Summer Adventures in Glo-fi

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Summer Adventures in Glo-fi
Sin dal primo giorno della sua nascita, al filone sono stati appioppati i nomi più fantasiosi; il più quotato resta chillwave, ma glo-fi ci piace di più. Sotto questa etichetta, come è sempre accaduto da quando la gente ha iniziato a creare raggruppamenti di comodo, si raccolgono artisti e produzioni dalle caratteristiche comuni, prime fra tutte un’anima pop bene in vista, una copiosa dose di nostalgia per i decenni passati e un approccio radicalmente lo-fi. Il glo-fi è musica prevalentemente elettronica, caratterizzata dall’essere rigorosamente low fidelity e low cost, come si conviene in tempi di crisi economica. Persino i colori sono in bassa fedeltà, in barba a tutti i megapixel delle fotocamere attualmente in commercio, ma non per questo i risultati sono meno vivaci. La sua ragione principe è il ricordo o, ancora meglio, l’atto di ricordare. I ricordi, per postulato, hanno i contorni sfumati e indefiniti, ci appaiono spesso più piacevoli e sognanti della realtà stessa, e gli artisti chillwave non fanno altro che cercare di riprodurne le caratteristiche. Si tratta di uno stile che affonda le proprie radici in un’attitudine simile a quella di tipo balearic, nato non in costosissimi studi di registrazione, non grazie alle piste da ballo né tantomeno nei garage, ma come si suole nel nuovo secolo, nelle camere dei protagonisti; ragazzi che loro malgrado – ma anche scherzandoci su – hanno ricevuto in dono dalla Rete la responsabilità di aver dato vita ad una nuova scena, ad un genere che probabilmente un vero e proprio genere non è, ma loro sono reali quanto le più celebrate personalità del grunge o del brit pop.I nuovi electro-eroi a bassa definizione raccolgono stimoli dalle correnti neo-psichedeliche, dalla new wave, dal pop, dal dubstep, dalla house, dall’hip hop, dal glitch, dal funk… quindi iniziano a smanettare con vecchi sample, sintetizzatori analogici obsoleti e drum machine decisamente arcaiche. Campionano, compongono, suonano e registrano per poi ridurre il numero di bit (meno bit = meno informazione sonora = più lo-fi digitale), si divertono a filtrare le loro creazioni in tutti i modi consentiti dalla fantasia e a volte arrivano persino a passarle su nastro prima di ri-digitalizzarle (quando non le lasciano direttamente lì!). È tutto molto artigianale, e se non si è abbastanza fortunati da recuperare qualche vecchio sintetizzatore, lo strumento principale diventa per forza di cose un misero laptop neanche troppo aggiornato e votato alla produzione musicale grazie a qualche software tipo Cubase, Reason, Pro Tools o Garage Band e qualche editor audio per il taglia & cuci sullo stile di Audacity, Cool Edit o Wavelab. Per quanto si possano trovare dei punti di contatto con le proposte dei vari Animal Collective, MGMT e Cut Copy, o con il pop nostalgico di M83 e Twin Shadow, il glo-fi possiede delle caratteristiche distintive di approccio e produzione che permettono di tracciare una linea di confine se non proprio netta, sufficientemente visibile in tutti i possibili confronti. Nonostante la varietà delle componenti di base, l’aura glo-fi resta dunque facilmente riconoscibile, anche se si nota una certa tendenza a voler includere nel filone qualunque prodotto lo-fi da camera, alla ricerca disperata del primissimo