Top 30 del 2014

Ogni anno di questi tempi ci ritroviamo a ripetere le solite frasi fatte sulle grandi novità, le conferme, le delusioni, l’annata precedente, quella prima ancora, e perfino quella che verrà. Sono gli stessi discorsi che ormai ritroviamo ovunque, perfino sui quotidiani generalisti che hanno arruolato presunti esperti di musica indie che invece non sembrano fare altro che un riassunto ponderato di quanto è già uscito sulle solite riviste specializzate. Una volta ognuno aveva i suoi argomenti preferiti. Oggi sembra tutto omogeneizzato sugli stessi nomi, a manifestazione di una apatia musicale di fondo che non porta nessuna nuova scoperta, se non quelle che propongono le webzine (speriamo come la nostra) e i pochi magazine cartacei rimasti in vita.

Noi ci proviamo ad argomentare, ma tanto l’unica via per approfondire il discorso ormai sembrano diventati i social media, Facebook in testa per i più oziosi, e sempre meno il forum, cui tuttavia vi rimandiamo per le analisi più serie. Almeno resta qualcosa da leggere anche ai posteri!

Partiamo dalle nostre delusioni: da solo, Christopher Owens (ex Girls) non ci convince. Peccato perché parliamo di uno dei più talentuosi songwriter che il rock indipendente ha conosciuto nell’ultimo lustro, che sta prendendo una piega davvero noiosa, oltre che incomprensibilmente fashion. Gli Esben and the Witch, una scoperta che reclamiamo fortemente nostra, hanno perso un po’ la bussola, andandosi a impantanare in un albo troppo forzatamente diverso, quando invece canzoni come “Warpath”, “Marching Song” o anche “Slow Wave” e “Deathwaltz” sembravano già un biglietto da visita molto personale. Ma la vera grande delusione è arrivata dagli Horrors, che hanno fallito nel dare un seguito di livello al capolavoro Skying. Luminous è un lavoro privo di motivi di interesse, oltre che di necessità artistica.
Non sono state delusioni, ma non siamo neanche stati lì a spellarci le mani, i lavori di gente che di solito siamo pronti a celebrare come Mark Lanegan, Trail of Dead, The Antlers e pure Mogwai. Sono scivolati via come non fossero usciti, segno che non hanno lasciato una vera traccia in questo 2014.

E allora, chi sono i veri protagonisti di quest’anno? Al di là della ridicola faida andata in scena su Pitchfork tra il leggendario Mark Kozelek (uno che quando parla, ha sempre ragione, qualsiasi cosa dica) e gli innocenti War on Drugs, a noi è sembrata St.Vincent la vera vincitrice di quest’anno. Ha piazzato prima degli altri il suo colpo, e al momento di tirare le somme, il suo disco era ancora lì. Non che i precedenti non fossero intriganti, ma nell’omonimo sembra esserci qualcosa di più, il collante che lega il personaggio un po’ bowieanamente costruito alle sue canzoni.
Gli Swans hanno dato un grande e indecifrabile follow-up al già capolavoro The Seer, i New Pornographers hanno dimostrato che anche a una certa si possono scrivere grandi pezzi pieni di energia e spirito rock, i cinematografici Electric Youth sono stati l’esordio più coinvolgente dell’annata (forti anche di quel singolone che è “A Real Hero” che ancora gira benissimo), i danesi Iceage sono rimasti il miglior gruppo (new) dark wave in circolazione, i Cloud Nothings meritano di non passare per un gruppetto indie qualunque, ma di essere scoperti da tutta la massa di ormai 30enni+ che negli anni Novanta li avrebbe divorati. A proposito di ’90, due idoli come J Mascis e Damon Albarn hanno tirato fuori due dischi straordinari per intensità, sincerità, e visione artistica. Non mollate ragazzi, siamo ancora sintonizzati!

Per il Made in Italy, l’elettronica e il metal, vi rimandiamo alle rispettive classifiche in uscita a giorni su queste frequenze…

26 > 30 I’m not alive, I’m not alive without you. Love is to die, love is to not die, love is to dance

È un folk fresco e collegiale quello di questi ragazzi di Columbus, Ohio. Vedremo se il supporto della critica li eleverà a uno status superiore di quello passeggero di tanti troppi gruppetti dello stesso filone che francamente paiono avere meno fantasia nel songwriting e creatività negli arrangiamenti.

