Top 30 del 2013

Non è stata un’annata memorabile, non prendiamoci in giro. Tutti i nomi più attesi su cui si poteva puntare hanno al massimo piazzato un colpo di assestamento, ma mai un disco per cui osare la parola capolavoro. Eppure ci si poteva sperare visto che di uscite pesanti ce ne sono state davvero tante. Se vogliamo parlare di quelli che possono essere archiviati come gli eventi del 2013, il podio sarebbe sicuramente composto – in ordine di data di pubblicazione – dal ritorno ormai insperato dei My Bloody Valentine, e dalle diverse ma entrambe mastodontiche campagne promozionali che hanno portato dritti agli album di Daft Punk e Arcade Fire. E c’è stato anche un evento funesto e tragico per la storia del rock tutto, ovvero la morte dell’indimenticabile Lou Reed, che più ci pensi più ci stai male. Cerchiamo di andare avanti e di ricordarlo per quanto ci ha regalato.

Lì per lì la band di Kevin Shields si è presa le lodi di tutta la critica, specializzata e non, tanto che per un paio di settimane non s’è parlato d’altro che del loro MBV. Poi piano piano l’entusiasmo si è diluito in un mare di considerazioni complementari, e agli occhi dei più indie inside nei forum e nei blog ne è uscito ridimensionato nella portata e nel rating definitivo. D’altronde come dicevamo nella nostra recensione, se mai vi fosse stato il dubbio, questo comunque clamoroso ritorno ha ribadito a tutti chi comanda e che con troppa facilità si stava affibbiando l’etichetta “shoegaze” a chiunque distorcesse un minimo la chitarra: Loveless è stato un punto d’arrivo così avanti rispetto all’epoca che ancora oggi non si riesce a superare o integrare. Quel muro di suono non si può valicare. Chiaramente, neanche Shields e Bilinda ce l’hanno fatta. Ma vorreste dire che c’è qualcuno che ci è arrivato più vicino di MBV negli ultimi 22 anni?
I Daft Punk hanno fatto (e speso) un pacco di soldi, ma sono riusciti nel raggiungere quella popolarità fino ad ora solo sfiorata nella loro lunga carriera. Le collaborazioni, il contorno mediatico, un paio di pezzi effettivamente molto al di sopra la media di quanto passano le nostre radio hanno fatto il resto. Nella nostra classifica, tuttavia, non li troverete. Non ce n’è bisogno, e non ce li abbiamo voluti. Sentirli ovunque, anche in filodiffusione al supermarket, di certo non ci aiuta nel sereno giudizio di fine anno. Diverso il discorso per gli Arcade Fire invece, che attesi al varco dopo un album con qualche filler di troppo, hanno saputo rilanciare la loro proposta grazie alla consulenza di James Murphy degli LCD Soundsystem. Il loro Reflektor non raggiunge il livello di Funeral e Neon Bible, ma a questo punto della storia è anche giusto accontentarsi e premiare il rischio che Win e Regine si sono presi. Quelle canzoni non le fa una band scoppiata qualunque, quel concetto musicale che hanno voluto inseguire non lo tenta un gruppo conformista qualunque. E l’hanno fatto per noi. Se qualcuno non lo capirà, beh, sarà snobistico, ma forse è anche meglio per chi li segue dagli esordi e aveva visto svanire piano piano quella magia così insolita e poetica che li accompagnava. Grazie a Reflektor saremo ancora lì ad aspettare il prossimo capitolo, mentre un altro The Suburbs ci avrebbe allontanato definitivamente.
Di seguito la classifica. Come vedete abbiamo scelto lo stesso formato dello scorso anno. Non essendoci un vincitore assoluto, gli scalini da 5 piazze ci sono sembrati anche stavolta la soluzione migliore. Avevamo promesso un podio più canonico, lo so, ma proprio non ce l’abbiamo fatta a scegliere la posizione numero 1. Vediamo cosa succede l’anno prossimo, per il quale abbiamo in testa una novità redazionale importante che speriamo di poter lanciare già dal mese di Febbraio. Si tratta di una mossa che magari spiazzerà più di qualcuno all’inizio, ma che nel tempo crediamo risulterà vincente. Oltre che onesta e sentimentale… Ne parleremo diffusamente e spiegheremo le motivazioni del nuovo cambiamento, intanto vedete un po’ se questi li avete ascoltati tutti:
26 > 30 “Close my eyes / Think about the old times / What’s it all about? / The feeling when it all works out” Washed Out, It All Feels Right

Idealmente a capo del movimento glo-fi tanto quanto Neon Indian, Ernest Greene rilascia un album perfettamente estivo e legato ai ricordi, ma piuttosto che ricreare un ambiente lontano nel tempo genera una dimensione parallela della realtà, sognante e fantasiosa, in cui la serenità e la spensieratezza la fanno da padrone.

Asciutto e spettrale come un disco degli Earth, campestre e soporifero come uno dei Low, scuro e invaso come uno dei Neurosis, il modus canendi dei True Widow affascina in quanto familiare eppure mai veramente identico a qualcosa di già sentito.

