You could shit upon the stage, they’ll be fans: Underground U.S.A.

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Indie e underground sono due paroline ormai neppure più tanto magiche, delle quali è rimasto molto del concetto e poco del valore. Scendere a compromessi in ambito rock non è certo il peccato capitale che presunti puristi dell’ultima ora ci vogliono far credere, certo è che la coerenza artistica di questi tempi è merce rara, e lo spirito che muoveva i nomi che andremo ad analizzare sembra svanito.

Non solo, l’irrimediabile corsa all’ultima classificazione ha spinto media in lotta con il vocabolario a ripescare il termine hardcore per la nuova ondata di metal dell’ultimo decennio, creando confusione e diatribe. La qualità in questo metal contemporaneo sicuramente non manca. Abbiamo nomi importanti come Botch, ISIS, e Mastodon che dell’hardcore ne hanno fatto e ne stanno facendo buon uso. Quello che manca è la coscienza critica, la volontà di riconoscere ad artisti che oggi spesso vengono lasciati da parte, in particolare dagli integralisti metal, il merito di aver definito tutte le coordinate da cui hanno mosso i primi passi i giganti di oggi.
Gli artisti di cui stiamo parlando sono generalmente parte dell’underground americano degli anni ’80, un movimento molto esteso e variopinto, dai tratti non sempre facilmente identificabili. In quel decennio e fino agli inizi del successivo, infatti, vedevano luci e ombre formazioni che, partendo dalla lezione punk e da quella industrial, stavano, forse a loro stessa insaputa, rivoluzionando il rock.Col senno di poi, s’intende, perché all’epoca, salvo qualche eccezione, ben altra musica era sulla bocca di tutti, e la figura dell’alternativo europeo medio certo non aveva modo di venire a contatto con tutte le realtà che scuotevano il sottosuolo d’oltreoceano. Il synth-pop si trascinava a stento, la dark-wave mostrava segni di cedimento, eppure solo nel 1991 con i Nirvana l’Europa si sveglierà significativamente e comincerà la riscoperta.

Ai Nirvana, infatti, è possibile ricondurre, in un ambivalente rapporto, una serie di questi artisti. Grazie alla potente immagine mediatica di Kurt Cobain e alla sua promozione durante interviste e concerti, band come Melvins, Fugazi e Butthole Surfers cominciano a farsi un pubblico più numeroso. In minor misura, poichè già forti di un più che discreto seguito, anche Sonic Youth e Pixies devono qualcosa al successo dei Nirvana. Nonostante è a personaggi del calibro di Black Francis e Thurston Moore e al resto dell’underground americano che dobbiamo l’esplosione del fenomeno grunge (con tutti i pregi e difetti già analizzati altrove), è innegabile tuttavia che questi stessi padri fondatori debbano ai Nirvana una certa esposizione fuori dai confini americani.
Senza dilungarci ulteriormente sui Nirvana, è sufficiente ricordare come quel Bleach che aprì diverse porte a Cobain e compagni nel 1989 sia nato in parte all’interno e soprattutto come diretta conseguenza di tutto il rock indipendente americano antecedente. C’è ancora chi non ha il coraggio di riconoscere ai Nirvana la loro grandezza? Passiamo oltre.

