Il nu-metal: la deriva del rock alternativo americano

articolo di

Definizione del nu-metal.

Sottogenere del rock e corrente artistica che porta alle estreme conseguenze un percorso iniziato nei primi anni Ottanta dal crossover californiano, in cui le ibridazioni fra musica funk e distorsioni dell’heavy metal creano entro la forma-canzone una miscela tutto sommato melodica in cui le tematiche principali sono sia quelle del crossover menzionato, sia il portare alla ribalta come fosse una valvola di sfogo i drammi dell’infanzia e dell’adolescenza dei protagonisti. Il nu-metal nella sua prima forma definitiva si manifesta nell’esordio dei californiani Korn, nell’ottobre del 1994.

Introduzione e brevi profili dei maggiori attori del nu metal.

Al contrario di quanto a volte si legge in giro, il nu-metal è dunque un genere musicale con le sue specifiche caratteristiche. Non si tratta soltanto di un atteggiamento o di un modo di porsi rispetto alla società, come forse può essere catalogato il grunge, che per altro il nu-metal va a sostituire nelle copertine dei media. Il nuovo metallo porta in dote l’esposizione concreta dell’evolversi delle sonorità metal dell’epoca, che grazie alle produzioni ridondanti e milionarie cui sono posti i dischi dei principali attori, migliorano di fatto la resa sonora delle distorsioni – formalmente mai così potenti e allo stesso tempo pulite nelle produzioni hi-fi – concludendo un percorso che dagli Ottanta stava affermandosi già con i lavori di Terry Date (produttore di Pantera, Soundgarden e poi appunto Deftones), dei Metallica dell’album nero, e certamente dei Melvins, pionieri di tutto e di niente. Se si parla delle caratteristiche più heavy del fenomeno, sono dunque principalmente questi i nomi da tirare in ballo. Si possono aggiungere, ça va sans dire, i soliti Jane’s Addiction, che tuttavia ricordiamo essere seminali per tutto il rock americano dei Novanta, e che si pongono anche come linea di confine ed esempio più riuscito di art rock in grado di fondere vari tipi di esperienze, non ultime quella prossima al metal e quella funk. Se c’è una band emblematica del termine “crossover”, sono i Jane’s Addiction.

Differente, totalmente differente il discorso che si deve fare per identificare le basi della componente funk. A questo punto sì, è lecito citare attori come Primus, Living Colour, Fishbone ed i più popolari Red Hot Chili Peppers e Faith No More. Proprio questi ultimi sono troppo spesso e a torto ritenuti i fondatori del genere nu-metal e del crossover. Se è vero che i loro esordi con Mosely dietro al microfono possono sembrare e sono di fatto dei precursori dello stile, è bene rendersi conto che la loro offerta, per poetica, soluzioni tecniche e di fatto sonorità sta a quella dei Korn o degli Snot come gli Smiths o gli Happy Mondays stanno al brit pop (ammesso che un amatore del nu-metal possa aver chiara la differenza). La proposta dei Faith No More oltretutto non è altro che figlia dei suoi tempi, germogliando parallelamente ad altre realtà già riportate della scena di San Francisco e Los Angeles. Perché allora molti che magari neanche conoscono gli esordi della band che diventa di Mike Patton nel 1989, indicano proprio nei Faith No More l’incipit del discorso nu-metal? La risposta è che probabilmente ricordano il successo precedente ai Korn dei singoli “Epic” e “Falling to Pieces”, nonché degli album paralleli alla scena definitiva, ovvero il trio degli anni Novanta che va da Angel Dust al conclusivo e modesto Album of the Year, dimenticando però molti altri nomi presenti sul mercato, come i Praxis da Brooklyn, gli stessi Living Colour o i veri altri capostipiti del genere, almeno dal punto di vista prettamente strumentale, vale a dire i Rage Against the Machine da Los Angeles. Smontare la tesi Faith No More è facile, anche se non pare già sufficiente il citare una serie di altri loro contemporanei che facevano le medesime cose, spesso nelle medesime aree. Quando mai la band di Patton ha suonato così dura e industriale come i Korn dell’esordio e dell’appena successivo Life Is Peachy? Quando le distorsioni delle chitarre a sette corde dei due chitarristi dei Korn sono sembrate simili a quelle dei loro corrispondenti nei Faith No More o nei Primus, band nelle quali la chitarra non è mai stata lo strumento leader? E soprattutto, quando mai i giocosi monologhi rap di un Kiedis o di un Claypool, per non parlare dei cori e delle voci bambinesche di Patton, sono stati accostabili in qualsiasi misura alle urla deviate – credibili o meno – di un Jonathan Davis, sempre in prima persona, sempre lontane dalle mascherate del cantante dei Faith No More? Quella di Patton è una poetica del tutto impersonale, non per questo da considerarsi vuota dal punto di vista emotivo, ma certo distante chilometri dalle sensazioni e stati d’animo che cerca di muovere il cantante e paroliere medio del nu-metal.

