Dubstep: welcome to the concrete jungle

Dubstep: welcome to the concrete jungle

Dub me in the back: geografia storica di un gesto di resistenza sonora

Sono 2.3 milioni gli immigrati arrivati nel Regno Unito dal 1991 al 2001, mentre la sola Londra è abitata da 350.000 caraibici, di cui 80.500 sono giamaicani. Questi sono forse i dati essenziali per capire l’ultima subculture britannica, la cui capitale è nuovamente fulcro mondiale di sottoculture giovanili, oggi come quaranta, trenta, venti anni fa.
Prima delle recenti incertezze nazionaliste, in linea con la congiunturale svolta a destra europea, l’Inghilterra è stata a lungo uno dei simboli del multiculturalismo (con buona pace di chi ne decreta l’inesistenza), forse, assieme alla Germania, il meltin’ pot europeo per eccellenza, eredità del British Empire e della carenza di manodopera del dopoguerra. Nella prima metà del XX secolo, Polacchi, asiatici e africani puntarono verso quella grossa isola, ma non solo loro. Basti pensare alla posizione agevolata, dal punto di vista delle opportunità migratorie, dei territori del Commonwealth e subito diventa chiaro il motivo per cui Londra sia storicamente legata ai Caraibi, anche musicalmente. L’abbondanza di offerte di lavoro iniziale è andata poi ad intersecarsi con i fenomeni anche continentali di aumento della popolazione (e quindi di giovani) e con l’ampliamento senza precedenti delle opportunità di crescita formativa soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’istruzione universitaria.
Giovani e immigrati sono forse gli attori che agiscono in modo più marcato sulla cultura in senso allargato, agenti e soggetti per eccellenza del dinamismo. Per questo motivo sono così tanti i movimenti culturali che provengono dal Regno Unito e quello che, per convenzione, chiamiamo dubstep (operando una riduzione contro cui molti protagonisti della scena puntano il dito) non è diverso.
Di fatto il dubstep è una corrente non ben definita, dinamica, in costante evoluzione e, se non è facile darne una definizione univoca, sicuramente possiamo guardarci indietro e metterne in risalto le radici, tracciarne il carattere storico attraverso pochi, essenziali punti tra cui l’importanza giocata dalle radio pirata del Regno Unito, dai soundsystem e da altre subculture che è bene riconoscere semplicemente per influenze e marcature, cercando di evitare di soccombere nel tentativo inutile di catalogare e mettere in cassetti posticci tutto ciò che ci circonda. Artisti diversi producono musica diversa da background differenti, questo è ovvio.

