2010: Le classifiche del Panopticon

Così è andato il 2010

Eccoci qua con la classifica del Panopticon del 2010. Anzi, le classifiche, visto che in un’annata così piena di ottime uscite da quasi ogni fronte, abbiamo deciso di scomporre e raccogliere il puzzle in due: da un lato la chart degli album genericamente rock, dall’altro quella esclusivamente dedicata alla musica elettronica di cui, fra nuove correnti e ritorni in grande stile, quest’anno c’è stato davvero tanto di che esaltarsi. Venti album scelti dalla Redazione fra il meglio delle sottosezioni Rockville, Waves Out, Selected Metal, Outerworlds, Made in Italy (seppure di quest’ultima nessun disco è riuscito a farsi spazio) e dieci indispensabili dalla stanza Electronica. Come sempre, ogni classifica fotografa le sensazioni del momento in cui viene stilata, per cui è facile che nel tempo i giudizi circa album presenti e soprattutto non presenti si evolvano nei gusti di ciascun redattore. Non ci sarà mai parità nel giudicare un album uscito a gennaio e uno in estate o in autunno. Nessuna classifica può essere definitiva, ma sarebbe davvero più stupido non farne affatto: si tratta di canzoni pop, mica ricerche scientifiche su questioni di vita o di morte; ogni momento dunque è quello buono per buttare giù una propria classifica, elenco, top10 (o top5 alla Nick Hornby), selezione, raccolta, eccetera. Fesso chi si impala su posizioni integraliste riguardo a musica pop, aspettando che la sfinge dia il suo consenso.

Tuttavia, a fronte di animate discussioni nella nostra stanza dei bottoni, siamo abbastanza convinti che queste due chart rispecchino fedelmente quanto abbiamo provato a raccontare negli ultimi 12 mesi, sempre cercando di coinvolgere il lettore a non fossilizzarsi solo su un paio di generi o scene. Scegliamo di non analizzare le due chart in quest’articolo, già abbastanza lungo di suo visto che include mini recensioni di ciascuno dei venti album rock selezionati, ma di lasciare a voi la discussione, magari nel forum e nei social network del Panopticon. In ogni caso, prima di inalberarvi per l’assenza dell’album del vostro gruppo preferito, controllate se tra questi dischi non ci sia anche qualcosa che v’è sfuggito, e magari dopo averlo recuperato, provate a capire come può essere considerato così interessante da una redazione di oltre venti appassionati di musica rock, che sia indipendente o meno. Buon (ri)ascolto, e buon 2011 a tutti.   

 

20.·Woven Hand – The Threshing Floor
Come inquadrare The Threshing Floor, sesto full-length dei Woven Hand? Come prima cosa possiamo dire che difficilmente i fan di David Eugene Edwards, sempre indiscussa guida del gruppo, rimarranno delusi. E altrettanto difficilmente lo saranno coloro che avevano storto il naso alla svolta elettrica di Ten Stones, e che desideravano provare di nuovo le atmosfere dei primi dischi. The Threshing Floor è infatti un ritorno alle sonorità originali del gruppo, più acustiche e atmosferiche rispetto a quelle elettriche ed energetiche del disco precedente. Non che si possa parlare di involuzione o poco coraggio; Edwards continua a portare avanti con determinazione la sua personalissima visione del country e del folk, intrisa di spiritualità e misticismo, aspetti evidenziati come sempre dai temi delle lyrics, e dalla messianica voce del frontman. Si spinge di più sul lato psichedelico e lisergico in The Threshing Floor, ma anche e soprattutto su afflati etnici di disparate provenienze (“Terre Haute”, “Raise Her Hands”). Non c’è solo l’America di cowboy e indiani, insomma. Con la titletrack e “Truth” (cover dei New Order) assistiamo invece a un ritorno di quelle influenze darkwave che nei Woven Hand erano state messe un po’ in disparte, dopo il ruolo importante che avevano svolto nei brani dei mai dimenticati 16 Horsepower. Sempre coerente e fedele alla sua poetica, ciò che ha sempre sorpreso di Edwards è la sua capacità di continuare a scrivere, semplicemente, belle canzoni, con ben poche deviazioni sonore nel suo percorso alla guida dei Woven Hand, se si esclude il bell’episodio di Ten Stones. Forse è per quella sua particolare urgenza espressiva, inesaurita e probabilmente inesauribile, forse è più banalmente il suo talento di songwriter, da sempre poco considerato. A noi ascoltatori non resta che goderne. (M.F.)
19. Foals – Total Life Forever
Siamo di fronte ad una miniera di trovate: stupisce come il gruppo di Oxford riesca a far convergere molteplici idee nella stessa canzone, ora lanciandosi in esplosioni strumentali ora dedicandosi a un sottile incedere. Ciò si nota particolarmente da come ogni strumento abbia la sua linea personale da eseguire e come poi tutte convergano con facilità a formare la struttura (analitica, stratificata, multiforme) del pezzo. Si diceva delle influenze new wave: beh, ognuno riconosca quella che più gli aggrada perché qui sarebbe difficile risalire a tutte, sia per il grande numero di gruppi chiamato in causa, sia per come i Foals riescano a rileggerli con personalità e quindi appropriandosene. Total Life Forever è una di quelle collezioni di canzoni ciascuna delle quali si adatta meglio ad un particolare umore o momento della giornata; così è possibile avere dieci piccoli tormentoni da alternare durante la settimana e, una volta fatto il giro, si può ricominciare. Per le giornate nuvolose è idonea la seconda parte del disco, più sottile e umbratile, in cui il gruppo dimostra appieno di sapere amministrare la tensione emotiva del pezzo giocando con l’ascoltatore come un gatto fa con il topo. Affermiamo quindi senza timore di smentita che si rivelerà un prodotto di lunga durata e siamo pronti a scommettere sulla sua solidità complessiva; anzi, allargando il campo assicuriamo che sarà lecito aspettarsi grande musica dai Foals nei prossimi anni. (A.M.)
