Il Grunge e i suoi grandi equivoci

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Definizione: non-genere musicale o sottogenere del rock sviluppatosi a Seattle nella seconda metà degli anni Ottanta per poi ramificarsi verso altri Stati Americani ed altri continenti. Rappresentanti principali ne furono i gruppi – in ordine di popolarità – Nirvana, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Soundgarden ed Alice in Chains. Le prerogative della scena furono quelle di riportare al centro del rock un’attitudine punk contemporaneamente memore della lezione dei grandi classici hard rock dei primi anni Settanta inglesi. Grunge significò anche un’estetica giovanile, un atteggiamento disilluso quando non anche nichilista nei confronti della società (americana). La sua fine è diretta conseguenza della morte per suicidio della figura cardine dell’intero filone artistico, Kurt Cobain, avvenuta nell’aprile del 1994.
Breve storia, brevissimi profili critici dei maggiori attori.

Nessuna etichetta in nessun genere specifico ha significato tanto quanto la Sub Pop per il grunge. Tristemente, oggi Seattle sembra quasi voler dimenticare a tutti i costi quel che fu, eludendo grandi celebrazioni o semplicemente attenzioni alla storia musicale della città, che per qualche anno (almeno tre) è stata considerata la capitale mondiale del rock. Di Seattle fu un tale chiamato Jimi Hendrix, di Seattle (anzi, di Aberdeen) fu Kurt Cobain.

