Electro Chart 2010

Non è stato difficile, in un’annata come questa, capire i nomi che hanno più interessato il panorama elettronico, sul quale il Panopticon si affaccia da sempre con il massimo dell’interesse. Difficile, semmai, è stato organizzarli in gerarchie, più volatili che mai ovviamente, ma forse rappresentative di un anno 2010 che ha fatto da palcoscenico all’esordio di parecchie nuove realtà (Mount Kimbie, How to Dress Well..) e alla conferma, sul campo di battaglia danceflooristico, di veterani del beat (Chemical Brothers, Caribou..). Lungo tutto l’anno, le nuove poetiche glo-fi e witch house hanno scombussolato la scena internazionale, portando al limite la decostruzione sonora, con gli album della coppia di punta Toro Y Moi/Baths e con gli esagerati Salem; allo stesso tempo, i Chemical Brothers si sono tolti una patina di polvere ormai spessa e si sono rilanciati con un album fresco e variegato, mentre un altro nome ormai noto ai più, Caribou, è riuscito a sfornare canzoni capaci di mettere d’accordo tutti. Dalla scena dubstep, ormai super-inflazionata, poche cose, a parte rare ed interessanti derive più techno o jungle, mentre il disco più rappresentativo, paradossalmente, è senza dubbio quello di Vex’d, opera composta in anni diversi, ma che solo nel 2010 è riuscito a trovare la sua cornice più ottimale. Scorrendo la classifica ,dopo essersi lasciati in quarta posizione un gioiello delicato e prezioso come l’esordio di How to Dress Well, da L.A., California, Flying Lotus è tornato al formato disco con un’opera riuscita e ancora più avanguardistica della precedente, anche se forse più complessa da digerire. Infine, alle prime due posizioni, due realtà europee si impongono sui rivali d’oltreoceano: mentre Pantha du Prince ha continuato il suo discorso musicale al limite fra techno minimal e qualcosa di più saporito e tedesco (gettandosi anche in collaborazioni di ampio respiro con Panda Bear), il duo inglese Mount Kimbie ha sfornato un opera dal sapore avveniristico, gettando le basi per una miscela capace di fondere insieme quasi tutte le direttrici principali dei differenti discorsi musicali che al giorno d’oggi solcano le onde del mare elettronico.

10. Luke Abbott – Holkham Drones
Il primo album del prolifico producer di Norfolk è un bell’esempio di riduzione della musica elettronica da ballo a frammenti di suono, combinati in melodie ricomposte e nuove. Il frammento, però, non è la rottura tipica dell’IDM, scombussolata, fisiologicamente poliritmica e in un certo senso fredda, ma è più simile a una scheggia. Lastre di legno scheggiato di una stessa melodia, un suono armonico duplicato e stratificato, che segue se stesso senza diventare cervellotico o godibile solo accarezzandosi il mento in atteggiamento pensoso. A volte l’elemento più concettuale della musica di Abbott si presenta in tutta la sua forza all’inizio della traccia, solo per poi veramente risolversi in melodie dolci ancor più che accattivanti, un po’ alla maniera del miglior Four Tet. Le canzoni ci sono eccome, in questo Holkam Drones, anche grazie a un beat sempre ben concepito e vintage, spesso di una manciata di bit (“Baalnk”). Molto bello l’accostamento tra questo strato ritmico a bassa fedeltà e lo studio del sintetizzatore, moderno, attuale (ma non sempre, in un album vario come questo) e genuinamente commovente in alcune occasioni, quasi in un ossimoro che non colpisce. La convivenza pacifica di due caratteri diversi. Questa diversità si manifesta anche con l’anima più techno dell’album in simbiosi totale con quella più melodica, come in “Hello Tazelaar”. Infine, il divertissement di “Dumb”, ugualmente riuscito rispetto a canzoni più formate e piene come “Soft Attacks”, è la prova della maturità e di un gusto non comuni, qualità capaci di donare arte musicale vera ai nostri organi caldi. (D.B.)

