10 x 10 = Made in Italy ’90s

Secondo capitolo delle nostre classifiche dedicate al meglio della musica pubblicata nel Bel Paese. Questa volta vanno di scena i Novanta, stagione in cui sono germogliati molti degli artisti divenuti popolari nel decennio successivo, magari con minor merito rispetto a quanto prodotto prima del 2000. Abbiamo cercato di estrapolare i dieci dischi più significativi ancora oggi, e che quindi riteniamo abbiano in qualche modo saputo influenzare le generazioni a venire. A conti fatti, una stagione senza dubbio fondamentale per la crescita d’identità del rock italiano, durante la quale, nonostante i cronici problemi di derivatismo – ancora evidente il debito dei Nostri nei confronti di certi modelli anglo-americani – hanno visto la luce diversi lavori che già sono considerati classici del rock Made in Italy.
Ecco a voi, in rigoroso ordine alfabetico, i magnifici dieci selezionati dalla redazione:
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altAfterhours (1997) Hai paura del buio? Nel 1997 gli Afterhours firmano un contratto con la Mescal dopo il fallimento della Vox Pop, con la quale avevano realizzato i tre album precedenti. A due anni dal buon successo di Germi, riescono così a tirare fuori per la nuova etichetta Hai Paura del Buio?, il disco che eleverà il nome del gruppo nell’Olimpo dei protagonisti del rock di qualità del Bel Paese. Ad accompagnare Manuel Agnelli, che emerge con personalità nella scrittura dei testi, ci sono l’eclettico Xabier Irondo alla chitarra, Giorgio Prette alla batteria, Alessandro Zerilli al basso e Davide Rossi al violino. Nelle diciannove tracce che compongono questo lavoro, si alternano satira sociale e irruenza, rabbia e amore, impeto e dolcezza. Gli Afterhours si mettono in gioco ai margini del politically correct, azzardando con testi spesso audaci, a volte ermetici. Gli arrangiamenti sorprendono sia nei brani post grunge, sia in quelli più vicini al pop rock, piuttosto che nelle ballate pianoforte e violino. Il successo per un album così non era del tutto scontato eppure di muri Hai Paura del Buio? ne ha abbattuti parecchi, aprendo la strada a gran parte del rock alternativo di oggi. Molte le canzoni diventate veri e propri manifesti degli anni ’90 e che ancora restano fra le più apprezzate ai concerti: “Male di Miele”, “Voglio una Pelle Splendida”, “Dea”, “Lasciami Leccare l’Adrenalina”, “Rapace”. Se la cultura fa una nazione, senza dubbio questo disco fa parte della storia. (F.S.)
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altAlmamegretta (1995) Sanacore Pensiero globale e azione locale. Ma anche viceversa. Sanacore non può essere descritto con un certo ordine, è musica di isole atlantiche e inglesi ripensata per aderire alle coste frastagliate del piccolo Mediterraneo. A rischio di essere scontato e pedante, Sanacore va ascoltato. Non solo perché è semplicemente un piccolo capolavoro, nella sua unicità, ma perché è davvero difficile descrivere la bellezza celebrativa della sua world music, la bella melodia finalmente valorizzata della lingua napoletana, troppo a lungo proprietà dei D’Angelo e D’Alessio, la serietà dell’influenza trip hop che diventa mediterraneamente melodrammatica e approfondita da accenti dub e raggae. Ritmi, melodie, strumenti, tutto cambia e convive, nel porto di Napoli: dalla Grecia ai Caraibi, dal Nord-Africa alla Gran Bretagna. Il risultato è unico, mai più ripetuto, e a gran voce reclama un’innovazione che, se privata delle sue radici, non ha più senso. Forse oggi i temi della convivenza pacifica e del rispetto reciproco, del riconoscimento del valore della cultura dell’altro e della riscoperta della nostra possono far sorridere chi non ci crede più, allo stesso modo di chi ci crede troppo per sentirselo dire così apertamente. Un po’ come quando si ridacchia delle vecchie pubblicità progresso sull’educazione sessuale. Tuttavia l’innocenza ottimistica del primo mondo sopravvissuto alla guerra fredda va ricordata e tenuta in vita, perché senza ideali né valori, per quanto irraggiungibili, come quelli di una globalizzazione piena di una dignitosa memoria della Terra de Padri, non sapremmo nemmeno più per cosa stavamo protestando, né per cosa dovremmo protestare. (D.B.)