disco simil chillwave… no, non funziona così.Neon Indian, Toro y Moi, Washed Out, Baths, Memory Tapes, Small Black, sono stati istantaneamente eletti maestri di un’attitudine che si mostra decisamente reale e vitale. La loro è musica che giunge alle nostre orecchie da uno spot pubblicitario, da un videogame arcade, da una serie televisiva americana di fine anni ’70, da un videotape con le lezioni di aerobica, dal supermarket al neon di “Fake Plastic Trees”; ma invece di demonizzare le modernità anni Ottanta, denunciarne l’inquietante plasticosità e cascare in uno stato paranoico in stile Rumore Bianco (Don DeLillo, 1985), i glo-fiers preferiscono sdrammatizzare, ironizzare e, come sostengono loro stessi, farne una questione molto intima. Intima quanto una musicassetta consumata dalle centinaia di passaggi nel nostro impianto stereo e, di conseguenza, diventata unica. Soprattutto, spalancano dei veri e propri abissi psichici che sfruttano ricordi non nostri, collage di polaroid di estati lontane che non ci appartengono e che, però, provocano in noi una sorta di nostalgia che non riusciamo a spiegarci. Il glo-fi cerca forse di farci rivivere indirettamente quei momenti? È qui che viene il bello: si tratta delle nostre esperienze, delle nostre estati, con le nostre istantanee nell’era del (foto)ritocco vintage facile. Ma nostre di chi? Di chi non sbadiglia annoiato in attesa del ritorno di vecchi paladini del rock’n’roll che hanno già detto tutto, di chi rischia e non resta al sicuro tra le sue solite cose, di chi nella musica va alla ricerca di suggestioni piuttosto che di qualche ipotetica verità universale, oppure sta rincorrendo il vero messaggio che da sempre, soprattutto per chi possiede una vera anima pop, è la musica stessa, il suo essere lì per noi.Quante volte ci è capitato di amare una canzone non per la sua reale bellezza ma perché casualmente si trovava proprio lì in un determinato momento? Che la si sia sentita provenire da una finestra aperta su una piccola piazza poco affollata, da una stazione radio, da una televisione accesa in sottofondo, dagli altoparlanti di un posto qualsiasi… poco importa, era lì e noi ce ne ricordiamo bene. Ed ecco che avere un approccio glo-fi significa ricreare non tanto quel momento (che è nostro per davvero, intimo e personale), ma quell’atmosfera, quella sensazione da ricordo appena registrato o appena rievocato. Proprio per questo, dunque, lo stile avrebbe il potenziale per essere di tutti, nonché, idealmente, applicabile a tutto in vista di sviluppi futuri. Se oggi si insiste sulle atmosfere ottantiane è un po’ perché nell’immaginario collettivo sono diventati gli anni dei ricordi a colori per eccellenza, un po’ invece perché tutti questi artisti vengono da lì, sono nati negli ’80s, sono stati bambini negli ’80s, sono cresciuti tra fotografie e videotape di famiglia in un’epoca in cui fissare i bei ricordi era sempre più alla portata di tutti. Il glo-fi sopravviverà come influenza se gli anni ’80 saranno rimasti saldamente un simbolo del ricordo, contagiando anche ragazzi che con quel decennio non avranno più nulla a che vedere, oppure, chissà, quando questa generazione sarà passata ci saranno altre cose da ricordare, e a quel punto altri artisti tr0veranno le formule per farlo nel modo migliore. E allora anche quello, nelle sue ipotetiche diverse forme, avrà uno spirito glo-fi.