09. Toro Y Moi – Causers of This
Uno degli ultimissimi fuochi dello strepitoso 2009 è stato Psychic Chasms di Neon Indian, e lo avevamo raccontato nel primo numero del Panopticon del nuovo decennio. Per chi non l’avesse ancora rintracciato, si trattava di un disco di pop a matrice glitch, suonato con sintetizzatori desueti e apparentemente registrato alla buona, risultando un fantasioso pastrocchio colorato a mezza via fra gli ultimi Animal Collective la psichedelia primordiale delle avanguardie storiche russe. Una roba stramba e stilosa al punto giusto da raccogliere consensi e – a quanto pare – a svegliare l’interesse dei discografici più illuminati per realtà semiesordienti come Washed Out, Ruby Suns e appunto Chaz Bundick, alias Toro Y Moi. Il ragazzo di Columbia (South Carolina) ha solo 23 anni e in teoria spazia, come recita l’agenzia che lo promuove, fra psichedelia, sonorità wave ’80 (ma neanche tanto) e hip hop (ancor meno). Nella pratica, invece, Causers of This è un freschissimo disco di glitch a bassa definizione, scritto e realizzato da un giovanotto che offre nient’altro che la sensibilità del suo tempo e del suo contesto, quello di un indie americano profondamente invischiato nel ritorno di un’estate psichedelica che sembra durare 12 mesi l’anno. Ne viene fuori un lavoro davvero godibile, se si è dell’umore giusto e soprattutto se lo si lascia andare senza curarsi troppo di quel che si sta ascoltando, anche perché le atmosfere sono grossomodo le medesime durante i 32 minuti di colore. Chi parla di chillwave e synthpop di vecchia/nuova generazione non ha tutti i torti: Chaz, assieme a Ernest Greene e Alan Palomo, si pone come sia come retroguardista convinto che come ultima frontiera di certe sonorità. E allora balliamo il rallenty farcito di R’n’B di “Freak Love” o della stessa titletrack, perdiamoci nella danza alternativa di “Low Shoulder”, ricordiamoci che in giro ci sono anche i Beach House con la splendida “Minors”, forse il brano di punta di un LP innegabilmente affascinante che, ve lo diciamo oggi 9 marzo mentre scriviamo (fidatevi!), prenderà facilmente ottime recensioni. (D.S.)
08. Caribou – Swim
Il terzo album di Caribou, per gli appassionati noto precedentemente come Manitoba, per parenti e amici più cari semplicemente Dan Snaith, si chiama Swim ed esce in questi giorni per la City Slan, la stessa etichetta che aveva curato la pubblicazione del pop psichedelico di Andorra, il precedente lavoro datato 2007. Proprio da quelle sensazioni colorate si riparte, per tornare fino a Start Breaking My Heart, primo frutto di un percorso artistico in cui la commistione fra electronica e gusto pop è stata davvero il motivo dominante. Ecco allora che la psichedelia si fa danza alternativa con effetto trance e mutant, tanto che ti trovi a nuotare nel flusso ipnagogico con o senza il tuo stesso consenso, magari immaginando di esserti scatenato sul dancefloor di un club sulle sponde del Mar Nero (“Odessa”), oppure nel metropolitano Fabric di Londra, appena prima che cominci un set di Juan MacLean (“Leave House”) o di quel flippato di Weatherall, sempre punto di riferimento quando ci si corrompe con ritmi del genere. Quando poi compaiono l’arcade industrial di “Found Out” e l’electronica ipnotica di “Hannibal” – che pezzo stratosferico! – il quadro si fa più colorato di un Braque o di un Marc. Nelle idee di Caribou diventa fondamentale lasciarsi andare: non importa chi ti osserva e al bando anche la buona reputazione. Qui si balla sul serio, si scende in pista mentre magari fai tutt’altro, girovagando con la mente, come una terapia in risposta ad una giornata da bravi professionisti inseriti nel sistema. L’errore più grave sarebbe dunque considerare questo un disco da ascoltare avendo l’accortezza di spalmarsi prima una crema solare, o settato al punto giusto per lo sballo e poco più. Intendiamoci, in Swim le pasticche ci sono, i francobolli pure: Snaith non ne fa mistero. Ma l’impressione è quella di una collezione di motivetti pop ben pensati e ben arrangiati in chiave house (e non solo), capaci di raccogliere sia il consenso di chi pur cresciuto non si arrende all’amara coscienza, sia di chi ancor lontano dalle responsabilità, ha imparato a campare – suo malgrado e beneficio – prima dei coetanei. Non resta che scuotere la testa al ritmo dei rintocchi di “Bowls”, per svegliarsi, o forse per riuscire a non capirci più niente per un po’, finalmente. (D.S.)