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altBluvertigo (1997) Metallo Non Metallo Metallo Non Metallo è il secondo album della trilogia chimica che comprende anche il precendente Acidi e Basi ed il successivo Zero – Ovvero la Famosa Nevicata dell’85. Alla chimica si collegano le varie metafore sulla materia ed i suoisviluppi, le droghe sintetiche, ma soprattutto l’universo delle relazioni ed i rapporti fra le persone in termini di reazioni e aggregazioni. I Bluvertigo irrompono nel panorama musicale italiano portando una dimensione che ancora non c’era, attingendo a piene mani dal mondo del rock inglese anni Ottanta ed aggiungendoci testi ironici ed intricati che risentono dell’influenza del maestro dichiarato Franco Battiato. E’ un disco studiato, tessuto ad intreccio e limato con cura quasi maniacale con l’intenzione di non lasciare niente al caso. La sua forza sta nella duplice possibilità di approcciarsi all’ascolto: il pubblico mainstream, abituato a vedere i loro video passare alla tv, rimane colpito dall’immediatezza spesso divertente di brani come “Fuori dal Tempo” e “Altre Forme di Vita” o dalla bellezza di un testo come “Cieli Neri”; allo stesso tempo, l’ascoltatore più attento, che riesce a passare oltre la ricezione più leggera, apprezza la notevole qualità del lavoro svolto a livello compositivo, da cui emerge la grande preparazione dei musicisti coinvolti nel progetto. (F.S.)

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altCasino Royale (1997) CRX “Crx” apre l’omonimo album ed è subito un inno. Quel “Io Rifletto” è entrato, coscientemente o meno, nella biblioteca di informazioni del nostro cervello collettivo. Questo è dovuto, oltre agli ovvii motivi meccanici, anche al fatto che per creare questa piccola gemma splendente, i Casino Royale abbiano veramente attinto ad uno spettro di colori decisamente più ampio di quello visibile dall’Italia nel 1997, creando finalmente qualcosa di coscientemente al passo coi tempi e perfino un po’ più in là. Troppo spesso, infatti, accade che dischi prodotti da menti italiane, pur molto buoni, suonino datati già al momento della composizione. In linea generale, nello Stivale, questo non è successo per la musica elettronica (un tempo esportata a Detroit) e per l’hip hop (mediamente sofferente ma capace di vette molto alte proprio durante l’american golden age of hip hop). CRX è il sapore crossover di questi due ambienti che però sono declinati in UK garage, trip hop, e perfino glitch (“Benvenuti in Mia Casa”). Il motivo è da ricercare nel luogo della sua produzione e, in parte, ideazione, Londra, che ha influenzato e arricchito toni, suoni e aromi provenienti da certo nostro fitto sottobosco culturale di musica militante e socialmente impegnata. C’è davvero un po’ di tutto, quindi, ma il risultato suona comunque organico e ben strutturato. “Là Dov’è La Fine”, trip e hip, ha un ritornello melodicamente splendido e Giuliano Palma, nella sua migliore prova di sempre, esprime con estro fantastici viaggi di individualismo folle e nichilista (come in “Ora Solo Io Ora”), tanto quanto di perduto orientamento della e nella società. Se è da un serie di convergenze che i Casino Royale hanno potuto creare un disco del genere, una cosa è chiara, ad ogni modo: CRX non è un album da ascoltare solo perché è italiano, né solo perché esteticamente piacevole, ma anche perché fieramente immerso nel suo tempo. E quindi anche nel nostro. (D.B.)