alt

Volendo concludere il discorso sui Faith No More, possiamo notare come la parte centrale della loro discografia risalti notevolmente su tutto il resto. Ammesso e non concesso che gli esordi con Mosely siano da considerare i primi semi del crossover che porterà al nu-metal, la band di San Francisco è divenuta popolare con l’ingresso di Patton e il successo dei singoli di The Real Thing del 1989, album che invecchia maluccio e risulta piuttosto infantile alle orecchie di chi ormai s’è mosso da quella musica. Certo, se si crede che i Faith No More siano la crème dei Novanta, allora auguri. Angel Dust invece, pur sovraccarico e diseguale nella scaletta, è un frullatore di idee che non può lasciare indifferente l’ascoltatore innocente. Alcuni dei migliori momenti della discografia generale del buon Michele si trovano proprio qui: si segnalano in particolare la spassosa interpretazione di “Rv”, il coro delle cheerleaders su base funk metal di “Be Aggressive”, e il rap vomitato di “Midlife Crisis”. Ma è tutto l’album a convincere e a risultare uno dei più rappresentativi del crossover, al pari di quelli di Primus, Fishbone e vecchi Red Hot Chili Peppers. Proprio come questi ultimi con One Hot Minute, i Faith No More scelgono di pestare più duro nel 1995, spogliando nel possibile il suono e mettendo al mondo quello che è il disco che contiene le loro migliori canzoni, vale a dire King for a Day, Fool for a Lifetime, le cui distorsioni si avvicinano sì al nu-metal – ormai già ufficialmente iniziato dai Korn – ma recuperano anche un approccio sonoro non distante da alcune produzioni grunge. Gli applausi che stavolta sarebbero davvero meritati non arrivano. I Faith No More pubblicano due anni dopo Album of the Year, dando di fatto ragione alla critica che aveva giudicato King for a Day in base alle differenze molto concrete che c’erano con i due lavori precedenti. Album of the Year si presenta come un mix fra Angel Dust e King for a Day, ma senza l’energia e soprattutto l’urgenza espressiva che aveva mosso Patton e soci fino ad allora. C’è un’aria pesante in casa Faith No More, che infatti si sciolgono non senza polemiche fra le parti in causa. La carriera successiva di tutti i componenti passa direttamente all’anonimato, tranne che nel caso di Mike Patton, che invece fonda l’etichetta Ipecac – probabilmente la cosa migliore per cui ricordarlo – mettendo sotto contratto artisti come Melvins, ISIS, Dalek e quant’altro di alternativo circola da quelle parti. In riferimento alle sue composizioni, la musica che veicola con la Ipecac è fatta di alti (in particolare l’esordio dei Fantômas e i primi due dei Tomahawk) e bassi (quasi tutto il resto), quando non scade nell’autentico usa e getta. Lo stesso dicasi per le collaborazioni esterne alla sua casa discografica, di cui sono da salvare soltanto l’EP con i Dillinger Escape Plan e il progetto Mondo Cane con Roy Paci, per quanto i fan si dimenino nel convincersi che robetta come Lovage o le collaborazioni con Zorn siano da tramandare ai posteri.