07. Vex’d – Cloud Seed
Probabilmente nessuno si sarebbe aspettato un disco come Cloud Seed, dopo la violenta affermazione del precedente album, Degenerate. Il duo inglese lascia quasi alle proprie spalle un mix feroce di dubstep e d’n’b per sondare lidi più oscuri e magmatici, dimostrando una confidenza·rara con il mostruoso e con il violento. Cloud Seed è un abbraccio all’Industriale; lo stesso art work stabilisce l’altezza e la profondità dello sguardo, proiettando le aspettative dell’ascoltatore ad un livello intermedio fra il fango danzante di Untrue e i meccanicismi visivi del cinema industriale di tutte le regioni del mondo. Le sezioni sonore che compongono il disco passano dall’incipitale “Take Time Out”, con la sua spinta inerziale lenta, alla successiva, e bellissima, “Remains of the Day”, dove il gioco musicale si confonde con il mestiere del campionatore di suoni per aspergere il vinile di tracce materiche vivide e perfino commuoventi. I paesaggi apocalittici si mischiano con le voci femminili: la rappresentazione più-che-urbana pare non poter prescindere da uno sguardo androgino sul mondo, dove i confini fra maschio e femmina rispecchiano una confusione interpretativa sulla distanza fra uomo e macchina; da qui, appunto, l’esigenza, quasi paradigmatica, di porre in essere un incontro a livello sonoro fra l’organico e l’inorganico: “Heart Space” si srotola su se stessa come un rullo industriale dove le macchine rifiniscono con precisione un lavoro già iniziato con altrettanta cura da mani umane. È la simbiosi. La struttura sonora prosegue nel suo incedere anche un po’ cyberpunk come un enorme anfibio: dalla stratificata “Out of the Hills”, quasi una rinuncia della Natura, ai due veloci passaggi di “Shinju Bridge” e di “Slug Trawl Depths” e fino alla rimescolata “Bar Kimura” di Plaid, le zampe acquatiche ma ferree del Golem di Vex’d scalfiscono note che si staccano dal grigiore di una nebbia orientale tanto quanto da un porto commerciale già più occidentale, in una sorta di comunanza globale dettata da un’esigenza di sopravvivenza e denuncia: riecco il dubstep. (Gi.C.)
06. Salem – King Night
Un villaggio famoso per la caccia alle streghe, la sovranità della notte, una croce in bella mostra: si direbbe che l’album d’esordio dei Salem non lasci molto spazio all’immaginazione per quanto riguarda le loro intenzioni. Seppur appartenenti al nuovo filone witch house, in linea con l’avanzata di tenebre ed esoterismi nel mondo indie attraverso i meccanismi dell’electronica, i Salem non ne rappresentano affatto lo standard, ma il loro King Night è immediatamente diventato il centro della spirale. La titletrack e “Asia” preparano il terreno facendo uso di sintetizzatori ed effetti che erano tipici della musica trance per poi colpire e affondare con melodie che, sommerse da suoni bassi smisuratamente amplificati e incontenibili e sostenute da una cassa distorta alla maniera hardcore techno (ma con molti, molti bpm in meno), raggiungono un tono epico quasi morriconiano. In “Sick” troviamo il primo episodio realmente inquietante del disco, a base di cori gotici su una base hip hop rallentatissima e manipolata secondo la tecnica screwed and chopped (che prevede appunto pesanti rallentamenti e un certo lavoro di taglia e cuci). Gli stessi stratagemmi vengono adottati in “Trapdoor” e “Tair”, richiamando alla mente le atmosfere di Memories of the Future di Kode9 e il suo marchio di fabbrica, la voce di Spaceape. Tale vortice non troverà pace fino alla conclusiva “Killer”, e prima si sarà obbligati a passare per uno dei pezzi più belli e di facile assimilazione, quella “Redlights” che prende le mosse da Untrue sfruttando però un drumkit completamente differente e ottenendo risultati fortemente evocativi. E se a queste tracce presenti nell’album aggiungiamo il bellissimo remix di Hologram dei These New Puritans… i conti tornano, per l’ennesima volta. King Night risulta quindi un contenitore di molti stili, dalla darkwave al dubstep e dallo shoegaze all’elettronica di Aphex Twin e all’hip hop, ma il modo in cui il tutto è stato elaborato mira ad esaltarne gli aspetti più inquietanti, ingigantendo i dettagli per mostrarne le mostruosità come in letteratura aveva fatto Ballard nella sua Atrocity Exhibition. (P.R.)
