Nuove cartografie musicali. Capitolo 1: Londra

Nuove cartografie musicali. Capitolo 1: Londra
Non basta entrare in una libreria, sfogliare una guida della Lonely Planet o del Touring Club e cercare sotto la voce divertimento per capire quello che sta succedendo in Europa sul piano dell’entertainment musicale: per buona sorte, la realtà è molto più complessa di una semplice indicazione del tipo “Il Ministry of Sound è un locale storico…”. A volte, al contrario, il fatto che una guida sulle città italiane spesso possa rivelarsi esauriente a dipingere una scena di club che non sempre si rivela interessante e al passo con il resto del mondo, permette un ragionamento non da poco, ovvero ci dà la possibilità di capire che qualcosa, almeno fuori dai nostri confini, sta effettivamente succedendo. Non è una questione di esterofilia (di esterofilia non si muore mai, soprattutto nel XXI secolo), ma un problema puramente conoscitivo, perché è probabile che quello che noi non siamo in grado di essere, altri invece… . Ecco allora che basta prendere il volo, non solo fisicamente, ma anche musicalmente, per due città come Londra e Berlino per capire cosa succede nel mondo e nell’Europa e cosa non succede in Italia. Non è un caso che la scena elettronica mondiale ruoti, in pratica da sempre, in torno a tre polarità: America, Germania e Regno Unito. Nessun’altra realtà è mai riuscita ad imporsi davvero a livello mondiale, se non sporadicamente, quasi di passaggio, lasciando sì anche opere importanti (e penso alla Francia, ad esempio), ma non creando mai una vera e propria struttura sociale, economica, gestionale, in fondo culturale capace di sopravvivere attraverso le generazioni.
Ben oltre le soglie degli anni 2000, appare evidente come, soprattutto in Europa, i due più grandi condensatori di espressioni musicali elettroniche siano proprio Berlino e Londra, ovvero due città-mostro che hanno capito per prime che l’organizzazione, anche intesa come politica, del divertissement da dancefloor non è un fattore secondario, proprio perché elemento culturale decisivo nell’epoca, sempre più nostra, dell’abbandono estetico-estatico al beat. Berlino e Londra, dunque, come una sorta di capitali europee dello s-ballo, mentre in Italia non si è ancora riusciti a vedere la parola sballo con il trattino a dividere il festino di stampo berlusconiano dall’esperienza di qualità. E la mamma America che guarda come da un passato che aveva già espresso tutto l’esprimibile, sotto forma di influenze leggere o vere e proprie imposizioni di gusto.
Il Panopticon, già con due piedi oltre la soglia del secolo, si guarda intorno per cercare di capire, o almeno di vivere, quello che sta accadendo intorno a noi, cercando di tracciare niente più di una panoramica stracciata della realtà elettronica dei nostri tempi; il tutto senza voler esaurire niente, ma, al contrario, con la consapevolezza che il risultato di tale processo altro non potrebbe essere che una serie di mappe ubriache forse inutili, ma comunque autentiche.