Procediamo con il percorso a ritroso.
Oggi la scena dubstep si sta globalizzando. La rete di legami si è allargata da e verso gli ambienti più vicini al di fuori dell’UK garage, ovvero dall’hip hop americano tutto, da quello più oltranzista a quello più vicino alle classifiche (le collaborazioni iniziano ad essere piuttosto frequenti e gli stessi dj inglesi fanno serate nei club di New York), all’elettronica in senso lato, fino al pop e alla dance. Questa diffusione non avviene solo per la qualità intrinseca della musica prodotta, ma anche grazie alla copertura mediatica intensa ricevuta dal genere. Oltre alle webzine e alle riviste  musicali più affidabili, le radio hanno giocato un ruolo fondamentale. Il personaggio a cui si deve di più, in questo senso, è probabilmente DJ Marie Anne Hobbs per Radio BBC 1, vera colonna portante della musica elettronica in terra d’Albione e tra i primi ad accorgersi delle potenzialità di un genere come il dubstep. Non solo le radio legali hanno giocato un ruolo importante, ma anche le radio pirata (su tutte Rinse FM) che trasmettevano sia su FM sia su Internet. Le pirate radio sono ormai parte della storia della musica britannica: fin dalla fine degli anni ’80, infatti, hanno veicolato sotto e controculture, dalla house alla jungle autoctona e dalla techno di Detroit e Chicago al genericamente inteso UK garage, un’elettronica decisamente fluida ed aperta alle influenze di altri generi, estremamente urbana e coalizzante. Tutte caratteristiche anche non meramente musicali, che confluiranno tanto nell’odierna dubstep quanto nel fenomeno, sempre tutto inglese, del grime. Di poco antecedente alla dubstep, condizionerà pesantemente l’ambiente urbano e il suo fermento, con rime taglienti, legami ancestrali con l’Africa e un’attitudine riottosa quasi punk: energia vitale perduta ormai da buona parte dell’ R’n’B made in U.S.A. L’attenzione verso beat pesanti e verso l’orizzonte di certa musica nera (oltre ad un uso massiccio dello strumento elettronico) saranno determinanti per l’affermazione del genere – basti pensare al tanto lodato album di debutto di Dusk + Blackdown – grazie soprattutto alla condivisione degli stessi soundsystem.
Il concetto di Soundsystem non è traducibile in qualcosa di vicino a noi. È un fenomeno portato direttamente dalla Giamaica dove, originariamente, gruppi spontanei si riunivano per portare la musica là dove il gap tecnologico o economico ne impedivano la diffusione.
In effetti è proprio in questo contesto che, a Londra, nascerà la DMZ records. Il luogo di queste queste club session è stato determinante per il genere. Situato in un momento storico di diffusione a macchia d’olio di hip hop e del cugino 2-step, genere quasi equidistante da Jungle e R’n’B, bollati dall’opinione pubblica d’Albione come espressione culturale di nicchie sociali violente, DMZ aveva luogo a Brixton nella South London, il quartiere caraibico, in particolare giamaicano. E forse è proprio qui che avvennero i contatti più marcati e produttivi col dub. Con dub si intende quella naturale evoluzione del reggae, avvenuta grazie al fenomeno del toasting, che ha reso necessaria la diffusione di basi di canzoni studiate appositamente per questa propensione atavica alla narrazione accompagnata da un sottofondo musicale, e poi diventate genere a sé stante.
Portando il 2-step verso altri, più alienanti e oscuri lidi, si perdeva il contatto con un certo bacino d’utenza per via di un diverso impatto (più concettuale e paradossalmente ancora più urbano) sulla popolazione. Il motto delle serate DMZ (10 sterle l’ingresso) ne è dimostrazione: “meditate on bass weight”, riassumendo in poche parole l’attitudine del genere. Da questo programma itinerante passeranno i protagonisti del genere e, con loro, anche i protagonisti della copertura mediatica del genere, come la stessa DJ Mary Anne Hobbs.
Meno meditativo, forse, ma sicuramente fondamentale è stato ed è il FWD>>, altro programma – va in scena ogni domenica al Plastic People -altro soundsystem, molto più centrale rispetto al DMZ, nella East London. In collaborazione diretta con Rinse FM, da ormai 7 anni è il baluardo e l’avanguardia del genere o meglio dei generi, considerando anche il grime (qui hanno conosciuto i primi successi Dizzee Rascal e Wiley, tra gli altri). Con personaggi come Skream e Kode9 – che, nei primi anni ne è stato il resident dj – e moltissimi altri, questo locale è ormai divenuto una tappa obbligata per l’amante delle sonorità di questa nuova corrente, di questo nuovo movimento. Dice Loefah, una delle punte di diamante del genere, riguardo al FWD>>: “It just felt like the Blue Note again”. Dev’essere questa l’atmosfera, qualcosa di nuovo che avanza e la coscienza della rottura col passato, la stessa avvenuta con il locale londinese Blue Note che, grazie ai Metalheadz, ha, se non creato, diffuso e portato linfa vitale alla subculture jungle, molto sentita in Gran Bretagna.
Kode9 è un nome che ritorna spesso nella storia della dubstep. È in qualche modo il padre spirituale del genere, non solo per le sue opere (tra le quali ricordiamo Memories of the Future, in collaborazione con l’MC Spaceape), ma per la sua carriera come produttore e come fondatore della Hyperdub, l’etichetta più influente e più rappresentativa assieme alla Tempa. Nelle sue prime composizioni, Kode9 fa i primi esperimenti personali su di un drum&bass oscuro con influenze dub. Non è il primo, ma le cose le fa bene, seguendo le orme di un altro dj storico considerato un po’ il pioniere del dubstep, Lewis Beadle a.k.a. El-B, vero e proprio faro per i protagonisti della scena odierna, citato dallo stesso Burial come una delle sue influenze. Lui per primo ha portato nuove forme nella UK garage tutta, sul finire degli anni ’90, dal 2-step più cocciuto alla Drum&bass più classica.
El-B stesso, contattato dal Panopticon proprio nelle sue vesti di apripista del fenomeno, anche in senso danceflooristico, ci illustra brevemente alcuni fattori su cui abbiamo pensato di porre l’accento.

Panopticon: “Da dove viene tutto questo? Quando hai iniziato a realizzare che la musica che suonavi non era più musica degli anni ’90, ovvero, quando hai capito che l’UK garage in un certo senso era già alle tue spalle? O forse credi che il dubstep altro non sia che un’altra faccia della medaglia dello stesso genere?”

El-B: “Il garage, per quel che mi riguarda, è morto nel 2000, con la nascita della Ghost Records. In realtà non mi sono mai considerato un “garage boy” e fin dal 1996 stavo già cercando un nuovo plot sonoro mentre ero alle prese con Groove Chronicles, ma prima dello split di GC nel 1999 non ho mai avuto modo di suonare veramente ciò che avevo già in mente. La musica è simile alla moda. I trends cambiano continuamente, alcuni restano, altri ritornano per un po’. Quel che c’è di sicuro è l’esistenza di espressioni differenti per ogni tipo di persona.”