18. Gonjasufi – A Sufi and a Killer
Gonjasufi si piace, molto. In particolare adora la propria voce, tanto da costruire su questa tutto il suo disco d’esordio. I diciannove brani di A Sufi and a Killer, escluso il pezzo strumentale introduttivo, sono dei magnifici e rapidissimi cambi d’abito improntati all’esaltazione dell’eclettismo e del carattere marcato della voce dell’autore. Dai divertissement dal gusto retrò di “Sheep” alle sperimentazioni pop di “Holydays”, il disco presenta una sequenza esaltante di quadri in cui sono raccolte idee, invenzioni e trucchi che basterebbero per farne tre di dischi. Un lavoro tanto forzatamente frammentato da sembrare omogeneo, una volta riconosciuto il volto nascosto dietro ogni diversa interpretazione. In Gonjasufi è facile riconoscere l’approccio di casa Warp, sua attuale etichetta. Il dare illimitato spazio alla sperimentazione, la ricerca del raffinato e del controcorrente, del diverso. Si può ad esempio riconoscere in A Sufi and A Killer l’euforia compositiva dei Gang Gang Dance, la cultura del suono del Focus Group, l’approccio avanguardista di Flying Lotus. È proprio a quest’ultimo ad essere più facilmente accostabile alla figura di Gonja Sufi. “Ancestors”, frutto della collaborazione fra i due, è un’autentica gemma, un piccolo assaggio di cosa Flying Lotus ci offrirà più avanti quest’anno e ripetizione del miracolo simbiotico già avvenuto in “Testament”, uno dei migliori brani di Los Angeles. Gonjasufi si piace molto si diceva. E fa molto molto bene. (F.dV.)
17. Deerhunter – Halcyon Digest
I dischi dei Deerhunter sono pieni di sfumature che certo non possono essere colte con ascolti superficiali. E in Halcyon Digest, come in passato, ogni brano ha una sua storia da raccontare: 11 microcosmi (o·microcastelli?) sonori in cui tuffarsi e ai quali concedere tanti, tantissimi repeat. Di fronte all’intro di “Coronado”, con piano, chitarra acustica e chitarra elettrica che entrano in successione, e il sorprendente intervento del sax, oppure alla sofisticata effettistica dietro a “Earthquake” e a tanti altri innumerevoli spunti, non si può che battere le mani per la cura con cui vengono confezionate le trame melodiche. Ferma restando l’evidente eterogeneità del tutto, si può rintracciare un sottile filo conduttore sottostante nell’afflato Sixties e una trasognata psichedelia più vicina al side project Atlas Sound. “Helicopter” e “He Would Have Laughed” sono tra i migliori del lotto; quest’ultima, registrata dal solo Cox per poi essere trattata in studio con delle sovraincisioni, poggia su un loop e su percussioni tribali che portano verso una dolce e improvvisa chiusura. Il primo invece, tra i brani più clamorosi di questo generoso 2010, pare essere un manifesto dello spleen coxiano (“No one cares for me, I keep no company”). L’elemento unificante dei testi è il tema del ricordo e della nostalgia, in linea con la delicata malinconia che pervade il suono del tutto. Non mancano momenti più gioiosi quindi (“Darkness always, it doesn’t make such since” canta il leader nel singolo “Revival”), anche se il sentimento prevalente è quello di una velata solitudine di fondo. L’unico vero difetto di questo disco è di essere arrivato dopo Microcastle e di non avere il suo effetto sorpresa. (M.F./P.B.)
16. Tamikrest – Adagh
Adagh è l’album di debutto di questi poco più che ragazzi del nord del Mali, spinti a suonare dall’attaccamento alla cultura degli esuli Tamasheq (a noi più noti come Touareg) delle generazioni precedenti, nell’Africa centrale, della quale i Tinariwen sono probabilmente la maggiore espressione in musica. Nei Tamikrest, i cui membri sono giovani che non hanno conosciuto direttamente la ribellione armata, l’aspetto guerrigliero è meno forte. Forse, è anche per questo che vi scorgiamo una maggiore apertura verso la musica contemporanea, rock e non solo, e di conseguenza una maggiore ecletticità, che ci aiuta a superare quelle distanze (geografiche e culturali) che a volte ci impediscono di apprezzare appieno la musica etnica. Il grosso del lavoro è svolto dalle meravigliose chitarre: sullo stile del rock ribelle Ishumar, vi sono innesti che sembrano in parte prendere ispirazione dall’alternative country made in USA, come 16 Horsepower (con i quali i Tamikrest hanno in comune l’etichetta tedesca Glitterhouse) e Lilium, ma anche dal più affine rock etnico à la Noir Désir. Meritano un’attenzione particolare anche le percussioni, fondamentali nel plasmare il mood di ogni brano, alternando ritmi tradizionali africani ad andature più occidentali. Aggiungeteci le suggestive voci (bellissimi i cori, a volte accompagnati da battimani, che ricreano un’atmosfera quasi soul) che cantano in una lingua tanto affascinante quanto incomprensibile, lo sporadico uso di bassi vagamente dub e di chitarre reggae (come nell’intrigante “Tahoult”), e avrete un disco dalle sonorità sorprendenti, ora ipnotiche e ammalianti (“Outamachek”), ora più spensierate (“Alhoriya”), meditative (“Aratane N’Adagh”), oppure più ritmate, quasi a richiamare una danza collettiva (“Amidinin”). Adagh, facendovi indovinare l’odore della sabbia del deserto, vi costringerà a ripetuti ascolti; vi rapirà, per portarvi a percorrere chilometri sotto il sole del Sahara, tra le dune o in mezzo alle montagne (che danno il nome alla regione Adagh, in lingua tamasheq), a dorso di cammello o, magari, su di una più moderna 4×4, dotata di generatori per gli amplificatori. E per riposarvi, sosterete la notte, al caldo del fuoco, sotto un cielo stellato che qui possiamo solo sognare. (E.F.)
