Outerworlds: Electro Chart 2013

Eccoci: l’ultimo tempo utile per stilare una classifica. Lo stilare una top 30 della miglior musica elettronica del 2013 così in ritardo ha i suoi vantaggi: poter mettere da parte bilancini politici e strane formule economiche interne, non curarsi troppo delle charts altrui e lasciar perdere qualsiasi tentativo di suscitare stupore o indignazione nel lettore, ad esempio (tutte cose che chi scrive non sarebbe capace di fare, ad ogni modo). I migliori trenta album dell’anno, in fila per cinque, in tutta semplicità, cercando di recuperare dischi che in molti paiono aver dimenticato (Elements Of Light e The Waiting Room, per dirne un paio) e di promuovere indistintamente il meglio da qualsiasi scena, nicchia o sottogenere. A questo proposito, vale la pena sottolineare l’exploit di alcuni autori provenienti da quella nube footwork che da sempre abbiamo seguito con interesse, con le opere di Dj Rashad e Rp Boo, due modi diversi di interpretare lo stesso background (nel prossimo futuro esploreremo più approfonditamente questo ambiente sonoro che, anticipiamo, chiameremo US bass. Per ora, per chi fosse interessato, una eventuale top5 dei dischi dell’anno passato suonerebbe all’incirca così: Dj Rashad – Double Cup, Rp Boo – Legacy, Lil Jabba – Scales, Traxman – SO DAMM WHATTT !!!!, Machinedrum – Vapor City). Con la stessa semplicità con cui abbiamo redatto questa classifica vi auguriamo buon ascolto.
26 > 30

In memoria degli anni ’90 e delle sue serate, prese a campione, tra house, techno, breakbeat, d’n’b (sotto sedazione) e garage. Tracce di musiche un passato considerate sintetiche, ora grazie alla memoria e alla nostalgia, divengono suoni dagli effetti efficaci sull’anima.

Un mastodonte che intraprende un viaggio di due ore e mezza nell’universo musicale: techno, house, trance, ambient, dub, jazz. Un’esperienza immersiva che perde qualcosa in fruibilità, ma la sua affinità agli spazi tridimensionali di Deepchord, Echospace e Voices From the Lake la rende un’opera imperdibile per gli amanti del genere.

Una vera sorpresa il debutto su long playing di questo fessacchiotto svedese, che dopo qualche pezzo sparso così così, riesce a produrre una house gentile, confortevole e, occasionalmente, riflessiva.

Violetshaped non sarà l’album dell’anno, ma è già uno dei lavori più estremi e riconoscibili di questi mesi, caratterizzato da una furiosa marcia industrial che calpesta l’incauto ascoltatore dopo solo due minuti dall’inizio.

Forse scontati sono i rimandi dub ai maestri Von Oswald ed Ernestus e alla chirurgia rasternotiana, ma in generale i due Dadub mantengono un’attenzione eccellente su ogni fase del disco, lasciando che sia la narrativa a coinvolgere, in una storia di passione, ideali e una totale assenza di compromessi.
21 > 25

Tra musica da dancefloor e musica da camera, tra musica sperimentale e melodie pop, House of Woo potrebbe essere definito post EDM, alla maniera di Reynolds. Eccentrico, colto, ironico (“Peeling an Orange in One Piece”? Quei flauti?). Se si vuole, da ballare, ma, prima di tutto, da ascoltare.

Ecco un altro lavoro techno forgiato nelle profondità dell’inferno: quanto Haxan Cloak è elaborato e rifinito nelle sue atmosfere, Infratracts invece è primitivo, grezzo, feroce e irrimediabilmente perso nelle sue allucinazioni psicopatiche. State in guardia.

Dalla sponda Planet Mu, prima tra le etichette a portare in auge il footwork americano, questo piccolo capolavoro. Più vicino alle origini del genere, rispetto ad altri dischi della stessa nicchia, Legacy è un disco fatto di corpo e concentrazione e, quindi, di grande coerenza e savoir faire.

The Waiting Room è senza dubbio l’opera di un produttore maturo ed esperto, capace di giocare ai massimi livelli con la propria vena compositiva in vista di un’esecuzione davvero ai limiti della perfezione.

Il forno grande di un album accogliente, intelligente e di velluto; tutta la tensione di anni di impastatura intessuta di una grande massa di influenze; la crosta morbidamente crunchy di un suono che sa di tradizione, non di vecchio; la scelta di un’infarinatura vocale di primissimo livello. Il lievito dell’ascolto notturno per la formula dell’elettronica calda.
16 > 20

Il ritmo ha una presenza opprimente: profondissimo, corpulento, a tratti inquietante; i campionamenti e i loop sono spesso l’umore, il colore della forma ritmica e la rendono meno algida; le melodie, sfasate da strumenti in mani esperte, emergono da un inedito e convincente ambiente jazz.

Nato ai bordi di periferia, Kyle rende la sua house una vicenda lo-fi tanto desolante quanto lo stato in cui riversa la città di Detroit. L’elettronica può essere anche dolceamara.

David Sumner, un terzo dello storico collettivo Sandwell District, si cimenta in una prova che prevedibilmente lo carica di aspettative. Incubation suona come un’esperienza completa, passando fluentemente da momenti ambient evocativi a beat ostinati che si fanno messaggeri di atmosfere diverse.