di Pierluigi Ruffolo
Artwork di copertina firmato Antonio Pagano

Di seguito una carrellata di memorie dal nostro archivio:

Neon Indian – Psychic Chasms (2009)
Tra i primi ripescaggi del lungo 2009, ecco sopraggiungere i Neon Indian di Alan Palomo, figlio d’arte (se così si può dire) e già protagonista (no, così non si può dire) con il progetto Vega. Più che firmata Kandinskij, la copertina sembre essere a metà tra l’altro blaue reiter Franz Marc e il raggismo di casa Larionov, per un impasto di colori che tutto sommato risulta icastico della musica contenuta in Psychic Chasms, il miglior disco di glitch pop degli ultimi tempi. Unito alla videografa americana Alicia Scardetta, Palomo riesce a creare un immaginario sonoro in cui il protagonista assoluto è il colore, in costante trasformazione a seconda dei suoni tirati fuori da sintetizzatori ormai vintage, eppure sempre capaci di architettare buone melodie dance-pop. Non è certo la prima opera ad esprimere una simmetria fra colori e note musicali. Si pensi al Prometeo di Aleksandr Skrjabin che riusciva a combinare sinesteticamente le diverse arti mediante l’utilizzo di un clavier à lumiere, un embrionale strumento multimediale attraverso il quale, digitando un tasto ed emettendo un determinato suono ad esso relativo, veniva contemporaneamente proiettata una luce colorata. Allo stesso modo però, quello di Psychic Chasms pare come un altro esperimento di udito colorato, dominato da un’atmosfera che solo vagamente dovrebbe ricordare la neo-psichedelia di Animal Collective e compagnia bella e meno bella: una non-rivoluzione concepita nel nome dell’astrattismo, o una gran farsa messa in scena per stupire con finta nostalgia il sempre più abboccone pubblico indie? Forse nessuna delle due cose. Si può scegliere di rimanere impassibili al retroguardismo che punta dritto agli Eighties, o di lasciarsi trasportare dagli fx da Sega Master System II di pezzi come “Should Have Taken an Acid With You”, disdegnare o perdersi tra le forme che via via queste canzoncine lo-fi portano alla ribalta, in un flusso sempre in evoluzione, il cui significato pare dipendere dalla tonalità e dall’accostamento dell’ultimo suono a quello precedente, per una presunta rinascita della canzone con il solo mezzo delle sue leggi esclusive. Allora provi a ballare “Ephemeral Artery” e “6669 (I Don’t Know If You Know)”, fischietti al ritmo della titletrack, ordini un caiprioska in “Deadbeat Summer”, mentre continui a fare cenno di sì con il capo. Ma alla fine, cos’è che ha combinato questo Palomo? Niente, al mercatino dell’usato ha trovato un paio di vecchi sintetizzatori, ci ha rovesciato sopra un arcobaleno in vernice liquida e ha iniziato a suonarci, imbrattandosi, mentre la compare riprendeva il tutto, spargendo per la sala prove tante bolle di sapone. Loro si sono divertiti, voi potete fare lo stesso. (D.S.)
Toro y Moi – Causers of This (2010)
Uno degli ultimissimi fuochi dello strepitoso 2009 è stato Psychic Chasms dei Neon Indian, e lo avevamo raccontato nel primo numero del Panopticon del nuovo decennio. Per chi non l’avesse ancora rintracciato, si trattava di un disco di pop a matrice glitch, suonato con sintetizzatori desueti e apparentemente registrato alla buona, risultando un fantasioso pastrocchio colorato a mezza via fra gli ultimi Animal Collective la psichedelia primordiale delle avanguardie storiche russe. Una roba stramba e stilosa al punto giusto da raccogliere consensi e – a quanto pare – a svegliare l’interesse dei discografici più illuminati per realtà semiesordienti come Washed Out, Ruby Suns e appunto Chaz Bundick, alias Toro Y Moi. Il ragazzo di Columbia (South Carolina) ha solo 23 anni e in teoria spazia, come recita l’agenzia che lo promuove, fra psichedelia, sonorità wave ’80 (ma neanche tanto) e hip hop (ancor meno). Nella pratica, invece, Causers of This è un freschissimo disco di glitch a bassa definizione, scritto e realizzato da un giovanotto che offre nient’altro che la sensibilità del suo tempo e del suo contesto, quello di un indie americano profondamente invischiato nel ritorno di un’estate psichedelica che sembra durare 12 mesi l’anno. Ne viene fuori un lavoro davvero godibile, se si è dell’umore giusto e soprattutto se lo si lascia andare senza curarsi troppo di quel che si sta ascoltando, anche perché le atmosfere sono grossomodo le medesime durante i 32 minuti di colore. Chi parla di chillwave e synthpop di vecchia/nuova generazione non ha tutti i torti: Chaz, assieme a Ernest Greene e Alan Palomo, si pone come sia come retroguardista convinto che come ultima frontiera di certe sonorità. E allora balliamo il rallenty farcito di R’n’B di “Freak Love” o della stessa titletrack, perdiamoci nella danza alternativa di “Low Shoulder”, ricordiamoci che in giro ci sono anche i Beach House con la splendida “Minors”, forse il brano di punta di un LP innegabilmente affascinante che, ve lo diciamo oggi 9 marzo mentre scriviamo (fidatevi!), prenderà facilmente ottime recensioni. (D.S.)