15. The Roots – How I Got Over
Il 2010 è un anno da incorniciare anche per la musica afroamericana che ha dimostrato, in modo piuttosto organico, originale e serio, di avere dei veri e propri alfieri pop. Non più sparuti artisti di nicchia elogiati sottovoce ma campioni destinati ad arrivare al cuore dell’ascoltatore ben disposto, grazie ad un concerto di capacità compositiva, senso melodico raffinato e/o efficacemente aggressivo, ottimi testi e tanta, tanta cultura musicale. I Roots sono tutto questo e nel loro ultimo album si sono pure liberati di una durezza che li confinava a un certo ambiente legato all’etnia. How I Got Over è un disco incentrato sulla rinascita (assolutamente possibile, dicono gli ottimisti The Roots) dell’individuo che, intrappolato nella spirale delle violenze sociali, delle catastrofi finanziarie e climatiche, è a tal punto soffocato da non riuscire a trovare la forza di uscirne o di creare un circuito positivo. Il pericolo è dietro l’angolo: quante volte abbiamo ascoltato concept album tediosi e forzati, soprattutto in ambito progressive rock, artefatti barocchi costretti su di una linea narrativa autoimposta? Fortunatamente, come è già successo per l’ottimo ArchAndroid di Janelle Monàe, tutto ciò non avviene. Qui ci sono delle Canzoni incredibili, assolutamente spontanee e appassionate, tra le più belle uscite in quest’annata pazzesca. “Radio Daze” è un gioiello che va a ripescare certo hip hop degli anni ’90 a cui piaceva molto il jazz, “Walk Alone” è perfettamente bilanciata tra l’asciuttezza dei testi e delle musiche, in “Right On” si fanno addirittura aiutare dalla musa Joanna Newsom e il ritornello è esattamente il capolavoro che si potrebbe ipotizzare dall’incontro tra l’ormai consolidata stella del folk americano e la più importante, geniale e colta band, in ambito black music, che l’ultima decade abbia conosciuto. Loro e gli OutKast. Non è proprio poco. (D.B.)
14. Best Coast – Crazy for You
Ci aspettavamo qualcosa in più, e allo stesso tempo non possiamo sostenere che l’hype sia ingiustificato. Crazy for You è il primo album dei Best Coast, trio capitanato dalla nuova principessa del noise pop Bethany Cosentino, giunto dopo un paio di EP che ne hanno tirato la volata. Comodamente al centro delle attenzioni del popolo indie, la formazione di base a Los Angeles non fa altro che raccogliere gli applausi che sapeva sarebbero arrivati e, con essi, le prime minuscole critiche. Il disco può risultare monotono in quanto pecca di soluzioni alternative a quelle per la verità riuscitissime ma fin troppo reminiscenti del lo fi scozzese di metà anni Ottanta, vale a dire C86 e shoegaze soprattutto. Le melodie però ci sono, tanto che la prima parte di Crazy for You scivola via con estremo piacere, piazzando più di un possibile tormentone (in particolare “The End”, “Boyfriend” e “Goodbye”, in cui la Cosentino pare la cuginetta della Courtney Love di Pretty on the Inside). L’atmosfera è 100% Sixties, ma più che i Pains of Being Pure at Heart, tornano alla mente addirittura personaggi dei Sessanta più remoti, come Wanda Jackson o Little Eva, quella di “Loco-Motion”. Si tratta di una manciata di pezzi (13, grossomodo tutti dello stesso livello) che si metterà nell’armadio con il cambio di stagione e che si potrà ritirare fuori solo finito il letargo invernale, ma che ogni santa estate potrà fare la sua figura, senza temere di essere passata di moda, visto che fuori dal tempo lo sarebbe per sua stessa natura. Fan di Shop Assistants, Biff Bang Pow!, Everything But the Girl… se siete all’ascolto, i Best Coast fanno per voi. (D.S.)
