Beautiful Losers: speciale hi-fi alternative ’00s

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Beautiful Losers: speciale hi-fi alternative ’00s

Beautiful losers, meteore che per un attimo hanno rubato il nostro cuore, esponenti di un genere su cui in molti avremmo scommesso. Sono Mars Volta, Oceansize, Dredg, Amplifier e tutto il filone del nuovo rock alternativo degli anni 2000 sulla scia dei Tool di Lateralus e dei Deftones di White Pony, ma non solo. Nobilitare di nuovo le chitarre, impegnate nell’esplosione new metal, unire gli spazi enormi delle realtà post rock alle melodie vocali, rientrare in un minutaggio non eccessivo. Questo l’equilibrio impossibile perseguito anche contemporaneamente da un’ondata di gruppi di cui poco oggi rimane: chi si è sciolto, chi ha continuato a lottare ormai ignorato, chi si è venduto al carrozzone di Dream Theater, Anathema e Porcupine Tree. Nessuno di loro è mai riuscito a sviluppare la scintilla dei primi lavori, pur a tratti luminosissima, e raggiungere i propri precursori innalzandosi a nuove realtà principali.

Pur accomunati dallo stesso destino si parla di formazioni accostabili fra loro solo fino a un certo punto, che hanno rivolto l’attenzione su dettagli diversi: attirati da melodie post e grande impatto gli Oceansize, progressivi e grunge gli Amplifier, più eterei e sconfinati i Dredg, tendenti a strafare i Mars Volta. Oltre a loro, tutto un sottobosco di realtà che hanno mescolato e alternato le comuni influenze ottenendo risultati ancora più alterni, se non totalmente trascurabili.
Lo scarto di qualità si fa netto rispetto ai gruppi precedenti, ma potrebbero dire qualcosa nomi come 10 Years e Vex Red (entrambi con sguardo agli A Perfect Circle, Deftones e mente alle classifiche), Pineapple Thief (aperti a melodie acustiche), The Butterfly Effect. Tutti di maynardiana ispirazione, stessa cosa per Institute e Hurt, quest’ultimi in particolare più vari e in un certo senso ambiziosi: vanno sì a sbattere contro le parti più lineari di Ænima e Undertow, ma con classe, gusto e maggiore coraggio rispetto a tutti. Si possono poi trovare una minoranza di background diversi in Coheed and Cambria e Circa Survive, tutt’oggi attivi ma non più quelle promesse che potevano sembrare agli inizi.

Cosa non ha funzionato? Il difetto principale è sembrato essere la mancanza di carisma e veri frontman capaci di conquistare quell’attenzione extra musicale, quella copertina in più che avrebbe esportato i gruppi a un pubblico più vasto ma anche una paradossale riluttanza alla sperimentazione, all’uscita dalla propria ampia comfort zone. Altri elementi di insuccesso le innumerevoli volte nelle quali il suono è sfociato nel nu metal, e quella percezione errata, all’inizio di un nuovo movimento musicale, che porta a dare attenzione anche a banali imitatori, visti in un primo momento come alfieri al pari degli altri.

Il risultato è che oggi quelle chitarre quelle melodie, vengono spesso ricordate con zero rispetto, e solo chi ha saputo cambiare oggi è ripescato in momenti-nostalgia, per ricordare chi eravamo noi, soprattutto chi erano loro prima di sparire, sciogliersi, pubblicare album indegni, aprire per i Dream Theater. Qualcosa, in fondo, rimane.