Washed Out – Life of Leisure (2009)
Life of Leisure può essere considerato come una delle primissime pubblicazioni di quella che di lì a poco verrà chiamata corrente glo-fi. Si tratta di un maxi-singolo di circa quindici minuti in cui Washed Out – alias Ernest Greene – si posiziona a mezza via fra la dimensione del sogno e quella del dancefloor, per una manciata di pezzi (6 in tutto) che risultano un po’ una versione dai tratti vagamente onirici e psichedelici di quello che altrimenti si è sempre chiamato dream pop. Qualcosa di solare eppure melanconico, di fresco eppure retrospettivo, da accompagnare a cocktail colorati e occhiali da sole dalla montatura arancione. Se “You’ll See It” è destinata a rimanere uno degli episodi più ballabili e uptempo della scena tutta, è particolarmente “New Theory” a rappresentare il modello perfetto di canzone glo-fi, divincolandolo da possibili confusioni con le produzioni di Animal Collective da un lato e di Ariel Pink dall’altro, che in realtà non c’entrano proprio niente con questa storia. Giunto nell’estate del 2009 per essere scoperto solo nel tardo autunno, Life of Leisure (titolo quantomai icastico del genere ipnagogico tutto) è dunque un EP seminale del glo-fi. (D.S.)
Baths – Cerulean (2010)
Dentro la moda. La sensazione del momento per il popolo indie più radicale è certamente il glo fi, una corrente che si maschera retrò, fingendo e allo stesso tempo attuando una bassa fedeltà che rimanda agli Ottanta dei videogame Atari e Commodore, ai nastri colorati di musicassette dimenticate sotto l’ombrellone e per poco non ricoperte dalla sabbia, ad una sorta di dream beat fatto di nostalgia per qualcosa che non si è veramente vissuto, perché i protagonisti della vicenda sono tutti giovanissimi. Colore e musica: una sinestesia necessaria, nel senso più eracliteo del termine. Una corrispondenza che calza a pennello su questo filone musicale così retro-avantgardista. E ad inseguire i vari Neon Indian, Washed Out e Toro Y Moi, è Will Wiesenfeld – alias Baths da Los Angeles, California – solo 21 anni, ma un curriculum già corposo. La differenza più evidente con gli ormai nominabili pionieri della specie è che le tracce di Cerulean sembrano decisamente più suonate, intrecciate, performate. Se in Neon Indian è il beat il protagonista, su cui Vega versava una soluzione di strumenti vintage e colore fluido, o se in Toro Y Moi è più il vibe, l’umore creato da un refrain azzeccato a fare da bussola e compasso, in Baths l’approccio è molto più denso e meno ambientale. Le tracce diventano spesso vere e proprie canzoni, seppur spezzate e manipolate secondo il disciplinare della corrente. Ci si fa caso anche quando la melodia è sepolta da tessuti di rumore o semplicemente tenuta ad un volume più basso rispetto al caos colorato che la circonda. Se c’è un brano che spicca più degli altri proprio dal punto di vista melodico, quello è probabilmente “Plea”, in cui l’impatto con Neon Indian è davvero miracolosamente evitato. In sostanza, Cerulean rilancia alla grande le potenzialità del glo fi, e si posiziona come qualcosa di più di un banale inseguitore come tanti altri che potrebbero spuntare fuori a breve: la formula c’è, il risultato è esatto e soprattutto il disco è bello. Se si vorrà dire di esserci stati nel 2010, sarà meglio arrendersi alla corrente. Altrimenti non ci sarete stati dentro. (D.S.)