Notturni Elettronici dalla City: Il Nuovo Battito di Londra


Non è mai facile cercare una logica nel punto di vista di un ubriaco, soprattutto se non ha bevuto.
Le acque del Thames sono fisse e scure, ma si muovono nel risveglio della notte grazie al riflesso di mille luci che balenano veloci sulla pelle del fiume, al battito animalesco di una tribù notturna che non conosce riposo né sosta. Appena il buio è sceso, uscire da Westminster Station e ritrovarsi in una fiumana di eliottiana memoria, con un fluire di persone a scandire visivamente, come un loop denso, un’idea di musica che è quasi per natura inglese e che sarà poi il basso continuo di un Actress. Camminare e imbattersi nella musica; anzi, camminare a musica, o camminare a tempo di musica attraverso la musica delle cose. Perché le cose hanno un proprio suono, e quello di London è il suono del mondo, di un mondo possibile, del Possibile: un globo di esperimenti sociali e culturali, senza freni né confini, in una continuata sfida tra il probabile e il non, cercando la chiave di lettura dell’esperienza umana post-postmoderna, se mai è esistito ciò che chiamiamo postmoderno. L’esperimento dei possibili non salva niente, non si è dimenticato nessuna progettazione fantastica; al contrario, lo spazio dedicato al melting pot (un mezzo o un risultato degli esperimenti di concretizzazione del possibile?) quasi meriterebbe un consigliere comunicale dedicato alla musica elettronica. Ti giri, e sembra che tu l’abbia appena riconosciuto nelle faccia di un ragazzo con una maglietta larga che sembra tanto Shackleton ma non è lui, né è Peverelist perché siamo ad Halloween, e sono tutti mascherati, come Zomby, SBTRKT e altri. La maschera, la forma che Pirandello già ci aveva indicato come decisiva nella scansione lineare dei nostri giorni da marionette è una sorta di trend fra le strade musicali inglesi. “Fiorucci made me Hardcore” va ripetendo Mark Leckey come una litania, attraverso immagini che hanno dipinto un’epoca quanto Tintoretto ha dipinto non tanto Venezia quanto i veneziani. Una sequenza video che di maschere, per l’appunto, parla eccome, attraverso schizzi di persone/personaggi che non si capiscono, che non capiscono e che non capiamo, ma che nell’oscillare su un dancefloor ritrovano se stessi o si perdono definitivamente, dal parquet di decenni fa all’estasi degli anni ’90 fino alla cocaina imposta dai potenti anche a noi ultimi plebei delle notti fredde della Città Labirinto. Ancora le maschere, dunque, perché il Carnevale non lo si importa: ogni società ha fondato il proprio Carnevale, il giorno dove tutto si ribalta, anche le persone, i corpi. L’equilibrio, elemento base dello s-ballo, è una fragile dimensione di passaggio, si vive per quadri, per icone; lo si tocca nella faccia senza lineamenti della chiesa di St. Paul tanto quanto nelle pieghe educate di una maglia del Manchester United gettata sulle spalle di un ragazzo di colore che pratica la breakdance come i suoi avi esercitavano danze rituali. London ha smesso di sperimentare se stessa, si è messa a giocare con le persone ormai; le bracca, le tiene schiacciate per provare cosa esce fuori da uno dei suoi innumerevoli giochi combinatori. Sono già troppo ubriaca. Anche io mi sento giocata e fredda quando mi ritrovo sul dancefloor, come nel centro di una sala anatomica antica; tutto intorno a me, le luci e la strobo sparano come riflettori di un successo vuoto; ma la musica di London che fa accadere la magia, dà a tutto quello stuolo di maschere che guardano verso di me, al centro della sala, un senso di necessità – scherzo riuscito, nel mondo della possibilità – come se non potessi fare altro che ballare per confermare me stessa, per scoprirmi con una maschera fatta di carne umana, che respira. Io, ballerina, cubista, nella città che ha fatto della professione della musica una cerimonia; io, che oltre la soglia del nuovo secolo mi sento così vicina ad un bambino di provincia che scopre la musica della Città e delle sue protesi. Burial diceva: “I used to hear these stories about legendary club nights, about driving off into the darkness to raves on the outskirts of London”. Eppure Burial mi sa già di antico, come di ancestrale. Uscire per una sigaretta su Oxford Street dà un senso di vertigine: da dove si esce? Per dove si esce? Sembra non esserci via di uscita, perché London è un club con le pareti di vetro, un enorme cupola di S.Pietro con sotto un amplificatore impiantato come una radice nelle culture di tutto il mondo. Neri, orientali, sudamericani, europei di tutte le razze, donne, bambini prodigio, senza casa, senza cultura; infine, inglesi. Sembra di parlare di sociologia fra ubriachi e invece si è semplicemente davanti ad un catalogo di artisti in un negozio musicale nei pressi di Soho. Vinili usati, demo-tape usati, CD usati, 12″ usati… Una generazione di prodotti usata e rigettata nel circuito della vendita dopo essere stata adoperata per gli esperimenti di combinazione frankensteiana della Città del Possibile: supporti audio per esperimenti sonori riusciti solo a volte, perché, spesso, troppo avanti rispetto al Possibile-che-può-essere capito/ascoltato. Mi ricordo di mia madre che ascoltava i Kraftwerk senza capirli; ma i Kraftwerk erano tedeschi.. E anche io ancora non ho capito. Non si capisce come sia possibile che in un negozio di suoni, uno speaker, consumato anch’esso dal sopruso della sperimentazione, possa riprodurre un solo brano per volta: London è la città delle tendenze sovrapposte e coabitanti, è un castello dove tutto si incrocia con la velocità di un tocco di crossfade. Significa essere preistorici nell’epoca in cui i dinosauri sono solo giocattoli o canzoni di 2562… ma 2562 è olandese, non inglese. E ancora non ho capito. Non si capiscono tante cose a London City. Eppure basta un salto da BM Music Shop per poter aver la possibilità di guadagnarsi uno spazio di comprensione di una parte di quella che è l’anima della città-mondo. Scendere le scale verso lo stomaco di Soho è come un processo conoscitivo, un allargamento di visuale nella ristrettezza di un trilocale poco arioso. Si soffoca, mi gira la testa (è colpa del Beefeater, quello da bere), ma ascolto musica sorprendente: è la magia dell’Apparato di Sperimentazione Sonora londinese, orwellianamente parlando. Ma noi non abbiamo letto Orwell, e ce lo siamo dimenticati prima ancora di non averlo letto. E allora chiedo a Steve, producer e commesso, di cosa stiamo parlando, di perché il sound di London sta andando avanti così velocemente. Non vi deve bastare sapere che è proprio la città stessa la prima artefice del proprio suono. No, non può bastare attribuire ai processi di aggregazione, di riproduzione et similia, la responsabilità di un Suono sempre più mondiale: vi ricordate Tintoretto che non ha dipinto Venezia ma i veneziani? Ecco, qui si parla dei veneziani che hanno dipinto Tintoretto ma non Venezia. Così dalle mani dei Fabbri UK del dubstep è nato il miracolo artistico dell’Artista e del suo nome: Skream il brightoniano, Kode9 lo scozzese o chiunque altro, loro sono i Nomi, sono l’Artista. E loro, poi hanno ri-ritratto, di riflesso, non London-Venezia, ma gli inglesi-veneziani. Proprio per questa ragione si parla, oggi, di successo del dubstep, un successo che ho anche studiato per scriverne, sempre per il Panopticon, ma che si è poi dispiegato più a largo, al mondo. La vittoria del dubstep è stata nell’essere sia linguaggio che persone; stava nella forza di un suono aggregante, che collezionava esperienze varie per esprimersi in un linguaggio che non fagocitava i propri compositori ma li sublimava nei Nomi di primo livello per poi ridistribuirne la fama sui piccoli azionisti che quella fam-e hanno fondato, dal nulla delle proprie esperienze.
In tanti ci sono arrivati, al dubstep, il vero suono di London degli anni ’00. In così tante persone hanno avuto la bramosia di impossessarsi di uno squarcio dal futuro che ancora una volta London è diventata come l’America: il sogno americano si è spostato qui in Europa, in una culla fertile di idee e incroci. Così il dubstep, dopo la sua
parabola, è rinato per diventare post dubstep, come è stato chiamato. Pangaea, Ramadanman, Untold, Joy Orbison… Mi vengono le vertigini! Decine di produttori che mi hanno sempre colpito; eccoli, di colpo, appartenere a qualcos’altro. Alla fine il post dubstep altro non è che il dubstep che viene dopo quella che avevo già chiamato l’emergenza del dubstep: la musica si etichetta, si immagazzina. Nel 2000, vogliamo ancora usare il verbo si mercifica? Comunque sia, le labels iniziano a sfornare cloni: nasce il regno del dopo, degli epigoni. È così che allora mi nascondo. Io, Dubstep, mi nascondo e mi divido, mi riproduco: da una parte cerco di scappare a casa, da dove sono venuto, nel profondo del dub; dall’altra, invece, mi formalizzo, mi intellettualizzo.
Quello che ci e mi rimane, allora, è ancora London che riscopre il binario, il subway strutturale, le Linee della Metropolitana come paradigma.
Ogni artista allora diventa una fermata, su una linea ben precisa (o forse precisa solo su una mappa ubriaca..).
Fra le mille linee di London City, provo a distinguerne alcune con le loro fermate-producers. Tanti nomi colorati: gialli, rossi, verdi, marroni, neri, blu… La vista si perde, si sfuoca. Tante sfumature prendono senso solo dentro il proprio schema, dentro la pianta di un subway globale che ingoia tutto e lo sotterra, portando alla luce un suono come di una distillazione il frutto.
Non è stato facile cercare una logica nel punto di vista di un ubriaco, soprattutto se ha bevuto.Central Line – Da Untold a James Blake