Fosse una questione di affinità sonore allora, sarebbero semmai i Rage Against the Machine ad aver maggiore credito nei confronti di un sound che hanno di certo contribuito a forgiare.

alt

Ma non tutti hanno in squadra l’estro di un chitarrista come Tom Morello, dal punto di vista meramente sonoro, il più rivoluzionario del suo decennio; per non parlare delle invettive politiche scandite dallo slang rap di Zack De La Rocha: non ci pare che Chino Moreno o Davis si siano mai sognati di trattare temi del genere, figuriamoci un Brandon Boyd! Chi idealmente ha preso il posto dei Rage Against the Machine, almeno all’epoca del loro scioglimento, sono stati in caso i System of a Down, anch’essi erroneamente infilati nel calderone nu-metal. Ma tornando alla band dei quattro compagni rivoluzionari, il loro album d’esordio (1992) rappresenta un punto di non ritorno perché moltissime formazioni prevalentemente vicine alla West Coast si rifanno alla loro ibridazione funk/metal come modello di migliore sintesi dell’evoluzione del crossover. Quando però questi si rendono conto che non è possibile – a tutt’oggi – clonare la tavolozza sonora di Morello, inseriscono nelle loro line-up una nuova e discutibile figura caratterizzante di tutto il nu-metal: il DJ, che si occupa di campionamenti e giochi dietro alla consolle. Se una volta l’elemento aggiunto delle basiche formazioni rock poteva essere il tastierista o comunque un polistrumentista in grado di passare con disinvoltura a vari tipologie di strumento, il DJ diventa per qualche anno l’elemento immancabile in ogni complesso nu-metal americano che si rispetti, tanto che anche i Deftones che per tutti gli anni Novanta ne avevano fatto tranquillamente a meno, ne arruolano uno per curare i suoni del loro terzo disco.

Si diceva dei Rage Against the Machine, i cui tre album – più uno di cover stravolte – rappresentano il meglio in cui ci si possa imbattere oggi passando ad un retrospettiva del genere che chiariamolo subito, ha lasciato ai posteri più schifezze che gioielli di valore. Si potrebbe dividere l’intera scena nu-netal anche con un prima e dopo il loro album omonimo del 1992, mentre di certo ciò non vale per Angel Dust dei Faith No More, dello stesso anno, ma che di valore ed influenza nel genere ne ha neanche la metà. Il resto della discografia è priva di alcun segno di mediocrità. Forse, volendo essere maliziosi, la loro fortuna è stata anche quella di sciogliersi nel momento giusto, quando il baraccone stava ormai implodendo su se stesso e la loro linea dura e pura cominciava a risultare demogogica. Si salvano da tutto questo De La Rocha e compagni, rimanendo alla storia come dei moderni Clash e una delle formazioni più originali degli anni Novanta. A non salvarsi sono invece gli Audioslave, in cui Morello sbatte testardamente la testa nel tentare di emulare coi suoi suoni il mito di Jimmy Page (per altro già sufficientemente omaggiato coi Rage Against the Machine), e Chris Cornell che offre quel che si sperava potesse essere il peggio del suo repertorio, almeno prima che avesse dato alle stampe i lavori solisti.