Memory Tapes – Seek Magic (2009)
La tendenza di questi anni di rendere certo synth pop più moderno, grazie all’attenzione riposta in fase di composizione verso bassi più pesanti e ritmi più scanditi, continua a dare i suoi frutti. I Memory Tapes si inseriscono in questo contesto proponendo un album tanto spensierato quanto emotivo, tanto danzereccio quanto d’atmosfera, tanto attuale quanto revivalista. Le influenze sono tante ma l’album non è uno zibaldone sconnesso. Procede, anzi, senza grandi rotture tra melodie dream-pop, tra lo spensierato e il malinconico, e riff (elettronici e non) che evidenziano una passione ben definita verso la French Touch (“Stop Talking”)e per la musica disco.Passione amplificata dai giri di basso dalle venature funk provenienti evidentemente dalle esperienze musicali passate dell’uomo dietro il progetto, Dayve Hawk, ex-frontman degli Hail Social. La vicinanza lampante alla musica elettronica da club dei primi anni ’00 è probabilmente dovuta al massiccio lavoro di Dayve Hawk come abile autore di remix, disponibili sul suo blog, sotto il moniker (variabile a dire il vero) di Weird Tapes, alle prese con i generi più disparati, da Britney Spears agli Yeasayer. L’album appare così come un sorriso agrodolce, come lo stesso sguardo amaro dei New Order, dei Durutti Column, dei Guillemots (“Plain Material”), degli M83. Incontriamo piccoli campionamenti di scarpe da ginnastica sul pavé di una palestra, palle da biliardo che si scontrano, le chitarre sognanti dei Cocteau Twins (“Swimming Fields”) e ponti musicali chiaramente vicini ad Apparat (“Pink Stones”), tutto impostato in modo tale da funzionare effettivamente come un piccolo marchingegno per un pensiero intima e non cerebrale (sarà tutta suggestione?). Questi sono gli ingredienti per un album interessante se non altro perché sincero e ben costruito nella sua fruibilità. In virtù di queste qualità non pensiamo al timore nascosto bene che questo sia un bell’album che difficilmente vedrà degni eredi più maturi. (D.B.)
Small Black – New Chain (2010)
Ormai non c’è più bisogno di presentare il fenomeno chillwave/glo-fi presentando la solita lista di nomi che i più attenti a questo punto dovrebbero conoscere a memoria. Saltiamo dunque il solito ritornello e parliamo di questi Small Black, che piuttosto che creare una new chain, ne rappresentano l’ennesimo anello, una conferma dell’abbastanza sorprendente vitalità di uno stile musicale soltanto apparentemente limitato e che ormai riesce ad infilarsi ovunque. Da sottolineare “apparentemente” perché, a dispetto delle impressioni emerse alla pubblicazione dei primi lavori, ha dimostrato di sapersi adattare con grande facilità al dream pop, all’electro, all’hip hop, alla techno e alla psichedelia, e a questo punto non è detto che la storia debba fermarsi qui. In New Chain, in particolare, gli elementi glo-fi fanno solo da sfondo ad un dream pop digitalizzato alla Depreciation Guild e alla psichedelia colorata e rilassata intesa alla Animal Collective ultima maniera, quindi quelli più distesi e meno stramboidi. Ed è un bel sentire, diciamolo, più del grezzo EP d’esordio che in sé racchiudeva già gli elementi che qui hanno trovato piena realizzazione anche grazie ad un efficace lavoro di produzione e alla benedizione di un’etichetta valida come la Jagjaguwar. Non si tratta dunque di pura chillwave, è piuttosto musica che cambierebbe il pomeriggio a chiunque, a patto di sintonizzarsi sulla giusta frequenza; le catene dello stress e del malumore cedono e assumono tinte sfumate, contagiate dai tenui colori di “Hydra”, di “Photojournalist”, della titletrack, ma soprattutto di “Camouflage” e “Panthers”. Solo canzoni fatte apposta per regalare momenti di leggerezza e benessere primaverile persino nell’autunno che avanza. È sufficiente? Anche di più. (P.R.)