13. No Joy – Ghost Blonde
Le raccomanda Bethany Cosentino, una che di fuzz pop ha dimostrato di intendersene, e si appoggiano a Bandcamp, la piattaforma per artisti indipendenti più cool dell’etere, da cui negli ultimi tempi sono venuti fuori alcune delle migliori nuove proposte, fra cui anche gli Esben and the Witch. Sono le No Joy da Montreal, Quebec, ovvero due biondone alle chitarre che si fanno accompagnare da altrettanti bulli alla sezione ritmica, per mettere in piedi non una muraglia ma certo un bel recinto di suono all’interno del quale contengono melodie che rimandano a Santa Bilinda Butcher e nientedimeno ai Nirvana. Ghost Blonde, il disco d’esordio, è noise rock di matrice shoegaze con l’aggiunta di spezie provenienti di Seattle, e potremmo chiuderla qui. Invece si tratta di un debutto da approfondire, perché a nostra opinione siamo di fronte al miglior album del 2010 nel suo campo, quindi roba che verosimilmente troverete anche nella classifica-resoconto di fine anno. Se ancora non avete fatto pace con i Sonic Youth dei primi Novanta, in particolare quelli di Dirty per intenderci, e se quest’estate non c’eravate e vi siete persi anche l’esordio dei Best Coast, potreste tuttavia sorprendervi partendo dalle No Joy e dai loro tessuti di rumore raffinato; specialmente se non avete mai dimenticato il primo amore, quel Loveless che torna sempre alla memoria quando si raccontano storie come questa. E allora a cominciare dall’omonimo EP che contiene anche un’omonima e quindi programmatica canzone (un po’ come “Black Sabbath” da Black Sabbath dei Black Sabbath) e via verso queste nuove dieci canzoni edite dalla Mexican Summer, ecco che entrare e farsi circondare dal recinto diventa mossa quanto mai piacevole, vista la discreta orecchiabilità di pezzi come “Heedless” o “Maggie Says I Love You”, per citarne due. Il blocco in realtà è unico e bello compatto: se ti piace una traccia, facilmente ti piacerà anche quella successiva. Ad ogni modo assieme agli strati sonori imbastiti dalle due chitarre, l’atmosfera trasognata che custodisce Ghost Blonde rilascia sensazioni dream pop a bassa fedeltà, che in qualche modo discostano dall’idea di un lavoro incentrato solo ed esclusivamente sulla lezione degli shoegaze masters. In tutto questo, vale la pena provare Ghost Blonde perché appare come un prodotto bello e coinvolgente, non solo indirizzato ai soliti smanettoni che tanano la festa e se la godono fra di loro. E poi volete mettere il fascino di esserci da subito, prima ancora che le due biondone diventino famose per i loro nomi e volti, che oggi tendono a mistificare? Se ne parlerà ancora, potete scommetterci. (D.S.)
12. Twin Shadow – Forget
Meno male che la new wave è morta. Proprio per questo Forget non esiste e la stampa di settore avrà costruito sul niente il fenomeno di turno, in modo che qualcuno potrà poi smontarlo e liberarsi in un “I don’t get the hype!” per la milionesima volta. O forse è tutto vero, forse la 4AD ci ha visto giusto un’altra volta appoggiando il progetto Twin Shadow di George Lewis Jr, un tizio che ha scritto Forget dopo essere scappato dai ritmi frenetici di New York per apprezzare le bellezze Europee. Possiamo prendere per buona questa ipotesi e avventurarci nell’ascolto del disco, più e più volte. L’inizio è morbido morbido ma senza paura, poi diventa nostalgicamente ballabile per diversi minuti, si concede qualche particolarità e poi piazza sul finale i quattro pezzi più orecchiabili, tanto per farti venire voglia di riascoltare tutto il prima possibile: le ruffianissime “Castles in the Snow” e “Forget”, con quei loro ritornelli, gli astuti ritmi di “For Now” e il rockeggiare di “Slow”, che pare renda benissimo suonata dal vivo. “I’ve got the killer for the bad dreams / The apparition dancing with me”, canta George in “At My Heels”, e l’essenza di Forget si trova proprio da quelle parti: si ricorda, si passa oltre. Cercando nella rete troverete recensioni che per spiegarvi il disco vi racconteranno degli Echo and the Bunnymen, di Morrissey, dei Depeche Mode, di David Bowie… Ma stringendo, l’unica cosa veramente importante da dire è che nelle canzoni di Forget c’è tanta classe. La si avverte chiaramente nelle melodie, nella voce, nei punti di riferimento, nelle elegantissime linee di basso, nella scelta e nella cura dei suoni. Saranno il talento e il gusto del signor George Lewis Jr., sarà la produzione dell’Ursus arctos horribilis Chris Taylor, sarà che il tutto suona molto moderno e non vecchio di almeno trent’anni. Ma no dai, non esiste che sia così, un disco synth pop nel 2010 deve per forza essere privo di sostanza e ragion d’essere, quel dominicano baffuto è sicuramente uno sconosciuto qualunque, avranno soltanto fotografato un tipo esotico e – secondo lui – stiloso in una strada di Brooklyn. Sì, deve essere proprio andata così. Del resto la new wave è morta da un sacco di tempo, no? Roba vecchia… (P.R.)
11. Janelle Monáe – The ArchAndroid
La giovane e minuta Janelle Monàe apre la sua carriera di artista nel migliore dei modi, con un album che ha stupito e messo d’accordo tutti. Il sentore che da quella mente fresca uscisse qualcosa nell’intorno di un instant classic era nell’aria, grazie ad un EP – Metropolis (Suite I) – che aveva in alcuni casi addirittura estasiato la critica. Si presentava con un suono al contempo sia maturo che sfrontato, frutto della spontaneità di una ventunenne che ama il funk e l’elettronica. Tutte qualità che troviamo anche in questo The ArchAndroid, un lavoro in cui la quasi totalità delle tracce potrebbe cacciare dalla testa della classifica i nomi più blasonati. Una collezione di vere e proprie canzoni, quindi, spesso anche molto diverse tra loro e in cui la noia non trova posto, serrate come sono le tracce, in un flusso sonoro unico lungo più di un’ora. Questa omogeneità trabocca oltre i limiti del disco, andando a collegarsi direttamente con l’EP di 3 anni prima e formando così un concept sci fi in 3 Suite, intimamente connesso all’afrofuturismo di Rammelzee e a Metropolis, il film (a questo riporta l’artwork in copertina), senza sbrodolamenti o punti morti. Un progetto del genere deve moltissimo al modo di fare musica di Erykah Badu, nonostante la musica mostri il solco tra le due. La Monàe ha un respiro decisamente più ampio, non solo nelle sue potenzialità spacca-classifica, nella sua fruibilità, ma anche nella poetica e nella sua vicinanza con il rock e la musica elettronica. Laddove la dea del nu soul mostra con fierezza le proprie radici, anche nelle canzoni più movimentate, in ArchAndroid ci troviamo a portata di mano la sfacciataggine di Missy Elliott, il suono classico dell’r’n’b degli anni ’60, l’indie pop di questi ultimi 5 anni e l’elettronica europea. Sia che lo si ascolti come un disco di musica leggera, sia come epopea impegnativa, ArchAndroid è quasi impeccabile. In questa seconda declinazione molte qualità rimangono in risalto sulla tela dai colori variegati dell’album. Infatti, superata la prima canzone della Suite III, (“Neon Valley Street”: nu soul pressoché in purezza), Janelle si lancia in canzoni più impegnative e slegate dal mondo della musica nera, come “Make the Bus”, in collaborazione con gli Of Montreal, e “Wandaland”, quasi glo fi, fino ad arrivare alla splendida “57821” e a “BaBopByeYa” che consacrano la giovane alla classicità: la tradizione di una Fitzgerald e l’austerità e i legami con la musica colta di una Simone si intrecciano in arabeschi e dissonanze, in teatralità e tragedia romantica. (D.B.)