Basta incrociare la giungla di nomi del nuovo mix per Fabric di Ramadanman (FabricLive 56) per cogliere la variopinta fauna di producers fra il dubstep e il post-dubstep: dai più famosi Pinch, Orbison e Mala, per dirne alcuni, ai nuovi nomi alla ribalta come GIRL Unit (con il suo successo “IRL”), Sigha o Julio Bashmore (“Battle for Middle You” è già epica!). Mr. Mageeka è già l’epigono di Zomby, così come il singolo di Pangaea, “Inna Daze”, e quello di D1 sanno ancora degli anni ’00, per echi e per malleabilità nel mix. Ma basta pensare anche al mix presentato dalla Exit Records (Volume 1), con nomi del calibro di dBridge, Distance, ASC, Skream, Commix e Scuba per cogliere l’ampiezza di colori disponibili in seno alla Londra che lavora, all’UK che non molla niente e che rilancia la vita di un sound di successo. Non molla niente l’ispirazione, forse un po’ glo-fi, di una “Fading” di Distance, gemella di un astro-dubstep di matrice clubrootiana (anche qui gli epigoni si creano le proprie maestranze). E pensare che questo Distance è quello di un capolavoro come My Demons, una delle pietre angolari del classic dubstep stile 2000. In questo stesso solco, così come dBridge e ASC, si inserisce il duo Commix, da quasi un decennio sulla scena, che, con l’album di remix Re: Call To Mind ha accompagnato per mano l’oscurità dubstep con la fluidità drum and bass. Il panorama è davvero vasto, nel suo fiume sotterraneo. Anche un artista come Forest Swords, con le sue tinte scure e al limite dell’ambient, è espressione di quell’intellettualizzazione radicale della ricerca sonora, attraverso uno scavo nel suono che, mentre espone un risultato finto-grezzo, nasconde una poetica ormai lontana da certi avventurismi portati avanti fino agli anni ’90 (basti pensare a tanta parte dell’elettronica sperimentale, dal drone, ormai fagocitato nel drone-step, all’ambient propriamente detto). Per non parlare dello spacestep di Boxcutter, degli echi underground del più mainstream Bonobo e della sfrontatezza giovanile di un producer come Pariah, mentre Jack Sparrow sperimenta con successo un incrocio tra isterismi jungle-dub e bassi profondi come caverne metropolitane.
Celando e separando il lato mostruoso e viscerale, i nuovi producer delocalizzano le possibilità di sfogo creativo dentro la propria testa, mostrando tutti i sintomi della fragile condizione esistenziale moderna, in una scomposizione dell’unità esperienziale che, se da un lato isola l’individuo, dall’altro gli permette strade creative inedite: l’eccessiva intellettualizzazione, la compressione degli stimoli sensoriali in attività sintetiche e indipendenti da relazioni umane (droghe, videogiochi, masturbazione-da-teleschermo et similia), la standardizzazione delle esperienze e gli altri fenomeni di isolazionismo esistenziale hanno spinto molti producer a una pratica di ricerca sonora al limite con il collaborazionismo con questi fenomeni di alienazione e di isolamento. È così che il dubstep perde l’urgenza, si raffredda, diventa più beat che battito, si disumanizza; diventa calcolabile, sperimentabile nella misura in cui è sperimentale la matematica. Il post dubstep, allora, altro non è che la via per coloro che hanno deciso di non tornare alle radici dub del fenomeno e che, al contrario, hanno preso la via positivista del controllo razionale su di se e sulle proprie espressioni. In una sorta di raffigurazione iconica, mentre il dub oriented dubstep si sciamanizza, ritornando alla terra, al contrario, il post dubstep si fa scienza del dubstep: il suono viene preso e portato su un tavolo anatomico per essere successivamente studiato, analizzato e riprodotto. Lungo questa linea del Tube, si succedono facce diverse, come quelle di alcuni artisti citati sopra; per lo più giovani, o giovanissimi, con il miraggio di aver trovato una chiave razionale per esprimere un ritmo adatto alla rappresentazione di una realtà sempre più virtuale e, se vogliamo, sociologicamente fluida e quindi evanescente, friabile.
Esperienze come quelle di un Pangaea non nascono dal nulla, ma sono frutto di un calcolo sul dubstep che è più uno specchiare la propria condizione umana che un esplorare: la fase di produzione come fase di rispecchiamento più che di scoperta, in un cortocircuito creativo non inedito ma sicuramente interessante, nella misura in cui ci dice molto anche di come si possa vivere un sound che da ballabile diventa apprezzabile intelletivamente, aprendo la testa alla musica, offrendo la musica alla mente. Al contrario di un calore viscerale, le emozioni di una traccia come “Anaconda” di Untold risiedono pressoché tutte non tanto nel fluire serpentino del brano, quanto in ogni singolo suono e nella proporzione mappante delle relazioni fra questi.
Anche il calore di un beat più libero e meno controllato come quello di 2562 (fiammingo, imbastardito con l’avanguardia berlinese ma adottato dal sound inglese) ha bisogno di geometrie più rigide, di esperimenti quasi in stile Oulipo (come ascolterete nel nuovo album Fever), esprimendo la bellezza dell’industriale, o del post-industriale, tanto quanto lo potevano fare le parole di un Fortini nelle sue collaborazioni cinematografiche con i grandi poli industriali italiani (da Olivetti ad Ansaldo). Insomma, una celebrazione del meccanico (e della Macchina: non a caso Fever parte proprio dall’amore per l’oggetto di riproduzione acustico e dai vinili) e dello schematico che è ormai distante dalla rappresentazione vulcanica più vicina allo sguardo-dubstep classico.
