale profitto. Fulgido esempio di sapienza melodica, Palace va ad inserirsi nel solco delle grandi uscite wave di cui siamo stati entusiasti testimoni negli ultimi anni.
12. Girls – Father, Son, Holy Ghost: La sorprendente versatilità e padronanza del mezzo dell’accoppiata Owens-White dà vita a un lavoro camaleontico per un pop rock a 360° in cui aggiungono alla tavolozza toni e soluzioni inedite tali da fare di questo Record 3 una piccola enciclopedia di rock contemporaneo.
11. Chelsea Wolfe – Ἀποκάλυψις: Atmosfere distorte, sperimentazioni e suggestioni spettrali. In Ἀποκάλυψις Chelsea Wolfe veste le sue ossessioni dark con sintetizzatori, chitarre dall’attitudine heavy e ritmiche incalzanti. A guidarci nelle tenebre la sua voce versatile e tormentata.
10. Peaking Lights – 936: La psichedelia subisce il fascino dell’elettronica analogica, ma l’intuizione che porta a 936 è una sincera apertura alla melodia. Un album magnetico, che celebra la ripetitività e che vive anche di tanti dettagli melodici da far invidia a prodotti ben più lavorati e levigati.
09. Anna Calvi – Anna Calvi: Il nuovo volto del rock al femminile arriva da Londra. Un ascolto che evoca fumosi locali semibui per la più classica delle atmosfere noir, sorretto da una produzione live e da una formazione essenziale di tre elementi, con la voce e l’abilità alla chitarra della 29enne a essere i motivi di principale interesse.
08. S.C.U.M – Again into Eyes: Esordio assoluto per la giovanissima band capitanata da Thomas Cohen, in grado di destreggiarsi con assoluta naturalezza tra decadenti pop song alla Placebo, brani dagli echi shoegaze, malinconiche ballate pianistiche in stile Suede, psichedelia soffusa e parentesi decisamente più orecchiabili e quasi da ballare.
07. PJ Harvey – Let England Shake: Un disco socio-politico, isterico e forse anche un po’ pretenzioso nell’intento lirico, che da lei ti potevi aspettare, ma che di fatto non era ancora arrivato: questa è la prima volta che Polly presta la voce a tematiche sociali. Le nuove canzoni sono state scritte e soprattutto arrangiate in modo che spingano l’ascoltatore a cantarle, a unirsi al coro, come fossero degli inni popolari.
06. Neon Indian – Era Extraña: Quel che Palomo ha in più rispetto a molti altri glo-fiers è l’intuito melodico, ovvero grandi doti di songwriting che esaltano la stilosità dell’effetto sonoro (e viceversa). Era Extraña celebra una volta di più il trionfo delle produzioni casalinghe su quelle confezionate in ambienti ovattati e sterili quali sono gli ormai obsoleti studi di registrazione.
05. Arctic Monkeys – Suck It and See: Suck It and See è il quarto album in studio della miglior rock band inglese in circolazione. La sensazione è che i quattro ragazzi di Sheffield abbiano ormai trovato una configurazione ideale e che con i suoni prescelti possano forgiare molte altre grandi canzoni. Merito soprattutto della straordinaria vena compositiva di quel fenomeno che risponde al nome di Alex Turner.
04. True Widow – As High As the Highest Heavens and From the Center to the Circumference of the Earth: True Widow da Dallas: un trio da non perdere per gli appassionati (ma non solo) di un genere che da molto tempo a questa parte non era stato in grado di proporre novità interessanti. Immaginatevi le melodie più lente e delicate dei Low che si fondono con Codeine e Galaxie 500. Appesantite il tutto con chitarroni distorti che potrebbero richiamare alla vostra mente atmosfere ed echi sludge e il gioco è fatto.
03. Esben and the Witch – Violet Cries: Gli Esben traggono ispirazione da uno strato-base di inquietudini e simbolismi che è collettivo e quindi universale, capace di trasmettere qualcosa a tutti. Non ci si aspetti certe sensazioni solo dai vecchi maestri del genere, perché qui ne abbiamo già dei nuovi e sono quelli del nostro tempo, non di altri. Chiedere di più a musica con queste caratteristiche, oggi e dopo Violet Cries, sembra quasi impossibile.
02. Kurt Vile – Smoke Ring for My Halo: Il merito di Kurt è quello di far coesistere tutte assieme le anime del miglior folk americano senza mai scadere nei luoghi comuni del southern. Dieci canzoni da ascoltare coi finestrini abbassati, a bassa velocità, mentre si attraversano paesaggi di campagna che più che al Boss rimandano ad un folk lo-fi rumoroso diretto discendente della lezione impartita ormai quasi un decennio fa da un album chiamato Yankee Hotel Foxtrot.
01. The Horrors – Skying: Faris Badwan ha vinto. Skying è l’album di un uomo vittorioso che pure non dimentica cosa ha passato, e che quindi non delude chi è rimasto indietro e deve ancora saltare l’ostacolo. Anzi, lo stimola a guardare oltre, verso le infinite possibilità che la vita può ancora offrire. L’umore sofferto, scontroso e distorto di Primary Colours si è trasformato in calibrato, status-consapevole, etereo: gli Horrors hanno fatto l’unico disco convincente possibile, se ci si pensa e se si è ormai coinvolti nella storia.

 

Miglior EP: Alex Turner – Submarine
Miglior Singolo: Lana Del Rey – Video Games
Miglior Riedizione: Throbbing Gristle – Discografia 1977>1980
Best Reunion: Pulp
Miglior Songwriter: Alex Turner
Personaggio dell’Anno: Anna Calvi
Miglior Video: Destroyer – Kaputt
Un Nome per il 2012: Lana Del Rey

 

 
Una selezione di 10 canzoni per ricordare il 2011:

 

Airship – Algebra
Anna Calvi – Blackout
Antlers – Parentheses‎
Arctic Monkeys – Black Treacle
Gang Gang Dance – Mindkilla
Girls – Vomit
Neon Indian – Polish Girl
Panda Bear – Alsatian Darn
S.C.U.M – Whitechapel
Ulterior – Big City Black Rain

Airship – Algebra
Anna Calvi – Blackout
Antlers – Parentheses
Arctic Monkeys – Black Treacle
Gang Gang Dance – Mindkilla
Girls – Vomit
Neon Indian – Polish Girl
Panda Bear – Alsatian Darn
S.C.U.M – Whitechapel
Ulterior – Big City Black Rain

Le classifiche dei redattori:
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