Paisley Underground: una storia dagli altri anni Ottanta

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Oggi in pochi ne parlano, ma nella prima metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti, e in particolar modo in California, ha preso piede una scena molto interessante, votata alla riscoperta della musica psichedelica tanto in voga nei Sessanta. Non è un caso che il nome di Paisley Underground, utilizzato per la prima volta dal cantante / bassista dei Three O’Clock Michael Quercio con riferimento ai gruppi in parola, sia stato preso in prestito da una linea di abbigliamento molto famosa durante il periodo del flower power. L’obiettivo dichiarato di questi musicisti, infatti, era riuscire a rielaborare e rendere attuali delle sonorità che, complice l’avvento della new wave e del synth pop da classifica, in quegli anni venivano considerate obsolete e a serio rischio di estinzione. Dalle cavalcate elettriche di Neil Young alle divagazioni lisergiche dei Quicksilver Messenger Service, passando per le ballate dissonanti dei Velvet Underground e il pop obliquo di Syd Barrett: questo l’ampio territorio all’interno del quale si muovono band come Dream Syndicate, Thin White Rope, Salvation Army / Three O’Clock, Rain Parade, Green On Red e Opal.

L’obiettivo di questo articolo, pertanto, è proporre una rapida carrellata delle formazioni e dei dischi più significativi di questa breve stagione, che grossomodo può essere circoscritta agli anni ricompresi tra il 1982, anno di uscita del primo album dei Dream Syndicate, e il 1987, quando gli Opal pubblicarono il loro album di esordio (poi purtroppo rimasto senza seguito) lasciando al lettore il piacere di tutti gli approfondimenti del caso. Davis, cittadina situata nella contea di Yolo e nota per ospitare il Campus dell’Università della California, è il luogo dove la storia che ci proponiamo di raccontare ha avuto inizio. E’ da queste parti, infatti, che si formano e muovono i primi passi due delle realtà in assoluto più significative della scena, ovvero i Dream Syndicate e i Thin White Rope.

I Dream Syndicate, capitanati dal cantante Steve Wynn, dal chitarrista Karl Precoda e dalla bassista altKendra Smith, sono la band più rumorosa ed eminentemente punk rock del lotto. Impossibile non scorgere l’enorme influenza esercitata dai Velvet Underground su questi ragazzi, con il modo di cantare di Wynn che ricorda molto da vicino quello di Lou Reed e l’ampio utilizzo di riverberi e feedback di chitarra elettrica per dare corpo a un sound molto diverso da quello della maggior parte delle formazioni del periodo. L’impatto enorme avuto da un album come The Days of Wine and Roses (1982), infatti, è comprensibile appieno solamente se si considera il periodo storico in cui venne pubblicato, una stagione nella quale le onde radio erano intasate dal suono dei synth e le guitar-band erano viste come delle specie di animali preistorici. Un pugno di canzoni che suonano incredibilmente fresche e attuali ancora oggi, a quasi trenta anni dalla loro pubblicazione. Nove pezzi in tutto, dall’ascolto dei quali emerge con prepotenza la forza espressiva della penna di Steve Wynn, nell’occasione estremamente ispirato nel raccontare storie di amore, rabbia e disagio giovanile con quell’innocenza di fondo e quell’onestà intellettuale che molto spesso è possibile rinvenire solamente negli esordi assoluti. L’album inizia alla grande con la velvetiana “Tell Me When It’s Over” e il suo ipnotico riff di chitarra, subito seguita dal rock’n’roll cupo e malato di “Definitely Clean”. Dopo la cadenzata “That’s What You Always Say”, brano introdotto da un bel giro di basso della Smith, è il momento dell’irresistibile “Then She Remembers”, garage tiratissimo nel quale sembra di aver di fronte addirittura gli Stooges più scatenati. La successiva “Helloween”, unico brano firmato da Precoda presente su questo lavoro, rappresenta il vertice psichedelico del disco ed è senza dubbio uno dei pezzi più riusciti del lotto. L’oscura e perversa “When You Smile” e il blues lisergico “Until Lately” a loro volta, introducono “Too Little, Too Late”, brano estremamente suggestivo cantato dalla Smith, che nell’occasione rende un esplicito omaggio a Nico e ai Velvet Underground più atmosferici. A chiudere un lavoro praticamente perfetto e destinato ad entrare nella leggenda, la furiosa e percussiva “The Days of Wine and Roses”, rock’n’roll acido e rumorosissimo. Ripetersi era quasi impossibile, ma con il successivo Medicine Show (1984), la band riesce a fare un altro centro pieno. Nell’occasione i Dream Syndicate decisero di affidarsi al produttore emergente Sandy Pearlman, che si era guadagnato una certa notorietà per aver lavorato qualche anno prima su Give’Em Enough Rope dei Clash, al quale si deve la scelta di smorzare la dimensione garage, snellendo il sound dalla pesantezza dei feedback di stampo velvetiano e mettendo in primo piano la chitarra acida ed espressiva di Karl Precoda. Il risultato finale è un lavoro per molti aspetti diverso dal predecessore, ma ancora una volta pieno di episodi meritevoli di essere ricordati, dal mid-tempo iniziale di “Still Holding on to You”, alle aride ballate elettriche in stile Neil Young “Burn” e “Merrittville”, passando per “John Coltrane Stereo Blues”, niente altro che un estratto dalla lunga jam con cui questi ragazzi usavano chiudere i propri concerti fin dagli esordi. La fuoriuscita dal gruppo a causa di dissidi interni di Kendra Smith prima e di Karl Precoda poi, impedì a Steve Wynn e agli altri superstiti di attestarsi su tali livelli di eccellenza anche nei lavori successivi, segnando il progressivo declino di una formazione che avrebbe senza dubbio meritato maggiore notorietà.