Le geometrie sonore diventano sgranate e antropomorfe nelle musiche di Hyetal. Con una manciata di bit si disegnano estetiche attuali in un linguaggio macchina sorprendentemente emotivo. Ma ricercato, molto. Nonostante la bassa fedeltà, le linee sono
aggraziate, studiate attentamente nelle loro citazioni wave. L’EP Phoenix/Like Silver riesce a sfondare l’ultima membrana, ormai sottilissima, tra la musica indie, con tutti i suoi retaggi degli anni ’80, e quella puramente da club. Mantenendo un ritmo sostenuto, movimentato, sbocciano frattali al sintetizzatore, vintage alla maniera del glo-fi più recente. L’attenzione all’ambiente musicale a trecentosessanta gradi, più che alle produzioni inerenti alla stessa controcultura, la curiosità soddisfatta dai mezzi di comunicazione moderni, più che dalla strada. Siamo ad un livello non più alto, ma successivo. Non un progresso ma una conseguenza.
Siamo davanti ad artisti che fanno delle proprie musiche vere e proprie strategie comunicative, dunque ben lontani dall’istinto compositivo di stampo romantico o dal semplice gesto in libertà. Il post-dubstep è la Linea Rossa, la Central Line, la linea di Tottenham Court Road, di Oxford Street, di quando la City si dà un contegno, di quando si fa commercio e si strutturalizza per razionalizzare gli spazi: una sottile linea rossa che parla di rapporti più freddi che altro, di unalt panorama sì colorato (Chinatown è a un passo..), ma comunque fortemente schematizzato, rigido. Non finto, ma distaccato sì. E non sorprende che su questo stesso treno possiamo trovare la rivelazione del 2011, ovvero James Blake, quasi simbolo per eccellenza di quello che è il post dubstep nella parte nord del Thames, nella City della City. Non è un caso che in un 12″ si possano rintracciare Blake e Pangaea a remixare due tracce di Untold (Stop What You’re Doing (James Blake Remix) e I Can’t Stop this Feeling (Pangaea Remix)), o che Joy Orbison si ritrovi così frequentemente nelle interviste e nei mix di Ramadanman e viceversa. Tutto torna, con i Mount Kimbie che non si sono fatti scappare la possibilità di un remix blakiano.
Appunto James Blake, ragazzo dalla faccia acqua e sapone, ma sotto sotto producer sporco con il moniker di Harmonimix (le maschere tornano, e questa è più spessa che mai), è il risultato di un processo di imborghesimento del dubstep, arrivato anche sulle pagine de La Repubblica o sulle radio a più grande diffusione. Come un virus da laboratorio (ben diverso da quello della HyperDub, ve lo ricordate?), il producer inglese è riuscito a limare così tanto il dubstep, prima con la testa e poi che con le apparecchiature, da proporre un sound che è l’emergenza espressiva dei soundsystem fatta in camera da letto: l’isolamento esistenziale si tramuta in un mutismo parlante fatto di silenzi e di pause, in un gioco di beat che fa dell’essere e del non-essere la propria colonna portante.
Si capisce quanto siamo lontani da un “Anti-War Dub” dei Digital Mystikz; e capiamo anche perché etichette come la Tempa sembra stiano lentamente mollando la presa.
Da gesto di resistenza sonora, un gesto fortemente sociale in quanto collettivo, il dubstep è diventato un muto compagno di cella per coloro che sempre di più si scoprono individui e si isolano, sia nell’ascolto che nella produzione: il rapporto fra producer e ascoltatore, allora, mentre prima era fra un gruppo di persone che si urlavano in faccia la propria forza esplosiva, la propria carica dirompente, ora diventa un rapporto diminuito, miniaturizzato nella cura dei suoni di esperimenti sonori ormai ben lontani dal dancefloor anche se del dancefloor hanno bisogno come spazio promozionale (basti pensare a quanti produttori cosiddetti post dubstep suonano live, proponendo set non proprio in linea, spesso, con quanto poi offerto in 12″ e LP).
È la vittoria della musica da cuffia, dell’iPod, mentre anche i rave diventano spazi di consumo e basta (anche la techno olandese ormai si è stufata di arrancare; i relitti rimangono pochi) e il megasoundsystem globale, che era esploso con la deflagrazione del dubstep, si riduce a muta rivoluzione su Twitter, ad un panorama fatto di esperienze sempre più piccole, slegate e imborghesite, dove su last.fm una foto di Burial è ritenuta attendibile perché ritratto in una piccola stanza scura ma ipertecnologica, al passo con i desideri commerciali degli utenti. Non è un caso caso che questi desideri da fruitori vadano a concretizzarsi in due piccole canzoni, “Ego” e “Mirror” che sono la cristallizzazione di un gusto raffinato e esigente tanto dei tre grandi artisti che le hanno composte, Burial, Four Tet e quel Thom Yorke che coi Radiohead ha dato alla musica elettronica londinese contemporanea lo statuto di realtà non ignorabile, quanto di chi aveva solo sognato queste canzoni. Canzoni per momenti raramente condivisibili, canzoni di cui cibarsi in intimi pasti solitari.
Insomma, mentre in Africa la rivoluzione percorre i paesi del Maghreb in manifestazioni di massa (e chissà se raccoglieremo i frutti artistici di questi moti!), a Londra la rivoluzione corre su un sound ridotto, isolato, minimo, sempre più asciutto. Forse meno umano.