Toro y Moi – Underneath the Pine (2011)
Ad un anno esatto di distanza da Causers of This, già punto di riferimento del glo-fi, Toro y Moi torna alla carica con un album che sposta i riferimenti su altre coordinate e promette di rilanciare il genere verso nuove sponde. Nell’America di Obama, non può che calzare a pennello la figura di Chaz Bundwick, ovvero un pupazzetto di padre afroamericano e madre filippina, vestito da bianco intellettualoide e soprattutto da cui non sai che musica aspettarti. A guardarlo bene, pare uno scherzo della natura. Invece i suoi dischi non scherzano per niente, visto che anche il secondo capitolo promette di fare giurisprudenza in una scena che come detto lo ha visto da subito tra gli attori protagonisti, assieme a Neon Indian e Baths. Se Tom Krell ha rappresentato il versante RnB della faccenda col progetto How to Dress Well, il Toro si propone di guardare a gente come i vecchi e cari Air e, soprattutto, all’ultimo Caribou per arricchire il suo repertorio di canzoni che siano replicabili anche in sede live. Underneath the Pine è infatti un album di canzoni – undici in totale – prima che di suoni e gingilli retro-avantgardistici. Si tratta di un pop dal gusto fusion, funky, psichedelico, flippato e gaio, che alla fine non è che c’entri molto col glitch a bassa fedeltà, e che quindi prova già a divincolarsi dalla scena. Il tutto senza rinunciare al groove da pista da ballo dove alcuni di questi pezzi potrebbero funzionare anche senza nuovi passaggi in mix zone. Chaz riesce anche dare l’impressione di essere un personaggio sincero (visitare il suo blog per approfondire), privo dei vezzi che un artista già sulla cresta dell’onda indie potrebbe permettersi, soprattutto dopo due dischi di questa portata. Un altro centro dunque, su un bersaglio sempre più ricco di colori e sfumature. (D.S.)
Teen Daze – Four More Years (2010)
Un altro giovane, canadese di Vancouver questa volta, si aggiunge a rimpolpare l’onda più in voga nell’anno solare in corso, indiscussa protagonista dell’estate. L’EP Four More Years (in uscita per la Arcade Sound Ltd.) non può che essere un’interessante anticipazione di un futuro full length d’esordio, tutto ancora da programmare. A favore del nostro Aaron giocano coordinate lievemente differenti rispetto a quelle degli oramai chiacchieratissimi Neon Indian, Toro Y Moi e Baths, ciascuno a suo modo in grado di marchiare la scena chillwave; i pezzi di Four More Years, infatti, ammiccano ora ai synth e alle atmosfere sognanti degli ultimi M83, come nell’ottima “Shine On, You Crazy White Cap” o in “Saviour”, ora all’IDM più canonica, ad esempio nella deliziosa “Gone for the Summer” sognante e catchy allo stesso tempo. Immancabili la voce effettata e una patina retro a permeare il tutto, per quanto in modo meno invadente rispetto a episodi di altri colleghi. Canzoni lineari, facili da seguire e altrettanto agili nell’insinuarsi stabilmente tra le pieghe di una giornata estiva e, chissà, non solo. Glofiers alla lettura, aggiornate il vostro taccuino e state pronti a seguire un nome destinato ad arricchire la neonata scena, ampliandone in parte respiro e orizzonti, o quantomeno ad indicare una via alternativa. (P.B.)