I Thin White Rope dei cantanti / chitarristi Guy Kyser e Roger Kunkel, a loro volta, seppero fin da subito acquisire una certa fama nell’ambiente grazie ad un originalissimo mix di roots rock e altpsichedelia che in alcuni frangenti sembra addirittura anticipare il desert rock degli anni ’90. L’esordio assoluto è del 1985 con Exploring the Axis, disco uscito su etichetta Frontier. Un lavoro nel quale la band, pur pescando a piene mani dal passato, si dimostrò capace di rielaborare certe sonorità con una personalità tale da rendere incerti e sfuggenti i confini entro cui si muoveva. Nella musica dei Thin White Rope è facile rinvenire intrecci di chitarre di scuola Television, ma anche i toni acidi e la furia dei Quicksilver Messenger Service e il songwriting di Neil Young. Il recupero della tradizione country e western era innegabile, ma altrettano innegabile era l’utilizzo di soluzioni moderne, figlie di certa new wave. In un album come Exploring the Axis, d’altra parte, è possibile rinvenire anche melodie a presa rapida e di facile memorizzazione, come nel caso del singolo, decisamente ruffiano e ammiccante, “Disney Girl”, perfetto contrappunto alla furia percussiva di pezzi come “Soundtrack”. Un discorso che i Thin White Rope seppero portare avanti e sviluppare anche nei loro lavori successivi ed in particolare in Moonhead, album uscito nel 1987. Idealmente a metà strada tra classicità americana e psichedelia, anche in questo caso siamo in presenza di un canzoniere senza tempo, nel quale ogni brano rappresenta il perfetto manifesto di una musica tanto corposa quanto instabile, dall’incedere malato dell’iniziale “Not Your Fault” fino all’epica furia conclusiva di “Take It Home”.