I canadesi appaiono come una band che non solo crede in ciò che fa, ma che ha quella sfrontatezza al limite dell’arroganza. Images du Futur mette in mezzo nomi importanti, tutti assieme, senza paura. Anzi, con la sfacciataggine di chi non ha tempo di pensare alle conseguenze di simili confronti diretti.

Il marchio di fabbrica, la sigla The National è straordinariamente inconfondibile. Non c’è niente di nuovo, è vero, ma ragazzi quanta classe! Vogliamo invecchiare anche noi come Berninger & co.

Assorbito l’abbandono di Zachary Cole Smith, i Beach Fossils proseguono su sulla scia nostalgica tracciata dai protagonisti del glo-fi, seppur utilizzando un linguaggio diversissimo e rock oriented: astenersi dunque annoiati cronici che nella vita hanno “già sentito” tutto.
21 > 25 “The only words I said today were beer and thank you,…. beer, thank you, beer…” Bill Callahan, The Sing

Con il secondo capitolo le cose cambiano così tanto che il salto di qualità ha del clamoroso. Parliamo ancora di jangle pop, ma le canzoni sono tutte belle stavolta! “Sono i nuovi Vaselines”, direbbe il nostro amico KurDt.

Dopo lunghi anni di carriera Callahan è finalmente libero di essere romantico in santa pace, senza più pressioni di case discografiche o gusti del pubblico. Senza alcuna voglia di seguire le mode del momento o andare dietro alle nuove tecnologie musicali. Questo è il suo capolavoro.

Quando c’era Ziggy il messaggio non era la musica ma lui stesso, l’artista; possiamo dire, con ancora più forza, che nel 2013 è ancora così, perché che sapesse scrivere canzoni pop straordinarie già lo sapevamo, ma che potesse farlo ancora a 66 anni, dopo dieci di sostanziale inattività, non era scontato.

Il merito più grande di Laura sta nel saper maneggiare la materia folk e rimodellarla con le sue sapienti mani. Tutto questo mantenendo intatta la purezza del genere, nonostante la varietà incredibile che scorre tra i solchi delle sue canzoni.

Nel suo rivelarsi circolare, Muchacho compie il percorso che va dalla vita di contea in Alabama all’appartamento in affitto a Brooklyn, ovvero dal folk degli esordi al pop morbido e cadenzato nato dal trasferimento nella metropoli, fino al ritorno a casa con la conclusiva “Sun’s Arising”. Sembra quasi il seguito di Kaputt di Destroyer.
16 > 20 “Can we work it out? We scream and shout ‘till we work it out” Arcade Fire, Afterlife

Shoegaze classico, con venature dream e rumorismo più vicino agli Swervedriver che ad altri nomi sacri del genere: le due biondone di Montréal, per la prima volta in un vero studio di registrazione assieme al batterista Garland Hastings, sono riuscite ad andare perfino oltre la buona ispirazione del debutto.

I territori esplorati risultano lontani dalle spiagge e dal cielo perennemente azzurro di Los Angeles. Anzi, in diversi momenti sembra proprio che il cielo si sia annuvolato, fino ad essere diventato di un grigio tendente al gotico. C’è del dark inatteso da queste parti.

MBV ribadisce che non ce n’è per nessuno, se mai vi fosse stato il dubbio, ma anche che Loveless è stato un punto d’arrivo così avanti rispetto all’epoca che ancora oggi non si riesce a superare o integrare: è un’opera che è andata anche oltre il suo autore e che ormai si può dire abbia un’anima a sé stante. Il cento centesimi per eccellenza.

Una voce quasi più afroamericana degli afroamericani veri: ti aspetti un omone di colore e invece hai un ragazzino pallido dai capelli rossi. È cantautorato che trascende i generi, è una esperienza scura e straniante, di confine e di frontiera.

Siamo contenti di Reflektor ed egoisticamente speriamo alieni più gente possibile, in modo che torni un po’ di quella poesia dei primi tempi. Sì, le due cose sono collegate. L’hanno capito loro stessi. Attendere e ascoltare Reflektor non è stato bello come quando si fremeva per l’uscita di Neon Bible, ma almeno, fino al prossimo disco, ci sarà un po’ di vita.
11-15 “I’ll wait, so show me why you’re strong / Ignore everybody else / We’re alone now” James Blake, Retrograde

Ancora una volta la natura è forte protagonista delle canzoni della musicista californiana, splendore ma anche terrore e devastazione nelle sue espressioni di forza incontrollabili; natura della quale fa parte anche l’animale essere umano con le sue pulsioni regolate da logiche talvolta inaccessibili.

L’esordio su LP di questi ragazzi di Leeds ha un doppio merito: quello di miglior album psych ascoltato in quest’annata, e soprattutto di aver riportato in Inghilterra sonorità che erano scomparse da tempo.