05. Baths – Cerulean
Dentro la moda. La sensazione del momento per il popolo indie più radicale è certamente il glo fi, una corrente che si maschera retrò, fingendo e allo stesso tempo attuando una bassa fedeltà che rimanda agli Ottanta dei videogame Atari e Commodore, ai nastri colorati di musicassette dimenticate sotto l’ombrellone e per poco non ricoperte dalla sabbia, ad una sorta di dream beat fatto di nostalgia per qualcosa che non si è veramente vissuto, perché i protagonisti della vicenda sono tutti giovanissimi. Colore e musica: una sinestesia necessaria, nel senso più eracliteo del termine. Una corrispondenza che calza a pennello su questo filone musicale così retro-avantgardista. E ad inseguire i vari Neon Indian, Washed Out e Toro Y Moi, è Will Wiesenfeld – alias Baths da Los Angeles, California – solo 21 anni, ma un curriculum già corposo. La differenza più evidente con gli ormai nominabili pionieri della specie è che le tracce di Cerulean sembrano decisamente più suonate, intrecciate, performate. Se in Neon Indian è il beat il protagonista, su cui Vega versava una soluzione di strumenti vintage e colore fluido, o se in Toro Y Moi è più il vibe, l’umore creato da un refrain azzeccato a fare da bussola e compasso, in Baths l’approccio è molto più denso e meno ambientale. Le tracce diventano spesso vere e proprie canzoni, seppur spezzate e manipolate secondo il disciplinare della corrente. Ci si fa caso anche quando la melodia è sepolta da tessuti di rumore o semplicemente tenuta ad un volume più basso rispetto al caos colorato che la circonda. Se c’è un brano che spicca più degli altri proprio dal punto di vista melodico, quello è probabilmente “Plea”, in cui l’impatto con Neon Indian è davvero miracolosamente evitato. In sostanza, Cerulean rilancia alla grande le potenzialità del glo fi, e si posiziona come qualcosa di più di un banale inseguitore come tanti altri che potrebbero spuntare fuori a breve: la formula c’è, il risultato è esatto e soprattutto il disco è bello. Se si vorrà dire di esserci stati nel 2010, sarà meglio arrendersi alla corrente. Altrimenti non ci sarete stati dentro. (D.S.)