Al servizio delle giovani promesse cittadine, due altrettanto giovani ed intraprendenti musicologi fondavano la Sub Pop, dove Sub sta per Subterranean. Inizialmente fanzine, la creatura del duo Bruce Pavitt-Jonathan Poneman si faceva notare per alcune vivaci iniziative, su tutte il Singles Club, che periodicamente distribuiva agli iscritti dei 45 giri (oggi oggetti di aste e collezionismo) delle band sotto contratto, nonché un’estetica nuova in linea con i sentori della generazione nord-occidentale di quegli anni, vendendo t shirt con la scritta “Loser” [perdente] o “Future? Naaah”.
Le compilation della Sub Pop mettevano in luce le nuove band di Seattle, fra cui spiccavano i nomi di Soundgarden e presto anche Nirvana. Partecipavano alla moda dei singoli e delle compilation anche artisti di altri circuiti come gli Smashing Pumpkins, i Jesus Lizard e gli Afghan Whigs. Una delle prime formazioni sotto contratto, i Green River, aveva scelto di dividersi in due diversi gruppi stilisticamente all’opposto: Mudhoney e Mother Love Bone. Se i primi erano interessati al ripescaggio della lezione degli Stooges e quindi ad un ideale di garage rock inevitabilmente ancora ferito dagli anni del punk (sia inglese che californiano), i secondi, dediti al glam e all’hard rock dei Settanta, non erano più che una sfortunata risposta di Seattle ai losangelini Guns N’Roses. Due band completamente discordanti nate dallo stesso seme, entrambe ancora oggi catalogate come grunge. Il primo di una lunga serie di equivoci che renderanno il grunge tutto meno che una corrente artistica ben delineata sotto il profilo concretamente musicale.Anni più tardi è divenuto molto più facile rendersi conto di quali altri artisti avevano fatto da precursori al filone grunge. Si sono fatte molte liste e tanta confusione, c’è stato un periodo nella seconda metà degli anni Novanta in cui sembrava che Neil Young avesse inventato di tutto e di più. Prima c’erano stati i Sonic Youth e i Pixies in cima all’albero genealogico, poi ancora indietro a tirare fuori Who e Led Zeppelin. La verità non era una sola: essendo un non-genere, ogni formazione aveva avuto un background differente; oggi è più logico dunque non sparare listoni con 30 nomi diversi per definire il grunge, ma piuttosto verificare i gradi di parentela o se vogliamo le affinità elettive passando in rassegna band dopo band (visto che non sono poi così tante quelle significative).Dei Mudhoney ad ogni modo è la prima canzone simbolo della scena, quella “Touch Me I’m Sick” che ebbe la sola sfortuna di essere poi divorata dal ciclone “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana. Si tratterebbe altrimenti del pezzo più importante di tutto il movimento. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, i Mudhoney potrebbero rallegrarsi di averla comunque pubblicata prima dell’esplosione commerciale del fenomeno grunge, che altrimenti l’avrebbe risucchiata come è accaduto al resto della loro discografia post-Nevermind (tuttavia certamente inferiore al catalogo anni Ottanta). Avessero composto soltanto quella canzone, i Mudhoney meriterebbero comunque il loro posto nel listone finale del grunge.
E’ tuttavia l’uscita di Bleach dei Nirvana a cambiare le cose, a dirottare le attenzioni dei media (in particolare anche di MTV) verso lo Stato di Washington, a portare le grandi case discografiche di Los Angeles a Seattle, a spingere Cameron Crowe a girare un pessimo film ambientato nella stessa città e chiamato guarda caso “Singles”. Bleach – che significa “candeggina” – ebbe il merito di mettere Seattle al centro del rock, per la prima e verosimilmente ultima volta nella sua storia.
Se è vero che muovendosi a piccoli passi verso il mainstream, i Soundgarden ce l’avrebbero comunque fatta, è grazie o per colpa di Bleach che molte band fino ad allora neanche interessate a determinati valori su cui si fondava la poetica dell’alfiere Cobain riescono ad assicurarsi un ricco contratto con delle etichette major. Quest’era d’oro del grunge durerà almeno fino al 1994. Bastava indossare camicie di flanella, stivali Dr. Martens e accendere l’amplificatore per assicurarsi un posto in paradiso.
Era chiaro, fra il 1989 e il 1990, che l’aria stava cambiando. Anzi, quella che si respirava a Seattle aveva il profumo dei dollari, ed ecco che gli Alice in Chains – che fino a poche settimane prima potevano essere catalogati come band di stampo hair-metal – fanno in tempo ad accorgersi della nuova tendenza ed esordire come promesso per la Columbia con Facelift, un lavoro a mezza via fra quel che erano e quello che stavano cercando di diventare o somigliare. Non sarà che il primo di una serie di episodi moralmente contestabili a Cantrell e soci, ma se non altro la voce dell’indimenticabile Layne Staley ha valso il dover sopportare tutto il resto. Gli Alice in Chains sono una band che mai si divincolerà del tutto dal volgare metal con cui erano cresciuti, nonostante mini album acustici (pieni zeppi di bassa retorica, ma non ditelo ad alta voce che ancora non tutti se ne sono accorti), un unplugged arrivato assolutamente fuori tempo massimo e che sapeva tanto di Greatest Hits (ben altra cosa fu quello uscito postumo dei Nirvana), e l’evoluzione tutt’intorno della scena, a cui hanno contribuito solo le figure di Cobain e Corgan, più che altri idoli americani. O quantomeno, se è vero che gli Alice in Chains hanno forgiato un sound proprio e alquanto influente ahinoi presso schiere di improbabili band proto-metal e post-grunge negli anni a seguire, i quattro di Dirt – indubbiamente il loro capolavoro – non hanno avuto la forza di restare uniti, anche e soprattutto a fronte della grave tossicodipendenza del loro frontman. Resta un album, Dirt appunto, destinato ad invecchiare male per colpa della non certo azzeccata produzione di Dave Jerden (già colpevole con i Jane’s Addiction) ma colmo di ottime performance cui va dato soprattutto credito, sempre ahinoi, alla figura di Jerry Cantrell. Nonostante una manciata di altre buone canzoni sparse nelle uscite successive ed alcuni versi toccanti del povero Staley, è trascurabile in fin dei conti tutto il resto, se si ha un po’ di coscienza critica. Suo malgrado, il merito maggiore di Layne Staley è stato quello di aver impersonificato fino all’eccesso irreversibile il disagio della generazione X, tanto che pezzi come “Man in the Box” e “We Die Young” si sono rivelati tremendamente profetici ed icastici di tutta la scena di Seattle.
Altra questione spinosa è quella che ci riporta ai Mother Love Bone, nei quali militavano i futuri Pearl JamStone Gossard e Jeff Ament. Capeggiati dall’istrionico cantante Andrew Wood, i Mother Love Bone erano vicini al successo quando proprio il loro leader viene trovato morto per overdose di eroina. La storia del giovane, già compagno di stanza di Chris Cornell dei Soundgarden, è triste e commovente, ma ha distolto per molti anni dalla verità circa la nascita dei Pearl Jam che allo stare delle cose, quando Bleach smuove le acque e i discografici arrivano a Seattle contratti freschi alla mano, non solo non esistono ma anzi hanno i due loro maggiori compositori del multimilionario Ten (uscito nell’estate del 1991 e venduto oggi ovunque, anche nelle edicole italiane) che se ne vanno in giro truccati glam scimmiottando le pose dei rivali massimi del grunge, i Guns N’ Roses, e Mike McCready chitarrista di un gruppo hair-metal stile Def Leppard. Forse per Gossard ed Ament l’importante era arrivare, non importava come, sta di fatto che trasformano improvvisamente la loro musica grazie alla poetica dura e pura del nuovo cantante Eddie Vedder – in generale l’unico vero elemento di interesse dei Pearl Jam – nonché all’esperienza con Chris Cornell nel side project in memoria di Wood chiamato Temple of the Dog.Dicevamo… Di Seattle fu un tale chiamato Jimi Hendrix, di Seattle (anzi, di Aberdeen) fu Kurt Cobain, di Seattle non era Eddie Vedder. Era infatti di San Diego, curiosamente come gli Stone Temple Pilots, band accusata a volte di rifarsi ai Pearl Jam ma che nel 1989, quando Vedder faceva il benzinaio e Gossard e Ament erano nei Mother Love Bone, suonava già i brani poi finiti su Core solo nel 1992. I primi furbi del grunge sono dunque Gossard e Ament dei Pearl Jam, che dagli antipodi di quella poetica si muovono di colpo verso di essa, non appena il vento cambia grazie al successo underground dei primi Nirvana. Ma la loro più grande astuzia, voluta o meno, è stata quella di trasformarsi con Vedder in paladini di un’originalità che non hanno mai avuto, solo per aver partecipato al progetto Green River in cui evidentemente, per essere passati a suonare musica non lontanissima dallo street rock dei Guns, non credevano quanto Mark Arm e i Mudhoney.
