Top 50 2010 – 2014

Top 50 2010 2014Nel rock del nuovo millennio, è facile rimanere indietro. Rimasto senza una guida che illumini i volti dei nuovi idoli da seguire, con MTV che sta morendo lentamente, con le riviste storiche che rischiano la chiusura un mese sì e l’altro pure, e con la moltiplicazione delle webzine e dei blog online, che se da un lato permettono a tutti di manifestare (in)competenza-buon gusto-ingenuità, dall’altro creano una confusione socio-musicale mai vissuta prima, l’alternativo sensibile – ormai già integrato nel mondo adulto del lavoro (si spera) o in procinto di entrarvi – rimane spesso disorientato in un panorama così diverso da quello in cui si è formato, e dopocena, periodicamente, sfoga il suo bisogno di intellettualità musicale su Amazon e Play, perché tanto il negozietto del quartiere ormai vende/stampa solo i biglietti per i concerti e i CD dei personaggi di X-Factor, e il centro commerciale fa lo stesso. E va sul sicuro, spendendo più volentieri per un vecchio idolo di gioventù ormai irrimediabilmente segnato dall’alopecia androgenetica, che per il disco recommended del momento dalle riviste online.
Più facile districarsi in questo contesto per chi non sa com’era prima, quando non c’era Internet veloce e di musica in realtà ne girava molta meno, e ci si divideva in fazioni del tipo fan dei Nirvana contro fan dei Pearl Jam, Radiohead fino a OK Computer contro Radiohead di Kid A, e ci si radunava nei forum dedicati ai singoli gruppi per sviscerarne ogni singola nota e verso, e in caso confrontarsi anche su tutto il resto del pop rock metal in circolazione.

Non si sa più cosa bisogna ascoltare per essere al passo, e si finisce per credere che non ci sia più nulla di nuovo da scoprire, e che meglio di quanto accaduto fino agli anni Novanta non può più avvenire. Invece non è affatto così, ma chiaro, bisogna scegliere le giuste fonti, o meglio quelle più accordate al proprio gusto, per continuare a divertirsi.

Quelli che seguono sono i migliori 50 album usciti in questo primo lustro del secondo decennio del nuovo millennio. Se qualcosa che vi è piaciuto è colpevolmente rimasto fuori, o se non ci siamo ancora accorti del nuovo trio che rivoluziona le sorti del techno pop psichedelico proveniente dalle isole Cayman, è assolutamente meglio così. Almeno se ne può parlare oggi e di nuovo fra cinque anni di questi tempi, quando staremo compilando la Top 100 dell’intero decennio. Frattanto, please scroll down and see se questi cinquanta dischi li conoscete tutti… Altrimenti siete arretrati

2010
Beach House – Teen Dream

Viene fuori dalla ruota di Baltimora, in Maryland, la città di The Wire e degli Animal Collective, quello che in termini assoluti è il miglior disco dream pop dell’ultimo lustro, e forse anche di quello che lo precede. Solo Nocturne di Wild Nothing tiene botta, ma lo spirito minimal indie, così spoglio delle trame dark e gaze oggi spesso un po’ ridondanti nel genere, lo fa preferire a tutta una serie di sognatori fra cui indichiamo anche M83 e A Sunny Day in Glasgow.
Joanna Newsom – Have One on Me

Che donna Joanna. Ti piazza un triplo folk che neanche uno studioso di QBLH è ancora riuscito a decifrare, a venirne a capo, a capire come sia possibile aver maturato tali visioni così astruse e poetiche, e in musica renderle una fiaba senza tempo. Roba che al confronto un testo dei Mastodon è una barzelletta. Rispetto assoluto per una dea che non dobbiamo temere di paragonare alle grandi artiste del passato: può darsi anche che a conti fatti Joanna sia anche superiore…
Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy

Kanye prende i fili dell’Africa e del re caduto Michael Jackson e li intreccia per ricavarne un tessuto musicale di cultura pop universale, afroamericana, hip hop ed elettronica. È lui il regnante in questo secolo di pazzi, il migliore nella celebrazione dell’opulenza, dell’orgia e del potere… solo per arrivare al crollo finale. E ogni volta, a conti fatti, è lui il riferimento.
The National – High Violet

L’album della consolidata maturità di una delle maggiori realtà rock a cavallo tra i primi due decenni del nuovo millennio. Sembrano tutti (troppo) simili fra loro i dischi dei National, eppure solo andando a fondo ci si rende conto di come ogni opera guadagni corpo grazie al chirurgico lavoro sugli arrangiamento, in questo di archi, fiati, e cori, impeccabili nell’enfatizzare i momenti di maggior pathos. In caso di best of, allegate direttamente questa tracklist al resto della selezione.
The Roots – How I Got Over

Il 2010 è un anno da incorniciare anche per la musica afroamericana che ha dimostrato, in modo piuttosto organico, originale e serio, di avere dei veri e propri alfieri pop. Non più sparuti artisti di nicchia elogiati sottovoce, ma campioni destinati ad arrivare al cuore dell’ascoltatore ben disposto, grazie ad un concerto di capacità compositiva, senso melodico raffinato e/o efficacemente aggressivo, ottimi testi e tanta, tanta cultura musicale. I Roots sono tutto questo e in How I Got Over si sono pure liberati di una durezza che li confinava a un certo ambiente legato all’etnia.
Salem – King Night

Il fenomeno witch house ha lasciato al mondo della musica indipendente più contaminazioni e influenze che veri e propri album da ricordare. A livello di LP, infatti, l’unico punto fermo è rimasto King Night dei Salem, con i suoi dettagli sonori mostruosamente ingigantiti e il suo particolare gusto weird. È come guardare una Betamax trovata in un polveroso scantinato stile American Horror Story.
These New Puritans – Hidden

Un cerimoniale orfico-dadaista in cui non c’è un attore o un espediente tecnico veramente protagonista: battiti digitali e primitivismo squadrato, rumori disordinati, sciabolate al buio che tagliano l’aria, cori gregoriani, paganesimo spinto, fiati e archi a ricamare prima in sottofondo poi in prima linea… tutto converge a pari merito entro una visione artistica che se non si può definire avanguardistica, certo però recupera il concetto di sperimentazionismo nel rock.
Vampire Weekend – Contra

Uscito ad inizio gennaio del 2010, Contra è probabilmente destinato ad essere il primo disco in ordine cronologico a finire nella TOP 100 del decennio. Già perché ormai consolidatosi a distanza di cinque anni, appare davvero improbabile che possa saltare l’appuntamento con la storia fra cinque anni, e sparire nel dimenticatoio. Brani come “Holiday”, “Cousins” e “Horchata” sono quanto di meglio ti possa capitare di ascoltare in radio, nelle pubblicità e nei videogiochi, alla faccia di Coldplay e Back Street Chili Peppers.
2011
Anna Calvi – Anna Calvi

L’esordio della Calvi evoca fumosi locali semibui, di quelli tra realtà e cinematografo, nella più classica delle atmosfere noir, sorretta da una produzione live e da una formazione essenziale di tre elementi, con la voce e l’abilità alla chitarra della bella Anna ad aggredirti. Un po’ Jeff Buckley, un po’ Nick Cave, la Calvi è la più maschile delle nuove paladine del rock al femminile.
The Antlers – Burst Apart

Riascoltando e prendendosi il tempo necessario per stabilire un intimo contatto con musica e parole, potrebbe benissimo capitare di ritrovarsi subdolamente legati e rapiti dalle note di Burst Apart; un LP che, forse per vie più tortuose, accompagna verso lidi non lontani da quelli che, dopo Hospice, ci saremmo augurati di esplorare. Eleganza e introspezione, e un impasto di colori che non trovi così facilmente nel seminato indie.
Arctic Monkeys – Suck It and See