26 anni e un amore viscerale per lo studio di registrazione: Ty continua la sua marcia totalmente incurante dei tempi di assimilazione, segnando anche il 2014 con un lungo e ben rappresentativo album, 17 canzoni ripulite dalle ondate di fuzz degli esordi e figlie delle solite melodie da perenne estate californiana.

Se Sharon a volte può sembrare ruvida, al limite dello scontroso, è solo uno scudo per la timidezza – quel che deve dire lo dice magnificamente nei suoi brani nei quali si apre completamente, senza paura di mostrarsi a pezzi, ferita oppure all’opposto risoluta, sprezzante.

Perché farsi così tanto del male? Beh, è il suo modo di processare le cose, lo sappiamo già. Si potrà essere più o meno interessati alle storie, agli errori e ai moniti di Mark Oliver Everett, ma se da questi sforzi viene fuori qualche canzone memorabile in più, tanto meglio anche per noi.

La carta vincente delle ragazze californiane è l’abilità che hanno di non ripetersi, di dare una svolta sempre al momento giusto con il risultato di far sprofondare ulteriormente atmosfere già di per sé scure, viscerali e provocanti che assecondano senza esserne mai sopraffatte.
21 > 25 When I’m lonely I press play, ‘cause you’re not resolved in your heart, you’re waiting for me

Sono ormai rimasti pochi i demoni da esorcizzare: ci troviamo anzi nella situazione opposta, che vede un vissuto padre di famiglia diventare certezza e aiuto fondamentale per chi lo ascolta e gli sta intorno, e lo vedrà invecchiare. Di lui ormai ci si può fidare. Venti canzoni, ci ha donato altre venti canzoni.

Il misticismo degli Hookworms esordiali ha raggiunto una dimensione più intellegibile e compatta, con le canzoni che sembrano un po’ più brit e un po’ meno psych, anche se certo non mancano le involuzioni sonore che le fanno disintegrare in una selva di suoni primordiali e indistinguibili.

L’impressione è che il nostro vecchio amico abbia recuperato ciò che aveva smarrito inseguendo l’idea dubstep e formando un improbabile supergruppo. Forse, addirittura, Thom Yorke è ormai più a suo agio in questa modalità dello spirito oltre che dell’artista, con buona pace dei Radiohead. Di certo, ormai non è più una sorpresa.

Si può facilmente trovare di meglio in giro, e sia chiaro, ciascuno degli album dei Blur è superiore a Everyday Robots, ma nessuno può darti quello che un idolo di gioventù, seppure invecchiato e alcolizzato, può ancora darti. Solo tu che lo hai adorato puoi capirlo, mentre un tempo solo lui poteva capirti.

Il percorso verso un pop di respiro più shoegaze arriva al momento giusto, e mantenendo, vale la pena di ripeterlo, tutta la ricchezza e l’attenzione per il suono che conferiscono al combo di Philadelphia la degna qualifica di artefici e innovatori del filone dream contemporaneo.
16 > 20 Will you touch me in the car? Will you say that I am your star? I want to be your friend

Bozze di piano ambient registrate in Portogallo che diventano canzoni senza veramente esserlo. Ridotto all’osso e senza alcun abbellimento in fase di post-produzione, Ruins è il disco più impressionista e solitario del 2014.

Uno scherzo delirante che fa forza sulla marcata natura lo-fi e sulla freschezza dei brani, da non giudicare con le armi analitiche del critico enciclopedico: alla fine Mac prende in giro tutti, pure se stesso.

Valutato come side-project stiloso ed estemporaneo quale probabilmente è, per un white ass può essere un ottimo strumento di avvicinamento a certa musica. Yo Sufjan Yo, lo sai che abbiamo un debole per te.

Il culto del duo del Connecticut è ancora vivo, e torna memore dell’esperienza e degli errori passati per rianimare chi s’era destato per Deathconsciousness, invero uno dei casi discografici più indecifrabili dello scorso decennio. Gli ingredienti di questo drone vertiginoso sono simili, è mancato solo l’effetto sorpresa.

Sognante, sì, ma anche molto concreto, quietante, catartico ed empatico. A patto di lasciargli carta bianca nella sua varietà di umori e differenti declinazioni del verbo electro e nella sua profondità. Un progetto probabilmente sottovalutato, se il metro di paragone sono M83 e Purity Ring.
11-15 Every morning makes it hard on me, piece together what could never be. In the wait I heard you’ll never see give it up I can always be

I Men continuano il loro stato di grazia con una manciata di canzoni appartenenti a un’epoca ben precisa, che in qualche modo rivive senza diventare un pensiero fisso durante l’ascolto. Come facciano non si sa, ma il loro approccio positivo e genuino continua ad essere contagioso.