Si cercherà come prima cosa di esaminare quella cerchia di artisti che ruotavano attorno ai Nirvana, e che in qualche modo si possono ricondurre come sonorità agli alfieri del grunge o semplicemente ai gusti del leader Cobain, vera matrice portante di questo speciale, per poi spostare la ricerca verso altre realtà underground di sicuro interesse mantenendo come si vedrà più di un filo di collegamento, non strettamente legato alla provenienza o alla casa discografica: qualcosa di più personale, intrecciato, che mostrerà come ognuna delle band in questione sia in un modo o nell’altro legata a chi la segue e precede. Lo speciale nasce incompleto non solo per umiltà e ignoranza, ma anche perché vuole limitare la ricerca solo ad alcuni nomi ben precisi, senza fuorviare il lettore con listoni comunque mai del tutto esaustivi.E’ dai newyorkesi Sonic Youth che vogliamo iniziare la nostra analisi vera e propria.
Tra i sopravvissuti di quegli anni, i Sonic Youth sono ormai considerati un vero e proprio punto di riferimento per l’indie rock, per un certo periodo presenza costante in più di un festival. Limitandoci agli anni di nostro interesse abbiamo tra le mani opere prime: si pensi a Confusion Is Sex, che con Murmur dei R.E.M. nel 1983 fu la causa di tutto; ad EVOL del 1986, ad oggi l’album simbolo della gioventù sonica; e a Daydream Nation, l’enciclopedia del noise-rock per eccellenza, il capolavoro assoluto e uno dei principali dischi da tenere d’occhio per comprendere appieno cosa stava accadendo negli Stati Uniti. E ne stiamo citando solo alcuni, perché la qualità di Sister e Dirty non è poi così distante dal precedente terzetto. Fondamentalmente il suono dei Sonic Youth raccoglie quasi tutte le caratteristiche che passeremo in rassegna: punk, psichedelia, noise, wave. Moore, Gordon e gli altri procedono per tutti gli ’80 in una ricerca formale che culminerà proprio nel mastodonte Daydream Nation, e ripartirà in altre direzioni qualche anno dopo, senza purtroppo mai raggiungere la grandezza del passato. Le chitarre di Moore e Ranaldo rimangono fra le migliori di sempre, con buona pace dei guitar hero che ci infestano con disgustosi tecnicismi. La lezione di quei Sonic Youth fortunatamente non passerà inosservata: si è perso ormai il conto del numero di gruppi che oggigiorno li citano fra le loro preferenze e, nonostante il calo evidente nella loro proposta, di diritto vanno annoverati fra i grandi di un’epoca irrecuperabile.

I Pixies di Black Francis appartengono alla sfera-Nirvana nell’ermetico surrealismo della loro poetica, non sempre rivolta al proprio malessere magari, ma sicuramente veicolata in un modo del tutto simile a quello di Cobain. Nei 5 anni dal 1987 al 1991 escono altrettanti dischi a nome Pixies, e per quanto il discreto valore degli ultimi Bossanova e Trompe le Monde non viene messo in discussione, è di fatto impossibile il confronto qualitativo con i veri classici della band di Boston, quei Surfer Rosa e Doolittle ancora oggi freschi e unici più di tanto hair metal rimasto a prendere polvere. Alla produzione di Surfer Rosa troviamo Steve Albini, produttore chiave di tanti capolavori dell’epoca, voluto poi proprio per le scelte in Surfer Rosa da Cobain in In Utero, un netto smacco alle produzioni grunge del dopo-Nevermind. I Nirvana del resto sono l’ideale continuazione mainstream dello spirito underground americano più di altri blasonati protagonisti del fenomeno grunge, che preferiranno rifarsi ad altre sonorità anacronistiche e meno coraggiose. Tornando ai Pixies, Doolittle nel tempo si è rivelato superiore all’acclamato full length precedente, con memorabili scelte melodiche che rivestono la poesia pulp di Black Francis di un gusto pop tutt’altro che scontato. “Debaser”, “Tame”, “Monkey Gone to Heaven” rimangono veri e propri inni, insuperati non solo dai Pixies stessi. Come si è accennato, infatti, Bossanova e Trompe Le Monde non riescono a replicare il successo dei precedenti, indulgendo in soluzioni che finiscono per appesantire il sound rodato e inimatibile degli album che hanno consegnato i Pixies alla storia.
Kim Deal, bassista del gruppo, troverà modo di mettere in pratica l’esperienza con Black Francis nei Breeders. Un progetto, portato avanti insieme alla sorella gemella Kelley, di certo meno memorabile della sua occupazione principale eppure con un disco di esordio, POD, ancora in collaborazione con Albini, di tutto rispetto, fra i preferiti di Cobain. L’accento è posto sul punk, ma non mancano interessanti escursioni di chitarra che ne fanno un album da tenere ben presente.Nei Breeders, grazie alle esigenti richieste di Albini, collaborò anche Britt Walford con lo pseudonimo “Shannon Doughton”. Walford ha la sua parte negli Squirrel Bait e negli Slint, tanto importanti i primi per gli eighties quanto i secondi per i nineties.
La breve vita degli Squirrel Bait, dal 1983 al 1988, fu sufficiente alla band di Louisville, Kentucky per entrare nella storia con due soli lavori. Skag Heaven in particolare, uscito nel 1987, va considerato la nuova frontiera del suono hardcore, decisamente più pesante dell’ondata che investì i primi anni ’80 e con strutture articolate in frequenti cambi di tempo. Più vicini agli Hüsker Dü che ai Black Flag, non privi di un disagio pronto a manifestarsi di lì a poco nel grunge, gli Squirrel Bait meritano una menzione particolare per essere riusciti a riassumere in un EP e un LP tutte le idee che faranno la gioia degli ultimi vagiti dell’hardcore. La fine degli Squirrel Bait segna per alcuni di loro la nascita di una seminale e di nuovo breve esperienza. Walford e Brain McMahan si uniscono a David Pajo in un combo che getterà le basi per una buona fetta del recente post-rock: gli Slint.
Fin dagli inizi con il sottovalutato Tweez, prodotto da Steve Albini, gli Slint lasciano da parte il passato hardcore e si dirigono lungo strade più rock e noise, esplorando pause e cambi di atmosfera di cui faranno tesoro nel successivo ed ultimo Spiderland, ad oggi riconosciuto con cognizione di causa come uno degli album più importanti dei Novanta. Uscito per la Touch & Go di Albini, Spiderland è a tutti gli effetti uno dei padri del post-rock moderno. Le sue composizioni sono soggette a cambi di tempo, spigolosi effetti di chitarra che rivestono testi lugubri, cantati e talvolta recitati. Dissonanza e distorsione, invenzioni disarmoniche e ritmiche senza pace: Spiderland nel 1991 stabilisce canoni che pochi sapranno seguire, e pure con molto ritardo.