Il quarto album in studio della miglior rock band inglese di questi anni, in senso compiuto. La sensazione è che i quattro ragazzi di Sheffield abbiano ormai trovato una configurazione ideale e che con i suoni prescelti possano forgiare molte altre grandi canzoni, ispirati sia dal brit pop anni Novanta che dal rock più ruvido del deserto californiano. Merito soprattutto della straordinaria vena compositiva di quel fenomeno che risponde al nome di Alex Turner. Da non perdere anche il suo EP solista Submarine.
Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Un’opera camaleontica e invernale che tuttavia non comunica spaesamento quanto piuttosto la gioia di lasciarsi pervadere e trascinare dai più innumerevoli stimoli. Pezzi da donare ai posteri oltre che ai fan, musica ancora una volta sincera e, non temiate, in grado di insinuarsi nei recessi del vostro intimo. Un fenomeno di massa indie nato dal nulla. O meglio, da una chitarra arpeggiata sulla veranda di una casa di legno, e da un cuore spezzato.
Destroyer – Kaputt

È un’eleganza da club, con il sax spesso tra i protagonisti, quella che impregna Kaputt, un lavoro che si mantiene abilmente in equilibrio tra accessibilità e raffinatezza, appagante per l’orecchio (non solo per l’inimitabile cantato di Bejar) e delicato nell’avvolgere la mente. I curiosi video che accompagnano i pezzi portanti fanno il resto.
Esben and the Witch – Violet Cries

Il trio di Brighton trae ispirazione da uno strato-base di inquietudini e simbolismi che è collettivo e quindi universale, capace di trasmettere qualcosa a tutti, sulla base di romanticismo gotico, elementi fiabeschi che si trasformano in inquietanti dubbi esoterici, e un suono che non lascia mai la sensazione di essere del tutto completo, eppure così avvincente.
Girls – Father, Son, Holy Ghost

La sorprendente versatilità e padronanza del mezzo dell’accoppiata Owens-White dà vita a un lavoro camaleontico, clamoroso e commovente, in cui aggiungono alla tavolozza toni e soluzioni inedite tali da fare di questo Record 3 una piccola enciclopedia di rock contemporaneo. Piano piano sottovoce, molto forte e pure un po’ ridicolo, madonna che disco questo dei Girls.
The Horrors – Skying

Faris Badwan ha vinto. Skying è l’album di un uomo vittorioso che pure non dimentica cosa ha passato, e che quindi non delude chi è rimasto indietro e deve ancora saltare l’ostacolo. Anzi, lo stimola a guardare oltre, verso le infinite possibilità che la vita può ancora offrire. L’umore sofferto, scontroso e distorto di Primary Colours si è trasformato in calibrato, status-consapevole, etereo: gli Horrors hanno fatto l’unico disco convincente possibile, se ci si pensa e se si è ormai coinvolti nella storia.
Josh T Pearson – Last of the Country Gentlemen

Ecco il risultato delle numerose esibizioni al West Country Girl, la crêperie dalle parti di Rue Saint-Maur dove fino al giugno 2010 il buon Josh è stato ospite fisso. Un albo tutto voce e chitarra, con qualche inserimento di archi qua e là e poco, forse niente altro. Una noia mortale per qualcuno, una confessione profondissima per qualcun altro, con una sola certezza: la sincerità delle interpretazioni che pare davvero inequivocabile.
Kurt Vile – Smoke Ring for My Halo

Il merito di Kurt è quello di far coesistere tutte assieme le anime del miglior folk americano senza mai scadere nei luoghi comuni del southern. Dieci canzoni da ascoltare coi finestrini abbassati, a bassa velocità, mentre si attraversano paesaggi di campagna che più che al Boss rimandano ad un folk lo-fi rumoroso diretto discendente della lezione impartita ormai quasi un decennio fa da un album chiamato Yankee Hotel Foxtrot.
Neon Indian – Era Extraña