Middle Circle – Dal Fabric a J. Orbison

Il tempio dove tutte le esperienze e gli esperimenti di Londra si materializzano nella loro fantasia è senza dubbio ilalt Fabric, vera e propria cattedrale sotterranea, capovolta, del verbo elettronico. Come la Tate Britain (uno dei punti più interessanti dell’UK intero) rappresenta la summa culturale delle realtà artistiche inglesi, così il Fabric è il cilindro da cui estrarre il futuro e il passato della musica elettronica. Non c’è trend o idea che non passi attraverso gli speaker di quest’istituzione dance, un vero e proprio essere polimorfo capace di mangiarsi migliaia di persone e di digerirle a ritmo di acidi (…) nelle proprie viscere suburbane. La labirintica struttura permette quegli incontri-scontri fra realtà diverse che è un po’ la formula segreta di Londra: dall’italiano di Napoli al tedesco di Amburgo, passando per i neri delle banlieue francesi in uscita premio dalle fabbriche depredate dalla crisi. Un’orgia del potere della musica, senza possibilità di soddisfare un solo ascoltatore alla volta: il Fabric è la polifonia vivente dell’entertainment londinese, un mostro tentacolato capace di prendere e avvolgere ogni presente per indicargli una via acustica (una possibilità..) e predicargli il futuro: è l’avamposto del suono, un passo oltre il presente. Tra le selve di cocktail e birre, in un brusio di struscii e di braccia che (si) applaudono, lo spettacolo dell’elettronica raggiunge il suo massimo grado nella propria abilità collante, plastica, forgiando uno stampo umano che, ammassato sotto la consolle, respira all’unisono, e vive la musica. Si tratta di un’energia incontrollata, rara. La dinamica del ballo ballato si interseca con la contingenza di un ballo sballato, in un rituale che ricorda davvero tanto alcuni riti dell’antichità: come schiere di nuove Baccanti, le masse sul dancefloor, così immortalmente riprese in “Fiorucci made me hardcore“, fanno davvero pensare alla possibilità di una qualche forma di libertaria resistenza sonora, anche nell’epoca, come si è visto, della fuga nell’isolazionismo.
Forse, però, uno sguardo troppo lucido non riuscirà mai a definire quanto è in gioco fra un piede che si alza e un altro che si abbassa, nel
ritmo scandito dalla freschezza di un suono del futuro. Il Fabric è una libertà che si coglie nell’esperienza, un’oasi per uomini liberi. O forse l’ultimo miraggio di un deserto in allargamento.

Vediamo cosa pensa del Fabric e della scena inglese uno che a Londra e nel suo club-principe è di casa, allora: Ramadanman.