 

The Mars Volta – De-Loused in the Comatorium (2003)

220px-De-Loused_in_the_ComatoriumNati dalle ceneri degli At the Drive-In, i Mars Volta debuttano con un’opera schizofrenica, intricata, vicina melodicamente alle soluzioni del precedente gruppo ma forte di un’attitudine più progressiva: pezzi lunghi, segnati da cambi improvvisi e accessibilità data da una voce qui ancora portentosa, prima del crollo verticale. Tuffarsi nelle accelerazioni di “Roulette Dares (The Haunt Of)” significa avere il quadro completo di tutto ciò che succederà nell’album, dal singolo “Inertiatic Esp” alla maratona crimsoniana di “Cicatriz Esp”. L’abilità di andare dritti al sodo anche con sei minuti a disposizione viene tutta dal terrore di venire ignorati, in un esordio che farà invece schizzare la popolarità (e l’ego) di un gruppo qui già al suo apice. 84/100

The Mars Volta – Frances the Mute (2005)

220px-Frances_the_MuteGià nel secondo lavoro i Mars Volta gettano la maschera e si lasciano pervadere dalla megalomania. L’apertura di “Cygnus… Vismund Cygnus”, però, fa drizzare le orecchie: violentissima nel suo ritmo incalzante, è sovrastata da voce e chitarra che si trafiggono a vicenda prima di una parte centrale riservata al primo degli assoli semi-improvvisati che costelleranno soprattutto il successivo Amputechture. “The Widow” è la forma pop che unisce la ballad ad aperture distorte e assoli, “L’Via L’Viaquez” un ibrido tra spirito latino e chitarre sparate a velocità folli mentre “Cassandra Gemini”, con la sua divisione in otto parti per un totale di trentadue minuti, preannuncia la pretenziosità dei lavori futuri. Ancora ci siamo, però: pur coi suoi difetti, Frances the Mute risulta originale e ancora beautifully intricate. 81/100

Oceansize – Effloresce (2003)

220px-EfflorescealbumIl debutto degli Oceansize è per molti aspetti folgorante: la potenza e la personalità delle parti di chitarra, i crescendo, l’uso della voce come vero e proprio strumento aggiuntivo a domare l’inferno sottostante, tutto ha il sapore della next big thing. In mezzo all’alternanza di pezzi ora più pesanti (il singolo “Catalyst”) ora caratterizzati da chiare melodie di stampo post rock, arriva la strepitosa “You Wish”: fuoco e fiamme, lotta senza sosta tra voce e schianti di chitarre, un rogo che ancora oggi conserva il suo impatto micidiale. Che si venga conquistati dalle altezze vertiginose di “Amputee” o ci si perda tra le distorsioni che pervadono tutto l’album, la qualità generale avrà ben pochi cali dall’inizio alla fine. 82/100

Oceansize – Frames (2007)

220px-FramesOceansizeNel suo terzo LP, il gruppo di Manchester decide di lasciare in secondo piano la forza bruta in favore di una maggiore attenzione dedicata a struttura e melodie. Le canzoni progrediscono, non in misura maggiore o minore rispetto al passato, solo diversamente. Gli arpeggi si intrecciano a riff più ariosi sui quali la voce, stavolta, si stende lasciandosi trasportare: dal piano e gli sviluppi di “Trail of Fire” al post rock rivisitato di “Savant”, passando per l’epica staticità dell’apertura di “Commemorative 9/11 T-shirt”. Dispersivo e discontinuo in più di un’occasione, Frames rimarrà comunque l’album dotato di maggiore longevità della discografia Oceansize, quello da ripescare dopo le bordate di chitarra dei precedenti. 78/100

Cave In – Jupiter (2000)
Jupiter_(Cave_In_album)Sembravano davvero una delle promesse migliori i Cave In, che con Jupiter trovano un ideale incrocio tra chitarre distorte di matrice post core, arpeggi e aperture melodiche capaci di attirare attenzioni trasversali. “Brain Candle” sembra non avere più niente da dire prima dello schianto nel mezzo, “Big Riff” apre e chiude sezioni ora violente ora più evocative risultando l’episodio più dedito alla progressione. Intorno, una voce capace di adattarsi splendidamente a ogni soluzione e accompagnare persino i nove minuti di “Requiem”. Tenteranno, fallendo con il successivo Antenna, la strada dell’accessibilità: le idee più originali e interessanti sono tutte qui. 79/100
Dredg – El Cielo (2002)

