Il Rock’N’Roll e la musica nei ’50 Americani

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Il rock and roll. La nascita del fermento di tutti gli anni a venire. Artisti diversissimi, le cui radici affondano in questo genere, ormai lontanissimo nella storia della musica, ma vicino in termini storici in senso lato. Solo 60 anni fa nasceva un genere, un coltello affilatissimo andato a tagliare il collante tossico e insopportabile del rapporto con una generazione vecchia e ipocrita, senza più risposte, che non sapeva più vivere nel mondo, dopo una guerra incredibile. Il rock and roll. L’inizio.

Gli anni ‘50 e i giovani.
Negli Stati Uniti del McCarthysmo, della fobia rossa e della guerra fredda; della paura della Bomba e della fiducia nella Bomba; delle suburbia fatte di prati e grigliate e baseball e Televisione, gli adolescenti erano straniti. Il mondo attorno a loro era permeato dalla fiducia in una Nazione che aveva fatto finire una guerra orribile, che aveva un predominio assoluto sulla tecnologia, sulla politica, sugli studi, il baluardo della libertà. Una libertà garantita solo, però, a chi si conformava in un completo grigio da uomo-a-cui-viene-detto-cosa-far-fare-a-chi di una grande organizzazione, a chi sapeva che la parte giusta dalla quale stare era sempre, inquestionabilmente quella americana (bianca).
L’adolescente viveva in questo mondo di dittature mediatiche e tempo libero e paura del comunista e paura di essere additati comunisti, sempre pronti a buttarsi a terra in caso di attacco aereo o a difendersi con un cannemozze, sparando dal rifugio antiatomico di papà. “Ma se siamo pronti, sopravvivremo ai sicuri e imminenti attacchi del Rosso”.
Capite che uno ne esce un po’ confuso. Paura e fiducia, libertà e oppressione, con una TV davanti a dirti che ti dice che la bomba atomica è devastante, ma che se ti butti a terra ti salvi sicuro, che uno dei tuoi vicini è quasi certamente un rosso e che se ti chiedono di collaborare e dire i nomi di chi credi sia comunista lo DEVI fare, pena: cotto sulla sedia elettrica come i Rosemberg.
I giovani ci hanno messo davvero poco a riconoscersi come unica comunità di persone, la quale forma, cultura e valori erano totalmente inediti al mondo conosciuto, una cultura diversa fatta di soli giovani del dopoguerra. Prima del rock and roll il teenager era, per la prima volta, divenuto un grande obiettivo di vendita, un esserino pieno di soldi e tempo libero. Crebbero i beni di lusso dedicati esclusivamente a loro: cosmetici, vestiti, fast food, auto e altre facezie. Questo non produsse altro che un ulteriore distaccamento, per quanto riguarda il modo di vivere, e quindi la cultura, dalla generazione precedente.