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altC.O.D. (1999) La Velocità della Luce I C.O.D., acronimo di Crack Opening Displacement, sono una formazione originaria di Trento capitanata da Emanuele Lapiana che tra il 1998 ed il 2001 è riuscita a vincere tutti i concorsi per band emergenti possibili, aprendo iconcerti italiani degli Skunk Anansie ed esibendosi nei principali locali del circuito indipendente. Merito di uno stile personale e incredibilmente al passo con i tempi, capace di coniugare testi mai banali, melodie di facile presa e chitarre graffianti in stile Marlene Kuntz. Non è un caso che La Velocità della Luce, esordio ufficiale di questi ragazzi sulla lunga distanza, sia stato pubblicato da una major come la Virgin. Brani come “Fiore” e “Nevicadere”, tanto potenti quanto orecchiabili, infatti, colpiscono fin dal primo ascolto e sembrano fatti apposta per riscuotere successo anche tra il pubblico generalista. Poteva essere questo l’inizio di una luminosa carriera, ma la Virgin, per motivi del tutto incomprensibili, decise di bocciare i pezzi che sarebbero dovuti finire sul secondo lavoro in studio della band, ponendo di fatto prematuramente fine alla sua avventura. Dopo anni di inattività forzata e di dure lotte contro i legali della major, nel 2005 i C.O.D., all’epoca già sciolti, grazie alla Fosbury Records sono riusciti a pubblicare Preparativi per la Fine, album caratterizzato da una sorprendente apertura verso l’elettronica, che contiene proprio quei brani che alcuni anni prima erano stati giudicati inadeguati. La dimostrazione di come l’industria discografica italiana sia molto spesso gestita da soggetti la cui competenza è quantomeno dubbia. (A.D.)

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altConsorzio Suonatori Indipendenti (1996) Linea Gotica Nel momento in cui il C.S.I., a circa due anni di distanza dall’uscita dell’ottimo Ko De Mondo, si riuniva per comporre questo disco nel casale L’Olmaia in Val d’Orcia (Toscana), la Jugoslavia veniva messa a soqquadro. Dalle fiamme chebruciano la biblioteca a Sarajevo, ha inizio il discorso del Consorzio. Parole scelte con cura vanno a descrivere lo stupore di fronte all’umana follia, la rabbia per azioni recidive che si ripetono ciclicamente, poesia per vittime e carnefici. Il tutto immerso in un’atmosfera da dramma di altri tempi, eppure terribilmente attuale, tra Pasolini e Fenoglio. Come dichiara Ferretti nelle pagine del libretto d’accompagnamento, Linea Gotica ruota attorno all’elettricità: le poche note, in molti casi distorte e quasi strappate, delineano l’umore del disco ed intorno ad esse si snoda il tragico salmodiare di Ferretti, accompagnato in lontananza dagli splendidi cori di Ginevra Di Marco. Arricchendo il tutto con una chitarra acustica che arriva in tempo per alleviare il dolore, da un violino in preda a spasimi e da un pianoforte che distilla le giuste note, il C.S.I costruisce dieci pezzi da cui non c’è scampo. L’assenza nella maggioranza di essi della batteria spoglia le canzoni di quella base ritmica che le terrebbe legate alla terra, lasciandole a mezz’aria all’altezza dei nostri occhi in alcuni casi (“Irata”) e conferendo un suono grave in altri (“Sogni e Sintomi”). Vero cuore pulsante dell’album sono le liriche, sicuramente tra le più belle che la musica italiana possa vantare. Ferretti, tradendo un’inarrestabile voglia di raccontare, ci narra di Sarajevo, della fine di un sogno, di amore (con l’aiuto di Battiato), della Resistenza, di Dio, mettendo a nudo la nostra odierna società, rivelando sentimenti che se mai sono stati tenuti nascosti è anche vero che raramente se ne è parlato, e ancor piu’ raramente in questo modo. (M.U.)