I Pearl Jam negli anni hanno acquisito una forte credibilità a fronte della mancanza di un personaggio simbolo dopo il trapasso di Cobain (l’unico possibile poteva essere in realtà Billy Corgan) e – c’è da ammetterlo – grazie a generose performance dal vivo in grado di costruire nel tempo una reputazione live degna erede degli immortali Rolling Stones. Ma i Pearl Jam con il loro atteggiamento impegnato, moralista, presunto leale nei confronti dei fan e al servizio della musica, hanno venduto anche dei valori ad una generazione che ha negato gli anni Ottanta quasi in blocco, come se non fosse venuto nulla di buono in quel decennio, e non potesse esserci nulla di buono di contemporaneo. L’ipocrisia dei protagonisti ma soprattutto le inderogabili scelte della casa discografica verso cui anche dei paladini della giustizia – o appunto presunti tali – come i Pearl Jam hanno dovuto abbassare la testa, hanno trasformato in anacronistiche le battaglie e le prese di posizione di Vedder e soci nel tempo.Preso atto di questo e senza aprire una disgustosa parentesi, è meglio passare alla musica dei quattro da Seattle più uno. Ebbene, quella dei Pearl Jam è certamente reminiscente dei padri putativi Who, Led Zeppelin, Neil Young, ma non avrebbe ragion d’essere se non ci fossero stati negli anni Ottanta gli R.E.M. e i Jane’s Addiction ad aprire la strada. Se i secondi furono più importanti per gli esordi di Alice In Chains e Stone Temple Pilots, la band di Athens è da considerarsi la vera madrina di quella di Vedder, con la differenza che il percorso artistico di Stipe e soci non è mai stato banale. Lo stesso non si può dire della discografia dei Pearl Jam che anzi scade spesso nella maniera. C’è del rock dozzinale in ogni album dei Pearl Jam che fra tutti hanno rappresentato la proposta più conservatrice ed innocua proveniente da Seattle. Gli unici due dischi con un certo senso artistico da cima a fondo sono il sopravvalutato Vitalogy e il sottovalutato No Code. In Vitalogy c’è il giusto equilibrio in fase di composizione fra tutti i membri dei Pearl Jam, senza prevaricazioni da parte di nessuno – cosa altrimenti frequente nella storia recente del gruppo – in No Code invece, pur privo dei due brani migliori pubblicati anticipatamente nel singolo con Neil Young chiamato “Merkinball”, la scelta delle vie da esplorare è finalmente ben definita e concreta: risulterà nel tempo l’album più fruibile per un ascolto integrale, anche perché mancante di pezzi che spiccano melodicamente su altri, difetto questo assai palese in Vitalogy. Negli anni la miglior carta a disposizione dei Pearl Jam è divenuta la ballata acustica, in cui le grandi doti narrative del Vedder più rurale hanno quantomeno fornito un contraltare al palese dominio americano di Tweedy dei Wilco e di Oberst dei Bright Eyes. I primi due lavori della band invece, i campioni di incassi Ten e Versus, alternano momenti effettivamente carichi di energia (particolarmente memorabili la cavalcata “Rearviewmirror”, la tribale “W.M.A.” e il discusso singolo di “Jeremy”) ad altri imbarazzanti come “Why Go”, “Leash”, “Deep”, “Glorified G”. Autentico rock all’ingrosso, per giunta prodotto malissimo nel caso di Ten. Eppur c’è chi si accontenta.
Diversa la logica che negli anni ha mosso Billy Corgan, padre padrone degli Smashing Pumpkins, originari di Chicago. Fino a che un palese esaurimento non ce lo ha portato via, il buon Billy ha pubblicato una serie di opere tutte di alto profilo artistico, muovendosi da una chiara ispirazione sabbathiana e arrivando addirittura ad abbracciare la new wave inglese. Un gruppo in grado di saper mettere la parola fine al grunge tutto con l’album conclusivo, definitivo, summa di tutto un movimento, vale a dire Mellon Collie and the Infinite Sadness, il disco della vita per molti di quella generazione. Prima c’erano state due ottime prove prodotte da Butch Vig, lo stesso di Nevermind dei Nirvana. Se l’aspetto più rilevante di Gish risulta il suo suono, già ben definito da parte dei giovanissimi Pumpkins, Siamese Dream entra nell’immaginario rock americano come un monolite ricco di momenti che alternano rabbia giovanile – e con essa una buona e sana dose di ingenuità – ad atmosfere trasognate forse eccessivamente retoriche. Sarebbe comunque il capolavoro della band, se non fosse uscito quel Mellon Collie lì nel 1995. E dopo il doppio più importante del decennio, Corgan fa di necessità virtù, sostituendo Jimmy Chamberlin (il miglior batterista della scena) con un nuovo stile, a metà fra l’acustico e il sapore dell’era New Wave. E’ il controverso e coraggioso Adore, all’epoca accolto tiepidamente persino dai fan che stentano a riconoscere la band con cui avevano gridato gli inni “Today”, “Bullet with Buttefly Wings” e “Zero”. E’ l’album che però dimostra ancora una volta il talento compositivo di Corgan, nonché un’apertura mentale che a Seattle non ha nessuno dei protagonisti. Gli sviluppi successivi sono trascurabili, ma per quanto inciso nei Novanta il gruppo va incluso in alto nella lista dei più importanti del decennio. Una discografia, quella degli Smashing Pumpkins, che osservata con distacco oggi incute rispetto ed ammirazione.Tra i primi a fiorire, tra gli ultimi a raccogliere i frutti, i Soundgardendi Chris Cornell lasciano ai posteri un altro dei pochi opus magnum della scena, quel Superunknown già all’epoca ritenuto un capolavoro istantaneo, nonostante lanciatissimo così come Purple degli Stone Temple Piltos dall’eco dello sparo di Cobain. A ben vedere, non a caso hanno impiegato molto tempo a raggiungere il tanto agognato successo: solo una volta divincolatisi dal sound metallico e volgare garantito da Terry Date (già con i Pantera), i Soundgarden hanno messo a fuoco i loro sogni di psichedelia e sabba sulfureo. Si scioglieranno quando il grunge non esisterà più, ma se non altro con dignità e poco clamore, senza battere un chiodo che forse era ancora tiepido, e senza inondarci di infinite raccolte postume come gli Alice in Chains, nonostante il ritorno di popolarità del loro cantante grazie al progetto Audioslave. Se Cameron è tornato a suonare con gli amici Pearl Jam (che aveva accompagnato assieme a Cornell nel blueseggiante Temple of the Dog), Ben Shepherd e Kim Thayil sono spariti dalle scene, presenziando solo saltuariamente a lavori di altri artisti, in particolare con i padroni del drone/doom metal Sunn o))) – nel progetto coi giapponesi Boris chiamato Altar – per il barbuto chitarrista. La discografia del Cornell solista (e con gli ex Rage Against the Machine negli Audioslave) è invece una perfetta ed inesorabile discesa verso la negazione degli ideali che avevano mosso i quattro ad imbracciare le chitarre verso la metà degli anni Ottanta. Un vero peccato, un vero schifo.A chiudere il cerchio dei principali attori ecco i Nirvana. Su di loro s’è scritto tanto e anche troppo. Cobain era invece un tipo pragmatico e di poche parole, un vero punk, lui. Per quanto abbia potuto soffrire, avesse saputo cosa gli sarebbe capitato da morto probabilmente non l’avrebbe mai fatto, quel che ha fatto. Ha tuttavia lasciato nell’immaginario collettivo la sensazione di essere stato l’ultima grande rockstar degna degli idoli di fine anni Sessanta, nonché di Ian Curtis dei Joy Division, nonché vera stella di un firmamento – quello grunge – fatto di cartapesta blu, quella che si usa per fare il cielo stellato del presepe natalizio. Si è detto che non sapesse suonare, quando invece nessuna chitarra ad oggi è riuscita a replicare perfettamente il suono di quella di Cobain.