altAltra figura cardine della corrente nu-metal è certamente il produttore Ross Robinson, l’autentico deus ex machina dietro il mixer dei primi due album dei Korn, e successivamente di molti altri campioni d’incassi americani, su tutti i mascheroni degli Slipknot. Il lavoro di Robinson canonizza l’estetica del genere, curando in alta definizione gli intrecci delle chitarre di Head e Munky, oltre al basso funky di Fieldy. I Korn sono innegabilmente i padroni della scena, quelli più influenti e soprattutto i primi a rendere formale un genere tutto, tanto che di gruppi di imitatori dei cinque di Bakersfield s’è ormai perso il conto. Il problema dei Korn è che ad osservarla con distacco oggi, la loro discografia conta più croste che musica di valore. Si salva per intero solo Issues del 1999, oltre ai primi due album. E se da Untouchables compreso in poi la parabola si protende inesorabilmente verso un teatro del ridicolo, culminato con gli abbandoni di più di un elemento della band, è bene prendere le distanze anche da quel Follow the Leader che a livello socio-musicale ha significato l’inizio della peggior deriva che il rock americano abbia mai conosciuto in oltre cinquant’anni di onorata carriera. Quello è il disco che grazie al potenziale radiofonico e visivo dei suoi singoli e video, fa entrare in gioco rapper borghesi, DJ della domenica, e soprattutto case discografiche disposte ad investire per costruire a tavolino i nuovi fenomeni del nu-metal, mettendo assieme combo che scegliamo di non nominare per non far loro ulteriore pubblicità. Allo stesso tempo, formazioni che fino a quel momento hanno avuto qualcosa da dire, da Follow the Leader in poi se lo tengono per loro e ci ammorbano con trovate di dubbissimo gusto, tendente sempre più al mainstream radiofonico guidato da MTV e sorretto da riviste pseudospecializzate che fino all’altroieri hanno concesso le loro copertine a questi personaggi di scarsa moralità artistica. I Korn aprono la via a questo scempio di continue volgarità (eredi in parte dei Guns N’ Roses) e pubblicano uno dopo l’altro solo album scandalosamente patetici, tanto brutti da far rivalutare in negativo anche quanto di valido proposto agli esordi: sarebbe mossa per altro sbagliata, ma si può capire chi è arrivato fino a quel punto. Una cosa però è certa: dubitare della genuinità dei sentimenti mossi dai Korn non è da considerarsi strambo ed irriguardoso, tutt’altro. Se qualcuno ancora non si è arreso all’evidenza di essere stato preso in giro per anni da Davis e soci, per favore non svegliatelo: potrebbe essere pericoloso.

Il discorso si fa diverso per i Deftones.

alt

Perlomeno la band di Chino Moreno ha mantenuto una sua integrità, non s’è mai montata la testa anche quando avrebbe potuto (Around the Fur) e ha cercato di convalidare il proprio status evolvendosi da una matrice comune a fin troppi gruppi. I dischi successivi al capolavoro White Pony non sono all’altezza né di tale album, né dei rispettabili precedenti, ma il non aver dovuto assistere a ridicolezze simili a quelle inscenate dai Korn e dai Limp Bizkit gioca sicuramente a loro favore. La musica, vale a dire ciò che conta, è per altro la migliore lasciata ai posteri dal genere tutto. Canzoni come “Lhabia” o la cavalcata post grunge “Be Quiet and Drive” (il loro inno più rappresentativo), per non parlare delle piccole gemme infilate una dietro l’altra in White Pony, mescolano le giuste dosi di hardcore, metal e una non disprezzabile componente emo che nel tempo è divenuta più semplice da distinguere dalle filastrocche invasate e dark a tutti i costi di Davis. Around the Fur d’altronde è il miglior album propriamente nu-metal (nel senso che lo è in tutto e per tutto), con il suo suono curato alla perfezione – finalmente – da Terry Date. Il calo di ispirazione successivo a White Pony è riconducibile a due essenziali motivi: il primo fisiologico-personale, che ha coinvolto tutti i membri del gruppo, in particolare Chino Moreno e il chitarrista Stephen Carpenter (l’unico della formazione incapace di una qualsiasi evoluzione); il secondo rintracciabile nell’incapacità del giovane pubblico americano di comprendere l’atmosfera languida e reminiscente della scena dark wave di White Pony, che ha poi portato i Deftones a voler dimostrare di essere ancora in grado di spaccare con il testardo album omonimo del 2003. Ad ogni modo, mettendo insieme i migliori pezzi di ogni album, ne esce fuori una raccolta strepitosa, da far impallidire molti campioni d’incassi dei Novanta (già perché i Deftones non hanno mai portato a casa grandissimi numeri), provateci.