Come maggior parte dei lavori prodotti dalla Modern Love, l’oblio sotterraneo e pulsante di un futuro cibernetico e distopico, in un miraggio di vecchie intuizioni artificiali che oggi suonano nuovamente fresche e incalzanti.

Eternamente enigmatici e assolutamente non curanti di quello che regge le sorti della musica odierna, i Boards of Canada rimangono tra le poche realtà artistiche che ci tengono ancorati a quella sensazione romantica, e spesso dimenticata, di dover cercare risposte nella musica semplicemente ascoltandola ancora, e ancora.
11-15

Il prodotto della collaborazione è una pluristratificata colonna sonora del fenomeno della luce, scomposta e rimodellata in modo scientifico attraverso un intreccio riuscito di beat&bell così da esprimere tutta la propria grandezza di elemento naturale.

In quest’indefinibile ode alle basse frequenze, Logos crea una variante al canone britannico sul tema, in una riduzione alla cifra minima del UK bass che non a caso spesso coincide con una techno decostruita, frammentata di cui si riescono solo a immaginare le strutture.

Decisamente più temperato, meno estremo del passato, Double Cup è il disco che ha definitivamente portato l’elettronica del sottoproletariato afroamericano al grande pubblico. Melodie in loop, ritmi serrati, l’energia di un classico istantaneo.

La nuova musica dei Darkside e di Nicolas Jaar è da considerare prima di tutto nel solco della propria poetica: struggente quando sceglie Badalamenti per un mixtape tanto quanto è triste, pensoso e rimembrante in “Greek Light”, maturo nelle scelte tecniche, colto come i più noti autori IDM, ispirato e particolare nella sua idea di elettronica blues da ballare.

Sperimentazione prima di tutto: l’eterna incompiutezza di una melodia o di un beat che sembra partire e invece si tronca sul più bello, la costruzione frammentaria eppure narrativa di ogni brano e la continua cripticità nei titoli e negli artwork; mai una sola concessione alle mode del momento o un attenzione particolare verso uno strumento o software.
6 > 10

È la cupola della londinese Tri Angle a metterci la faccia; c’è un iniziale disorientamento visti i trascorsi drone metal del producer inglese, che tuttavia riesce a rendere coerente la sua proposta grazie a un maggiore utilizzo dell’elettronica, che richiama sia l’esordio dei Raime che le ultime escursioni di Burial, in un concept dalle tinte nerissime.

Il disco più simmetrico di Christelle Gualdi è estremamente riuscito: i 4/4 di una detroit techno in via di riscoperta, e l’esperienza decennale come autrice sperimentale di musica sintetica confluiscono in un disco maturo quanto senza freni, di classe quanto ferale.

Se agli esordi lasciava, in molti, la sensazione che fosse tutto un po’ troppo confezionato, creato ad arte per raccogliere applausi facili anche dal mondo indie, stavolta James convince appieno anche chi era in cerca di qualcosa di melodicamente più sostanzioso. Meno fumo, più arrosto.

In ogni traccia l’artista britannico disegna architetture sonore magnetiche, dilatando con irripetibile eleganza lo spazio per mezzo di texture ipnotiche, mantra che rapiscono e appagano, in crescendo emotivi maestosi e liberatori.

Donato Dozzy fa il mestiere dell’archeologo e del restauratore: recupera frammenti, parti di diversa grandezza e importanza, schegge o architravi, un click, un timbro, una melodia, una struttura. Ripulisce, affila, appiana le ruvidità, fa riemergere con bisturi, cotoni imbevuti e pennelli ciò che era coperto da una patina, che non era dove doveva essere.
1 > 5

Virgins è una svolta nel cammino dell’artista di Vancouver, il quale ha forse realizzato di aver già esplorato fino in fondo il suo universo paesaggistico. Non resta che la sperimentazione sonora: il piano diventa uno dei protagonisti principali, per generare caos incontrollato o loop sgangherati ma ipnotici che rinforzano l’ambientazione ecclesiastica.

R Plus Seven è quindi un capolavoro principalmente per l’immenso patrimonio immaginifico esibito, supportato da una varietà sterminata di suoni di una qualità sconcertante, che spaziano dalle voci liriche a vibrazioni provenienti da altri pianeti fino all’impiego di pianoforte e sassofono.

Ci sono dischi che hanno una sorta di afflato moderno, di modernità intesa come brezza del nuovo, il sentirsi sulla punta di una nave che rompe il ghiaccio dell’immobile e mette in moto l’oscillazione dell’onda.
Hopkins ha trasformato l’artigiano in esploratore.

Il primo manifesto sonoro della Pampa Records: malinconico, romantico, rilassato, un ritmo quasi cardiaco e profondo ma mai pericoloso, sperimentazioni vagamente oniriche o, meglio, mnestiche, inseguibili col tatto, piuttosto che con l’intelletto.

Questo è il prodotto di un gusto impeccabile, eccezionale in senso stretto, straordinario, fatto di puro sesto senso, di pura carnalità e presenza e, contemporaneamente, di cultura e di saper-fare.
La sezione Outerworlds di DoYouRealize è curata da Denis Bosonetto e Giacomo Colombo. Grazie anche a Manuel Dal Fara ed Emanuele Cioffi.
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