Si è scritto che nei Nirvana i testi non contassero nulla, quando invece i pochi versi che distribuiva nelle sue canzoni hanno rappresentato l’intera poetica del grunge, che se mai è esistita, è quella delle grida in Bleach, Nevermind ed In Utero. Tre album diversi per tre fasi del movimento grunge. Tre dischi di alto, altissimo spessore arrivati fino alla massa, nei casi di Bleach e In Utero assolutamente non preparata a recepirli, ancora oggi. Alcuni dicono che i Nirvana non hanno inventato nulla e che hanno vissuto sulle spalle dei Pixies, dei Sonic Youth, degli stessi R.E.M., ma una cosa è certa: hanno messo in gioco su queste basi la verità di una persona vera. I media hanno voluto Cobain come immagine della sua generazione, quando egli voleva solo esprimere se stesso. Capire la differenza fra il suono dei Nirvana e quello di altri attori protagonisti dell’era Seattle nel tempo è diventato sempre più difficile per le nuove generazioni di ascoltatori. Ma forse a Kurt starebbe bene anche così.Come si diceva, l’eco dello sparo di Cobain era arrivato lontano e aveva rimesso in moto per un po’ il carrozzone del grunge, su cui ormai erano saliti tutti, solo non si vedevano i due leocorni. Lo avevano sentito in Inghilterra i Bush, era giunto addirittura fino in Australia dove stavano di colpo emergendo i giovanissimi Silverchair. Tutti volevano suonare grunge, qualunque cosa fosse. Dovevi però vestirti come Cobain, urlare come Corgan, parlare della tua infanzia difficile come Eddie Vedder. Quando anni dopo a raccontarci di queste cose hanno cominciato anche gli Staind e i Puddle of Mudd, tra derive disgustose del Nu-Metal e dinosauri morenti del grunge ancora in giro, la nausea si è fatta insopportabile e da qualche anno si è calmato il fervore nei confronti dell’era Seattle.Successivi alla morte di Cobain sono però da ricordare oltre al già citato Mellon Collie, i Mad Season (side project che prende il meglio di Pearl Jam e Alice in Chains per farne un piccolo tesoro blues nascosto), gli ex-stoner Queens of the Stone Age (nelle prime uscite assolutamente assimilabili all’esperienza grunge, non solo per la presenza di Dave Grohl batterista dei Nirvana nel capolavoro Songs for the Deaf) e quel New Adventures in Hi-Fi degli R.E.M. che porta con sé molta più attitudine grunge di tanti dischi usciti da Seattle post-Nevermind; infine, buona parte della discografia solista di Mark Lanegan, leader degli Screaming Trees.A proposito di band presunte minori, gli Screaming Trees capeggiano il plotone degli inseguitori. Non avendo un’immagine forte come quella di un Cornell, di un Weiland, di un Corgan, o di un Cobain, Mark Lanegan si gioca tutto con la sua voce tenebrosa così reminiscente di Jim Morrison. Il problema degli Screaming Trees è che non hanno avuto capolavori negli anni Novanta, altrimenti, a mantenere il livello delle pubblicazioni degli Ottanta, avrebbero sicuramente avuto dalla loro una più folta schiera di fan. Resta tuttavia una discografia immacolata, priva di opere scadenti.Pionieri e altri presunti padri del grunge, i Melvins di King Buzzo Osborne rappresentano ancor più concretamente l’altra faccia del rock filo-Black Sabbath che aveva fatto poi furore coi Soundgarden e gli Smashing Pumpkins. Ognuno degli ormai innumerevoli album dei Melvins contiene almeno una manciata di idee veramente originali e potenzialmente usufruibili da altri artisti. Il loro voler o non poter essere più accessibili di quel Houdini co-prodotto da Kurt Cobain resterà il loro maggior vanto e limite.