Panopticon: “Molta gente pensa che tutto il fervore intorno alla nuova scena londinese sia una questione di hype ben gestito, come se fosse una grande bolla che probabilmente è destinata ad esplodere nel giro di un paio di anni. Cosa puoi dire a chi la pensa in questo modo?”

El-B: “L’hype che si è creat
o è una grande parte del fenomeno, senza dubbi, e la bolla, come sempre accade, scoppierà prima o poi, ma è altrettanto certo che si potrà sempre contare su Londra per avere qualcosa di nuovo per rigonfiare una nuova bolla. È nella natura creativa della città fiorente in cui viviamo. Lungo la mia strada incontro dozzine di rappers pieni di talento che continuano a spingere la propria musica senza alcun interesse verso forme di profitto. È grazie a ragazzi del genere che Londra mantiene viva la propria reputazione musicale.”

Oltre a Lewis Beadle, Martin Clark (a.k.a. Blackdown), nella sua teorizzazione del genere, nel suo occhio attento al dinamismo della scena e nella sua opera di informazione tramite il blog personale e le sue pagine su Pitchfork, vera e propria bibbia dell’appassionato, ha aiutato esponenzialmente il fenomeno a connotarsi nei tratti vaghi ma pur sempre indicativi in cui si presenta oggi.

“Tune your ear, […] you’ll hear the echoes of modern multicultural London, of Jamaican, African, Chinese, Indian, American, Cockney and even Scottish accents. Reflections come off crumbling warehouses, dirty towerblocks, endless row terraces, unhinged nightbus rides, skunked-out cars and clattering overland trains. London: this is the defining influence on dubstep; that which gives it its tempered, edgy, compressed character. These are the echoes of a tense, intense city. This is mystical margin music. This is London.”

È sulle parole di Martin Clark che si chiude il cerchio, ancora una volta per essere rilanciato come un frisbee in costante movimento. Coautore, assieme a Dusk, dello splendido Margins Music, è il più acceso sostenitore di una visione sfocata del genere dubstep, dove non c’è una definizione, non c’è un passato preciso se non quello che tutti conoscono, non ci sono influenze limitanti e soprattutto non c’è una produzione di una classe sociale organica se non di quella parte più aperta, di quella parte più multiculturale della società urbana di Londra, capitale mondiale di un pensiero diverso.

