Electro Chart 2012

Solo la musica elettronica poteva essere in grado di realizzare la famigerata quadratura del cerchio, riuscendo con maestria a compiere l’impensabilie laddove altre forme musicali sembrano non riuscirci quasi più. Il 2012 che ormai abbiamo alle spalle è stato infatti il campo di battaglia dove si è potuto assistere al trionfo delle molte e differenti teorie musicali applicate ai beat e ai synth, in un’esplosione di forme ibride e nuove che segneranno il presente e il futuro della musica tutta.
La nostra selezione è una bussola un po’ sbilenca e arbitraria che crediamo possa aiutare il lettore a trovare la propria strada in mezzo a questa giungla sonora sempre più variegata. Partendo dalle primissime posizioni, la redazione ha deciso di premiare il lavoro impeccabile di Guy Gerber perché creatore di un’opera semplicemente perfetta, fresca, fruibile e godibilissima per tutti, forse anche più del monolite nero Luxury Problems, con la sua carica che ha travolto gli ascoltatori di tutto il mondo. Ci è piaciuto premiare anche un intellettuale come Peter Van Hoesen, una sorta di monarca della techno che ben si colloca a ridosso di due progetti targati UK come Actress e Raime, in un’opposizione quasi cromwelliana che sicuramente esploderà anche nel futuro. Dalla classe di Flying Lotus in giù la selezione si fa decisamente meno stringente e più aperta, in un susseguirsi di dischi, fino all’ultima posizione, che consigliamo davvero caldamente ai nostri lettori.

Cosa aspettarsi da questo 2013? A parte la fase 2 della mutazione dubstep dentro le griglie della techno, sicuramente un anno altrettanto ricco di sorprese e di conferme che cercheremo di raccontarvi con tutto il nostro entusiasmo. Come meditate on bass weight!

 