Gold Panda – Lucky Shiner (2010)
Dopo un EP apripista e diversi remix, Gold Panda passa a riscuotere il suo con il debut album su Ghostly International. Senza dubbio è corretto dire che un’annata come il 2010 è probabilmente il momento migliore per pubblicare un album dalle sonorità di Lucky Shiner: il glo fi è stato ufficialmente sdoganato anche ai livelli alti del sistema musicale e dischi come quello di Toro Y Moi o Neon Indian hanno aiutato a creare una sorta di domanda sonora sul mercato dei produttori che non pare destinata ad esaurirsi con il seppur ottimo disco di Baths. E allora ecco Gold Panda, animale in via d’estinzione eppure ancora più raro poiché luccicante e quasi pataccoso, come il suo stesso sound, come la doppietta d’apertura d’album, la spezzata e indianeggiante “You” e la rampante “Vanilla Minus”: due obiettivi centrati con un lancio solo. Nello scorrere, davvero di rado pesante, di Lucky Shiner, è facile imbattersi in momenti più chiusi e descrittivi (“Parents”, “I’m with You But I’m Lonely”, “After We Talk”) e in momenti maggiormente dilatati ma al contempo dance friendly (“Before We Talk”). Le tracce che vanno a comporre la parte centrale dell’album, invece, spiccano per il grande senso melodico del Panda: “Same Dream China” è una perla sonora finemente frantumata e ricomposta con dovizia da gioielliere; “Snow & Taxis” riesce perfettamente nel suo tributo a The Field, lavorando con abilità una struttura-loop di buona intensità; “Marriage”, infine, coinvolge e abbraccia l’ascoltatore con una cura formale e con un gusto ritmico perfetto. Insomma, Lucky Shiner è un disco riuscito, dalle plurime anime, ma coeso nel rappresentare uno scenario dal sapore anche un po’ à la M83 e oltre. A volte si può anche smettere di vedere in bianco e nero nella musica e scoprire che anche i panda sono d’oro… (Gi.C.)
Heart Music Group Presents – ♥ (2010)
La Heart Music Group è una compagnia di Los Angeles nata nel 2008 con lo scopo di fornire a giovani artisti “management, consulting, marketing and branding”. L’EP <3 viene da essa promosso in vista di una serata che si è tenuta lo scorso 17 agosto a Los Angeles; raccoglie pezzi inediti di giovani artisti tutti più o meno riconducibili alla scena chillwave, tra i quali spicca il nome di Will Wiesenfeld aka Baths, unico peraltro ad essere direttamente rappresentato dalla Heart Music Group. Sua è “Nordic Laurel”, splendido pezzo d’apertura, molto meno estivo rispetto a quanto sentito nell’LP d’esordio, Cerulean, ma altrettanto raffinato. Spiccano, tra le altre, le performance dei due artisti della Arcade Sound Ltd. (di Knoxville, Tennessee) ovvero “June 2010” di Teen Daze, del quale attendiamo con curiosità il primo full-length, e “Left to Hurt” di Blackbird Blackbird, il cui Summer Heart LP è da provare: la prima non distante dalle coordinate dell’EP Four More Years, la seconda affine alle sonorità di Neon Indian e Toro Y Moi. Più vicina agli Animal Collective, invece, “Magic Kingdom Kick My Teeth In” dei Light Pollution, band di Chicago che solo due mesi fa ha dato alle stampe Apparitions tramite la Carpark Records (Beach House, Dan Deacon, Toro Y Moi). Chiudono la rassegna Gobble Gobble, dietro cui si cela il canadese Cecil Frena, con “Eat Sun, Son”, la più spinta del lotto, e “And Then What” di Mario Baltodano from San Francisco (…) aka Kites Sail High, che rispetto ai suoi colleghi sconfina decisamente nell’IDM. Ulteriore, piccola dimostrazione di quanto la scena sia vivace e unita nonostante diversi contenuti e provenienze geografiche. (P.B.)