04. How to Dress Well – Love Remains
Il primo album di How to Dress Well è qualcosa di innovativo ma senza la freddezza di un esperimento musicale, passionale senza essere ingenuo, in cui l’estetica soul convive alla perfezione con il drone ambient, la dolcezza lo-fi, le macchinette poco sofisticate à la glo-fi.·Tecnicamente testi e musiche sono di Tom Krell, studente di filosofia di Colonia, e ne esprimono la sua personale intimità, maturata nell’arco di dieci anni e riversate in questa fitta collezione di canzoni che si fondono l’una con l’altra, rimandano a distanza, citano la storia del r’n’b, principalmente per quanto riguarda gli anni ’90: da Beyoncé alla Badu ai Boyz 2 Men, queste influenze forse un po’ melense vengono ibridate con l’espressività ambient di un ragazzo che al college si appassionava alla poetica strana della musique concréte, invece che al rock. Più volte, anzi, Krell ha dichiarato di essere abbastanza lontano dal genere, anche se noi non ci crediamo troppo, e di essersi concentrato, piuttosto, sui grandi cantanti, sulle grandi canzoni, andando così a pescare a piene mani nell’universo della musica nera (di fatto non lontano dal mondo rock, da qui le perplessità). Questo background rende chiaro il pregio forse più evidente di questo Love Remains: la naturalezza guidata dal puro estro, niente overthinking, nessuna razionalizzazione, soprattutto per quanto riguarda le linee vocali.·Da inquadrare non è semplicissimo, questo Love Remains. Con atmosfere malinconiche che ricordano Burial se avesse usato strumentazione low cost come i Washed Out, sorprende per la semplicità con cui passa dall’ambient di “Escape Before the Rain” al beat quasi hip hop di “Endless Rain”, breve, come tutte le canzoni dell’album. Volete sapere cos’hanno in comune Janelle Monáe e How to Dress Well? Lo stesso gusto del “qui e ora”, la stessa sensazione di assistere ad un qualche determinismo artistico per cui era inevitabile che la creatività umana ripescasse alcuni capolavori del passato guardandoli con gli occhi del presente. (D.B.)

03. Flying Lotus – Cosmogramma
Il terzo album di Steve Ellison somiglia ad un circo, uno spettacolo fatto di ripetuti trucchi d’alta scuola e sfacciate dimostrazioni di talento; entrare in Cosmogramma significa assistere ad una serie spaventosamente costante di vere e proprie magie. Le percussioni fatte dal suono delle palline da ping pong campionate che sostengono la struttura di “Tennis Table” sembrano il sottilissimo filo su cui l’equilibrista passeggia disinvolto; il magnifico sfiorarsi della tre linee di basso che a poco a poco si sommano in “Dance Of The Pseudo Nymph” somigliano tanto al numero del giocoliere che, a poco a poco, aggiunge oggetti da far ruotare sulla sua testa, mantenendo sempre una naturale disinvoltura, come nella traccia in questione. Nel circo di Flying Lotus, molto più elaborato e studiato rispetto a quello che già ci aveva regalato in Los Angeles, è facile perdersi. Facile quanto meraviglioso. Dalla irresistibile “Do the Astral Plane” alle ultime note, il disco dispensa chicche in crescendo: dagli strepitosi suoni di “Satelllliiiiiteee”, passando per il vertice assoluto del disco, “Recoiled”, ovvero la combinazione definitiva di free jazz ed elettronica, la summa perfetta di suono e intuizione, quello che nel circo di Cosmogramma può essere il numero del domatore di leoni, in cui si sfida il pericolo di farsi sopraffare in ogni momento da ciò che si vuole controllare, dimostrando la maturità e il talento del primo della classe.·La chiusura con “Galaxy in Janaki” appare da subito come una delle idee più geniali mai avute da FlyLo, o l’ennesima dimostrazione dello stile che è stato capace di creare dal nulla e che solo lui, ad oggi, è in grado di sostenere. (F.dV.)

02. Pantha Du Prince – Black Noise
Fin dalle primissime note di “Lay In A Shimmer” il marchio sonoro di Pantha Du Prince risalta evidente entro il panorama elettronico odierno, per leggerezza, inventiva e originalità. Dopo il cambio d’etichetta, il nuovo lavoro del produttore tedesco si allarga a collaborazioni anche prestigiose, come ad esempio nella bellissima “Stick To My Side”, dove Noah Lennox, alias Panda Bear (ergo Animal Collective), presta se stesso per una delle tracce migliori dell’intero album; o come la collaborazione con Tyler Pope, già !!! e LCD Soundsystem, per esempio nell’apripista “The Splendour”, già ascoltata anche nell’omonimo EP. Come nel precedente “This Bliss”, l’aria che si respira è quella di una musica che sconfina oltre il suono canonico per frastagliarsi in una molteplicità di soluzioni, come in “A Nomads Retreat”, dove alla ben definita base ritmica risponde una variegata e intrecciata serie di loop ed echi, così da creare un sentimento di pienezza sonora che si istituirà come costante lungo tutta la durata del lavoro. “Behind theStars”, “Welt Am Draht” e “Ablganz” sono canzoni che parlano dirette all’anima, sventagliando un lessico raro e forbito, ma mai colto e intellettualoide: lo schema compositivo si muove come un fecondo magma creativo, capace di radere al suolo fossilizzando strutture sbilenche ma sempre funzionali alla progressione. Sì, perché la progressione è la forza di Pantha Du Prince: nel gioco fra orizzontale e verticale, la spinta da ovest a est sembra avere la meglio, come se in un costante ricadere su se stesso di spinte verticali trovasse spazio un moto uniforme e continuo, diretto come su un binario di un quadro futurista, dove è la dinamica a creare il percorso stesso e non viceversa. “Es Schneit”, e la neve ricade sul nero del rumore, mischiando la massa di suono nera con l’innocenza di uno scenario musicale poetico e interiore. Black Noise è un disco d’elettronica suonato con ogni parte del corpo, attraverso un linguaggio che si inchina alle cose e le dona lo spazio più grande, quello umano. (Gi.C.)