Allontanandoci di poco da Davis, arriviamo a Los Angeles, la metropoli che, con la sua moltitudine di club e locali, rappresentò il fulcro intorno al quale l’intera scena ruotò e prese forma. Qui si muovono i Salvation Army / Three O’Clock di Michael Quercio, i Long Ryders e, soprattutto i Rain Parade di Matt Piucci (c
antante) e David Roback(chitarra).
I Salvation Army, prima di esser costretti a cambiare nome a causa delle proteste del vero Esercito della Salvezza, fecero in tempo a pubblicare nel 1982 un album omonimo che si rivelò estremamente influente nell’ambiente californiano. Dieci pezzi dai ritornelli incalzanti e suonati con piglio punk, tra cui meritano di essere ricordati almeno “She Turns to Flowers” e “The Seventeen Forever”. Divenuti Three O’Clock, la band virò con decisione verso un sound più morbido già con la pubblicazione dell’EP Baroque Hoedown (1982), decidendo di ricalcare la proposta di certi gruppi da classifica degli anni ’60 piuttosto che quella di realtà ben più visionarie del periodo come i Doors. Il successivo album Sixteen Tambourines (1983) rappresenta probabilmente il vertice creativo del gruppo, con la sua sequenza di irresistibili motivetti adololescenziali affogati nell’acido e impreziositi da arrangiamenti sempre molto ricercati, caratterizzati dall’ampio utilizzo di strumenti a fiato. In particolare, l’orecchiabilissimo power pop di “Jet Fighter” rappresenta uno degli episodi simbolo dell’intero Paisley Underground, ma assolutamente degne di nota sono anche le parentesi più pacate come “Tomorrow” e “Fall to the Ground”, in cui emerge il grande amore di questi ragazzi per la musica dei Beatles.
altI Long Ryders, invece, proponevano un folk rock psichedelico che trovava nella musica dei Byrds, nei Buffalo Springfield e nei Flying Burrito Brothers i principali referenti, anche se questi ragazzi cercarono fin da subito di filtrare la lezione di questi grandi maestri alla luce di un’attitudine tipicamente punk. Native Sons (1984) è senza dubbio il loro album più riuscito e significativo, in cui brani dalla struttura abbastanza classicheggiante si alternano a trascinanti cavalcate cow-punk, come nel caso della adrenalinica accoppiata iniziale “Final Wild Son” / “Still Get By”, e ad autentiche gemme pervase da una psichedelia soffusa, tra cui impossibile non menzionare almeno la splendida “Too Close the Light” e la conclusiva “I Had a Dream”. Quello dei Rain Parade è un jangle pop acustico intriso di vaga psichedelia e con un suono lo-fi da insegnare a scuola, pure tinteggiato di macchie folk che gli donano quel minimo di americanità che altrimenti faticheremmo a rintracciare. Emergency Third Rail Power Trip (1983), al pari del successivo EP Explosions in the Glass Palace (1984), riesce a transcendere e starsene bene anche isolato dal contesto a little revival di provenienza, grazie agli stessi ingredienti che dovrebbero vincolarvelo: melodie leggermente distorte, tonalità morbide, gentili e in qualche modo accomodanti, rendono la psichedelia più un sogno ad occhi aperti e ben coscienti, piuttosto che il solito viaggio indotto e a ritroso nel tempo. Ad essere enfatizzato è dunque il lato più pacifico, anziché quello fuzzoso del garage rock che spesso band del genere sono solite inscenare: “This Can’t Be Today”, “I Look Around” e “Kaleidoscope” non sono solo buone canzoni, ma fanno da modello al Paisley Underground tutto.

Un discorso a parte meritano anche i Green On Red del cantante Dan Stuart, il cui timbro ricorda incredibilmente da vicino quello di Gordon Gano dei Violent Femmes, in realtà originari di Tucson, Arizona, ma molto attivi nella zona di Los Angeles e ben presto divenuti tra gli artisti simbolo della scena. Gas Food Logding (1985), secondo lavoro in studio della formazione, costituisce il punto più alto di una discografia nella quale convivono psichedelia e momenti più propriamente cow-punk. In certi frangenti, come nell’iniziale “That’s Women Dreams Were Made for”, sembra di ascoltare i Rolling Stones alle prese con una loro classica ballata mid-tempo, ma la band riesce a dare il meglio di sé nei brani più vigorosi e trascinanti, come “Hair of the Dog” e l’accoppiata “The Drifter” / “Sea of Cortez”, senza dubbio tra i più rappresentativi del repertorio. Anche in questo caso, il punto di partenza sono i Byrds e Bob Dylan, ma è chiaro che il territorio prediletto da questi ragazzi è il folk rock ruvido e poetico di Neil Young. Proprio con “Sea of Cortez”, d’altra parte, si fanno scappare una citazione quasi diretta, rivelando quanto abbiano ascoltato e metabolizzato un classico come Zuma (1975). Il tastierista Chris Cacavas, una volta chiusa la parentesi con Green On Red, entra a far parte della formazione folk rock dei Giant Sand, con cui proporrà, almeno nell’album d’esordio Valley of Rain (1985), un rock alternativo fortemente influenzato dalla psichedelia acida californiana, dalla quale, tuttavia, questa band si allontanerà progressivamente nel corso degli anni per sposare uno stile decisamente più legato alla tradizione. Brani come “Down on Town / Love’s No Answers” vibrante garage country con più di un richiamo a Gun Club e Dream Syndicate, l’oscura e malata “Curse of a Thousand Flames”, quasi dark punk nell’incedere, o l’omonima title track, pezzo al tempo stesso orecchiabile e raffinato, restano i migliori manifesti di una formazione in stato di grazia.