Senza gli Hüsker Dü, tuttavia, è difficile anche solo pensare all’esistenza di Pixies, Slint, Dinosaur Jr, Nirvana, insomma per farla breve a buona parte della musica indipendente americana della seconda metà degli ottanta. Nati nel 1979 a Minneapolis, gli Hüsker Dü devono il loro nome ad un omonimo gioco di memoria danese popolare negli anni settanta, la cui traduzione è proprio “Ti ricordi”. Loro sono Bob Mould, voce e chitarra e principale responsabile della concezione artistica, Greg Norton al basso e Grant Hart alla batteria. Prima di firmare nel 1986 un contratto con la Warner e diventare così uno dei primi gruppi underground americani a passare su major, gli Hüsker Dü incisero per la SST di Greg Ginn dei Black Flag. Furono propri
o quest’ultimi, insieme ai Dead Kennedys di Jello Biafra e ai Minutemen che vedremo poi, a portare Mould e compagni al pubblico punk hardcore. Ad un debutto valido come Everything Falls Apart ed un EP di hardcore multiforma denominato Metal Circus, gli Hüsker Dü fanno seguire la loro opera omnia: Zen Arcade.
Zen Arcade è l’hardcore portato laddove non era mai stato e mai tornerà, è la risposta al punk rock dell’epoca e il punto di riferimento per quello che verrà in futuro. Registrato in 45 ore al costo di poco più di 3000 dollari, Zen Arcade è un doppio disco intriso di un’urgenza espressiva oggi introvabile, l’anima in fiamme di tre giovani che forse inconsapevolmente si porranno come punto di riferimento per tutte le generazioni successive. Impossibile cogliere l’essenza del movimento hardcore senza conoscere a menadito Zen Arcade. Nel giorno stesso della sua comparsa dei negozi, gli Hüsker Dü iniziano a registrare il seguito New Day Rising, che cattura la stessa carica esplosiva del precedente capolavoro ripronendo in alcuni casi hardcore ancora più fulmineo, ma si priva della sfrontata libertà di intenti che ha reso immortale Zen Arcade. Il passaggio a major inficia di poco la qualità della produzione del terzetto del Minnesota, e c’è ancora spazio per un’altra prova di tutto rispetto. Candy Apple Grey vede un sound rinnovato, smussato e contenuto in scelte melodiche più fruibili, portando gli Hüsker Dü in un territorio nuovo ma anche meno rovente. Un doppio album altalenante farà seguito a Candy Apple Grey, e di lì a breve arriverà anche lo scioglimento degli Hüsker Dü. Mould avrà i suoi progetti solisti, con Hart riproverà una reunion nel 2004, ma tutto questo passa in secondo piano quando pensiamo a quello che ci hanno consegnato più di vent’anni fa.