 
01. Mount Kimbie – Crooks & Lovers
La musica elettronica, mentre si allarga e si rinnova attraverso l’esperienza di un personaggio totale come Flying Lotus, si smarca da se stessa per guardarsi e valutarsi, in attesa di un ennesimo decentramento: una nuova rivoluzione. Un coup de dés jamais n’abolira le hasard, ma se è l’accidentale, il fragmento, a diventare struttura che ci parla attraverso la musica? I Mount Kimbie ci propongono questa visione, con la grazia dell’amante e la spigliatezza dell’imbroglione. Infatti, il duo inglese, in qualche modo, ha creduto in questa visione culturale, regalandoci un disco come Crooks & Lovers capace di proporci un sound più che delle canzoni: un’idea di musica, una normativa sonora. Le tracce si susseguono suggerendoci immagini formali e nuove, dove il discorso musicale intrapreso precedentemente attraverso la macrostruttura degli EPs (Maybes e Sketch on Glass) si rinfrange a livello microstrutturale e nell’ordine dei brani in un cosmo(gramma?) coloratissimo sì, ma lieve e impressionistico. Il tutto però attraverso una rifrazione concreta, che diventa rimbalzo di materia e rottura; i brani diventano scaglie di specchi spezzati che guardano e ci fanno guardare in plurime direzioni: la struttura si spacca e l’ascolto si decentra, comunica instabilità, precarietà. Da canzoni come “Blind Night Errand”, infatti, non ci si aspetta nient’altro che una voce da fuori dal palco, come un’espressione che suggerisce più che raccontare: ci parla di incontri muti, dove le pieghe rotte a livello ritmico non permettono nessun dialogo fra le parti. Come in un castello calviniano in cui i destini si incrociano per scelte casuali (ancora l’hazard, il caso torna, e non è un caso), le suadenti melodie vengono riconsegnate ad un destino altro, portando in primo piano un’idea di ritmo alquanto rivoluzionaria, con il dubstep che viene stimolato nelle proprie componenti ritmiche più che culturali. Dall’incipitale “Tunnel Vision” alla conclusiva “Between Time”, questo disco altro non è che un virtuosistico gioco di parole: uno sguardo dentro un tunnel per capire quello che sta fra il tempo: come in una Wunderkammer, una scatola delle meraviglie, tanto piccola quanto colma di un horror vacui assolutamente contemporaneo, l’ascoltatore è guidato a cogliere l’inter-tempo a livello ritmico. Siamo già oltre il dubstep e il suo accento temporale: siamo oltre le porte del futuro perché siamo esattamente sulla soglia fra due porte. (Gi.C.)

10 tracce electro in ricordo del 2010

01. Balam Acab – See Birds
02. Baths – Plea
03. Four Tet – Angel Echoes (Caribou Remix)
04. Jose James – Blackmagic (Joy Orbison Recreation)
05. Luke Abbott – Whitebox Stereo
06. Mount Kimbie – Carbonated
07. oOoOO – Burnout Eyess
08. Pantha du Prince – Stick to My Side
09. Ramadanman – Don’t Change For Me
10. Zomby – Forest

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