First of all, thanks a lot for your time. I’ve heard you are working on your Fabric album. What can you tell us about that? Which of the Fabric albums could have influcenced you the most?
It’s been mixed and mastered and should be out in a couple of months. It’s a bit of a snapshot of some of my favourite tunes of 2010 and it’s pretty representative of the kind of set I play in a club – starting slower and finishing on more dubsteppy tempos. I haven’t really heard many of the previous fabric albums, but I like the Villalobos, Omar-S & Shackleton ones especially.

altLooking at your discography, there are a lot of 12″ and EPs. Why have you been choosing these short formats over LPs? Do you
think that the LP format stopped to be a winner nowadays or are you planning to produce a LP debut? As for specific electronic music niches, do you think it’s still possible to produce meaningful LPs or the time has come to get used to a new reality?
I don’t have plans for an LP at present. I just think electronic music albums don’t always work, they can feel like a random collection of beats. If I were to do an album i’d prefer to take a few months off and just write some weird music hopefully with some kind of concept. I don’t really listen to many albums myself, and because of the ipod and our whole shuffle culture, they seem to have less and less relevance. I’m not sure a lot of people (perhaps myself included) have the patience and attention span anymore for albums. I don’t know many people these days who just sit down for an hour and listen to an album from start to finish.Talking about dubstep, what do you think about it today? I mean, we are in 2011 and it looks like somehow dubstep is already a thing from the past. Do you think there is still room for dubstep in the 2011 electro-scene or you think it is kind of dead.
I don’t really know what dubstep is but the word today seems to represent very different things to what it once hinted at. Dubstep to me is more a period in time and a group of friends and acquaintances than a particular sound.The webzine I write for pays a lot of attention to the UK music scene. Why do you think that UK became the most avanguardistic country (together with Germany) for electro music?
I don’t really know as it’s hard to say having grown up and lived here all my life. But the fact that we have a strong lineage of electronic music as well as having great soundsystems to listen to it on probably helps. I definitely think that having lots of club nights with decent sound definitely helps. It can be hard for scenes to grow if there’s nowhere to hear the actual music properly.As regards music labels, what do you think about labels like Hessle Records that, together with Hemlock and Soul Jazz, are kind of creating a new sound? Do you believe that is possibile to give a name to the so called post-dubstep artists? Isn’t the research you are taking on with your mates Pangaea, Untold, James Blake, Mount Kimbie.. a kind of strain to get a new sound over-dubstep to develop the limits of a sound that, probably, nowadays has turned out to be a quite standard mean to express musical ideas?
With hessle we try to release music that sounds original and that has longevity – something that you will still be listening to in 10 years time.

Can you tell us something about what you feel when you play live? What does it mean to be a DJ/producer in 2011?
it’s great to play music loud on a big sound system to a group of people and see them enjoying it. If everything’s going well I love Djing and it’s a special feeling to share music in this way with people you have never met before. I’ve been Djing for a bit longer than i’ve been properly producing, and I love buying records. I don’t think there is a better feeling than playing a piece of your new music to a crowd on a big soundsystem and seeing people react to it.

What kind of music do you listen to the most and which are the DJs and producers you would bet on for the future sound of electro music? In a recent interview with us, Joy Orbison pointed at you as one of these new music realities!
I listen mainly to house, hip-hop, pop music and classical as well as the music I get sent by friends and other labels etc. I listen to the radio a lot, so ending up hearing a lot of the popular tunes. I don’t know about the future sound of electro music but seem to enjoy nearly everything I get sent by people like Joy, James Blake, Julio Bashmore, Shorstuff, Addison Groove, Boddika and people like that. A lot of the stuff I listen to is my old records that I have and also I do listen to my own music quite a lot too.