Limare la furia degli esordi contraddistinguerà nel tempo anche i Fugazi di Washington D.C., che verranno ricordati anche per la coerenza a cui si faceva cenno all’inizio di questo articolo, oltre ad una discografia di tutto rispetto. In circa dieci anni di carriera, per quanto non abbiano mai annunciato il definitivo scioglimento, la loro poetica non è cambiata di una virgola, sempre dritti a testa alta fra i paladini del post-hardcore. Un’etica più unica che rara la loro, una rivoluzione non solo nel rock inteso come musica, ma anche e soprattutto nel rock come fenomeno socio-culturale. Un approccio direttamente conseguente al DIY (do it yourself) che praticamente tutti i nomi di questo speciale condividono.
Guy Picciotto e Ian MacKaye, voci e chitarre dei Fugazi, sono le figure centrali responsabili di tutto, oggi produttori di realtà più o meno valide. MacKaye è fra l’altro co-fondatore della Dischord, etichetta indipendente per eccellenza, capace di tirare avanti senza l’appoggio di major fin dagli albori, ormai entrata nella storia della musica indipendente insieme alla Sub Pop e la Touch & Go. Pronti a tutto nelle esibizioni dal vivo, i Fugazi possono vantare almeno tre gemme imprescindibili per il genere tutto, vale a dire Repeater, 13 Songs e Red Medicine, più una manciata di buoni album, come In on the Kill Taker e l’ultimo sottovalutato The Argument. Albini teoricamente farebbe la sua comparsa anche qui, più precisamente sulla prima registrazione di In on the Kill Taker, ma la band stessa decise di registrare nuovamente tutto il disco prima di concludere i lavori.

Prima dei Fugazi, tuttavia, e in un certo senso passaggio obbligato in un ipotetico percorso per capire le diverse sfumature della loro opera, Ian MacKaye militò nei Minor Threat, tra gli esponenti di punta dell’hardcore americano. E’ loro infatti uno dei pezzi simbolo della scena, quella “Guilty of Being White” che portò ad immancabili accuse di razzismo e di cui poi gli Slayer faranno una cover, riuscita ma priva dello stesso spirito. Dalla lezione punk, i Minor Threat ripartivano, e con loro Black Flag, Fear e Bad Brainsfra gli altri, ognuno diretto verso destinazioni diverse, spingendo l’acceleratore a tavoletta lungo canzoni raramente superiori ai tre minuti rimaste fra i migliori esempi di quell’hardcore puro, essenziale e diretto come un pugno, spesso in senso letterale, sul grugno degli spettatori e che tanto segnò il giovane Cobain. Oggi è possibile ripercorrere tutta la breve vita dei Minor Threat con una sola raccolta, semplicemente denominata Complete Discography ed immancabile nella discoteca di chiunque voglia avere coscienza critica degli ’80.Chiudiamo la breve escursione alle origini dell’hardcore, genere troppo ricco per essere raccontato qui, con i Flipper di San Francisco, combo formatosi nel 1979 e con una manciata di dischi all’attivo (ma pare debbano tornare con un nuovo lavoro). A loro dobbiamo la fusione del punk primordiale con lo stile lento e greve dei Black Sabbath, poi riproposto e sviscerato dai Melvins, che fra l’altro riprenderanno “Way of the World” in una loro compilation, e da altre formazioni dedite agli aspetti più metallici di queste sonorità. Tra i loro estimatori si fanno notare i Nirvana, ed ecco quindi spiegata la presenza dei Flipper fra queste righe, con la maglietta indossata da Cobain in più di un’occasione e la presenza di Novoselic in un tour nel 2006, nel quale i Flipper ricambieranno la stima reciproca eseguendo “Scentless Apprentice”. Un album su tutti da provare è l’esordio del 1982, dal simpatico titolo Album-Generic Flipper, tra le varie opere quella che meglio cattura il suono acerbo della band californiana. Da non sottovalutare Gone Fishin’ del 1984, non completamente riuscito ma con alcuni dei migliori Flipper di sempre.