Hyperdub & Tempa: un’idea di dubstep

Se una descrizione geografica, come abbiamo visto, permette di tracciare una sorta di mappa del fenomeno dubstep, il risultato cartografico pare tuttavia non riuscire ad esprimere pienamente i lineamenti di un volto che, impressionisticamente, ci sfugge per dilatazione e sfumatura, impedendo alle bussole ben collaudate della critica musicale di segnalare i quattro punti cardinali fondamentali per un ipotetico viaggio attraverso e verso il fenomeno stesso che vorremmo presentarvi.
Con una rivoluzione non di poco conto, allora, sarà forse meglio affidarsi ad una sorta di approccio teatrale, dove a parlare siano gli stessi attori, attraverso un’analisi forse meno rigorosamente scientifica, ma certamente non così ingenua da abbandonare ogni sorta di regia, di linea guida. Proprio per questo motivo crediamo che una panoramica sulla musica dubstep non possa esimersi da una storia dei differenti autori e performer che, nella pratica, hanno fatto e fanno esistere questo spazio socio-musicale, soffermandosi, come ovvio, su coloro che noi riteniamo abbiano detto più di altri o che, perlomeno, abbiano detto qualcosa di diverso rispetto ad altri.
Come precedentemente sottolineato, da una prima formazione quasi pluricellulare si è passati, nemmeno tanto lentamente, ad una progressiva scissione in realtà singolari: da un’idea di musica legatissima ad un atteggiamento fortemente performativo ad una pratica più razionalizzata e parzialmente slegata da quell’humus fondativo che era stata la forza prima del dubstep; dai club londinesi, o inglesi in generale, come luoghi centrali di una fruizione quasi primitiva del dub-poi-step, ad un consumo (e si faccia attenzione alle implicazioni che la parola porta con sé) globale, ormai scisso dalla terra madre, anche se non così tanto da implicare necessariamente una qualche sorta di aborto o di abbandono drammatico lontano dal grembo materno. La capacità fagocitante della globalizzazione è riuscita a spostare il fenomeno dubstep da una realtà d’emergenza ribellistica, tipica di tutte le forme prime dei fenomeni musicali, ad una modalità d’esistenza più regolarizzata, quasi istituzionalizzata, dove alla creatività degli interpreti risponde un mercato ormai pronto a ricevere e a distribuire prodotti musicali. Senza voler necessariamente connotare il tutto in termini di intransigente chiusura nei confronti delle dinamiche del sistema odierno, ma, al contrario, cercando di riuscire ad apprezzare proprio quegli stessi movimenti che, comunque, ormai sono in fieri e che sicuramente ci hanno già plasmato sufficientemente da poterci sentire parte di essi, è possibile cogliere proprio in questo passaggio un qualche aiuto nell’introduzione ai differenti attori, poiché durante questo slittamento gli stessi protagonisti del dubstep hanno cambiato i propri connotati e, a volte, anche le proprie coordinate. Infatti, mentre alcuni produttori sono rimasti più attaccati alle radici dub, altri hanno sviluppato, se non creato ex nihilo, uno stile nuovo, aprendosi a innumerevoli contaminazioni e permettendo al dubstep di infiltrarsi entro forme musicali anche sensibilmente diverse, vedi la techno e l’IDM. Lasciando, però, queste più recenti realtà miste al termine di questa presentazione, diamo uno sguardo agli artisti maggiori della scena e a coloro che hanno contribuito maggiormente a quel salto di status (non necessariamente da intendersi come un salto di qualità) che abbiamo già descritto, proponendo uno sguardo binario che parta da una divisione molto semplice, ovvero una divisione per etichette: l’Hyperdub e la Tempa.
Fra i pilastri del genere dubstep, sicuramente rientrano almeno una decina di nomi se non di più; fra questi, il sopra menzionato Kode9 è senza dubbio colui che più di ogni altro ha fatto da traghettatore da un modo di vedere il genere più legato alla scena underground ad un atteggiamento anche commercialmente più mainstream. Infatti, prima ancora che fondatore dell’importante Hyperdub, lo scozzese Steve Goodman a.k.a. Kode9 ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del suono dubstep, aprendosi, con differenti singoli e 12”, fino all’album Memories of the Future e ai più recenti singoli come “Black Sun” o “2 Far Gone”, ad un discorso musicale raro per profondità ed eleganza; personaggio che non ha mai nascosto un’aspirazione colta nell’atteggiamento verso il proprio lavoro, Kode9 è uno dei rappresentanti più garantiti del panorama dubstep, sia per il suono collaudato delle proprie opere (basti ascoltare una canzone come “Curious”), sia per la sua funzione di produttore e capo/fondatore dell’Hyperdub Records. Proprio l’HDub ha dato una spinta al genere, producendo dischi poi rivelatisi importantissimi non solo per la scena stessa, ma anche per la musica generalmente intesa, allargando un modo particolare di concepire il suono in diversi e lontani universi compositivi e aggiornando un verbo, come quello trip-hop, che fino ad allora aveva quasi monopolizzato un sentimento underground tipico di talune zone, anche sentimentali, della nostra società globale. Infatti, l’HDub e il suo fondatore, in prima fila in questa piccola rivoluzione dal basso, dal sottosuolo, hanno portato in primo piano artisti anche di calibro mondiale, quali Burial, ad esempio, probabilmente il vero e proprio autore di quel cambio di status che ha portato la scena e il suo immaginario sulle prime pagine e nelle classifiche delle webzine e delle riviste di tutto il mondo. Il legame stretto fra la fortuna di William Bevan a.k.a. Burial e quella dell’Hdub è inf
atti la chiave di lettura di un genere che, raggiungendo il suo apice di celebrità e riconoscimenti, sembra parimenti allontanarsi maggiormente dalle radici dirette con le quali ha iniziato a muoversi originariamente attraverso il terreno selvaggio del dub e dei soundsystem londinesi. Tuttavia, ad un ascolto attento delle opere anche dello stesso Kode9, per non dire di altri prodotti del vivaio HDub, si coglie un legame inscindibile, un saldo cordone ombelicale con il suono originale, come se la differente realizzazione del suono dubstep non sia una vera e propria perdita, ma piuttosto un update a livello sonoro di una ridda di istanze che non vengono negate nel cambio di status: il dub come moto primario si trasforma e si incanala in nuove forme che affermano oltre l’anno 2000 la propria capacità di farsi voce e battito di una società che vive e rivive oggi le stesse esperienze di ieri. In un passo della sua Recherche, Marcel Proust scrive:

“Quelle ore mi sono ormai inaccessibili. Ma da un po’ di tempo ho ricominciato a sentire molto bene, se mi concentro, i singhiozzi che ebbi la forza di trattenere davanti a mio padre e che scoppiarono quando, più tardi, mi ritrovai solo con la mamma. In realtà, essi non sono mai cessati; ed è soltanto perché la vita si è fatta adesso più silenziosa intorno a me che li sento di nuovo, come quelle campane di conventi che il clamore della città copre tanto bene durante il giorno da far pensare che siano state messe a tacere e invece si rimettono a suonare nel silenzio della sera.”