10. The Drums – The Drums
È normale attirarsi critiche e antipatie quando ti ritrovi sulla cresta dell’onda ancor prima di aver pubblicato un album in studio. Questo è quanto è capitato ai Drums, quattro ragazzotti di base a Brooklyn che sembrano uscire direttamente dalle pagine di una colorata rivista di moda degli anni Cinquanta. In brevissimo tempo i Drums sono diventati l’argomento più chiacchierato dai blogger più attenti alle ultime tendenze, con i due leader – Jonathan Pierce (cantante e principale autore delle canzoni) e Jacob Graham (chitarrista) – presto celebrati come vere e proprie icone di stile. Stiamo comunque parlando di una popolarità del tutto underground, di uno status riconosciuto solo da chi segue la musica indipendente, ma in questo contesto i ragazzi si sono creati un’immagine carica di ironia e strampalata vitalità. È arrivata addirittura la tacita benedizione di Morrissey, avvistato tra la folla proprio in uno di questi concerti, ed è davvero sintomatico il fatto che il frontman della band che più ha influenzato questi Drums approvi il loro operato. Quindi annunciamolo: i Drums possono essere o già sono, per poetica e concetto, i veri eredi degli Smiths. Pare evidente già dal primo ascolto il riferimento alla storica band di Manchester, anche se Pierce e soci raggiungono e afferrano gli stessi sentimenti con soluzioni musicali differenti. Ritroverete fra le dodici canzoni dell’album omonimo anche gli U2 degli esordi, gli stessi Cure (gli accordi di tastiera che fanno capolino qua e là, ad esempio in “Book of Stories”, ricordano i ragazzi immaginari di metà anni Ottanta), un pizzico di Beach Boys – soprattutto nei cori – e in generale un modus operandi che li rende ingenui e al contempo talmente ridicoli da risultare veri e distinguibili fra tutti. Sono già stati in molti ad applaudire ed altrettanti a rifiutare l’ennesima moda del momento, gonfiata all’inverosimile da mesi e mesi di chiacchiere sul web. Sono dodici pezzi che, qualora vogliate tornare indietro nel tempo, vi faranno compagnia. Indietro e avanti tutta dunque. Perché nel rock un concetto si supera, mentre una melodia no. E i Drums le canzoni le hanno, eccome se le hanno. (S.P./D.S.)
09. Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy
Quello che fino a poche settimane fa era ancora l’ultimo disco di Kanye West, 808s & Heartbreak, sembrava aver segnato una rottura definitiva con i classici stereotipi della cultura hip hop, o meglio, le sue caratteristiche più evidenti osservate da chi si ritrovava alle spalle un background rock. 808s aveva tutto il potenziale necessario per lanciare West verso un pubblico più ampio e sicuramente differente, più eterogeneo; proprio per questo si attendeva con grande curiosità il suo ritorno in scena, sperando che avrebbe continuato a battere quel sentiero electropop che permetteva la pacifica coesistenza del bianco e del nero. Chi lo seguiva su twitter aveva già avuto parecchi assaggi dell’aroma del nuovo album: oggetti di design e di arte decorativa di ogni epoca e cultura nel gioco globalizzante dello sfarzo, della cesellatura e del prestigio di un re. Come per un re, i colori dell’oro e della porpora, gli stemmi alati, i gigantismi e quelle storie mitiche (un po’ melense e mal recitate, a dire il vero) fanno parte di un’iconografia splendente ma anche tragica. La baldoria e la gozzoviglia di un XXI century schizoid aristocrat sono la realtà in cui Kanye vive. In questo senso, l’album è ancora più personale e vero (quasi impossibile calarsi nei suoi panni) ma la realtà è trasformata dal prisma del suo ego, il cui dominio si estende fin dove i nostri poveri occhi possono vedere; oltre questi confini sunt leonesMamase mamasa makussa, canta mentre il Paese va in pezzi e prende i fili dell’Africa e del re caduto Michael Jackson, che rimane una misura per tutto l’album, e li intreccia per ricavarne un tessuto musicale di cultura pop universale, afroamericana, hip hop ed elettronica. Kanye West si dimostra un artista vero e popolare, ma chi aveva sperato di vederlo·sempre più vicino al mondo del pop/rock, sulle prime, potrebbe rimanere un po’ deluso da questi sviluppi e dalle lunghissime canzoni che rendono poco agevole l’ascolto integrale. Eppure il più grande errore che potrebbero commettere i (pochi, ma svegli) fan di 808s sarebbe proprio quello di accantonarlo per questo motivo, di autoconvincersi che questo West, un po’ vecchio e un po’ nuovo, non faccia al caso loro. Aprite invece i cancelli, e lasciate che Kanye faccia il suo corso. (D.B./P.R.)