La musica.
L’incredibile diffusione e crescita della televisione portò la radio a trasmettere sempre più musica nella loro programmazione, visto che la TV aveva derivato, e migliorato, da essa tutti i più popolari format. Le trasmissioni radio dovevano seguire i movimenti interni agli USA per quanto riguarda i suoi cittadini, i quali erano soggetti ad una stratificazione culturale, soprattutto per quanto riguarda la musica, molto rigida: la musica classica era ascoltata dai bianchi di cultura più elevata e dalle più alte posizioni sociali, mentre, al contrari, la musica country era ascoltata dalla popolazione bianca più rurale e/o meno abbiente, il pop, invece, era il tipo di musica più ascoltata dalla borghesia e dall’uomo medio americano – bianco, il rhythm and blues, l’evoluzione urbana del blues, era riservato alla popolazione nera mentre il jazz era l’unico genere lievemente misto ascoltato in larga parte dai neri più colti e in minor parte dai bianchi esteti.
In quegli anni stava avvenendo una migrazione della popolazione nera dal sud più profondo al nord portando con se anche i propri gusti musicali, riflessi dalla programmazione radiofonica.
Certo il fenomeno detto “crossover”, ovvero quando una canzone di un determinato genere scavalca la classifica ad esso relegato per sfondarne un’altra, era ancora un avvenimento più miracoloso che sporadico, ma alcune canzoni r&b riuscirono ad avere un discreto successo, grazie anche alle trasmissioni per radio, come ad esempio the Orioles – “It’s too soon to know” o Louis Jordan “Early in the morning”.
La musica pop dell’epoca era come il Sanremo di oggi: un esecutivo di medio-tarda età nell’industria discografica, totalmente disinteressato ai giovani, distribuiva sul mercato canzoni artificiose senza alcun mordente e prive di emozioni. Le uniche emozioni erano quelle politicamente corrette, cliché, sostituti di vere emozioni. In realtà Queste canzoni non soddisfacevano più il pubblico che cominciavano ad acquistare uscite non convenzionali, canzoni folk dal vago sapore religioso come Frankie Laine “I believe“ o dal retrogusto ebraico tipo Eddie Fisher “Oh!My Pa-Pa“ o ancora provenienti dal mercato musicale latino come Les Paul and Mary Ford “Vaya con Dio”. Erano acquisti eterogenei che avevano come unico denominatore comune la novità, lo strano, il non consueto. Il miglior esempio di musica fuori dagli schemi era una nuova tendenza, a dire il vero decisamente più unica che rara, all’acquisto di registrazioni di rumori come motori, aerei in decollo, treni in galleria ecc.
Singolare e importante, più per gli effetti che per il valore musicale, è il caso di Johnny Ray con “The little White cloud Chat cried” dove lui, in realtà sembrava più piangere sommessamente che cantare. Introdusse comunque un’urgenza espressiva di cui i giovani avevano bisogno (sebbene quel caso fosse artificiale alquanto): vera emozione, ecco quello di cui avevano bisogno.
E il Rhythm and Blues ne era colmo. C’erano in questo genere sottintesi, anche abbastanza spinti, per quanto riguarda il sesso e il ballo stesso ne era un richiamo. Era un genere vivo, schietto, genuino, pieno di energie e sentimento.
Alan Freed, un dj di quegli anni, nel 1951, mentre andava in un negozio di dischi di Cleveland, scoprì che c’erano un nutrito numero di adolescenti bianchi che compravano uscite R&B e osavano perfino ballarle nel negozio! Decise di inserire una parte nel programma radiofonico che dirigeva riguardante questi “rock and roll party”.
Un colpo di genio.
Non solo astutamente cambiò il nome che stigmatizzava un genere come “musica dei neri” ma diede ad esso un nome che richiamava nello slang dei ghetti dell’epoca sia il ballo sia il sesso. Lo fece divenire più accettabile dalla comunità bianca e di più facile avvicinamento per gli adolescenti dell’epoca, mantenendo tuttavia una certa sincerità di fondo e facendoli uscire dagli stereotipi che erano stati impartiti loro, anche perché nei suoi programmi non dimenticò mai le radici del genere, prediligendo sempre musica fatta da neri rifiutandosi di passare le cover fatte dai bianchi. Infatti