Abbiamo già menzionato gli Incubus, formazione che da coordinate prettamente caltrossover funk/metal si è guadagnata un posto nelle pareti delle camerette di molte ragazzine innamorate di Brandon Boyd, probabilmente il miglior epigone di Mike Patton presente sulla piazza. Le loro prime pubblicazioni passano tuttavia dal rispettabile al convincente, distinguendosi con il freschissimo S.C.I.E.N.C.E. dalla massa di cialtroni che di lì a poco inonderanno il mercato. Si tratta di un disco intelligente e suonato con estrema perizia da dei giovani prodigi dei loro strumenti. A risaltare è in particolar modo la sezione ritmica, in cui il bassista Dirk Lance si evidenzia come uno dei più originali di tutto il nu-metal. Proprio la defezione di Lance risulterà letale per la riuscita artistica del progetto Incubus, che quindi bivaccherà su innocuo standard rock da MTV: talento sprecato. La progressiva emtivizzazione di Boyd e soci è tuttavia innegabile, tanto che già all’ascolto dei singoli “Stellar” e “Drive” (dal pur degno Make Yourself) qualcuno dei più fedeli comincia a storcere il naso. A favore della band sono però da registrare le buone recensioni che ottengono le loro tourneé, in cui viene fuori evidentemente la loro voglia di mostrarsi nel loro lato più sincero: sono buoni musicisti gli Incubus, e bisogna essere onesti, non sono stati certo loro il male maggiore della scena nu-metal.

E’ proprio il caso dunque di aprire una parentesi sui Limp Bizkit, alt assieme ai Korn il nome più discusso di tutto questo filone. Nel suo contesto, l’esordio Three Dollar Bills Y’All risulta anche rispettabile, avendo tutte le credenziali non solo per fare presa sui quattordicenni americani, ma anche per non sembrare eccessivamente derivativo. D’altronde i riff di Wes Borland e il rap di Fred Durst aggiungono qualche variante colorata al già prevedibile schema. Sono inoltre furbi a ripescare “Faith” di George Michael e farne il loro trampolino di lancio. Riascoltandoli oggi, i primi Limp Bizkit sembrano una versione ridotta e volgare dei Beastie Boys, ovviamente con un suono aggiornato alla moda del momento. A fronte dei limiti vocali del loro frontman, finché i Limp Bizkit si limitano a darci dentro con il rap farcito di metal, restano dei degni interpreti di qualcosa che certo non avevano neanche contribuito a creare. Quando – un po’ come faranno i Red Hot Chili Peppers dal ritorno di Frusciante in poi – vorranno ricercare anche la melodia, risulteranno patetici. Anche il secondo album, Significant Other, rilascia una manciata di momenti tutto sommato divertenti, ma saranno gli ultimi di tutta la loro storia: quando divengono popolari anche in Europa, i Limp Bizkit sono di fatto il simbolo dello sfascio del rock alternativo americano, assieme a tutto il carrozzone del nu-metal che ormai conta fra le sue fila anche il christian rap metal dei P.O.D. (la variante nu-metal dei Creed), i bambineschi Papa Roach e gli Adema, band capeggiata dal fratellastro di Jonathan Davis, che fa di tutto per imitarlo. Uno scempio.

La cosa che lascia più colpiti è che questi personaggi che in Europa consideriamo minori, negli Stati Uniti sono autentici campioni d’incassi: i loro album sono attesissimi e finiscono spesso in alto nella classifica di Billboard, le loro tourneé – spesso congiunte nel circo chiamato Family Values Tour, oppure più recentemente nel Warped Tour – registrano sempre il tutto esaurito. I Disturbed – che dalla loro hanno giusto il tono da internato del cantante David Draiman – superano ancora nel 2008 il milione di copie vendute. I Linkin Park sono un’istituzione, fra qualche anno qualcuno li proporrà per la Hall of Fame. Ci rendiamo conto?