20. Lindstrøm – Smalhans
Dopo il preoccupante delirio senza senso di Six Cups of Rebel, il dj nordeuropeo ha smaltito la sbornia e volta pagina: 33 minuti mixati dall’amico Todd Terje di disco ortodossa, semplice e dritta al punto. Un efficace colpo di coda da un artista che dimostra di sapersi giostrare fra ambizioni megalomani e modestia terrena.
19. Daphni – Jiaolong
Allontanatosi per un istante dal ben più celebre progetto Caribou, Daniel Victor Snaith rimette in gioco le proprie capacità compositive rispolverando una vecchia firma: Daphni. JIAOLONG è un LP da prendere in considerazione per la sua semplicità e per i colori ipnotici ed accecanti che da sempre contraddistinguono la poetica del canadese.
18. John Talabot – ƒIN
Il groove house irresistibile di alcune tracce si alterna e si interseca a curiose esperienze glo-fi che sottendono ad un animo, quello del misterioso spagnolo John Talabot, votato non solo all’efficacia e-motiva ma anche alla sperimentazione. Se vi piacciono Pantha du Prince e Panda Bear, Nicolas Jaar e Toro y Moi è il disco che fa per voi.
17. Mala – Mala in Cuba
Quand’era il momento di fare la dubstep o morire, Mala c’era. Quando nel 2011 Mala ha viaggiato a Cuba, accompagnando l’icona acid jazz e fondatore della Brownswood Gilles Peterson, ha attinto a piene mani da un mondo a lui sconosciuto, nonostante la vicinanza alla sua propria poetica. Oggi, quando è il momento di fare la dubstep o morire, Mala c’è, e ci regala un disco riuscitissimo, voce della dubstep contemporanea.
16. Robert Hood – Motor: Nighttime World 3
Perché Hood è produttore tra i più fondamentali della storia della techno; perché Hood è figura tra le più complete dell’elettronica; perché Hood, infine, non è solo dancefloor, ma anche concetto e sperimentazione. Le cannonate floreali di “Torque One” o di “Drive” sono il miglior assaggio di un disco fatto con coraggio e determinazione. Lunga vita al Golem gentile.
15. Richard Skelton – Verse of Birds
Richard Skelton scava lo spessissimo strato musicale di cui si fa testimone come un vero e proprio minatore dell’aria, ritornando con la leggerezza di chi deve affrontare il tremendo del buio con la forza dello strumento e dei legni laddove molti altri sono finiti a perdersi nell’innamoramento per le macchine. Verse of Birds è un capolavoro artigianale fuoriuscito da un oceano di schegge, una lettera d’amore in absentia dal sapore di foglie e di pietra.
14. Shackleton – Music for the Quiet Hour
La solitudine del visionario costringe ancora lo sciamano a percorsi che sanno di ostinato, folle ed inclassificabile. Shackleton traccia scenari futuristici sofisticando elementi di musica tribale – com’era stato per il maestoso Fabric – con saliscendi emotivi gestiti ad arte dal devastante ritmo della sezione ritmica.
13. Vladislav Delay – Kuopio
Creatura dal respiro lungo, Kuopio è una prova convincente di come un istinto ritmico possa manifestarsi concretamente in una forma sbrecciata, dove la verticalità del tempo in qualche modo venga a patti con le necessità espressive e compromettenti imposte dalla spazialità umana. La ricerca scientifica targata Raster-Noton è più che mai declinata, nella chimica di Vladislav Delay, all’insegna di un suono che riesce a scolare dal suo nucleo rumoristico un liquido destinato a condensarsi in una superficie acustica rigida, una piccola Terra da laboratorio.
12. Scuba – Personality
Scuba ritorna a convincere pienamente, dopo un secondo LP che, sulla lunga distanza, aveva inciso a tratti. Il disco si rilancia con efficacia traccia dopo traccia, in un continuo musicale che ci fa ben sperare per le sorti di quel sound inglese che ormai ha decisamente voltato pagina, ben dentro gli anni ’10 e con la testa aperta alle influenze più larghe possibili, dove l’America torna a colonizzare la cara e vecchia Albione.
11. Voices from the Lake – Voices from the Lake
Che la minimal techno riesca ancora a tracciare geometrie interessanti è da dibattere. Sicuramente può torcersi e sommarsi a se stessa andando a descrivere con tratti – questi sì – minimi un paesaggio artistico, nel caso del duo italiano Voices from the Lake, sublime e terrifico, evocativo. Ad ogni battuta, ad ogni frase corrisponde un passo davanti al primo in questa malinconica e sognante e spettrale Gita al Lago.
10. Deepchord Presents Echospace – Silent World
Rod Modell e Stephen Hitchell, per il loro terzo album collaborativo, espandono il loro suono a 360 gradi, superando i confini volumetrici che avevano raggiunto nei precedenti lavori. Ogni elemento sonoro, invece di limitarsi ad occupare il proprio spazio, sembra diffondersi per l’intero universo scenografico di Silent World, andando oltre la semplice pittura e creando dal nulla un paesaggio idilliaco ed attuale che ci trasporta al suo interno con straordinaria facilità.
09. Ben Klock – Fabric 66
Noi abbiamo sempre apprezzato Ben Klock. Noi siamo stati a Berlino e l’abbiamo visto alla prova, domatore di leoni nel circo pazzo del Panorama Bar. Noi l’abbiamo atteso alla prova LP e l’abbiamo incoronato con il suo One. Noi, finalmente, accogliamo con soddisfazione il suo Fabric, il riconoscimento finale di una carriera vissuta sempre sul campo, dentro la mischia e faccia a faccia con le migliaia di persone che ad ogni serata si presentano per gustarsi uno dei maestri indiscussi della techno mondiale. Come la cover dell’album sembra suggerire, Fabric 66 è la delicatezza di un fiore trasformata in un’elica propulsiva dalla forza cinetica di uno dei produttori più vivi e in forma dei nostri tempi.
08. Tim Hecker & Daniel Lopatin – Instrumental Tourist