da lì in poi, anche se la musica nella sua programmazione non potevano ancora essere chiamata rock and roll, ci fu, grazie a Freed, un cambiamento enorme nei gusti dei giovani di tutta la Nazione. Tra il ’52 e il ’54 Clover con “One Mint Julen” e “Good Lovin’ ”e gli Orioles con “Cryin’ in the Chapel” e ancora i Drifters con “Money honey” e Faye Adams con “Shake a hand” ruppero le classifiche relegate ai neri arrivando a quelle di musica per bianchi. Nel 1954 i Crows con”Gee” e “Sh-boom” dei Chords furono un successo crossover enorme ma la cover di queste canzoni fatta dal gruppo di bianchi Crew Cuts e allo stesso modo Bill Haley and The Comets (che più tardi diventeranno l’icona del rock’n’roll per Rock Around the Clock) raggiunsero la vetta delle classifiche con <str
ong>“Shake, Rattle and Roll”. Tuttavia però per lui il discorso è diverso, e molto. Nonostante la sua sia una cover con testi censurati ebbe Haley ebbe l‘idea, essendo prima dei ‘50, un cantautore country, di mischiare questo genere al R&B, creando una sorta di precursore importantissimo del rock and roll vero e proprio di Elvis per esempio. Queste band di bianchi riuscivano a conquistare i cuori dei giovani con canzoni di neri solo essendo bianchi e facendo leva sui loro sentimenti con canzoni adatte. Il razzismo era ancora troppo forte nel Paese delle Libertà: gli originali erano dei neri, i grandi successi dei bianchi. Ad ogni modo, al successo inaspettato della musica nera seguì un regime di censura giustificato ufficialmente per reprimere canzoni dal contenuto opinabile di testi sessualmente espliciti e che incitavano a balli sfrenati, a causa del ritmo così potente e pressante. Senza contare poi la pronuncia così poco signorile! Quindi le cover dei bianchi divennero l’unico modo per ascoltare questa musica, anche se a volte anche queste band operavano orribili tagli o sostituzioni nei testi originali, privandoli proprio del mordente tanto ricercato dai giovani dell’epoca (da “Roll with me Hanry “ al “dance with me Hanry” di Gibbs, per esempio).
Ci vollero due anni prima che questo cambiamento si scontrasse con il bisogno dei giovani (ricordo che si sta parlando sempre degli adolescenti americani, non degli adulti che proprio non capivano queste mode, che disprezzavano, aumentando il disagio adolescenziale portandolo verso il primo grande conflitto generazionale del XX secolo): nel 1956 la “Long Tall Sally” di Little Richard (poi noto per “Tuttifrutti“)vendette molto più della sua cover da parte di Pat Boone, amatissimo coverizzatore dell’epoca. Da qui in poi, i neri presero coscienza di loro stessi, sapevano che potevano farcela. Affinarono la propria pronuncia, rendendola più appetibile al palato dei bianchi americani, con testi più lucidi e meno scanzonati, è la nascita della grande musica nera dei ‘50s: Ray Charles, Little Richard, Chuck Berry, Shirley and Lee.
Chuck Berry affinò e perfezionò l’idea di Haley con “Maybellene” mischiando, questa volta egregiamente, R&B e country. Nel 1955 esce una pellicola cinematografica di grande successo, scorretta, sensazionalista, delinquente ma soprattutto colma di rock and roll: Blackboard Jungle. Pochi anni prima due film, “The Wild One” e “Rebel Without a Cause” fornirono due modelli giovanili apparentemente in contrasto ma perfettamente calzanti per quanto riguarda la gioventù dell’epoca, uno, Marlon Brando, duro, spietato, delinquente, spericolato ma con un nocciolo di puro e vero sentimento, l’altro, James Dean, un isterico giovane portato allo sbando dalla propria emozione.
È l’inizio del Rock and Roll.