el cielo dredgIl secondo lavoro dei californiani offre spazi sconfinati e un suono tanto evocativo quanto potente. Voce e chitarre sono incisive quanto basta per non far svanire nell’aria canzoni che anzi si elevano, ma sempre a vista d’occhio, per poi scendere e risalire con pathos e controllo. C’è il post rock nello sfondo, ma è una traccia di qualcosa rielaborato al servizio di una nuova realtà, un gruppo che in questo modo va a distinguersi nel filone del rock alternativo e si pone come una delle sue promesse migliori. Decollano “Same Ol’ Road” e “Sanzen”, torna a terra schiantandosi “Sorry but It’s Over” in un’opera tra le più intriganti del genere, forse ingiustamente rivalutata in negativo a seguito dei successivi passi falsi. 81/100

 

Amplifier – Amplifier (2004)

amplifier 2004Impatto, progressione e riff, il tutto a convivere senza volgarità ma ben oltre la forma-canzone. Gli Amplifier risultano tra i più intricati dell’intera scena, seppur all’apparenza immediati, con melodie e sobrietà che regnano in ogni episodio, rendendoli anche oggi piacevoli all’ascolto e mai scaduti. Il minutaggio però non mente: è facile perdersi in “Airborne” e “Panzer”, la doppietta floydiana vertice dell’album, che non lesinano minimamente sullo spazio occupato con rispettivamente sette e otto minuti di atmosfere, crescendo e piccoli grandi momenti chitarristici. Più che godibile ma impossibile da ascoltare tutto d’un fiato! 80/100

Amplifier – Insider (2006)

41nznSqro6LMaggiore sapore di jam, maggiore avvolgimento nei suoni già a partire dalla decisa “O Fortuna”. Sembra lo stesso percorso degli Oceansize: trovata la formula, spingiamola fino al suo limite fino a perderne a tratti il controllo. Insider è l’album da una parte più spinto e ambizioso, dall’altra sempre più carico e opprimente, con evidente profumo di grunge. Svettano la titletrack e “Elysian Gold”, entrambe contenute ed equilibrate pur non rinunciando agli assalti. Un disco che rimane tranquillamente sopra la media dei follower della scena, ma le buone maniere e la compattezza non sempre bastano. 76/100

Katatonia – Viva Emptiness (2003)

220px-Katatonia_VivaEmptiness_coverIl filone rivolto alle contaminazioni doom, che tanta vergogna ha prodotto (e sta producendo) negli anni, trova in Viva Emptiness un album equilibrato tra grigiore e buon senso, malessere più o meno ostentato e attenzione alla scrittura. La vera forza sta infatti nelle canzoni: l’evocativa “Criminals”, la tensione a rilascio alternato di “Sleeper”, il contrasto tra sfogo e delicatezza di “Burn the Remembrance”, tutto un disco che prende le distanze dai futuri sviluppi del movimento, sempre più bisognoso di immagine e facciata a scapito della musica. Il gruppo gioca pericolosamente al limite, senza superarlo. 79/100

Vex Red – Start With a Strong and Persistent Desire (2002)

vex red Si entra in quel territorio di confine di cui White Pony è capofila, dove le chitarre iniziano a essere molto, troppo rifinite e rinforzate, portando alla mente quell’altro genere esploso negli stessi anni. Giocano a favore dei Vex Red l’ingenuità e la mancanza di parodia (anche se qualcuno li paragona anche ai Silverchair), che permettono a “Can’t Smile” e alla più varia “Untitled” di farsi apprezzare quali tentativi di unione tra accessibilità, impatto (“Itch”) e tributo agli eroi alternative. Il Cerchio Perfetto, però, è stato chiuso da un solo gruppo. 75/100

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