Più di una volta il paragone, limitante se preso alla lettera, fra Flipper e Cows, a cui il vocalist Shannon Selberg fa riferimento in un’intervista al giornale canadese Exclaim, ha relegato al ruolo di comprimari dell’hardcore la band di Minneapolis. Invero, i Cows sono fra i più sottovalutati del lotto, e non solo per le esagerate esibizioni dal vivo in cui il pubblico veniva bersagliato da sputi, insulti e lancio di microfoni in puro stile hardcore. Ci riferiamo invece a Daddy Has a Tail, il loro secondo lavoro uscito nel 1989 e che meglio ritrae la fusione di punk, blues, hardcore, noise e umorismo surreale. I Cows sono incontenibili, sfoggiano una critica dissacrante che si riflette nell’atteggiamento provocante tenuto in sede live, e, come ogni musicista raccontato in queste righe, mascherano rozzamente una solida tecnica strumentale con frequenti pose da punk di altri tempi. Una carriera che si è prolungata per dieci anni senza che la critica si rendesse conto del reale impatto delle Mucche su chi proseguirà lungo queste coordinate per tutti gli anni ’90.

Sempre seguendo la scia degli artisti ammirati da Kurt Cobain arriviamo ai Dinosaur Jr. di J Mascis.
I Dinosaur Jr. nascono ad Amherst nel Massachussets nel 1984, inizialmente col nome di Dinosaur poi cambiato per problemi legali con un altro supergruppo di reduci dei ’70 chiamato The Dinosaurs. Loro sono J Mascis, chitarra e mente del gruppo, Lou Barlow al basso e poi come vedremo nei Sebadoh, ed Emmett Jefferson Murphy III, meglio noto come Murph, alla batteria. Il background hardcore di Mascis e Barlow nei Deep Wound è evidente nell’omonimo debutto del 1985, un mix di stili del tutto inusuale per quegli anni e che nella sua seppur evidente immaturità rivela una band eclettica e polimorfa, con un bacino di influenze che vanno dal garage rock dei ’60 fino a Neil Young e con la maggior part
e delle canzoni cantate per la prima e ultima volta da Barlow. Ma è solo due anni dopo con You’re Living All Over Me che i Dinosaur Jr. fanno il botto. Avvalendosi dell’aiuto dell’ingegnere del suono dei Sonic Youth, Wharton Tiers, Mascis e compagni registrano il loro capolavoro. Durante la lavorazione, comincia a mettersi in evidenza la prepotenza artistica di Mascis su Barlow e Murph, nascono i primi screzi, eppure niente finisce per intaccare la riuscita finale. Volumi alzati, distorsioni pesanti unite a sporadici momenti di tregua, il tutto con un potenziale di orecchiabilità non indifferente: a breve i Nirvana gli saranno sicuramente debitori. Murph è durissimo nelle sue parti, fra l’altro scritte per lo più da Mascis, mentre Barlow riesce nella non facile impresa di imprimere con il suo basso linee melodiche efficaci e mai sottotono nonostante le grida di J Mascis, che dal canto suo sembra voler dimostrare di poter picchiare più duro di tutti. L’uscita e il successo del successivo Bug segna anche la dipartita di Barlow dalla band. Mentre con risultati alterni i Dinosaur Jr. proseguiranno su major, Barlow porta avanti i suoi Sebadoh fino a quel momento relegati a side-project. In essi riuscirà a portare a compimento la sua vena lo-fi, lasciando almeno due lavori memorabili da non farsi scappare: III e Bakesale.