Elvis
L’ R&B stava dominando le classifiche, non ancora miste ma con molti afroamericani in lista, Haley aveva dimostrato la possibilità e il successo di un mix di generi e Marlon Brando aveva fornito un nuovo modello per i giovani: il macho.
Tutto questo è Elvis: un mix di country, ballate pop e blues cantato da un duro ma sentimentale, sensuale e macho giovane del sud. Tutti elementi che appaiono nelle sue migliori hit dei ‘50s: “Hound Dog” “Heartbreak Hotel” “Don’t Be Cruel”. In poche settimane arrivò in cima alle classifiche pop, country e R&B, in sei mesi vendette 8 milioni di copie. Su supporto, ma soprattutto live, Elvis viveva e trasmetteva vere emozioni, di disparata natura, non le preconfezionate sensazioni amorose degli autori prima di lui. C’era anche il sesso, certo, cosa insopportabile all’epoca, ma era una dimostrazione di genuinità. Elivs e il rock erano socialmente una via, a differenza, ad esempio, del blues, valvola di sfogo di una classe sociale, per portare a conoscenza un certo tipo di stato mentale e sentimentale e la convivenza con esso.
Dopo di lui, si fece maturo il genere con Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Fats Domino.

“Presley is mostly nightmare”
La reazione mediatica fu forte. Elvis, per la sua presunta volgarità fu oggetto di numerosissime e feroci critiche. Il fatto più eclatante e subconscio era l’allontanamento dei propri figli dai propri gusti musicali e, quindi, visioni del mondo, quindi controllo. The Kids are out of control, troppa sensualità ma soprattutto, il rock and roll faceva pensare, mostrava i tessuti repressi della controcultura. Il pensiero di essere unici al mondo di questa generazione li portava a pensare con la propria testa, a criticare i propri genitori. Tuttavia non era la musica ad essere ribelle nei testi, tranne in sparute occasioni, come in “Yakety Yak” e “Charlie Brown” dei The Coasters. Più sovente veniva espressa una cultura largamente condivisa quale la fedeltà, l’amore, il matrimonio, la famiglia patriarcale. Questo porta a pensare che se non fosse stato per le convergenze storico-sociali, per l’ascesa della coscienza degli adolescenti americani, per la reazione degli adulti, per l’emancipazione razziale, il rock and roll sarebbe rimasto come semplice intrattenimento, e, forse, non sarebbe nemmeno stato così importante.
Negli ultimi anni della decade il R’N’R si era così espanso che nacquero e ebbero successo band di bianchi molto lontani dalle radici nere del rock, i temi erano adolescenziali e molto più politicamente corretti: primi amori, appuntamenti, donne per lo più asessuate. Quest’immaturità di modi portata avanti da autori come Everly brothers, Neil Sadaka, Buddy Holly, Paul Anka, Bobby Darin (questi ultimi tre morti in un incidente aereo che sconvolse l’america e il mondo del rock a venire), rendeva molto più appetibile e conciliava i modi tra gli adolescenti e i genitori americani.
Nonostante ciò la repressione fu durissima: impedita la trasmissione di musica rock nelle stazioni radiofoniche, roghi di dischi, concerti soppressi.

L’inizio della fine
I provvedimenti federali colpirono tutta l’industria cinematografica e con essa i suoi eroi: Elvis servì come militare da rockstar e tornò cantante pop in declino, Little Richard interpretò lo Sputnik I come segno divino e lasciò il music business, Jarry Lee Lewis sposò la propria cugina 14enne e lo stroncarono media e industria discografica.
Alan Freed fu coinvolto in uno scandalo di tangenti atte a pilotare i passaggi musicali nelle radio, pagata la condanna tentò di rimettersi al lavoro in diverse stazioni radiofoniche ma senza successo. Morì alcolizzato, lui che il rock l’aveva un po’ scoperto e un po’ inventato.

La fine dell’inizio
Nei primi anni sul finire degli anni ‘50 il futuro del rock and roll tornò ai neri, con grandi band femminili dalla voce potente e con un’energia emozionale fortissima, Teddy Bears, Rosie and The Originals, Martha and The Vandellas, The Supremes, grandi supergruppi che assieme a gruppi maschili e mostri sacri come Ray Charles, che compose in quegli anni la famosissima “What’d I say”, portarono avanti un genere che doveva essere portato avanti, fino a farlo diventare un portale di passaggio necessario nella cultura di giovani come i Beatles (quanto sono rock and roll “I wanna Hold Your Hand” o “She Loves You”?), David Bowie, Bob Dylan o i Rolling Stones, il futuro della musica rock, così come il futuro della musica soul con personaggi come Stevie Wander.
Da qui è partito tutto, la musica e forse anche una coscienza critica che, in america, mancava da molto.

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