Quel che Palomo ha in più rispetto a molti altri glo-fiers è l’intuito melodico, ovvero grandi doti di songwriting che esaltano la stilosità dell’effetto sonoro (e viceversa). Era Extraña celebra una volta di più il trionfo delle produzioni casalinghe su quelle confezionate in ambienti ovattati e sterili quali sono gli ormai obsoleti studi di registrazione.
PJ Harvey – Let England Shake

Un disco socio-politico, isterico e forse anche un po’ pretenzioso nell’intento lirico, che da lei ti potevi aspettare, ma che di fatto non era ancora arrivato: questa è la prima volta che Polly presta la voce a tematiche sociali. Le nuove canzoni sono state scritte e soprattutto arrangiate in modo che spingano l’ascoltatore a cantarle, a unirsi al coro, come fossero degli inni popolari.
Prawn – You Can Just Leave It All

Le vie del post hardcore sono infinite. Quando pensi che anche l’ondata di discendenti dei Fugazi sia terminata, ecco nuove band a rivendicare i riflettori, quelli degli appassionati, s’intende. Una delle piccole gemme nascoste di questa selezione, e alcune delle canzoni più viscerali che abbiamo sentito in questi anni: fosse solo per l’ingresso di “At Dawn We Left”, i Prawn meriterebbero un posto tra i grandi del post-hc.
St. Vincent – Strange Mercy

Bella e stramba Annie Clark, così tremendamente originale nel proporsi ogni volta con nuove idee musicali e curiosi setting per i suoi personaggi così bowieani e cinematografici. Oltre alla bontà delle basi di partenza, stavolta ci sono anche le canzoni, alcune tra le migliori che il rock al femminile ha conosciuto in questo nuovo millennio.
True Widow – As High As the Highest Heavens and From the Center to the Circumference of the Earth

Un trio da non perdere per gli appassionati (ma non solo) di un modo di fare rock che da molto tempo a questa parte non era stato in grado di proporre novità interessanti. Immaginatevi le melodie più lente e delicate dei Low che si fondono con Codeine e Galaxie 500. Appesantite il tutto con chitarroni distorti che potrebbero richiamare alla vostra mente atmosfere ed echi sludge e il gioco è fatto. Altra chicca da non lasciarsi sfuggire.
2012
A Place to Bury Strangers – Worship

Ferocia sferragliante su ambientazioni dream pop. L’impianto hi-fi fatica a reggere il missaggio esasperante del lavoro: ogni volta che si schiaccia il tasto play si viaggia nel reattore di un Boeing 747 a pieno volume. Worship è un monumento post noise da venerare.
Cloud Nothings – Attack on Memory

La mano di Steve Albini contamina ulteriormente la vena pop della creatura di Dylan Baldi: ne esce un intrigante ibrido di schitarrate adrenaliniche ed aperture melodiche degne della miglior tradizione californiana; un po’ Nirvana come piace alle radio alternative, un po’ Fugazi quando serve, i Cloud Nothings si rivelano come uno dei nomi su cui puntare quando si cerca qualcosa di spoglio e crudo come il rock per taluni necessita di essere.
Crystal Castles – III

Il percorso di maturazione dei Crystal Castles smussa gli spigoli più estremi in favore di una maggiore compattezza e di synth analogici, ma il sound cupo e trascinante rimane inconfondibile e intrinsecamente violento, forte dell’inserimento di elementi witch e di un corredo iconografico inequivocabile. Il resto lo fanno le leggendarie esibizioni dal vivo. E il taglio di capelli di Alice Glass.
Deftones – Koi No Yokan

Una dedica appassionata a tutti coloro che hanno continuato a dare credito alla band quando questa sembrava ormai destinata al fragoroso declino. Ogni parola di Chino, tornato a livelli d’ispirazione massimali, esprime pathos commovente che non può non rimandare ai tragici trascorsi della band di Sacramento. In realtà, almeno in termini di songwriting, forse è questo il loro capolavoro, non più White Pony.
DIIV – Oshin