Il lavoro di J Mascis solista nel suo progetto J Mascis and the Fog ci porta alla figura di Mike Watt, membro dei seminali Minutemen oltre che già collaboratore di Thurston Moore dei Sonic Youth.
I Minutemen nascono nel contesto hardcore dei Black Flag, aprendo alcuni dei loro concerti e poi firmando per la loro label SST Records, grazie al lavoro della chitarra di D Boon, oltre che del basso del già citato Mike Watt. Emergono dall’anonimato grazie ad una fusione di stili assolutamente incredibile, praticamente crossover ante litteram, dal quale ripasseranno un numero infinito di artisti tra cui i Red Hot Chili Peppers, giusto per citare uno dei nomi più famosi. Nel 1984 esce la loro opera più completa e riuscita, il complesso Double Nickels on the Dime, rivoluzionario esempio di rock indipendente, più volte giustamente accostato a Zen Arcade per rilevanza storica. Un doppio album carico di soluzioni fresche e originali ancora oggi, ricco di satira politica e umorismo, cui collaborano membri dei Black Flag e dei Saccharine Trust, oltre ai fratelli Van Halen. Inarrivabile per i due lavori successivi Project: Marsh e 3 Way Tie (For Last), nei quali non manca qualche concessione a suoni meno brillanti ma più orecchiabili, eppure niente che possa raggiungere il mix agitato di funk, jazz, country e punk di Double Nickels on the Dime. Un suono che non risente affatto degli ormai venticinque anni sulle spalle e anzi ci basta per la discografia in blocco dei Faith No More che tanto ha influenzato.
C’è spazio per un ultimo tour con i R.E.M. prima della morte di D Boon in un incidente automobilistico che manderà in depressione Watt e porrà la parola fine all’esperienza Minutemen.

I Butthole Surfers, pur rientrando nei preferiti di Kurt Cobain, sono, fra gli artisti che stiamo trattando, quelli che nel tempo hanno collezionato i risultati più altalenanti, specialmente se teniamo in considerazione i frequenti cambi di lineup e la seconda metà della loro attività discografica, diciamo dal 1991 in poi. Fino ad allora, infatti, i Butthole Surfers avevano dimostrato più di una qualità, con diverse produzioni di livello non indifferente. C’è da dire comunque che il vero colpo grosso i texani se lo portano a casa nel 1985 con il primo full length edito per la Touch & Go: Psychic… Powerless… Another Man’s Sac.
L’oltraggio al pudore, la maschera della degenerazione, il teatro del disgusto e dello scabroso. La lezione dei Pere Ubu e dei Sex Pistols viene passata al tritacarne, sminuzzata ed infarcita di dissacrante ironia. Muovendosi fra psichedelia e hardcore, i Butthole Surfers smontano tutti gli stilemi classici del punk, affondando un duro colpo all’hardcore che per forza di cose deve ripartire da qui. Possiamo solo immaginare oggi l’impatto devastante di una “Eye of the Chicken” sugli appassionati dell’epoca, e non ci resta che sorridere di fronte ai combo hardcore contemporanei quando cercano di rinfrescare i loro suoni moribondi senza riuscire a cogliere la smaccata intelligenza del sax di “Negro Observer”. In mezzo al diabolico caos che i Butthole Surfers ci hanno lasciato si nascondono musicisti eccezionali, da far ascoltare senza sosta ai presunti puristi di certo hardcore dell’ultima ora. Momenti più che buoni li ritroveremo anche nei successivi Rembrandt Pussyhorse e Locust Abortion Technician, ma un certo manierismo prenderà il sopravvento oscurando l’ingegno del pazzoide esordio nel resto della loro lunga carriera.