Washed Hands – Where the Sun Rains (2010)
Almeno per il momento – e non è detto che le cose cambino – le informazioni che abbiamo sul duo di Montréal dei Whashed Hands sono scarsissime, per non dire nulle. Abbiamo però questa loro testimonianza sonora, dal titolo Where the Sun Rains, che si colloca perfettamente in questa moda glo-fi/chillwave che ha preso piede negli ultimi mesi soprattutto grazie alle belle proposte di Neon Indian, Toro Y Moi e Memory Tapes. Perfettamente normale che tutto ciò sia riuscito a conquistare il pubblico indie con estrema facilità; gruppi come Cut Copy e affini, seppur diversi, avevano già abbondantemente spianato la strada per l’arrivo di questo nuovo fenomeno. Il rischio che si inizi di già a cadere nel manierismo c’è, bisogna dunque chiedersi cosa avrà davvero da offrire Where the Sun Rains. A differenza della musica proposta dai nomi precedenti, i Washed Hands esplorano frontiere diverse del genere. Non si limitano alla melodia come nel caso dell’epico ricordo del Lachine Canal di Parigi o del pop stropicciato di “Datsun Dream, 1980”, ma puntano anche sul ritmo supportato quando dall’atmosfera (“I’m Feeling So Great”, le due “South Shore”), quando dal rumore e dai feedback (la titletrack). Tutto qui? Beh, l’album dura circa quaranta minuti, metà dei quali occupati dalle sole “South Shore” e “Fashionable Television”, per cui tanto basta affinché si possa definire un esperimento riuscito. Sarà anche meno pop di Psychic Chasms e Causers of This, ma non per questo ha meno fascino, e il suo proposito di evocare ricordi lontanissimi o mai esistiti viene raggiunto in pieno. Quanto ancora potrà durare tutto questo, prima che la ripetizione degli stessi concetti inizi a stufare? Quando sarà il momento di tirare le somme e dare uno sguardo a questi mesi, capiremo se si sarà trattato soltanto di colori sbiaditi che potranno rimanere in vita solo sottoforma di influenza, oppure se ci sarà rimasto davvero tra le mani qualcosa di buono. Però non è ancora tempo, per il momento possiamo ancora evitare di pensare al futuro. L’estate è alle porte, e con il glo-fi lo sono anche quelle che non abbiamo mai vissuto. (P.R.)
MillionYoung – Replicants (2011)
E’ in uscita via Old Flame, dapprima in formato digitale, l’atteso esordio di MillionYoung aka Mike Diaz. Confermando le sensazioni evocate dagli EP Sunndreamm e Be So True, Replicants raccoglie pezzi orecchiabili e dal chiaro gusto retro. Eccezion fatta per queste caratteristiche è difficile trovare un fattore stilistico comune: si passa infatti da episodi downtempo e rilassati (“Obelisk”, “Forerunner”) ad altri nei quali i bpm salgono a vivacizzare l’atmosfera (“Replicants”, “001”). Il mix è spesso accattivante, tuttavia sia gli uni che gli altri sembrano mancare dello spessore e personalità necessari per ammaliare fino in fondo l’ascoltatore, obiettivo raggiunto in modo soddisfacente da “Cosmonaut”, “Calrissian” e “Synanthropic”, ottima traccia conclusiva. Il cantato non aggiunge molto al cocktail, risultando anzi in alcuni casi elemento di disturbo. L’album non rapisce ma è complessivamente gradevole, a maggior ragione se siete tra i non pochi ancora felici di cavalcare la chillwave. Scena già satura? Forse i numeri iniziano a farcelo sospettare ma fortunatamente, checché se ne dica e pur con tutti i suoi difetti, internet non obbliga ad abbuffarsi senza criterio e permette invece di selezionare il meglio e mantenere alta la qualità dell’ascolto. MillionYoung è ancora lontano dai fuoriclasse Baths e Toro Y Moi ma qualche spunto valido e originale da salvare ce lo offre senza dubbio. Abbastanza per attendere con curiosità i prossimi sviluppi. (P.B.)

Una selezione di 12 canzoni chiave della corrente glo-fi

Baths – Nordic Laurel
Baths – Plea
Memory Tapes – Bicycle
Millionyoung – Synanthropic
Neon Indian – Psychic Chasms
Neon Indian – 6669 (I Don’t Know If You Know)
Small Black – Camouflage
Teen Daze – Shine on, You Crazy White Cap
Toro y Moi – Blessa
Toro y Moi – Leave Everywhere
Washed Hands – Lachine Canal (I’m On My Way)
Washed Out – New Theory

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