Instrumental Tourist è il primo di una serie di incontri fra personaggi di calibro dell’elettronica che la Software – con il patrocinio della Mexican Summer – ha intenzione di pubblicare nei prossimi mesi. L’inaugurazione spetta a Daniel Lopatin (titolare dell’etichetta e recentemente noto al pubblico ambient per l’ottimo Replica, a nome Oneohtrix Point Never), e al drone già cult del canadese Tim Hecker, in una collaborazione che riesce a fondere e trascendere le visioni dei due artisti nordamericani in un almalgama che solo raramente rimanda a qualcosa del vecchio uomo: le macchine hanno ormai costuito un sovratessuto troppo intrecciato per intravedere la vita sotto i fili. Lo sfondo di Blade Runner, cento anni dopo.
07. Christian Löffler – A Forest
Con A Forest, Christian Löffler ha decisamente costruito quello che è uno dei dischi elettronici più interessanti dell’anno. Il produttore mette il proprio gusto di visual artist a disposizione di una techno calda e autunnale allo stesso tempo, in una mappa di sensazioni che sfocia nel piacere di un ascolto fatto direttamente con il corpo, con la pelle; fin giù dentro il sangue tutto pulsante di un disco magnificamente riuscito.
06. Flying Lotus – Until the Quiet Comes
L’artista californiano ha definitivamente imboccato la via della melodia più diretta, in un disco notturno e sensuale che sapora di jazz ricercato, elegante e libero. Messi da parte i beat ruvidi di Cosmogramma, FlyLo decide qui di occuparsi più da vicino della scrittura e della produzione. Con Until the Quiet Comes Flying Lotus si presenta più elementare ed accessibile, senza smarrire quella profondità artistica che, se effettivamente compresa, rimane ancora l’elemento inaspettato che puntualmente strabilia quando si parla del produttore di LA.
05. Raime – Quarter Turns Over a Living Line
Nero su nero, è questa la mossa da cui inizia lo scontro su tavola elettronica del duo inglese dietro al nome Raime. Nero su nero come in una partita a scacchi paradossale, dove tutte le case sono nere e la musica ragiona con i sensi, si fa sottile, gattesca: gioca con la morte del celebre film di Bergman in un bianco e nero solo nero. Il suono dei Raime arriva alla sua celebrazione più consistente dopo gli EP di esordio, retrospettivamente pozzi a cui attingere per cercare di capire le ragioni di un tale salto di qualità della musica elettronica inglese dalle vette del post dubstep e del future garage dentro un abisso che ricorda qualcosa dello sciamano Shackleton e dei disturbi di Actress.
04. Actress – R.I.P
Manca ancora la definizione capace di inchiodare i lavori di Darren Cunningham entro confini conosciuti. Affascina per questo il continuo spaziare del giovanissimo artista inglese fra destrutturazioni in chiave techno e incantevoli disegni elettronici fondati su impressioni ambient. A rendere unica l’opera di Actress è la sbalorditiva varietà delle invenzioni proposte, scelte compositive che avvincono tanto la scrittura delle linee melodiche quanto la sezione ritmica. Spingendo lo scheletro percussivo delle tracce in secondo piano, Actress prova in diversi episodi di R.I.P a premiare la propria ricerca sonora, esaltando la varietà delle creazioni. R.I.P ribadisce il genio di Cunningham. All’uditore, anche al più esperto e pretenzioso, non resta che arrendersi a una placida e incondizionata resa.
03. Peter Van Hoesen – Perceiver
Mai sottovalutare il potenziale espressivo dell’astratto: artisti come il belga Peter Van Hoesen creano con esso mondi dalla profondità abissale e dalla volumetria sonora imponente. O almeno, è questo ciò che il beat monolitico di “To Alter a Vector” tenta di far ergere dal nulla, con detonazioni nucleari e sciami di synth che nuotano nello spazio infinito. E il bello è che è tutto incredibilmente sotto controllo: scendendo sottoterra e magnetizzando i suoni, Peter è riuscito a domare la tensione aggressiva che scorreva costante nel precedente album Entropic City, con un tocco esperto a sottolineare la natura eterogenea di questo superbo lavoro.
02. Andy Stott – Luxury Problems
La nuova operazione di Andy Stott consiste in gran parte nella rielaborazione dei propri tratti stilistici usuali e ciò che sorprende maggiormente è la varietà di generi presenti in Luxury Problems, un disco difficilmente etichettabile, che non dà altro punto di riferimento se non quello di avere un sound estremamente personale, capace di fagocitare avidamente i generi in vista di un nuovo disegno sonoro stilisticamente inedito: un ambiente stottiano. Il suono sporco, oppressivo e minimale, dai contorni mai troppo netti rimane al centro della narrazione, ma viene appeso al gancio del genio del produttore: Stott gioca con le compressioni e scava dei solchi profondissimi, pezzo per pezzo ricrea la sua ambientazione ideale e col passare dei minuti i brani si stratificano diventando sempre più ipnotici, oscuri. Lo stilista Andy Stott ritaglia e cuce un abito che veste alla perfezione il nostro ascolto, facendo sfilare in una seta elegante avvolta da una cipria di beat nient’altro che il nostro trasandato mondo.
01. Guy Gerber – Fabric 64
L’idea di sacrificare la propria opera a un marchio non solo è coraggiosa, è folle e, in certi casi, visionaria. Se il marchio in questione è quello del Fabric, i grandi autori capaci di tanta sicurezza e confidenza sono Ricardo Villalobos (Fabric 36), Shackleton (Fabric 55) e, oggi, Guy Gerber. Rispetto agli altri due, è vero, manca la concentrazione intossicata e monomaniaca: il Fabric 64 è un capolavoro di classica bellezza. Profondo, narrativo, esteticamente sottile e appagante, evocativo, romantico, malinconico, sensuale e turbolento. Un album mixato, visto che tutte le tracce sono state prodotte dall’artista, capace di superare il già ottimo disco d’esordio Late Bloomers. Una pietra miliare istantanea.

 

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