Parimenti, le ragioni sociali, personali, umane che avevano condotto certi nuclei e collettivi a riunirsi in zone franche per esprimere in musica esigenze ed emergenze dell’umano, riaffiorano oggi e domani, trovando nuove casse di risonanza per esistere: la dub e il suo bagaglio fatto di persone, sentimenti e azioni si riversa dentro i confini di una nuova forma apparente, ma sostanzialmente immutata. È questa la forza della musica di Kode9 tanto quanto di Burial: mentre il primo fa da cerniera più sonoramente vistosa per una zip esistenziale che deve unire due mondi separati anche se facenti parte della stessa unità, il secondo rappresenta, anzi è, l’evoluzione, la crescita, una sorta di maturità compiuta. Come nelle parole di Proust, la musica di Burial, sia in Untrue che nell’omonimo, echeggia e invera quei singhiozzi come se una frattura non ci fosse mai stata, come se il tempo non avesse mai lavorato; eppure, sulla scorza dei suoni, ruvide e dolci si alternano le note e le atmosfere musicali, creando una dimensione dove il perdersi potrebbe anche rivelarsi un modo di ri-identificarsi. La grandezza di Bevan, dunque, trascende il confine del genere perché non è dubstep anche se in realtà lo è più di tutti, con tanti saluti alla bussola del critico musicale, strumento ormai inconsueto per esplorare lidi che vivono su coordinate spazio-temporali diverse.
Nuove dimensioni, allora, scavate da tante mani diverse, scratchate e incise su vinili preziosi e plurimi. Il mostro di Kode9 avanza a passi da gigante e, dopo 5 anni ci regala già una compilation celebrativa, una sorta di camera delle meraviglie, una Wunderkammer dove guardare per scoprire l’esotico e lo strano, ma in fondo anche per delimitare con quattro pareti la scena del crimine, e dei criminali. Ci sono tutti gli elementi di un giallo: il padrone di casa Kode9, l’ispettore Burial, le madamigelle Ikonika e Cooly G (entrambe nuove promesse del dubstep che si fa ancora più rarefatto e si scopre sensualmente femminile), il sospettatissimo maggiordomo Flying Lotus, i diversissimi quanto attenti al dresscode Darkstar, Mala, Kevin Martin a.k.a. The Bug e la vittima Zomby.
Tutti nomi che creano un rooster da brivido e che sono la riprova che l’HDub è un’istituzione capace di regolare e far convivere, come in un condominio multietnico di periferia, tantissime origini e attitudini musicali diverse. Dalle sonorità digitali di Ikonika alle mosse suadenti del dub di Cooly G, a saltuarie apparizioni di Flying Lotus, forse coloro che avranno la possibilità dimostrare di essere qualcosa in più rispetto alla media, seppur spesso alta, degli altri produttori dubstep, sono i Darkstar. Dietro lo pseudonimo Darkstar, ispirato dall’omonimo film di John Carpenter del ’74, si nascondono James Young e Aiden Whalley. Si tratta con tutta probabilità di due dei personaggi più interessanti della vasta scena, rispetto alla quale incarnano perfettamente la tendenza a fuggire verso un approccio più pop. Young e Whalley sono fortemente affascinati dal formato canzone da 4 minuti; dj l’uno, chitarrista l’altro, pensandoci bene non avrebbe potuto essere diversamente. Nonostante abbiano pubblicato brani decisamente dance oriented come “Need You”, l’obiettivo principale perseguito dal duo non è questo. Li ritengono esperimenti divertenti, hanno anche dimostrato di essere molto bravi, ma aspirano ad altro, vogliono arrivare nelle case, ed è proprio quello che tenteranno di fare con la pubblicazione del loro primo album. Questo però era chiaro sin dal principio: i loro primi singoli “Lilyliver” e “Dead 2 Me” del 2007, di fatto, non erano altro che canzoni pop elettroniche, cui si contrapponevano i rispettivi e più robotici lati B (“Out of Touch” e “Break”), il tutto con un certo tocco futuristico e sci-fi; oltretutto, il loro metodo di composizione è molto più simile a quello pop/rock che a quello techno, e i due sembrano avere ottimi gusti e riferimenti musicali: apprezzati dai Radiohead, hanno ricambiato la stima con una loro versione di “Videotape”. Il prototipo più recente di questo approccio è “Aidy’s Girl Is a Computer”, ultimo risultato di un duo che alle spalle, nel 2008, aveva anche sfornato le tre “Round Ours”, “Maven” e “Dunhill Riddem”, che non fanno altro che alimentare la curiosità nei confronti di quello che i Darkstar potrebbero pubblicare in futuro, oltre che a ribadire che il loro linguaggio di base resta quello dubstep. Attendiamo conferme e, sinceramente, per il futuro del dubstep puntiamo sul nuovo di Burial e su di loro, anche perché se non altro l’HDub si è conquistato un clima d’attesa nei confronti delle proprie uscite che difficilmente dilapideranno con opere di scarso valore.