Si è fatto più volte il nome di Steve Albini fino ad ora, e si diceva dell’infatuazione di Cobain per la produzione di Surfer Rosa. E’ bene però ora soffermarsi su due delle sue creature spesso dimenticate a fronte della sua eccellente carriera di produttore e alle uscite validissime con gli Shellac. Spendiamo quindi qualche parola sui Big Black e i Rapeman, perché parte della matura completezza degli Shellac trova ragione di essere fin nei primi esperimenti di Albini.
Con i Big Black Albini riuscì nel mirabile intento di trovare un suono di chitarra incisivo e tagliente, metallico e potente nel senso più spontaneo della parola. Pochi dischi reggono il confronto con Atomizer in termini di furia ed assalto sonoro, tanto da far risultare ingenue la violenza volgare di molte formazioni metal al confronto. Senza contare che l’industrial rock in arrivo di lì a poco deve più di qualche spunto alle soluzioni dei Big Black. Le accuse di razzismo non mancheranno anche in questo caso, ma dietro all’irriverenza delle liriche di Albini si nasconde una satira intelligente che solo i giornalisti bigotti non riescono a cogliere. Non stupisce, quindi, che simile indegno trattamento venne poi utilizzato da alcuna stampa specializzata anche per l’altro memorabile progetto dell’Albini di quegli anni, i Rapeman, fin dal nome consapevoli delle sciocche critiche che avrebbero ricevuto. Attorno a sé Albini riunisce la sezione ritmica degli Scratch Acid, vale a dire il basso di David Sims e la batteria di Rey Washam. Un trio che coniuga l’incontrollabile Albini dei Big Black alla struttura mai banale e ricca di cambi di tempo degli Scratch Acid in pochi singoli e un unico LP, Two Nuns and a Pack Mule, un albo che sorprende a dieci anni di distanza come fosse la prima volta. Mirabile infatti il lavoro di Sims e Washam, che direzionano la sfrontata prova di Albini lungo coordinate impensabili per l’ex Big Black, di sicuro interesse per quelli che saranno poi i futuri Jesus Lizard. Non manca di nuovo l’ironia in casa Albini, e la sua feroce satira ancora una volta gli varrà critiche superficiali, anche quando più che farsi beffe di Kim Gordon i Rapeman regalano un distorto omaggio ai Sonic Youth, utilizzando in più casi anche il classico effetto sulla chitarra che farà la fortuna delle band shoegaze e di tanti recentissimi esponenti del nuovo noise.

Come si è detto, David Sims e Rey Washam avevano già lavorato ad un’altra delle formazioni chiave della scena, i texani <
strong>Scratch Acid. La ricchezza delle loro esecuzioni è sicuramente parte della grandezza degli Scratch Acid, ma mettere da parte David Yow è un’impresa ardua anche per loro. Quasi un banco di prova per quelli che saranno poi i Jesus Lizard, che vedremo a breve, l’intepretazione di Yow comincia a dimostrare segni di follia già nel primo omonimo EP del 1984, peraltro più volte segnalato da Cobain nei suoi diari come uno dei suoi dischi preferiti. Memori della lezione dei mai troppo ricordati Pere Ubu, gli Scratch Acid riescono a fondere perizia tecnica e vibranti e distorte esecuzioni. Vicini tanto alla wave quanto all’hardcore, Yow e compagni scuotono entrambi i generi con alcune composizioni indimenticabili come “Cannibal” e “Monsters”.
Allo scioglimento degli Scratch Acid, David Yow si sposta a Chicago dove insieme a David Sims e al chitarrista Duane Denison forma i Jesus Lizard, ai quali dopo la pubblicazione dell’EP Pure nel 1989 registrato con l’aiuto di una drum machine, si aggrega il batterista Mac McNeilly. Pure, insieme al successivo EP Head (poi ripubblicati su un unico cd), e i due seguenti LP Goat e Liar non solo costituiscono il lato migliore della produzione dei Jesus Lizard, cui si aggiunge in parte anche Down del 1994, ma col senno di poi restano alcuni dei più bei lavori del decennio scorso. Denison si inserisce perfettamente nelle ritmiche di Sims e negli sguaiati vocalizzi di Yow, anzi reinventa tutta la loro energia con soluzioni chitarristiche da consegnare direttamente ai posteri. C’è di nuovo Albini alla produzione, e nei lavori sopra menzionati la sua mano si fa sentire nel risalto delle sei corde di Duenison e della sezione ritmica di Sims e McNeilly. La voce di Yow rimane quindi lontana, ma l’effetto è desiderato e anzi riuscito nell’ancorare le grida disperate del vocalist, dando l’impressione inquietante di un malato di mente imprigionato nel peggiore dei manicomi, complice il provocante gusto per il macabro e il perverso presente nelle liriche. Imprevedibili nei cambi di tempo, aggressivi laddove l’hardcore sembrava ormai essere venuto a mancare per sempre, i Jesus Lizard riportano in auge il clima tempestoso delle esecuzioni dal vivo degli anni precedenti, marchiando a fuoco i primi ’90. Quanto appaiono piccoli ed innocui quel crossover e quel nu-metal che faranno poi presa sulle masse al cospetto dei Jesus Lizard? Ecco apparire di nuovo la figura di Cobain, grande ammiratore di Goat, che si dimostra ancora una volta ascoltatore più attento e colto dei suoi presunti colleghi del grunge.