Una scena così fortemente localizzata ha permesso una grande interazione tra i protagonisti di questa storia, i quali hanno avuto la possibilità di vivere a stretto contatto durante quegli anni, condividendo molte esperienze e influenzandosi a vicenda, un po’ come successo negli anni ’90 a Seattle durante l’epopea grunge. Questo, com’era ovvio che fosse, si è tradotto in una moltitudine di collaborazioni, rappresentate al meglio dal progetto a nome Rainy Day: niente altro che un disco di cover (tra gli artisti omaggiati figurano: Velvet Underground, Byrds, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Big Star, Buffalo Springfield), reinterpretate per l’occasione da un super gruppo composto da membri di Dream Syndicate, Rain Parade e Three O’Clock. La leggenda vuole che l’idea di questo disco sia venuta durante un barbecue organizzato dai membri dei Green On Red. Da segnalare la presenza in alcuni brani di Susanna Hoffs, voce delle Bangles, formazione che ha mosso i primi passi proprio all’interno della scena Paisley Underground, salvo virare repentinamente verso un orecchiabile pop rock da stadio (Chi non conosce una hit come “Walk Like an Egyptian”, capace di raggiungere le vette delle classifiche di vendita di tutto il mondo?)

Originari di Sacramento sono invece i True West di Gavin Blair (cantante) e Russ Tolman (chitarrista), a loro volta molto legati alla scena losangelina e in precedenza membri della band pre-Syndicate di Steve Wynn. The Drifters (1984) rappresenta il punto più alto di una discreta carriera, iniziata un paio di anni prima con la pubblicazione di una cover della canzone “Lucifer Sam” dei Pink Floyd / Syd Barrett (e per ottenere il massimo effetto psych ponendo la stessa canzone al contrario sul lato B del disco, con titolo “Mas Reficul “). Il sound di questa formazione, in cui giocano un ruolo fondamentale i continui intrecci delle due chitarre soliste, suonate con estrema perizia da Russ Tolman e Richard McGrath, è stato senza dubbio molto influenzato dalla musica di Tom Verlaine e dei suoi Television. Pezzi come “Look Around”, “At Night They Speak” e “Black Bridge Song”, energici e orecchiabili, meritano senza dubbio almeno una menzione, al pari di episodi più dilatati e psichedelici come “And Then The Rain” e “What About You”.

Dalla stessa città provengono anche i Game Theory di Scott Miller, band che, per approccio e attitudine, è forse improprio inserire nel Paisley Underground, ma che, esibendosi molto spesso in quegli anni nei club losangelini, si trovò ben presto a condividere la scena con molte delle formazioni ricordate in questo articolo. Il sound di questi ragazzi appare in primo luogo figlio di certo power pop anni ’70 e raramente nei loro pezzi trovano spazio le divagazioni neo-psichedeliche tipiche dei loro contemporanei. Grazie a una vena melodica assolutamente fuori dal comune, riuscirono ben presto ad attirare l’attenzione del produttore jangle pop di culto Mitch Easter, che in quel periodo aveva da poco finito di lavorare su Murmur (1983), album capolavoro dei R.E.M. Influenzati principalmente dalla musica dei Big Star e da certo brit rock, i Game Theory nei loro dischi, tra i quali meritano di essere ricordati almeno Real Nighttime (1985) e The Big Shot Chronicles (1986), seppero dar vita ad una forma molto originale di indie rock, che in alcuni episodi ricorda vagamente la musica di Michael Stipe e soci, nella quale trovano spazio elementi new wave e giocano un ruolo fondamentale i testi, stralunati e irriverenti. Ascoltando brani arrembanti come “Here It Is Tomorrow” e “Make Any Vows” o momenti più rilassati, ma dalle melodie sempre brillanti, come “Where You Going Northern”, “Like a Girl Jesus” o “Too Closely” è facile comprendere le ragioni che hanno reso questa band un’importante fonte di ispirazione per molte formazioni college rock statunitensi salite alla ribalta negli anni successivi.