Un altro paesaggio da esplorare per comprendere la musica dubstep è sicuramente la Tempa. Dal 2000, questa etichetta londinese ha prodotto alcuni fra i più importanti artisti della scena, in un certo qual modo anche proponendosi come una sorta di casa per quei dj e produttori che avessero voluto convertire le proprie pulsazioni live in più controllati formati di riproduzione. Fra gli artisti più rilevanti della Tempa ci sono sicuramente Skream, Benga, gli stessi Digital Mystikz, D1, Headhunter e Horsepower Productions. Il peso specifico di ognuno di questi produttori è alto e probabilmente la differenza di notorietà fra gli artisti della Tempa e quelli dell’HDub è dovuta, come sottolineato prima, alla grandissima attenzione che si è scatenata su quest’ultimi dopo l’exploit di Burial.
C’è però uno spirito diverso e particolare fra le produzioni della Tempa. Se dovessimo scegliere il fiore all’occhiello della scuderia londinese, molto probabilmente e per diverse ragioni, saremmo propensi ad individuarlo in Skream. Proprio il ragazzo di Croydon, infatti, è la sintesi umana dell’incontro fra l’arteria pulsante e vitale del dub e l’approccio quasi da ragioniere dell’artista di musica elettronica di nuova generazione. Grazie anc
he al successo di un disco ormai pietra miliare come Skream!, la Tempa ha trovato in lui un enfant prodige capace di espandere il suo lavoro dal touch del piatto a collaborazioni efficaci e remix anche molto popolari (basta pensare al lavoro su “In for the Kill” di La Roux o a quello su “Pearl’s Dream” di Bat for Lashes). La bellissima ritmicità che caratterizza i diversissimi lavori di Oliver Jones a.k.a Skream è un marchio unico nei territori elettronici d’oggi, non solo dubstep, dai volumi Skreamizm a moltissimi e variegati 12”, dalle apparizioni sulle compilations più importanti della scena (Tempa Allstars, I love Dubstep, per dirne due) alle collaborazioni con Benga e al progetto Magnetic Man insieme a quest’ultimo e ad Artwork. Con un uso dei bassi che ricorda, a volte, il compagno di etichetta e di viaggi/tour/collaborazioni Benga, il lavoro di Skream si impone per freschezza del beat, per un groove sicuramente originale e influenzato da più parti e, soprattutto, capace di influenzare a sua volta altri artisti e differenti mondi dell’elettronica. Proprio Benga, oltretutto, pare spesso vivere in una sorta di rapporto simbiotico con il giovane compagno di strada, dove alle produzioni in solitaria come Newstep e Diary of an Afro Warrior rispondono i frequentissimi back-to-back live e i lavori a quattro mani con lo stesso Skream.
Sempre in orbita Tempa, il collettivo DMZ, composto stabilmente dai produttori Mala e Coki, come abbiamo visto nella stesura delle ragioni storiche del fenomeno, ha avuto e ha un ruolo importantissimo nel continuo arare i campi in cui poi altri hanno gettato le proprie radici; lo stesso collettivo-duo, inoltre, non pare limitarsi al momento live, ma hanno dato la luce a moltissimi lavori, sempre su Tempa, capaci di costituire una sorta di Vangelo secondo DMZ anche grazie a collaborazioni in 12” importanti con Loefah, altra figura di spicco del dubstep più nascosto rispetto ai grandi riflettori dell’hype globale.
Altri nomi, come quello dell’ormai già classico Headhunter, di D1 (un lavoro su tutti, Trial Run) o come quello degli Horsepower Production, duo/trio vicinissimo ai confini anche temporali fra dub-step e drum’n’bass, fanno della Tempa una sorta di etichetta-arca, un sacrario a cui dobbiamo moltissimo nel salto di qualità che il dubstep è riuscito a fare, lasciando la parola ad attori che hanno fatto del proprio essere parte di una comunità ristretta e quasi rigidamente localizzata un fattore di alterità capace di trovare una forza sonora abile nel parlare al mondo.