Sugli Stone Temple Pilots si è scritto invece molto a sproposito. Oggi, grazie alla maggiore facilità di circolazione delle informazioni garantita da internet, si possono sapere cose che alcuni influenti critici dell’epoca non potevano sapere. Accusati di fare il verso ai Pearl Jam (che all’epoca venivano a loro volta ingiustamente accusati di copiare i Nirvana), gli Stone Temple Pilots nascono in realtà nella seconda metà degli anni Ottanta così come diverse altre formazioni poi divenute famose nel decennio successivo. Suonano in giro per la California molte delle canzoni poi finite nel debut album Core già nel 1989, disco per il quale ricevono molte – e dunque ingiuste – critiche in quanto presunto derivativo di altre band. Weiland e amici (tra cui i fratelli DeLeo, di chiara origine italiana), all’epoca sotto nome Mighty Joe Young, riescono ottenere un contratto solo nel 1991 grazie ad un patto con la Atlantic, quindi ancora in tempo per non risultare ritardatari. Ci si mette di mezzo un omonimo anziano bluesman americano che non incide nulla da anni ma che non ne vuole sapere di cedere il suo nome d’arte, e la band di San Diego è costretta a cambiarlo e a posticipare alla primavera del 1992 il primo album; il resto è storia.
Alti e bassi anche nella loro discografia, e solo tre album (i primi due più in parte N°4 del 1999) accostabili in qualche modo alla musica proveniente da Seattle, con Tiny Music a strizzare l’occhiolino addirittura alla scena brit pop, raccogliendo ampi consensi dalla stampa inglese. Dal punto di vista melodico e meramente tecnico gli Stone Temple Pilots non hanno nulla da invidiare ai campioni d’incassi già discussi (è innato il talento pop di Weiland, così come i fratelli DeLeo sono certamente tra i musicisti più dotati della scena), ma una serie di dischi ognuno piuttosto diverso dall’altro ha indebolito la fiducia degli ascoltatori nei loro confronti, per non parlare dei ridicoli progetti successivi allo scioglimento della band. Weiland d’altronde è un camaleonte e la sua migliore prova resta il coraggioso disco solista 12 Bar Blues. Per quanto riguarda il grunge, Core e Purple sono due passaggi che un amante della scena non può permettersi di trascurare.