Il suono tipico della Captured Tracks, leggero e fragile anche nelle occasioni più rumorose, si riflette in pieno in Oshin, una rivelazione piena di gioielli pop che più volte rasentano la perfezione formale e non risentono, invece, dall’abuso di tinte vintage da Instagram Generation. È anche questo il suono di Brooklyn.
Frank Ocean – Channel Orange

Affrancato dal mondo indie-pendente, Ocean si lascia andare alle pulsioni della sua anima nera, del soul e alle sue circonvoluzioni classiche, i suoi nodi jazz, i momenti pop che hanno fatto grande Michael Jackson. Channel Orange è un disco compiutamente soul, bello come pochi. Sicuramente il più bello e moderno dei suoi anni.
Goat – World Music

Vuole la leggenda che gli abitanti dello sperduto villaggio di Korpolombolo compissero ancestrali riti voodoo. Non si conoscono molti dettagli di questa storia ambientata nel profondo Nord della Svezia, ma sicuramente lo sciamano che ha introdotto questi riti nel villaggio ritrova vita nuova in World Music. E i Goat non potevano trovare miglior titolo per il loro debutto.
Grimes – Visions

Esotica, enigmatica e sfuggente, si muove attraverso un rincorrersi di loop a cavallo tra sogno inquietante e musica che esce da casse subacquee. Per tutti è Grimes, la one-woman-band in piena che produce ritmi traballanti. Personaggio femminile dell’anno. Anche su Twitter.
Grizzly Bear – Shields

I suoni impeccabili e più ruvidi di una produzione magistrale permettono ancora una volta alla band di Brooklyn di sviluppare percorsi che hanno dell’incantevole, impreziositi da un’indole romantica d’altri tempi. I Grizzly Bear riescono a mantenere una qualità sorprendente e ai più inarrivabile. Al cospetto di album come Shields non si può che gioire e passare parola.
Japandroids – Celebration Rock

Il duo di Vancouver riaccende l’hi-fi durante e dopo la sbornia da iPod, risveglia lo spirito di chi da tempo aspettava qualcosa di simile per ricominciare a scuotersi al ritmo degli innodici refrain di queste canzoni. Roba sana, organica, sostanziosa, come il rock deve essere, a prescindere dalle mille sfaccettature che ha mostrato nei decenni.
Kendrick Lamar good Kid, m.A.A.d City

Produzioni elettroniche di gusto recente si sposano con il modo antico di fare hip hop. Lamar è un rapper eccezionale, qualsiasi personaggio stia recitando, e il senso dell’album, ascoltato nella sua interezza, emerge potente. Nel suo campo, riscrive le regole e il nuovo standard da imitare.
Swans – The Seer

La reunion degli Swans assume il senso di riassunto esaustivo di quello che ha sempre rappresentato la creatura poliforme di Michael Gira. Attraverso bellezza, estasi e atmosfere surreali, il picco massimo si raggiunge negli inverosimili 32 minuti della titletrack, vero pamphlet del caos e della sperimentazione. La classe non è acqua, ma apocalisse. Rispetto sì, ma anche devozione.
Tame Impala – Lonerism

Le belle melodie pop che colorano Lonerism rimandano dritte a Magical Mystery Tour, mentre la vena lisergica è espressa in modi nuovi grazie all’ampio utilizzo di synth e tastiere, ricercando la resa straniante dell’hypnagogic pop. Ormai hanno sfondato, ne sentiremo parlare anche negli anni a venire ogniqualvolta si parlerà di rock australiano.
Wild Nothing – Nocturne

Un gioco di melodie wave che affascinano quanto e più del previsto: echi di Slowdive e del dream pop più nobile fanno il resto, in un disco in cui non c’è solo l’atmosfera, ma anche e finalmente le canzoni che contano. È mezzanotte, e tutto va bene…
2013
Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty

Ancora una volta la natura è forte protagonista delle canzoni della musicista californiana, splendore ma anche terrore e devastazione nelle sue espressioni di forza incontrollabili; natura della quale fa parte anche l’animale essere umano con le sue pulsioni regolate da logiche talvolta inaccessibili.
Fuck Buttons – Slow Focus

I Tangerine Dream saranno orgogliosi di questo disco di pura magnificenza cosmica, che riesce ad andare ben oltre la terrestre psichedelia o la sbornia trance elettronica. I signori Hung e Power intraprendono un viaggio ai limiti della fisica, nel tentativo di scoprire la ragione teleologica, e dunque uno spirituale sopraelevato rispetto ai tribalismi degli esordi.
James Blake – Overgrown

Se agli esordi lasciava, in molti, la sensazione che fosse tutto un po’ troppo confezionato, creato ad arte per raccogliere applausi facili anche dal mondo indie, stavolta James convince appieno anche chi era in cerca di qualcosa di melodicamente più sostanzioso. Meno fumo, più arrosto. Anche cotto e speziato come si deve, per altro.
The Knife – Shaking the Habitual

Un album musicale quanto Twin Peaks è una serie TV, ovvero un cortocircuito tra forme, filosofie (quella luddista in particolare) e linguaggi che abbaglia e affascina, genera amore e nausea, ma non può lasciare indifferenti. Anche solo a ripensarci, fa davvero paura. Com’è stato concepito un simile incubo? Rispetto massimo per questo mastodonte, e per la clamorosa evoluzione dei fratellini.
The Men – New Moon

Registrato in presa diretta e in un ambiente talmente buio che a malapena riuscivano a vedersi tra loro mentre suonavano, il nuovo dei Men ha un suono imperfetto e apparentemente caotico, in cui lo spirito folk si fonde con il noise, per un risultato ammirevole da qualsiasi punto di vista lo si voglia osservare. Neil Young approva questa scelta.
Midlake – Antiphon

Un album che se non fosse per la qualità della registrazione potrebbe essere uscito nel 1971. Si tratta del quarto lavoro dei texani, il primo senza l’ex cantante Tim Smith, e propone un folk sinfonico in grado di ipnotizzare con una poetica che rimanda a quegli anni, senza mai temporeggiare o mettere l’accento sulla banalità di cose già dette e stravissute.
Rhye – Woman

Il duo disegna un immaginario sensuale ed erotico che completa la delicata musica soul e sophistipop, in un bell’omaggio al lato gentile della donna, a cui è dedicato questo disco così malincoromantico e davvero affascinante.
Vampire Weekend – Modern Vampires of the City

Arrivati alla prova del fatidico terzo album, Ezra & co. si confermano punto di riferimento trasversale per il mainstream pop da classifica e quello indie-frivolo che solo chi è sempre attento alle novità riesce a domare. È passato qualche anno dall’esordio, eppure ancora non si è trovato di meglio su queste coordinate. E la trovata della vecchia Saab 900 che brucia sullo sfondo del ponte di Brooklyn dove la mettiamo?
2014
Fka Twigs – LP1

Nonostante la totale disinvoltura nel mettersi a nudo fin dalla copertina, Tahliah Debrett Barnett riesce a mostrarsi solo per quello che vuole rivelare rimanendo oggetto misterioso alle orecchie dell’ascoltatore sempre più ipnotizzato dal sensuale canto di sirena. Non evitate le avances: Fka Twigs è l’amante dei vostri sogni. Il più bel RnB in circolazione è il suo.
Real Estate – Atlas

Dopo due album di ottima fattura, il colpo di grazia arriva con Atlas, ovvero un pugno di canzoni in cui si torna a poter toccare il cielo con un dito, pur rimanendo le persone di sempre, in piena comfort zone. Quel piede di profondità in più garantisce intensità per tutta la durata, ovvero ciò che mancava alle prime uscite e che rende questo disco adatto a tutte le stagioni.
St. Vincent – St. Vincent