Tra i nomi citati, non c’è ombra di dubbio, Joy Orbison emerge come il producer che più ha ridefinito il suono dellaalt musica da club. La sua fama lo precede da due anni e qualche mese, da quando cioè la Hotflush Recordings ha pubblicato il suo Hyph Mngo/Wet Look EP. Si può dire che da allora il mondo dell’Uk garage è cambiato. Glorificato dalla dea Mary Anne Hobbs, ha rinnovato un certo modo di fare musica un po’ stagnante con un suono che è divenuto istantaneamente classico, anche dando un’occhiata alla quantità di uscite di artisti maggiori e minori che risentono fortemente del suono di quel ragazzo gentile e solare. Il culto per un beat che è dinamico perché sbilenco, perché asimmetrico, tipico dello -step inglese, e del garage prima di esso, ci fa risalire a El-B, parecchi anni fa. La struttura delle sue canzoni riprende la techno continentale, con i suoi silenzi catartici prima della ri-esplosione fatta di ritmi veloci ma non frenetici. Anzi, l’esperienza non è quella di una prova di forza tra il corpo e il subwoofer, ma di un viaggio che è solo agli inizi, un decollo costante che è sia collettivo sia personale, a giudicare dalle palpebre chiuse di chi ti balla accanto, le braccia alzate. Un’ascesa agrodolce ma serena, una sensazione strana, curata da un suono melodico electro, sì, ma strettamente imparentato con certa musica house, vintage nei sintetizzatori, francese nei campionamenti. Non è un caso se nei suoi mix spesso emergono vecchi classici della musica dance house o se per le nuove tracce a nome Joy O vengono scomodate vecchie sensazioni di piano sintetico, pensando a Chicago.
Ecco, quindi, che dal tronco della musica inglese un ramo grande e solido si è aggiunto e già nuove gemme nascono per formare una chioma più folta, più matura. Se per ora i nomi di rilievo non sono moltissimi, tanti sono ancora troppo ancorati ad un’emulazione un po’ pedante (pensiamo a George Fitzgerald), alcuni fanno già ben sperare. Pariah propone la propria versione un po’ più cupa e dub dell’innovazione di Orbison pubblicando l’ottimo EP Safehouses, emotivo e per certi versi soul, quasi che Burial volesse finalmente far ballare follemente; Deadboy e Littlefoot, per la colorata Well Rounded Records, stanno facendo piuttosto parlare di se (il primo, soprattutto, è apprezzato in modo trasversale da artisti, pubblico e critica), mentre perfino un veterano come MJ Cole, nel suo prossimo EP Satellite, pare avvicinarsi a questo tipo di sonorità, pur mantenendo il suono classico che lo contraddistingue. Questo suono recente, nuovo, ha già ricevuto la sua prima consacrazione a scena vera e propria, con tutte le sue contraddizioni. Nel dicembre 2010, infatti, è uscito Night Slugs Allstars Volume 1, una compilation che fin dall’inizio aveva come mission quella di unire nello stesso supporto di plastica alcuni nomi di quella che viene già chiamata future garage o UK funky. In realtà l’etichetta non è così chiara, vista la mancanza quasi totale di un minimo orizzonte sonoro condiviso, tra suoni psichedelici, neo-tribalismi, innovazioni post grime e strascichi dubstep, eppure è utile a trasmetterci l’insoddisfazione perenne che porta a fare passi o balzi oltre il presente stagnante. E ancora, all’orizzonte si profilano altri cambiamenti. Per ora sono eco lontane di un suono estremamente emotivo e rilassato, fondamentalisti del verbo di Burial, ma con un battito funky. Whistla, Submerse, Clueless. Per ora sono piccoli nomi ancora poco promettenti, ma anch’essi dotati di quell’ inquietudine artistica modus vivendi nell’alveare musicale londinese.