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altCristina Donà (1997) Tregua Vincitore del Premio Tenco come miglior disco di debutto del 1997, segnalato come uno dei migliori album sempre nello stesso anno dalla prestigiosa rivista britannica Mojo, prodotto da Manuel Agnelli – che si può ben dire che in fatto diproduzioni non ha mai sbagliato un colpo – Tregua è un disco che ha avuto una lunga preparazione, ma che è uscito alle stampe con undici brani pressochè impeccabili. Con la sua opera prima Cristina Donà mette in luce tutte le qualità di autrice raffinata che ancora oggi la contraddistinguono all’interno del panorama indipendente italiano. Canzoni che dipingono stati d’animo diversi, molte parlano d’amore, ma c’è anche spazio per una critica verso certi colloqui di lavoro che non si basano certo sui meriti e vedono protagoniste le donne (“Senza Disturbare”) e un brano dedicato a Kurt Cobain (“Tregua”). Anche dal punto di vista musicale le atmosfere sono variegate, alcuni brani hanno un piglio acustico come “Stelle Buone” e “Piccola Faccia”, altri più elettrico come “Ho Sempre Me” o “Ogni Sera”, ma tutti trasmettono il senso di una poesia calda e genuina che con grazia e semplicità arriva diretta al cuore. (F.S.)

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altMarlene Kuntz (1994) Catartica La furia cieca che pervade “M.K.”, prima traccia di Catartica, rappresenta il vero e proprio manifesto programmatico dei Marlene Kuntz, quattro ragazzotti piemontesi all’esordio assoluto desiderosi di urlare al mondo la propria gioventù e la fermavolontà di porsi contro ogni regola precostituita. Subito dopo “Festa Mesta” e “Sonica” ribadiscono e ampliano il concetto, dando anche dimostrazione di una piena padronanza del mezzo sonoro, sul quale si inserisce  prepotentemente l’istrionico Cristiano Godano con i suoi testi complessi che parlano di asocialità, a tratti intrisi di una poesia fuori dal comune. Ma il noise non è tutto, anzi. Quando i pezzi rallentano diventano memorabili, come ci insegna “Nuotando nell’Aria”, la cui melodia è conosciuta da qualsiasi giovane italiano di metà anni ’90 con un minimo di coscienza musicale che vada oltre Max Pezzali (ricordiamo, per contestualizzare, che all’epoca imperava Nord Sud Ovest Est). A sua volta, una ballata come “Lieve” li ascrive nel novero dei musicisti rock del Bel Paese più fortunati e capaci. Tant’è che quella traccia sarà un po’ la chiave che spalancherà loro i palcoscenici della nazione, nel momento in cui Gianni Maroccolo (mentore e protettore dei M.K.) la farà ascoltare a Giovanni Lindo Ferretti e i due decideranno di offrirne una loro interpretazione nei concerti del C.S.I., che aiuterà critica e pubblico a conoscere la band. I Marlene Kuntz attingono quindi a piene mani dal sound creato dai mosti sacri del noise americano – troppo facile citare Sonic Youth, Dinosaur Jr. e Fugazi – senza sfigurare, anche se forse, col senno di poi, questo rimane il limite maggiore della band. Ma non è il caso di Catartica, debutto che si avvale di una ruvidità e di un’attitudine quasi metallica negli spunti più movimentati, capace di aggiungere addirittura qualcosa all’estetica proveniente dalle band succitate. Un discorso che la Marlene porterà avanti anche con il successivo Il Vile (1996), ancor più cupo e violento dell’illustre predecessore. (C.M.)