Ai confini del dubstep: appunti di viaggio attraverso il brusio della multiculturalità musicale

Dopo aver dato un’occhiata alle due teste di quel mostro pluricefalo che è il dubstep, organo tentacolare, come un’idra che si trasforma in quella ville tentaculaire che è Londra e che oltre ad esprimerne i bisogni in musica ne assume pure la forma e l’andamento scomposto, ebbene, dopo aver cercato una strada attraverso questo caos indistricabile, è utile planare vicini alle zone più periferiche, spazi, per definizione, fuori dalla definizione, dalla definizione di un confine, dalla definizione di uno sguardo.
È su questi margini che si muovono artisti diversissimi, spesso lontani; è presso queste nuove Colonne d’Ercole che l’innovazione conosce il proprio apice, infrangendo identità diverse in uno scontro non sempre all’insegna del meltin’ pot, ma spesso all’insegna di una convivenza forzata capace di esprimere poco più che un urlo di schianto fra due culture lontane. Di tutte le situazioni possibili, il dubstep spalanca un ventaglio di espressioni, distribuendo se stesso in dosi diverse e con posologia spesso arbitraria.
Ai limiti di questo sistema in costante crescita troviamo di tutto, dagli esperimenti di un chimico tanto geniale quanto folle come Boxcutter, abile nel miscelare istanze anche diverse in una base che unisce un dub già smussato e incravattato con un gusto per l’acido che pochi riescono a mantenere entro confini di legalità auditiva, vedi l’esperimento riuscito Oneiric, al ben più futuristico Scuba, elemento base della Hotflush Recordings e cavaliere blu nel suo tentativo espressionistico di mixare echi dubstep con un groove techno ricercato e progressivo: a voi, con opposto sentimento, A Mutual Antipathy, mentre si è in attesa del capitolo successivo.
Le maglie dell’integrazione si fanno più strette e la vicinanza al centro della scena comporta dischi come quello dei Kryptic Minds e di Pinch, entrambi artisti decisamente più borghesi e, se volete, standardizzati e sincronizzati sulle frequenze del verbo dubstep più nazionalista e tradizionale, come se nel processo creativo entrambi avessero agito, in perfetta buonafede s’intende, in una direzione più sicura, meno osata. Così nasce One of Us dei Kryptic Minds, un disco bomba che, per la sua stessa struttura e per i suoni abbastanza conservatori, esplode nelle orecchie rinfrescandole ma non stupendole per originalità sonora; altrettanto similmente prende forma Underwater Dancehall di Pinch, un doppio album che sicuramente deve essere affrontato nel cammino lungo il dubstep, anche solo per canzoni come “Get Up”, ma che forse si ferma appena prima di spingere oltre il limite della propria idea di musica. Tutta bellissima musica, capiamoci, ma forse un passo indietro rispetto ad altri due dischi, leggermente più fuori asse ma altrettanto capaci di creare un punto di riferimento già interessante per chi volesse andare oltre, e ancor oltre. Parliamo dell’omonimo album di Clubroot e di Margins Music di Dusk & Blackdown. In tempi recentissimi, Clubroot ci ha regalato un’opera musicale davvero innovativa, capace di allargare il dubstep verso lidi più vicini alla poetica di Burial, ma, al contempo, senza snaturarsi e senza rincorrere un fantasma per personale incapacità compositiva; sicuramente, un disco che può fare innamorare e che va incontro a quella fetta di pubblico che, per ragioni diverse, non riesce ad ascoltare altri artisti, magari in zona Tempa o Planet Mu, forse perché considerati gli uni troppo radicati al dub, gli altri troppo ai confini con un’elettronica veloce e spesso avanguardistica. Il disco di Dusk & Blackdown, invece, pare venire incontro all’ascoltatore per altre ragioni: in un misto di tutte le sonorità underground londinesi e non, i due ritraggono un affresco metropolitano della Londra dei docks, dei mercati all’aperto, di un’umanità immigrata che si mischia con l’Europa, ma trascende se stessa nel credo recitato in una terra d’appartenenza che non scompare mai dall’orizzonte del canto. Una colonna sonora incredibile, che fa di Margins Music non soltanto un album, ma un documento, un passaporto e una traccia, al contempo, di una realtà storica degli Ultimi, una realtà africana, indiana, comunque lontana e vicina, infine riconciliata nel dub e alleggerita nello spandersi delle note per l’aria. E proprio da queste stesse frequenze partono altri esperimenti, come quelli di DJ /rapture e del suo fortunato Uproot, dove l’elemento giamaicano ritorna come un laccio per stringere insieme entità anche diverse; come per King Midas Sound, dove l’evoluzione del mood trip-hop passa per il dub di Waiting for You, regalandoci un nuovo dipinto urbano, con tratti di signora che cammina e sfuma nella notte… Goodbye girl; come, ancora, la bellezza di Three EPs di Shackleton, vero maestro di una sorta di riduzionismo minimalista delle componenti dub e dubstep, che ha trovato nell’incontro con lo spirito berlinese una chiave di lettura della contemporaneità musicale e delle sue esigenze; come, infine, i City Limits di Silkie, nuovo approdo di un suono dubstep che non smette di esplorare pianeti sociali e che si scopre abile nel guidare il beat fra le braccia di una iperattiva giungla di cemento.
Ancora, e più giù, sotto i tombini di questa periferia che si riscopre city centre, il dubstep ci offre anche artisti più scuri e taglienti, come Vex’d e Distance, due stilnovisti della violenza sonora, soprattutto nei due grandissimi Degenerate e Repercussions, dove appare di tutto, come ombre sui canali di scolo, dai riff distorti di chitarre metal a percussioni e ritmiche più vicine al drum’n’bass o al breakcore: il territorio delle gangs e del knife crime si tinge di rosso scuro ed esprime un dubstep mai così cupo e terrificante, non per tutti.
Insomma, il dubstep si guarda allo specchio e vede una testa coperta di api, che ronzano e impediscono l’identificazione di un suono unico e la visuale chiara delle dinamiche e dei tratti che ne animano la superficie, il volto. Fra questo ronzio, altre anime si staccano, come Dave Huisman a.k.a. 2562, che con Aerial prima e con Unbalance dopo sta cercando una terza via fra techno e dubstep nella vittoriosa marcia verso il successo a furia di canzoni come “Dinosaur” o “Love in Outer Space”, mentre i confini già inesistenti vengono virtualmente infranti nuovamente dalla carica di canzoni come “Hyph Mngo” di Joy Orbison, attraverso un intreccio di IDM e forti sfumature dubstep che ha fatto parlare addirittura di un possibile avvento del post-dubstep, etichetta poi ripresa anche per produttori come Untold (da ascoltare l’EP Gonna Work Out Fine) e per altri casi musicali al limite fra ieri e domani.