D’altro canto è invece grazie a Dave Grohl, batterista che non necessita di presentazioni in questa sede, e alle sue ricorrenti dichiarazioni nelle interviste che dobbiamo la, nonostante tutto, discreta popolarità dei NoMeansNo.
La storia dei NoMeansNo comincia nel 1979 ad opera dei fratelli Rob e John Wright, al basso e alla voce uno e alla batteria l’altro. Alla chitarra troviamo Andy Kerr fino al 1992, sostituito poi da Tom Holliston. E’ tuttavia alla formazione originale che possiamo attribuire il miglior lavoro in assoluto dei NoMeansNo, Wrong, dato alle stampe nel 1989.
In Wrong trova piena concretezza l’esplosiva formula dei tre canadesi: rock al fulmicotone viene mescolato ad una profonda cultura jazz, che varrà loro paragoni con le strutture dinamiche di Charles Mingus e Art Blakey (non è un caso la stramba cover di Bitches Brew di Miles Davis). Ritmiche contorte, spasmodiche, sembrano oggi essere fornite per più di uno spunto ai Jesus Lizard di cui abbiamo appena discusso. Ma nei NoMeansNo non è la chitarra a dettar legge. La sezione ritmica dei fratelli Wright spinge oltre l’assalto sonoro dell’hardcore, staccandosi nel noise nonostante le grida del vocalist ci riportino entro certi confini, arrivando ad un’unicità senza precedenti e, possiamo tranquillamente dirlo, tuttora senza eguali. Forti anche dell’intelligente umorismo nero nelle liriche, i NoMeansNo hanno da sempre uno zoccolo duro, seppur poco numeroso, di appassionati ammiratori, che specialmente nei primi anni di vita della band contribuì a diffondere il verbo fra altro pubblico non sempre preparato ad accettare la musica dei NoMeansNo come alternativa all’hardcore che, all’uscita di Wrong, stava per tirare le cuoia.

Non è solo così, tuttavia, che siamo arrivati ai Nirvana e a tutto quello è che avvenuto dopo di loro. In fondo abbiamo solo raschiato la superficie. Cobain non era onniscente, un numero di artisti ben superiore a quello in questo speciale meriterebbe il suo posto fra queste righe, ma tempo e spazio non consentono una trattazione approfondita di tutto il sottobosco indipendente americano degli anni ’80. Quella che si è voluta dare è una generica inquadratura, forse quella che i Nirvana stessi avevano di intenzione di fornire al fan ideale con tutta la loro proposta e la loro promozione in sede live, sottile o meno che fosse. Non basterebbe un altro speciale per coprire un terreno così fertile di idee e piccole grandi rivoluzioni come lo fu quell’epoca.

di Manuel Uberti

25 dischi in ordine alfabetico per conoscere o approfondire

01. Bad Brains – Rock for Light
02. Big Black – Atomizer
03. Black Flag – Damaged
04. Breeders – POD
05. Butthole Surfers – Psychic… Powerless… Another Man’s Sac
06. Cows – Daddy Has a Tail
07. Dinosaur Jr. – You’re Living All Over Me
08. Flipper – Album-Generic Flipper
09. Fugazi – Repeater
10. Fugazi – Red Medicine
11. Hüsker Dü – Zen Arcade
12. Jesus Lizard – Goat
13. Jesus Lizard – Liar
14. Minor Threat – Complete Discography
15. Minutemen – Double Nickels on the Dime
16. Nirvana – Bleach
17. NoMeansNo – Wrong
18. Pixies – Doolittle
19. Pixies – Surfer Rosa
20. Rapeman – Two Nuns and a Pack Mule
21. Scratch Acid – The Greatest Gift
22. Slint – Spiderland
23. Sonic Youth – Daydream Nation
24. Sonic Youth – EVOL
25. Squirrel Bait – Skag Heaven

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