08. Arcade Fire – The Suburbs
“We were shocked in the suburbs!”. È davvero questa la sensazione a pelle dopo l’ascolto della terza fatica del complesso canadese: un lavoro solido, rinfrescante, costantemente ad alti livelli ed ispiratissimo in tutti i sensi. Non solo i motivi di tutte le canzoni sono indovinati e validi, ma anche i testi rappresentano qualcosa di semplice ed allo stesso tempo prezioso: niente di più modesto della propria famiglia, della casa o dei bambini, eppure è difficile trovare argomenti dallo stesso contenuto vitale. È questo che permette a The Suburbs di fare la differenza: niente regni fatati, niente critiche sociali aperte, la pura realtà, mediata dai sogni e dai desideri di un’intera generazione. Per quanto riguarda le critiche già ricevute da questo disco, in gran parte sono frutto di pregiudizi: il fatto di citare numerose band in uno stesso album, passando in pochi minuti dai synth al rock n roll, non è assolutamente un difetto se viene abilmente incorporato al proprio stile, e gli Arcade Fire hanno le capacità, l’esperienza e l’intelligenza per farlo. Gli arrangiamenti sinfonici di queste canzoni così ricche di suoni e strumenti sono disumanamente perfetti, roba che giusto i migliori Radiohead riuscirebbero ad eguagliare. Sempre in bilico fra il pasticcio barocco e la sensazione wave – come se le due cose fossero poi comunemente accostabili – gli Arcade Fire sono dei funamboli del rock degli ultimi dieci anni, uno dei gruppi fondamentali e soprattutto uno dei pochi veramente unico e inequivocabile. (M.dF.)
07. Delphic – Acolyte
Delphic, Halcyon, Ephemera. No, non ci troviamo nella Grecia dei tempi classici, bensì nella Manchester a cavallo tra il 2009 e il 2010. Si sa, Manchester è uno dei tanti sinonimi di storia del rock inglese, per cui diventa praticamente obbligatorio, per ogni appassionato, dare una possibilità ai nuovi fenomeni provenienti da quei luoghi, duraturi o effimeri che siano, potenzialmente validi o sostanzialmente dimenticabili che si rivelino. Oggi, uno di questi nomi è quello dei Delphic, un trio (altrimenti quartetto, contando lo strumentista aggiunto) il cui scopo principale è quello di divertire, far ballare, ricreare un po’ dello spirito dei rave party di 15/20 anni fa, magari quelli più spensierati e meno selvaggi. Nella loro musica non è per niente nascosta l’influenza di quel tipo di cultura nelle sue più differenti declinazioni, dai New Order agli Orbital, dai Massive Attack ai Chemical Brothers, dal synth pop alla trance, con addirittura qualche venatura dark wave. Batteria dritta, spigolosi pattern di sintetizzatori, laser colorati e luci stroboscopiche, un tocco dream probabilmente opera del produttore Ewan Pearson (già su Saturdays = Youth degli M83 al fianco di Ken Thomas): tutto converge in Acolyte. Di “Doubt” esistono svariate versioni più adatte al mondo dei club, tra cui un immancabile, di questi tempi, remix in chiave dubstep. Momento apice (oltre a “This Momentary”e “Halcyon”), la titletrack potrebbe addirittura essere letta come un brano progressive trance tra i più sognanti, in cui il basso si occupa di evidenziare l’anima wave del gruppo, aspetto cui tengono particolarmente. Etichettare i Delphic sotto un generico “indie electronic”, insomma, sarebbe limitante per la loro musica. Lasciate perdere i proclami e l’eventuale hype; se avete anche solo una minima voglia di un disco di leggero, ballabile, colorato, innocente synth pop dallo spettro abbastanza ampio e sorprendentemente durevole, non dovreste tralasciare questo Acolyte. (P.R.)
06. Beach House – Teen Dream
Ci riprova il duo di Baltimora, due anni dopo il sopravvalutato Devotion, e diciamo subito che questa volta il risultato è di gran lunga più convincente: laddove il disco precedente finiva per essere troppo appiattito su alcune soluzioni sonore e compositive, sfociando a più riprese nella noia, qui una interessante variazione sul tema e delle azzeccate novità nel sound evitano a Teen Dream di ricadere negli stessi difetti del disco del 2008. I Beach House abbandonano in parte il suono etereo ed evanescente del predecessore in favore di una maggiore concretezza e di vere e proprie canzoni. Già, perchè gli 11 brani che compongono il disco hanno una vena pop inedita per il gruppo: il singolo “Norway”, “Walk in the Park” e “Lover of Mine” sono lì a testimoniarlo con la loro immediatezza. Che le melodie siano guidate dai delicati arpeggi di chitarra di Scally o dai tappeti di tastiere e synth (suonati da entrambi i componenti del gruppo), poco importa: è l’interpretazione della delicata e suadente (e ambigua?) voce della Legrand, in bilico tra Laetitia Sadier ed Elizabeth Fraser, ad essere protagonista assoluta. I Cocteau Twins sono una delle influenze più ovvie, ma è come se i Beach House rigettassero in toto l’immaginario dark che pervadeva l’opera degli scozzesi per giungere a lidi ugualmente sognanti ma ben più vivaci, totalmente indie pop. Nonostante una parte finale dell’album non facile da memorizzare come la prima, promuoviamo pienamente Teen Dream, e la sensazione è che da questa coppia (nella musica, ma non nella vita) ci possano giungere in futuro altre opere di alto livello. Frattanto, Teen Dream è una delle migliori uscite di indie (dream) pop degli ultimi anni. (M.F.)