Tutto il panorama continua a cambiare, gli artisti rimangono gli stessi e mutano, mentre nei locali inglesi e di tutto il mondo il verbo dubstep si espande, più o meno subdolamente, trasportando in tutto il mondo quelle note e quelle espressioni che dalle serate con DMZ al Mass di Brixton (una volta al mese nella sconsacrata chiesa di San Matteo) e con Forward si sono espanse fino al sempre in auge Fabric (10 pounds alla porta, 8 in prevendita e solo 5 per gli abbonati), ogni venerdì sera, e ancora nei club più alternativi di Leeds (dove molti giovani londinesi si spostano per studiare), fino alla creazione di un festival esclusivamente dedicato alla dubstep in Croazia, l’Outlook Festival, come a celebrarne la consacrazione finale entro la cupola della musica globale.
Se ci deve essere qualcosa di sicuro e stabile in tutto questo grande quadro di intrecci e di destini incrociati, è la forza del dubstep, una forza che è nata dall’urgenza espressiva di una situazione ben definita e che ha trovato le ragioni per allargarsi, come un nuovo verbo metropolitano, al di fuori dei propri ristretti confini, contagiando il mondo e infiltrandosi, nel giro di dieci anni, negli ascolti degli ascoltatori più diversi. Come la stessa Hyperdub ha confessato nella compilation celebrativa per i cinque anni di militanza:

5 Years of low-end contagion

WHO Audio Disease Kontrol Agency
Epidemological report on the Hyperdub virus:

2001 – initial pattern recognition of mongrel DNA

2004 – nocturnal audio lifeforms spotted in South London

2006 – first signs of mass exposure

2007 – congealment of dayglo exoskeleton

2009 – concentrated dosage camouflaged as anniversary 2xCD compilation coded “5”

Uno slow attack, per citare ben altre forme musicali, ma perfettamente riuscito, attraverso un linguaggio vincente e contemporaneo, artificiale ma fermamente legato al suolo da cui è stato sputato fuori, con uno step che, incespicando su sé stesso, ha percorso già lunghi tratti della storia musicale odierna.

12 dischi + 1 per iniziarsi alla dubstep

01. Benga – Newstep (2006)
02. Boxcutter – Oneiric (2006)
03. Burial – Burial (2006)
04. Kode9 + The Spaceape – Memories of the Future (2006)
05. Skream – Skream! (2006)
06. Burial – Untrue (2007)
07. Dusk + Blackdown – Margins Music (2008)
08. Scuba – A Mutual Antipathy (2008)
09. 2562 – Unbalance (2009)
10. Clubroot – Clubroot (2009)
11. Kryptic Minds – One of Us (2009)
12. Shackleton – Three EPs (2009)

 +  King Midas Sound – Waiting for You (2009)

 

10 tracks [dubstep mood:on]

01. Burial – Fostercare
02. Clubroot – Low Pressure Zone
03. D1 – Quantum Jazz
04. Darkstar – Aidy’s Girl is a Computer
05. Dusk & Blackdown – Lata VIP
06. Kode 9 & Spaceape – 9 Samurai
07. Shackleton – (No More) Negative Thoughts
08. Scuba – Tell Her
09. Skream – Tortured Soul
10. Digital Mystikz – Anti-War Dub

 

Alcuni link utili:

BM-SOHO – Dubstep Rec
ord Store

Bleep
DMZ
Dubstep Directory
Fabric
Hyperdub
Mass
Plastic People
Tempa

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