Northern Line – Da Kode9 a Shackleton

Me
ntre da una parte l’insostenibilità di alcune basi elettroniche abrasive e obese è divenuta cliché per una fruizione grossolana e generalista, svuotando con un’etichetta incerta i contenuti di un movimento che ha rivoluzionato la musica elettronica (provate ad ascoltare i risultati propinati da Youtube in risposta alla ricerca dubstep),dall’altra stiamo assistendo ad una riappropriazione di valori e di significati che, proprio come in un revival in senso antropologico, dona alla tradizione un significato nuovo, nella ricerca di una fedeltà alle origini ormai perduta. La radicalizzazione di alcune estetiche etniche (dal ritorno al dub originario al ritorno in Africa, dallo step sudamericano ai tribalismi) non è che un aspetto di questa riappropriazione. La tradizione ripensata non è solo quella delle stesse sottoculture che hanno formato/fondato il magma sonoro noto come uk hardcore continuum, ma anche quella dell’elettronica in senso ampio, alttanto vintage quanto moderna, tanto berlinese quanto newyorchese, funzionalista (da ballo), progressiva (da ballo in camera) e d’avanguardia (da sopracciglio alzato in camera. Magari ballando.). Zone grigie comprese. Uno dei punti di riferimento, ancora una volta, è Steve Goodman, in arte Kode9. Se da un lato troviamo il difficile compito di dare una dimensione commerciale ampia a singoli album ascrivibili al fenomeno dubstep e dintorni (con risultati in parte deludenti, se consideriamo Magnetic Man, Skream o Darkstar), dall’altro, è possibile imbattersi, assistendo ad una sua esibizione dal vivo, in una passione bruciante per il suono che lo rende uno degli osservatori più attenti – e più coraggiosi – per quanto riguarda alcune nicchie. Nei suoi dj set, (come quello per Sub-Culture Radio di Shanghai) la fusione tra le avanguardie elettroniche del mondo (recenti o meno) è irriverente ed entusiasmante, un flusso continuo di musica in cui paradossalmente le parti più tradizionali sono quelle del recente step. Il Dj-Kicks mixed by Kode9 è calzante, in questo senso. La convivenza naturale tra Zomby e il festival africano di Mujava, tra i Digital Mystikz e l’ r’n’b anni ’90 di Rozzi Daime è vero simbolo di arte senza barriere. E, non facciamo i bigotti, un’arte che si balla come disperati.
Il dubstep è nato come essere pulsante onnivoro, nutrito dagli infiniti incontri nelle strade della metropoli, londinese soprattuto. Un gruppo sociale dai contorni fumosi, quello giovanile e soprattutto quello connesso ad internet, ne ha piegato e sgualcito il significato. In un’esagerazione di riappropriazione di senso, quindi, si colloca l’esperimento 12″ di LV (già colonna portante del suono dub più oltranzista) con Okmalumkoolkat, Boomslang/Zharp. Il risultato è eccezionale e paradossalmente innovativo: il dubstep e il kwaito africano annientano i contesti metropolitani originali, già caratterizzati per il loro pluralismo, per ampliare il discorso ad una visione laterale del mondo, quella tanto sperata negli anni ’90 e infranta dall’ignoranza della destra più conservatrice. Una singola canzone, ripetitiva e completamente proiettata verso la sua funzione ricreativa riesce a fare questo. Il ballo di due nazioni si unisce, senza troppe domande. Boomslang, una parola che sembra autocitare in slang il proprio potente beat urbano e che invece si riferisce, in lingua Afrikaans, ad un serpente africano.
Metaforicamente, il serpente della musica elettronica è andato strisciando per l’Africa ormai da un decennio buono. Solo la carenza di uno sguardo a trecentosessanta gradi non ha permesso al mondo europeo-americano di notare il fermento scatenatosi in una parte di quell’Africa, divenendo possibile centro di nuove sonorità, l’Angola. Oggi, finalmente, giunge l’eco di questa musica lontana ma non troppo, trasportata fino ai porti del Portogallo dove questa techno africana, il kuduro, ha trovato il suo punto d’incontro col dubstep grazie a collettivi come i Buraka Som Sistema. Quanto è azzardato un collegamento tra il kuduro, e le nuove uscite in casa Hyperdub come Hurricane Riddim di Funkystepz o l’eccellente Melt Down del duo Ill Blu, per Numbers Records? Anche il già citato piccolo mondo crescente Uk Funky si adopera aalt recuperare le pelli tese di tamburi di altrui culture, come Roska, ad esempio, o Lil Silva.
Il movimento d’evoluzione su base world trova, quindi, terreno molto fertile nell’Africa troppo a lungo dimenticata. Prendiamo le produzioni di Shackleton. Forse le membrane percosse non sono solo africane e, anzi, fanno parte di quell’ego condiviso sensibile a tali vibrazioni, pronto a fuggire nell’estasi già alla terza traccia del Fabric 55 o alle voglie tribali di Jack Sparrow, ma sono comunque ascrivibili a quel mondo.
Il ritorno ad un suono primigenio (non primitivo), culturalmente radicato c’è, per quanto reso moderno da un apparato di suoni elettronici, ed è profondamente diverso da fenomeni di ibridazione ormai triti e ritriti, tipici dello sguardo naif degli anni ’90 riguardo la globalizzazione e che si condensavano, nelle produzioni più scadenti, in una somma tra estetica UK Garage e qualche gorgheggio indiano, qualche arabesco melodico, qualche percussione africana. Concentriamoci sui pesi massimi, consideriamo un disco eccellente come quello di Dusk + Blackdown. Margins Music era la passeggiata, assolutamente autentica, senza dubbio, nella metropoli londinese multiculturale, liminale. Ora, quello che prima era una semplice passeggiata, un’escursione sempre centripeta, è divenuto un viaggio altrove. L’incontro con la cultura lontana e altra non avviene più a Londra ma a metà strada.
Il movimento, lo ribadiamo, proviene dal Regno Unito del 2011, dove l’esigenza espressiva si è modificata proprio nel momento in cui certa musica elettronica di incontro-scontro culturale ha iniziato a subire l’etichetta dubstep. L’esigenza espressiva cede alle pressioni di una catalogazione arbitraria, razionale, di mercato, per spargere le proprie schegge ai quattro angoli del mondo. Londra, per certi versi, ha questa straordinaria impostazione naturale all’arte senza confini, ad un’antropologia senza libri né scienze, un’antropologia di puro estro. Sicuramente, oltre che ai passati crimini coloniali della Corona, il motivo è da ricercare nella sua fluidità nei contatti culturali, una liquidità che corre lungo linee circolari. Persone e storie che si mettono in viaggio per poi tornare diverse, quasi irriconoscibili, e ritrovare le tracce di se stessi lì dove erano state lasciate. E poi ripartire ancora. Quando Deadboy rilancia il suono black americano degli anni ’90, non lo fa con l’occhio degli inglesissimi dieci anni passati? Quando Addison Groove mette insieme il suono-ossessione “Footcrab” o quando Ramadanman (che nel recentissimo FabricLive si rinnova con una scaletta che non ha paura di esplorare il continente africano) mette un piede oltre la linea con “Work Them” non è forse il ritorno del dubstep dal suo viaggio nella nuova Chicago del footwork? Un partire e tornare, né urbano né suburbano, né centrale né periferico, in una linea virtualmente infinita, polivalente come la nerissima Northern Line, che taglia in due il cuore della City e vi inserisce un fiume ininterrotto di persone provenienti da borghi e quartieri lontani, in un flutto che
sciaborda al ritmo dei movimenti ondosi del popolo e dei popoli, sopra di essa, che sopravviverà alla gentrificazione imposta dall’alto, agli alfieri incalliti dell’orgoglio di una supposta cultura pura, che continuerà a trasportare la diversità che muta se stessa.

15 songs
2562 – Aquatic Family Affair
Actress – Maze
Commix – How You Gonna Feel (Pedestrian Remix)

Deadboy – If U Want Me
Girl unit – I.R.L.
Hyetal – Phoenix
Ill Blu – Melt Down
Joy Orbison vs. Kavsrave – Untightled
LV feat. Okmalumkoolkat – Boomslang
Pariah – Orpheus
Ramadanman – Work Them
Shackleton – Deadman
Untold – I Can’t Stop This Feeling (Pangaea Remix)
Untold – Stop What You’re Doing (James Blake Remix)
Zomby – The Lie (LV Remix)

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