Se agli esordi lasciava, in molti, la sensazione che fosse tutto un po’ troppo confezionato, creato ad arte per raccogliere applausi facili anche dal mondo indie, stavolta James convince appieno anche chi era in cerca di qualcosa di melodicamente più sostanzioso. Meno fumo, più arrosto.

Depressivo, ma anche accogliente e familiare come solo un cuore generoso sa essere, Kozelek non ha il timore del fallimento che oramai troppi artisti si portano dietro come un ingombrante vincolo per la sopravvivenza.

Le radici si dice siano post rock, ma verosimilmente è la chiave experimental pop che qui viene in superficie, dando luce e movimento alla scrittura di Justin Vernon. Molto di più di un canonico side-project.
6 > 10 “Through the fire and through the flames You won’t even say your name Only “I am that I am” But who could ever live that way?” Vampire Weekend, Ya Hey

Arrivati alla prova del fatidico terzo album, Ezra & co. si confermano punto di riferimento trasversale per il mainstream pop da classifica e quello indie-frivolo che solo chi è sempre attento alle novità riesce a domare. Forse i migliori in assoluto che ti possono capitare accendendo la radio oggi.

AM è l’ennesimo grande album di una band che forse più di qualunque altra nel Regno Unito ha saputo rappresentare lo spirito più genuinamente rock di questo inizio di XXI secolo. Se poi ci mettono dentro anche l’RnB, non si può che esserne contenti.

Un disco lievemente meno claustrofobico e opprimente del suo predecessore e, forse anche per questo, meno violento nel suo primo impatto sull’ascoltatore. Si respira un po’ di più. E quasi quasi si canta pure…

Si nasconde dietro un nome d’arte, fa incetta di strumentisti senza eguali che si fanno la guerra pur di esserci, produce, suona e mescola senza freni. Ne esce un album di nu-world music di quelli da sviscerare in ogni singolo dettaglio, per poi ammirarne l’autore ancor di più.

L’avesse scritto Sufjan Stevens, che un tempo scherzava nel voler dedicare un disco per ciascuno dei 50 stati americani, si sarebbe certamente intitolato New Hampshire, invece questo è il personalissimo grande ritorno di Will Sheff, non più disperso nelle ambizioni da rockstar e di nuovo carico come ai tempi d’oro.
1 > 5 “Provider, carry on / Far from the golden age / Follow me down a fox hole in the ground / Don’t delay” Midlake, Provider

Registrato in presa diretta e in un ambiente talmente buio che a malapena riuscivano a vedersi tra loro mentre suonavano, il nuovo dei Men ha un suono imperfetto e apparentemente caotico, in cui lo spirito folk si fonde con il noise, per un risultato ammirevole da qualsiasi punto di vista lo si voglia osservare. Neil Young approva questa scelta.

Un album musicale quanto Twin Peaks è una serie TV, ovvero un cortocircuito tra forme, filosofie e linguaggi che abbaglia e affascina, genera amore e nausea, ma non può lasciare indifferenti. Anche solo a ripensarci, fa davvero paura. Rispetto massimo.

Un album che se non fosse per la qualità della registrazione potrebbe essere uscito nel 1971. Si tratta del quarto lavoro dei texani, il primo senza l’ex cantante Tim Smith, e propone un folk sinfonico in grado di ipnotizzare con una poetica che rimanda a quegli anni, senza mai temporeggiare o mettere l’accento sulla banalità di cose già dette e stravissute.

Il duo disegna un immaginario sensuale ed erotico che completa la delicata musica soul e sophistipop, in un bell’omaggio al lato gentile della donna, a cui è dedicato questo disco così malincoromantico e davvero affascinante.

I Tangerine Dream saranno orgogliosi di questo disco di pura magnificenza cosmica, che riesce ad andare ben oltre la terrestre psichedelia o la sbornia trance elettronica. I signori Hung e Power intraprendono un viaggio ai limiti della fisica, nel tentativo di scoprire la ragione teleologica, e dunque uno spirituale sopraelevato rispetto ai tribalismi degli esordi.
The National, Vampire Weekend, Kurt Vile, Arcade Fire, Arctic Monkeys, Eels, Christopher Owens, Flaming Lips, Black Rebel Motorcycle Club, Primal Scream… effettivamente di nomi grossi ne sono usciti parecchi. E per qualcuno ci andrebbero inclusi pure Queens of the Stone Age, Nine Inch Nails, Depeche Mode, e chissà quanti altri che per noi invece se non hanno toppato in pieno, hanno ormai rotto le balle nel 2013. Invece per quanto riguarda la musica elettronica e anche per una selezione col meglio della scena black & soul, l’appuntamento è con i report curati da Denis Bosonetto e Giacomo Colombo in uscita early 2014. Nelle classifiche personali di ciascun redattore che trovate di seguito, i nomi saranno ancor più eterogenei. Magari qualche chicca la scovate anche così. (D.S.)
Seguono le top 20 personali dei redattori di doyourealize.it

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