I tre fratellini piantano a terra questo Innocence e, giustamente, meritano di metterci la bandiera: certo, per farlo rinunciano in parte alla loro precedente ossessione per le jam-session, e affrontano la forma canzone di genere per quella che è e che è stata. A noi continuano a convincere.

Che personaggio J, e quanto gli si vuole bene. Un po’ ci fa, un po’ ci è, sta riproponendosi nel modo giusto, con un album melanconico che alla fine dei conti potrebbe risultare una delle sue migliori produzioni in assoluto. Non pensiamo di fargli un favore, si merita di essere in questa classifica.

Ogni pezzo sembra in procinto di essere allungato all’infinito quando arriva la chiusura, la mossa dettata dall’intelligenza di chi sa mettersi dalla parte dell’ ascoltatore. Non ci si perde, ma si è comunque altrove. Uno degli album più chiacchierati di quest’anno.

Le sue melodie più efficaci si esauriscono nel giro di pochi secondi, e proprio in questo risiede, furbescamente, la sua forza: di quel ritornello o di quella chitarra ne vorresti di più, e allora continui ad ascoltare, e nel frattempo lasci che ti bombardi con ogni sorta di rumoraccio pazzoide che possa passargli per la testa.
6 > 10 My mother is 75, one day she won’t be here to hear me cry. When the day comes for her to let go, I’ll die off like a lemon tree in the snow

Senza modificare né volume, né mood, né approccio. Da oggi, anche grazie ai Real Estate, l’uniformità torna a essere un valore e con Atlas si torna a poter toccare il cielo con un dito rimanendo le persone di sempre. Non serve davvero altro, ogni tanto è bene ricordarselo.

La musica punk declinata a folk che sapevi che c’era ma che in fondo, così compiutamente, nessuno aveva mai ascoltato. L’ultimo pezzo del puzzle, quello che dà forma a tutto il resto e mette in pace con se stessi per senso di compiutezza.

Questo sorprendente terzo album prova il valore del combo dark wave danese, accendendo i riflettori su un frontman la cui figura inizia a reclamare meritate attenzioni e approfondimenti. Se gli Horrors sembrano non averne più, gli Iceage sono nel loro momento migliore.

Quaranta minuti di un emo core bipolare: gli ingredienti dell’esordio e del suo successore sono i medesimi. Un piacevolissimo guazzabuglio che rimanda ai capisaldi del genere, con una freschezza che lascia ben sperare anche per il proseguo della storia.

Kozelek è il vero vincitore di quest’anno. Ma la ridicola zuffa mediatica coi War on Drugs avrebbe fatto la stessa tenerezza che fanno le sparate di Corgan se dietro non ci fosse stato un album ultra-solido come questo, e una carriera che incute solo rispetto e devozione ossessiva.
1 > 5 Digital witnesses, what’s the point of even sleeping? If I can’t show it, if you can’t see me. What’s the point of doing anything?

A distanza di due anni dall’ottimo Attack On Memory, ecco altre otto tracce che vanno a corroborare tutte le ragioni per cui noi appassionati di rock dalle tinte emo e core anni Novanta ci eravamo destati. E la sensazione è che non sia finita qui.

Ce l’hanno fatta, diciamolo senza mezzi termini: difficile battere questo LP, sesto della loro avventura insieme, pacchetto finale di ciò che sono capaci di mettere insieme. Canzoni con la C maiuscola, una dietro l’altra, da parte di un autentico supergruppo.

La storia non è finita, anzi, l’atmosfera è proprio quella da Never Ending Story, quindi un po’ fantasy e un po’ romantic chic, con qualche imboscata dark che eventualmente rimanda alle ambientazioni misteriose di Twin Peaks. Uno dei migliori esordi synth pop a nostra memoria.

Una nuova immagine azzardata, possibile solo con la convinzione di aver creato qualcosa di importante: Annie dimostra di aver raggiunto l’equilibrio di tutti gli elementi della sua musica pubblicando il più classico degli album della maturità.

Se The Seer è stato il traguardo di un percorso iniziato nei profondi anni ’80, qui siamo al di là della linea di arrivo, al compimento dell’Opera, quando l’obiettivo è stato raggiunto e si resta senza coordinate, con una bussola che non indica più alcuna direzione.

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