Annie smette di essere una semplice realtà di talento, seppur celebrato nei circuiti alternativi, e dimostra di aver raggiunto l’equilibrio di tutti gli elementi della sua proposta pubblicando il più classico degli album della maturità, quello formidabile che spalanca le porte delle serie maggiori e la porta sul trono di nuova diva indie: una condizione da mantenere, un regno appena nato da consolidare. La Clark è una delle regine del rock alternativo attuale, questa è la sentenza.
Swans – To Be Kind

Se The Seer è stato il traguardo di un percorso iniziato nei profondi anni ’80, qui siamo al di là della linea di arrivo. To Be Kind è ciò che c’è dopo il compimento dell’Opera, quando l’obiettivo è stato raggiunto e si resta senza coordinate, con una bussola che non indica più alcuna direzione. I brani si estendono ulteriormente, e un po’ come accade ai concerti, si crea una sorta di effetto Ummagumma 2.0, ovvero una psichedelia fuori dagli schemi della canzone, lenta nell’avanzare verso una qualsiasi soluzione, comunque già oltre il culmine della poetica della stessa band.
The War on Drugs – Lost in the Dream

Non ci si aspettava un’opera di simili proporzioni e intensità da questo progetto: Adam Granduciel riesce a dilatare e mantenere intrigante ogni singola intuizione positiva delle sue canzoni, fino a trasportarti altrove, dentro l’atmosfera che queste riescono a montare dal suono delle chitarre e di qualche nota di pianoforte. Tutto appare al posto giusto, quando ci si è persi in questo sogno.
50 Songs
Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Bright Lit Blue Sky (2010)
Baths – Plea (2010)
Beach House – Myth (2012)
Best Coast – The Only Place (2013)
Bill Callahan – The Sing (2013)
Chapel Club – Surfacing (2011)
Damon Albarn – Lonely Press Play (2014)
David Bowie – Where Are We Now? (2013)
Death Grips – No Love (2012)
Destroyer – Savage Night at the Opera (2011)
DIIV – Doused (2013)
Dirty Projectors – Swing Lo Magellan (2012)
EMA – So Blonde (2014)
Esben and the Witch – Deathwaltz (2013)
Fka Twigs – Two Weeks (2014)
Frank Ocean – Bad Religion (2012)
Frankie Rose – Night Swim (2012)
Girls – Vomit (2011)
Grimes – Oblivion (2012)
Grizzly Bear – Yet Again (2012)
Janelle Monàe – Tightrope (2010)
The Kills – Future Starts Slow (2011)
Lia Ices – Daphne (2011)
The National – The Rains of Castamere (2012)
The Men – I Saw Her Face (2013)
Metz – Wet Blanket (2012)
MGMT – Congratulations (2010)
My Bloody Valentine – New You (2013)
M83 – Midnight City (2012)
Okkervil River – Stay Young (2013)
Panda Bear – Slow Motion (2011)
Peaking Lights – All the Sun That Shines (2011)
Phosphorescent – Song for Zula (2013)
Purity Ring – Fineshrine (2012)
R.E.M. – UBerlin (2011)
S.C.U.M – Amber Hands (2011)
Sisyphus – Take Me (2014)
Son Lux – Lost It to Trying (2013)
Sufjan Stevens – Justice Delivers Its Death (2012)
Suuns – 2020 (2013)
St. Vincent – Surgeon (2011)
Tame Impala – Mind Mischief (2012)
Toro y Moi – Leave Everywhere (2010)
Trust – Dressed for Space (2012)
Twin Shadow – Slow (2010)
Vacationer – Great Love (2012)
Veronica Falls – Teenage (2013)
Vampire Weekend – Step (2013)
The War on Drugs – Under the Pressure (2014)
Washed Out – Amor Fati (2011)

 

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