Tutt’intorno poi si muovono le fila dei discografici, che danno in mano a questa gente le redini del mercato rock. Fred Durst rilancia la carriera degli Staind (fra tutti forse il male minore), una band che da altorigini crossover si muove verso un revival del grunge dall’umore triste ad ogni costo. Sempre Durst si prende il grande merito di aver scoperto i Puddle of Mudd, la risposta ai canadesi Nickelback. E’ tutto dire. I Drowning Pool perdono il loro cantante per overdose durante la tourneé del primo disco, ma decidono di andare avanti lo stesso mantenendo nome – ormai fortunato – e un nuovo cantante. Ci sono anche i Lostprophets, la versione gallese dei Linkin Park, o i nostri Lacuna Coil, che per quanto fuori tempo massimo con l’accuso, anacronistici e confusi, hanno dalla loro la voce carica di pathos di Cristina Scabbia. In Italia di formazioni nu-metal ne sono uscite fuori diverse, i più famosi dopo i Lacuna Coil sono certamente i Linea77, su cui scegliamo di non proferire parola.

Si salvano gli inglesi Vex Red, che prima di sciogliersi per dissidi interni, mandano alle stampe un unico album prodotto da Ross Robinson chiamato Start with a Strong and Persistent Desire, in cui si fondono bene varie influenze, oltre la matrice nu-metal. Anzitutto l’approccio grunge (nonostante la voce fin troppo reminiscente di Johns dei Silverchair), ma anche qualche sonorità mutuata dai Nine Inch Nails di The Fragile e dal rock elettronico in voga in quel momento.

altTornando a parlare del nu-metal originario, quello figlio diretto dell’esperienza dei primi Korn per intenderci, è il caso di ripescare gli sfortunati Snot, che perdono il loro cantante Lynn Strait in un incidente stradale dopo aver pubblicato il primo album Get Some, nella cui copertina compare Dobbs, il cane boxer di Strait, morto anch’esso investito da quel maledetto autocarro sulla 101. Si tratta di un lavoro in perfetto stile nu-metal, che nel 1997 non risulta particolarmente innovativo ma che propone interpretazioni tutto sommato fresche ed ispirate, nonché uno stile chitarristico se non del tutto originale, quantomeno personale e funzionale al songwriting. I restanti membri decidono poi di continuare con un nuovo cantante: non c’è limite alla vergogna, d’altronde addirittura anche i Blind Melon e gli Alice in Chains tenendosi il loro nome stanno tornando con nuovi vocalist, figurarsi.

Prima di perdersi per strada, gli Orgy di Jay Gordon e Ryan Shack – già membri dei Sexart, in cui milita Jonathan Davis prima di formare i Korn – trovano la loro chance per campare di rendita indovinando l’album d’esordio, Candyass, in cui figura la fortunata cover dei New Order “Blue Monday”. Quello degli Orgy è un nu-metal cibernetico, in apparenza anche sintetico, che mischia sfuriate metal ad un discreto gusto pop. In Europa non se li è cagati nessuno, forse saggiamente.

Da risparmiare dall’incendio – le cui fiamme a questo punto sono piuttosto alte – c’è anche il secondo album della formazione degli Hed P.E. da Huntington Beach, in cui spicca la voce del rapper di origini brasiliane Jahred Shane. Il disco si chiama Broke e vi partecipano anche East Bay Ray dei Dead Kennedys e Serj Tankian dei System of a Down. Niente di trascendentale, come tutto il resto del nu-metal in fondo.


10 album nu-metal, in ordine alfabetico:

01. Coal Chamber – Chamber Music

02. Deftones – Around the Fur

03. Deftones – White Pony

04. Head P.E. – Broke

05. Korn – S/T (1994)

06. Korn – Life Is Peachy

07. Incubus – S.C.I.E.N.C.E.

08. Incubus – Make Yourself

09. Limp Bizkit – Three Dollar Bills Y’all

10. Snot – Get Some


10 canzoni per provare a ricordare positivamente il fenomeno nu-metal (e dintorni):

01. Korn – Twist

02. Deftones – Lhabia

03. System of a Down – Sugar

04. Incubus – Redefine

05. Faith No More – Midlife Crisis

06. Limp Bizkit – Break Stuff

07. Disturbed – Stupify

08. Head P.E. – Bartender

09. Vex Red – Can’t Smile

10. Papa Roach – Broken Homes

Social