05. These New Puritans – Hidden
Ci sarebbe da discuterne sin dal titolo e dalla copertina, perché al secondo tentativo i fratelli Barnett piazzano un colpo tanto affascinante quanto tutto da decifrare. Esce per la Domino, è co-prodotto dall’ex Bark Psychosis Graham Sutton, è stato registrato a Londra e a Praga – città magica per eccellenza – che a quanto ascoltiamo, deve aver proprio incuriosito i These New Puritans. Si chiama Hidden e segnala il ritorno dell’inclassificabile formazione dell’Essex, autrice di musica dove funambolismo è la parola d’ordine e a cui partecipano anche altri 29 (li abbiamo contati) strumentisti di due orchestre, appunto una inglese e l’altra ceca. Chi li catalogava come dance-punk stavolta avrà ben più difficoltà nel venirne a capo: qui si passa dai Liars ai Radiohead, da Steve Reich al Kubrick postumo di Eyes Wide Shut, tanto che non sarebbe una sorpresa il restarne straniati. Un cerimoniale orfico-dadaista in cui non c’è un attore o un espediente tecnico veramente protagonista: battiti digitali e primitivismo squadrato, rumori disordinati, sciabolate al buio che tagliano l’aria, cori gregoriani, paganesimo spinto, fiati e archi a ricamare prima in sottofondo poi in prima linea… tutto converge a pari merito entro una visione artistica che se non si può definire avanguardistica, certo però recupera il concetto di sperimentazionismo nel rock. È ovvio che in questo senso i Barnett siano da considerare attuali oltre che credibili, senza bisogno di autoproclami a sostegno di una fasulla supremazia dell’Arte con la A maiuscola e contro la canzone popolare; i These New Puritans fanno la loro musica senza coprirsi di ridicolo con annunci programmatici o col parlarsi addosso tanto caro a certi personaggi del revival progressive et psichedelia. L’ambizione è effettiva, anzi è chiaro che i ragazzi ci giochino un po’ sopra, ma i rischi sono reali, non plastici. In più, l’aura di mistero che li avvolge, il silenzio di cui si fanno portatori e l’immaginario visivo nel quale si fanno ritrarre, aiutano gli intenti del progetto, anziché svilirlo nella ricerca di attenzioni. (D.S.)
04. Vampire Weekend – Contra
E’ già un caso discografico questo Contra. I Vampire Weekend continuano un percorso lontano da revival wave, garage e (lungi da noi) psichedelici, felici sulla loro isola. Damon Albarn li scelse come spalla per il tour autocelebrativo dei Blur dello scorso anno: un motivo in più per prestare attenzione anche dalle nostre parti al loro afro-pop affascinante e solare, quindi. Con Contra i Vampire Weekend ci donano un disco anche superiore al già buonissimo esordio, aggiungendo più elementi ad una formula consolidata, forse poco adatta a questo periodo dell’anno pensandoci bene, eppure estremamente leggera, che mette voglia di una bella bibita fresca anche quando la neve accarezza i vetri della finestra. Esplorano anche nuove soluzioni elettroniche, si lasciano andare ad un po’ di fracasso controllato come in “Cousins”, improvvisano alla fine di “Diplomat’s Son”, infilano gli archi in chiusura con “I Think Ur a Contra”. Più in generale, arricchiscono quasi ogni pezzo con qualche divagazione che in passato sembrava messa da parte in favore di canzoni-singolo ad hoc, senza per questo risultare stucchevoli o forzatamente barocchi ad ogni pié sospinto. Quello che conta, di nuovo come nel debutto, sono le canzoni, e la scrittura di Ezra Koenig e compagni è azzeccata, gli eccessi non escono mai dal contesto anche quando sembrano prendere pieghe impreviste, anzi allargano con finezza gli orizzonti dei Vampire Weekend. Attorno alla loro musica costruita con elementi semplici e linee melodiche orecchiabili, offrono diversi spunti da cui ripartire anche con la prossima prova. Contra assume più le forme di un album coeso ed efficace preso nella sua interezza, più che essere una mera raccolta di pezzi pop raffinati. Si può parlare di maturazione, se vogliamo, ma più semplicemente possiamo dire di aver per le mani un lavoro convincente che chiarisce qualsiasi dubbio sulle effettive doti dei Vampire Weekend. I riflettori sono giustamente puntati su di loro, è proprio adesso che meritano attenzioni e non è ancora troppo tardi per riscoprire una realtà indipendente che, in un panorama affollato di giovani con gli occhi rivolti agli Eighties, si è ritagliata un’identità unica. Il 2010 inizia abbronzato in riva al mare, con l’album punta di diamante di una piccola scena pop indipendente che può ancora far parlare molto di sé, se continua a rilanciare con dischi di questo livello. (M.U.)