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Massimo Volume (1995) Lungo i Bordi A metà anni Novanta il rock italiano vive uno dei periodi più fervidi della sua storia: il C.S.I., i primi Marlene altKuntz, gli Afterhours, e, in particolare i Massimo Volume sono tutti in giro con le loro prove migliori. Lungo i Bordi è un disco assai diverso dal contesto sociale e musicale che lo circonda. A colpire nel segno sono in primo luogo i versi, recitati piuttosto che cantati, che ricordano il fare di Giovanni Lindo Ferretti, per citare un illustre predecessore (e contemporaneo). La voce è quella di Emidio “Mimì” Clementi, cantante marchigiano che – trasferitosi a Bologna – scrive e racconta storie della vita di tutti i giorni. Come nella migliore tradizione cantautoriale italiana, coi Massimo Volume riesce ad essere perfettamente descrittivo, stupendo per l’immediatezza e la naturalità che caratterizzano quelli che potremmo definire veri e proprio racconti brevi in prosa (tant’è che poi Clementi si dedicherà all’attività di romanziere). Racconti scritti per strada, scene di città, come in “Pizza Express”, che profumano di fotografie in bianco e nero come “Nessun Rircordo”, che parlano di poeti dimenticati come Emanuel Carnevali ne “Il Primo Dio” (esempio di immedesimazione?) e immagini piene di umanità che fuoriescono dai rapporti personali di cui ognuno di noi potrebbe essere protagonista. Il tutto accompagnato da una delle migliori formazioni rock della scena alternativa italiana, capace di elaborare un suono in grado di dare ulteriore colore alle atmosfere trasognate dei testi. Linee di chitarre tratteggiate come nei migliori episodi post rock, accordi cupi e densi con sapore wave e punk, ritmiche serrate che si frappongono a lenti mid tempo, insieme alle parole di Mimì, costruiscono uno dei rari capolavori del rock Made in Italy. (C.M.)

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altScisma (1997) Rosemary Plexiglas Tra le realtà più in vista dell’altra Italia della musica, quella che raramente ottiene i primi posti delle charts e gli articoli sui giornali, gli Scisma sono stati un gruppo, formato da tre donne e tre uomini, guidato da Sara Mazo (voce) e PaoloBenvegnù (testa pensante, chitarre e voce). Rosemary Plexiglas, album uscito nel 1997 per la EMI, è senza dubbio il loro parto musicale più compiuto. Merito anche di Manuel Agnelli, qui nelle vesti di produttore, capace di incanalare nel giusto verso le sperimentazioni di questi ragazzi e forgiare un sound estremamente omogeneo e coeso. Canzone simbolo di questo lavoro è senza dubbio l’omonima titletrack, il cui video all’epoca imperversava sulla vecchia VideoMusic, col suo testo poetico e nonsense, le chitarre stratificate, gli accenni di piano e le deliziose orchestrazioni, ma in realtà è tutto l’album ad attestarsi su livelli vicini all’eccellenza. Un disco in cui gli Scisma si dimostrano una formazione ispirata ed estremamente eclettica, capace di passare con assoluta naturalezza dal rock più viscerale e rumoroso (“Completo”, “Centro”), a parentesi più soffuse e riflessive (la splendida “Loop 43”), passando per brani pop dall’andamento decisamente obliquo e fuori dagli schemi (“PSW”, “Svecchiamento”, “Videoginnastica”). Una volta terminata l’esperienza con gli Scisma, Paolo Benvegnù ha saputo riproporsi come raffinato cantautore pop rock, divenendo in pochissimo tempo uno degli artisti di riferimento all’interno del panorama indie del nostro paese. (A.D.)