altLa collaborazione negli Opal tra David Roback e Kendra Smith, che darà vità allo splendido Happy Nightmare Baby (1987), come anticipato, può essere considerata a tutti gli effetti il punto di arrivo dell’intera stagione, tanto breve quanto intensa. Proprio come una pietra preziosa, questo album riesce a trasmettere sensazioni tanto intense quanto variabili, a volte emettendo riflessi sinistri e vagamente malati, altre immergendo l’ascoltatore in paesaggi in apparenza più luminosi e rassicuranti, ma sempre percepiti attraverso una visione distorta e allucinata. Se il valore aggiunto del disco è senza dubbio rappresentato dalla voce profonda ed espressiva della Smith, è la chitarra lisergica di Roback a costituire l’architrave intorno al quale le singole composizioni si sviluppano e prendono forma. Le iniziali “Rocket Machine” e “Magick Power” sono da annoverare tra gli episodi simbolo del disco: il primo è un blues oscuro e psichedelico, in cui al lancinante suono della chitarra elettrica fa da perfetto contrappunto l’incedere ipnotico del basso; nel secondo Kendra riesce a trasportare l’ascoltatore in una sorta di incubo drogato, idealmente a metà strada tra la proposta dei Doors e quella primi Pink Floyd, in cui fa capolino anche l’organo hammond. Tra le tracce successive, tutte di altissimo livello, impossibile non citare almeno la power ballad “Supernova” e il trip drogato di “Siamese Trap”, con la cavalcata finale di quasi nove minuti “Soul Giver” a chiudere in modo assolutamente degno uno dei capolavori meno chiacchierati degli anni ’80.
A dispetto dell’eccellente risultato finale, questo disco non ebbe mai un seguito. Già verso la fine del tour promozionale, infatti, Hope Sandoval riesce a prendere il posto di Kendra Smith: stanno nascendo i Mazzy Star e la musica psichedelica degli anni ’90 avrebbe ben presto trovato un importante punto di riferimento.

 

DISCOGRAFIA CRONOLOGICA ESSENZIALE:

01. The Dream Syndicate – The Days of Wine and Roses (1982)
02. The Salvation Army – The Salvation Army (1982)
03. Rain Parade – Emergency Third Rail Power Trip (1983)
04. Three O’Clock – Sixteen Tambourines (1983)
05. The Dream Syndicate – Medicine Show (1984)
06. True West – Drifters (1984)
07. Long Ryders – Native Sons (1984)
08. Rain Parade – Explosions in the Glass Palace [EP] (1984)
09. Rainy Day – Rainy Day (1984)
10. Green on Red – Gas Food Lodging (1985)
11. Thin White Rope – Moonhead (1985)
12. Giant Sand – Valley of Rain (1985)
13. Game Theory – Big Shot Chronicles (1986)
14. Thin White Rope – Exploring the Axis (1987)
15. Opal – Happy Nightmare Baby (1987)

DIECI BRANI PAISLEY:

01. Dream Syndicate – That’s What You Always Say
02. Thin White Rope – Disney Girl
03. Three O’Clock – Jet Fighter
04. Long Ryders – Too Close the Light
05. Rain Parade – This Can’t Be Today
06. Green on Red – Hair of the Dog
07. Giant Sand – Down on Town / Love’s No Answers
08. True West – And Then the Rain
09. Game Theory – Like a Girl Jesus
10. Opal – Magick Power

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