03. Detachments – Detachments
Il paragone più immediato potrebbe essere quello con gli Horrors di Primary Colours, ma la formula Detachments bilancia gli elementi in modo completamente diverso, dando molto più risalto a sintetizzatori e tastiere, e in generale ad una atmosfera decisamente europea. In questo senso perfetto è il singolo “Holiday Romance”: inglesi loro e l’ambientazione, testo riproposto in Francese durante il video tramite dei sottotitoli sovrapposti a riprese in stile nouvelle vague, richiami musicali agli Human League (tra i loro·preferitissimi) e di tipo·audio-video ai Kraftwerk di Trans-Europe Express e The Man-Machine. Allo stesso modo del singolo, immediatamente memorizzabile è anche “I Don’t Want to Play”: insieme questi due pezzi formano una coppia killer, o si odiano loro e di riflesso il genere, scadendo magari nelle soliti sterili polemiche sul concetto revival, o si cade in trappola iniziando a fischiettare i rispettivi giri di tastiere. Quando invece il ritmo rallenta si scende nella dark wave (soprattutto “Tread Along” che diventa uno dei vertici del disco, ma anche “You Never Knew Me”) o in uno spettacolare shoegaze primordiale (“Sometimes”). Il pezzo più particolare invece è “Fear No Fear”, che inizialmente sembra promettere un delirio industriale sullo stile di “Discipline” dei Throbbing Gristle, invece si raddrizza sempre più in direzione del club. Andando oltre la musica si inizia ad indagare un po’ sui personaggi. Citare Napoleone Bonaparte come curiosa influenza e l’andarsene in giro indifferentemente con maglie a righe e ballerina in tutù in allegato o indossando cappottoni e guanti militari potrebbe sembrare un po’ una posa. Ma ci sta, non c’è niente di male nel volersi creare un’immagine particolare nel mondo del rock, fa parte del gioco, e oltretutto nel loro modo di fare si avverte comunque la giusta dose di ironia. Qui non si tratta soltanto di un bell’album, nel suo settore è quanto di meglio sia stato pubblicato negli ultimi anni, assieme allo stesso Primary Colours. (P.R.)
02. The National – High Violet
Pare proprio che i ragazzi dell’Ohio abbiamo fatto il colpaccio. High Violet, quinto LP, in uscita per la 4AD, si avvale di illustri collaborazioni tra cui spiccano Justin Vernon, Sufjan Stevens e Richard Reed Parry degli Arcade Fire; è prodotto dalla band assieme a Peter Katis (già a fianco degli Interpol e di Jónsi nel suo recente lavoro solista), così com’era accaduto con Alligator e Boxer. Proprio il confronto con i suoi immediati predecessori, che vantano decine di migliaia di copie vendute negli States e non solo, rappresenta la prima e più ardua sfida per la nuova fatica. Ebbene, terminati i primi, voraci ascolti, la piacevole sensazione è quella di aver ritrovato i The National, sempre loro, per fortuna, ma in una veste rinnovata. Ad eccezione della front cover, tuttavia, nel cui caso si avverte subito lo stacco cromatico, ci vuole più di un attimo per rendersi conto degli accorgimenti e ritocchi che, senza clamore, rendono il sound innegabilmente rinfrescato: difficile trovare indizi in tal senso nel crescendo trascinante di “Terrible Love”, traccia d’apertura, o nella traccia seguente, “Sorrow”; ugualmente familiari ci suonano “Runaway” (già eseguita live con il titolo di “Karamazov”, in onore al romanzo di Dostoevskij) e la pur splendida “Bloodbuzz, Ohio”, primo singolo estratto, tra gli apici dell’album. Tuttavia, immergendosi più a fondo in High Violet, si percepiscono le vibrazioni insolite emanate da episodi quali “Little Faith”; successivamente ci si rende conto di come l’intera opera guadagni corpo grazie al chirurgico lavoro di archi e fiati, impeccabili nell’enfatizzare i momenti di maggior pathos, e delle backing vocals, elemento apparentemente secondario che però, affiancato alla voce di Matt Berninger, rende ancor più profonde, ad esempio, “Afraid of Everyone” e “Conversation 16”, tra le migliori del lotto. Sommiamo infine la solita, irresistibile vena malinconica, gli apporti, oramai garanzia, dei gemelli Dessner (chitarre) e dei fratelli Devendorf: Scott (basso) e Bryan, le cui cadenzate percussioni scandiscono l’incedere dell’album. Il risultato è probabilmente quanto di più maturo i Nostri abbiano prodotto nonché uno dei picchi assoluti dell’annata in corso. (P.B.)
01. Joanna Newsom – Have One on Me
Joanna esplora il suo passato di musicista e le sue passioni con citazionismo e autoreferenza, chiavi di accesso alla meravigliosa profondità di Have One on Me. Quello che più sorprende è il suo saper incastrare perfettamente ogni tassello, con una sapienza destinata a quei pochi, veri geni, che fanno dell’arte di imparare lo strumento per insegnare. L’avanguardia che Joanna sembrava percorrere alla ricerca di un imprecisato obiettivo è ora, finalmente, più umana, più ingenua e per questo più fascinosa, i suoi compromessi sapranno ammaliare anche i più diffidenti. Singolarmente, ogni momento di Have One on Me è meritevole di un’attenzione che sa rinnovare ad ogni ascolto come fosse fin da ora un classico senza tempo: “Good Intentions Paving Company” ci riporta fra le braccia di Billie Holiday, il suo finale strumentale è un album fotografico in bianco e nero; “Baby Birch” circonda e penetra il cuore come la più dolce delle lacrime, “Autumn” nasce in settembre per oltrepassare i mesi della stagione che dipinge e delle vite che vi fanno parte. A voi quello che rimane. I primi ascolti non bastano per arrivare a tutti gli apici di Have One on Me, per esaurirlo dovremo concederci alla sua magniloquenza. La nuova, coraggiosa impresa di Joanna Newsom spinge il cantautorato verso nuove frontiere che presto o tardi verranno seguite. Raggiungerle è un’altra storia, e per adesso non ci riguarda. Have One on Me ribatte alle domande sul futuro di Joanna cancellando ogni questione di incertezza, prendendosi due ore di tempo e tre LP per argomentare la sua risposta. La durata complessiva può sicuramente spaventare l’ascoltatore impreparato, così come l’annuncio di un triplo album aveva turbato anche il fan più affezionato. Tuttavia, l’autrice appare a suo agio e sicura fin dal sensuale ritratto in copertina, una visione barocca che tradisce una cura precisa nella costruzione di un immaginario personale tutto da esplorare. (M.U.)

 

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