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Gli anni ’90, tuttavia, hanno regalato agli appassionati molti altri album degni di menzione. In primo luogo è doveroso ricordare gli ultimi capolavori pubblicati da due autentici fuoriclasse della nostra scena come Fabrizio De Andrè e Franco Battiato. Se la suggestiva world music di Anime Salve (1996) rappresenta a tutti gli effetti il testamento musicale dell’indimenticato Faber, dischi come Cafè de la Paix (1993) e Gommalacca (1998), nella loro diversità, ci mostrano un Battiato ispirato come nei momenti migliori della sua lunghissima carriera. In ambito cantautorale, inoltre, riescono a farsi notare anche alcuni artisti emergenti, per i quali già allora era facile pronosticare un luminoso futuro. altIn particolare, l’eccentrico Vinicio Capossela  con la sua musica fuori dal tempo, che trae ispirazione dalla tradizione folkloristica più bassa, italiana e non solo, riesce fin da subito ad attirare l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori grazie a dischi discontinui ma di indubbio valore come Camera a Sud (1994) e,soprattutto, Il ballo di San Vito (1996), che lasciano trasparire l’enorme talento di colui che di lì a poco sarebbe divenuto uno dei musicisti italiani di riferimento. Negli stessi anni, seppur con molto meno clamore, riesce a far parlare di sè anche Umberto Giardini, in arte Moltheni, protagonista di un promettente esordio con il rock intimista di Natura in Replay (1999), ma successivamente incapace di farsi conoscere oltre la ristretta cerchia degli appassionati. Una menzione a parte merita sicuramente anche Federico Fiumani che, portando avanti da solo il glorioso nome dei Diaframma dopo la separazione artistica da Miro Sassolini, decide di mutare repentinamente il sound della formazione, passando dalla new wave degli esordi ad un punk rock assolutamente poetico nella sua immediata spontaneità. In perfetta solitudine, disco uscito nel 1990, è stato giustamente acclamato da buona parte della critica specializzata come riuscito esempio di cantautorato alternativo e vanta innumerevoli tentativi di imitazione. Contemporaneamente, gli altri alfieri del rock fiorentino anni ’80, ovvero i Litfiba di Piero Pelù e Ghigo Renzulli, decidevano, complice la dipartita di Gianni Maroccolo, da lì a poco entrato in pianta stabile nel Consorzio Suonatori Indipendenti, di mettere da parte le sonorità wave che fino ad allora li avevano caratterizzati in favore di un classico hard rock di stampo zeppeliniano. Prima di un rapido e irreversibile declino, i due riescono a regalare ai propri estimatori un disco senza dubbio valido come Terremoto (1993), da ricordare come il primo album propriamente rock capace di inserirsi nelle posizioni di vertice delle chart italiane. Sempre per quanto riguarda la musica pesante, doveroso citare anche la parabola dei Ritmo Tribale formazione milanese guidata dal carismatico Stefano “Edda” Rampoldi, che, dopo gli esordi hardcore del decennio precedente, pubblicano a loro volta un disco hardrock senza dubbio convincente come Mantra (1994). Tra le band esordienti, i Verdena salgono agli onori delle cronache grazie all’omonimo album uscito nel 1999, un lavoro che, nonostante alcuni evidenti limiti ed ingenuità a livello compositivo, si lascia apprezzare per il sound vigoroso e sanguigno, ispirato a quello dei Nirvana e di altre gloriose realtà della scena di Seattle. In ambito pop, Lele Battista insieme ai suoi La Sintesi, grazie al fondamentale apporto di Morgan in fase di produzione, riesce con L’eroe Romantico (1999) a proporre un gradevole lavoro dalle tinte dark, tanto riuscito quanto fuori tempo massimo. A loro volta, gli Ustmamò con Ust (1996) si affrancano dall’immagine di gruppo clone dei CCCP che li aveva accompagnati agli esordi dandosi con buoni esiti al pop elettronico, i La Crus nell’album omonimo pubblicato nel 1995 tentano un’affascinante commistione tra musica cantautorale e trip hop, mentre i Subsonica di Microchip Emozionale (1999) si presentano come la band capace di far ballare tutta una nuova generazione di giovani presunti alternativi.

 

di Alessio Dainelli, Francesca Scozzarro, Cristiano Marinelli, Denis Bosonetto.

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