20 Album da salvare, in ordine alfabetico.

01. Afghan Whigs (1992) Congregation
02. Alice in Chains (1992) Dirt
03. Mad Season (1995) Above
04. Melvins (1993) Houdini
05. Mudhoney (1989) Superfuzz Bigmuff
06. Nirvana (1989) Bleach
07. Nirvana (1991) Nevermind
08. Nirvana (1993) In Utero
09. Nirvana (1994) Unplugged in New York
10. Pearl Jam (1994) Vitalogy
11. Pearl Jam (1996) No Code
12. Screaming Trees (1989) Buzz Factory
13. Smashing Pumpkins (1991) Gish
14. Smashing Pumpkins (1993) Siamese Dream
15. Smashing Pumpkins (1995) Mellon Collie and the Infinite Sadness
16. Soundgarden (1991) Badmotorfinger
17. Soundgarden (1994) Superunknown
18. Stone Temple Pilots (1992) Core
19. Stone Temple Pilots (1994) Purple
20. Temple of the Dog (1991) Temple of the Dog

10 Canzoni-fotografia del grunge.

01. Smells Like Teen Spirit – Nirvana
02. Touch Me I’m Sick – Mudhoney
03. We Die Young – Alice in Chains
04. Bullet With Butterfly Wings – Smashing Pumpkins
05. Sex Type Thing – Stone Temple Pilots
06. Nearly Lost You – Screaming Trees
07. Jesus Christ Pose – Soundgarden
08. Rearviewmirror – Pearl Jam
09. Hooch – The Melvins
10. Hunger Strike – Temple of the Dog

 

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